Incontri del
Sabato ciclo C
Condotti da Luigi Bracco
presso Casa di Preghiera
Gv
XXI,15-17: «15Quand'ebbero mangiato, Gesù
disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Gli
rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci i miei
agnelli». 16 Gli
disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu
lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». 17 Gli
disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?». Pietro rimase addolorato
che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: «Signore, tu sai
tutto; tu sai che ti amo».
(14.01.1989)
Quand'ebbero
mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?».
Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci i miei
agnelli».
Tiziana:
Il Signore dice che di ogni parola detta ci sarà chiesto conto. Qui il Signore
ripresenta a Pietro le parola che portava nel pensiero del suo io, per fargli
vedere cosa in realtà c’era in lui.
Luigi:
A cose fatte lo invita… Ci insegna che ad un certo momento tutte le cose
vengono a galla, e dobbiamo riconfrontarle con le esigenze di Dio.
Tiziana:
La risposta che dà Pietro è segno di umiltà, perché dice “Tu lo sai che ti amo”, quindi
riconosce che Gesù ha perdonato quel suo peccato.
Delfina:
Il Signore sa benissimo se lo amiamo. Se c’è lo chiede è per renderci
responsabili.
Luigi:
Lui sa. Le cose che chiede le chiede per fare prendere coscienza a noi.
Franca:
Qui, per Pietro, arriva il momento di rendere conto di quello…
Luigi:
…di cui si è vantato.
Franca:
E’ lezione per noi per fare attenzione ad ogni parola e anche a ogni pensiero.
Luigi:
Certo, ogni cosa va confrontata alla luce di Dio, altrimenti non si entra nel
regno di Dio. Ogni cosa va sempre riportata al Principio. Siccome anche una
semplice parola ci rende schiavi, e quindi ci impedisce di entrare nella luce,
il Signore ce la ripresenta per darci la possibilità di verificarla nella Luce.
Franca:
“Dopo aver pranzato”,
vuol dire che prima Dio ci nutre e poi…
Luigi:
Se non mangi non puoi amare.
Silvana:
E’ Dio che ci fa capaci di amare. E’ Lui che ci fa crescere nell’amore. Noi
possiamo credere di amarlo e poi ci fa toccare con mano che l’amore è tutta
un’altra cosa.
Luigi:
Certo. Quello che noi chiamiamo amore è una proiezione del pensiero del nostro
io. Anche la mamma che ama il figlio, lo ama perché nel figlio vede se stessa;
quindi è proiezione del pensiero del suo io. E naturalmente col pensiero del
nostro io non si entra nella luce. Quindi soltanto superando il pensiero del
nostro io, morendo a noi stessi e vivendo per Dio, si impara ad amare secondo
Dio. Qui c’è il vero amore.
Pinuccia
A.: In questa domanda Gesù conferma agli apostoli che Lui era veramente il
Signore. Avessero avuto ancora qualche dubbio, con questa domanda glielo
toglie.
Pinuccia
B.: Tutto l’operare di Dio ci conduce a conoscere Lui, ad amarlo come Lui ci
ama, però prima deve farci toccare con mano la nostra incapacità. E’ il suo
amore che ci fa capaci di amare.
Luigi:
Lui ci rende capaci di amare dandoci da mangiare; assimilando quello che Lui ci
offre ci rende capaci di amare. Tu non puoi amare se non conosci e non puoi
conoscere se non mangi. Quindi mangiando, assimilando quello che lui ti
offre tu conosci e conoscendo hai la possibilità di amare. Non puoi amare una
cosa che non conosci; prima hai bisogno che la cosa si presenti. La
presentazione di quella cosa è il cibo. Se tu lo mangi diventi capace di amare.
Pinuccia
B.: Se uno prende consapevolezza della sua incapacità di amare, può dire “Tu lo sai che ti amo”?
Luigi:
Gesù ha fatto tre domande. Se gliel’ha chiesto tre volte è perché non aveva
ancora preso consapevolezza.
Gli disse di
nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai
che ti amo». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle».
Franco: Qui è sottointeso: “Se mi ami pasci le mie pecorelle”.
Tiziana: Non ho capito il senso
di queste domande.
Luigi:
Amare vuol dire mettere al di sopra di tutto. Solo mettendo al di sopra di
tutto Dio si può pascolare nelle opere di Dio.
Delfina:
Il Signore si rivolge personalmente, lo chiama Simone di Giovanni.
Luigi:
E’ strano, perché gli aveva cambiato nome, da Simone a Pietro; e adesso lo
chiama Simone.
Delfina:
Era necessario cambiare nome?
Luigi:
Se l’ha fatto…
Fabiola:
Per avere Dio bisogna per forza passare attraverso Cristo?
Luigi:
E’ l’amore per Dio che ci conduce a Cristo.
Fabiola:
E’ un passaggio obbligato?
Luigi:
E’ un passaggio obbligato! Perché Gesù dice “Nessuno viene
al Padre se non per mezzo di me”. Il
problema è questo: “E’ necessario andare al Padre?”. Se è necessario andare al
Padre la via è una sola: “Nessuno viene al Padre se
non per mezzo di me”. Dicendo “me”, quel “me” è
esclusivo; perché ogni io è esclusivo. Per le persone non c’è il
ciclostile, non c’è la ripetizione. Quindi la via è esclusiva. C’è solo quella
e nient’atro. Però il problema è questo: “E’ necessario andare al Padre?”.
Perché soltanto se uno è attratto dal Padre si preoccupa di trovare la via che
conduce al Padre. La via che conduce al Padre è il Cristo.
Quindi prima bisogna sapere il fine per
cui siamo stati creati. Tutto viene da Dio e tutto fa ritorno a Dio, quindi il
nostro fine è andare a Dio Creatore di tutte le cose, quindi Principio di tutte
le cose. Altrimenti le cose perdono di significato, anche la nostra vita perde
di significato, non sappiamo per che cosa vivere; e allora il nostro vivere è
un reagire a degli stimoli che vengono dall’esterno. Stimoli che si possono
chiamare “fame”, “stanchezza”, “malattia”, “lavoro”; e si vive per reagire a
questi stimoli. Perché uno lavora? Per guadagnare e poter sopperire al momento
opportuno ad un’azione distruttiva che gli può capitare; quindi sempre in
previsione di stimoli che vengono dall’esterno. Ma questo assolutamente non è
vivere. Perché vivere vuol dire tendere ad una meta. Ora, la meta è Dio,
Principio di tutte le cose, in cui c’è il significato di tutte le cose. Se uno
riconosce che lo scopo della vita che Dio gli ha dato è quello di arrivare a
conoscere Dio, allora si preoccupa di cosa possa fare. C’è chi gli dice “fai
dei salti mortali”, l’altro dice “aiuta i poveri”, l’altro dice “dà via tutto”,
“diventa virtuoso”; tra tutti questi c’è anche Cristo. E Cristo dice “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.
E’ una pretesa esclusiva. Noi possiamo accettarla o
non accettarla, però la segnalazione è quella. Noi possiamo vagare su tante strade,
ma vagando su tante strade prendiamo tante cantonate e non arriviamo alla meta.
E non potendo ignorare che Cristo ci dice “Nessuno viene
al Padre se non per mezzo di me”, se
continuiamo su altre strade restiamo giudicati da quella parola. Col nostro
fallimento restiamo giudicati, perché “Tu sapevi”. Quindi, per quale intenzione
non aderiamo a questa parola? Qual è il motivo in noi, che impedisce a noi di
seguire la segnalazione? Evidentemente noi abbiamo altri motivi che ci fanno
rifiutare quella segnalazione. Ma la segnalazione arriva.
Quindi Cristo diventa un
passaggio obbligato, perché il Padre si rivela soltanto nel suo Figlio, in modo
esclusivo. Nessuno conosce il Padre se non il Figlio.
Per cui fintanto che noi non arriviamo al Figlio ci impediamo di conoscere il
Padre, senz’altro. Possiamo diventare virtuosissimi, possiamo fare azioni
giganti, però alla conoscenza di Dio non arriviamo.
Noi possiamo giungere alla
salvezza soltanto attraverso il Figlio di Dio, perché il Padre si rivela
soltanto nel Figlio. Dio si rivela soltanto in suo Figlio. Gesù dice: “Io vado a prepararvi un posto affinché dove sono Io siate anche voi e
possiate vedere…”. Il che vuol dire che il
vedere, il conoscere Dio è condizionato ad un luogo. “Io vado a prepararvi un luogo, affinché dove io sono (dove
io ricevo l’Essere) possiate essere anche voi e
vedere”. Questo ci fa capire che la
visione, la conoscenza della Verità è subordinata ad essere in un certo luogo; questo
luogo è il Figlio. In caso diverso …niente da fare!
Giovanna:
Cosa vuol dire pascolare spiritualmente?
Luigi:
Condurre a mangiare. Dopo aver mangiato lo invita a condurre gli altri a
mangiare.
Giovanna:
Pensavo che gli agnelli fossero i sentimenti.
Pinuccia
B.: Qui dice “miei”.
Luigi:
Tutto è di Dio. Quando tu hai mangiato diventi capace di nutrire anche tutte le
creature che Dio ti presenta; compresi i pensieri e i sentimenti; condurre
tutto alla sorgente, al pane. Infatti quando gli dicono: “Licenzia la gente in modo che possano andare a cercare da mangiare”;
Gesù rispose: “Date voi loro da mangiare”.
“Voi” che siete vicino a me. Chi più è
vicino a Dio, più può dare da mangiare. Ma uno può dare da mangiare nella
misura in cui mangia e non può comunicare ad un altro una cosa che non ha
capito. Si possono dire delle parole, ma non servono a niente. Bisogna che ci
sia lo Spirito, ma questo Spirito dev’essere assimilato. Quando hai assimilato
lo Spirito, lo Spirito ti rende capace di-; per fare tutti una cosa sola; c’è la possibilità di
comunione. La comunione, che è vita, presuppone la comunicazione, ma la
comunicazione la può dare soltanto colui che ha mangiato. Chi non ha
mangiato ha bisogno di mangiare e chi ha bisogno di mangiare non può dare da
mangiare.
Franca:
Il fatto che Gesù lo chiami di nuovo Simone è per farlo tornare indietro sui
suoi passi?
Luigi:
Certo. Il fatto che gli aveva cambiato il nome era una promessa, però ogni
promessa che Dio ci fa è condizionata dalla nostra adesione. E se io invece
di pensare a Lui penso a me stesso il nome nuovo non funziona.
Tutte le cose che Dio ci promette sono
condizionate a-; tutte le cose che Dio ci comunica sono un patto di alleanza.
Per cui dice “Ti do questo”, ma c’è sempre un se.
Franca:
San Paolo dice che la Parola di Dio è come una spada, come fa a nutrirci?
Luigi:
Il nutrimento è assimilazione, quindi è capire. Tu non puoi capire se non
diventi pura di cuore. Perché uno può mangiare soltanto in quanto mette
qualcosa al di sopra di tutto. La Parola di Dio taglia, è una spada, in
quanto non accetta compromessi. La parola di Dio ti nutre proprio in quanto
ti mette una cosa al di sopra di tutto. “Una cosa sola
è necessaria”, ti impegni in una cosa sola.
Perché il compromesso ci debilita, ci impoverisce. L’anima nostra è capacità, è
fame di conoscere Dio, è capacità di Assoluto, però questa capacità subisce
deterioramenti. Ora, il deterioramento dell’anima è creato da amori diversi,
molteplicità di amori. Nel pensiero del nostro io crediamo di potenziarci moltiplicando
gli interessi, moltiplicando gli amori, invece ci esauriamo. Una persona
esaurita non è un persona che si è impoverita, ma è una persona che ha
moltiplicato i suoi interessi (e si è impoverita in quel modo).
Noi ci arricchiamo veramente semplificando
la nostra vita in un’unica cosa. Amare vuol dire mettere una cosa al di sopra
di tutto il resto. Invece moltiplicando gli amori perdiamo la capacità di
amare, non siamo più capaci ad amare, incomincia a esserci in noi la
stanchezza; stanchezza che ci rende incapaci a rispondere ad un amore. Allora
uno si diverte, ha bisogno di divertirsi, cioè di passare da un amore
all’altro, da un interesse altro; perché si stanca, non riesce a stare con un
amore, ha bisogno di divertimento, ha bisogno di varietà, di cambiare, di
altro. E questo è già la conseguenza dell’inquinamento, della molteplicità di
interessi. Ecco per cui bisogna morire a noi stessi. Il nostro io è un
moltiplicatore di amori, è un moltiplicatore di interessi.
Ora, più uno moltiplica i
propri interessi, più si debilita e meno diventa capace di nutrirsi. La
persona malata, che è debole, non riesce a nutrirsi. E meno si nutre e più
decade.
Noi moltiplichiamo gli interessi perché
riteniamo siano utili, la parola di Dio invece seleziona: “questo no, questo
no, questo no…; quello sì!”. Però, siccome noi ci giustifichiamo con i buoi e i campi e la moglie, la
parola di Dio ci dice “non sei giustificato”.
“Lascia prima che seppellisca mio padre, è amore del prossimo, è dovere”. “No,
tu vieni e seguimi”. C’è questa nettezza. Molti
obbiettano: “Diventiamo egoisti se non pensiamo agli altri”. La parola di Dio
dice: “Non preoccuparti, agli altri ci penso io”. La parola di Dio ha quella
nettezza, perché noi, sotto il nome di “altri”, ci mettiamo il nostro io; anche
sotto il nome del padre. “Lascia che seppellisca mio
padre”, “Chi mette mano all’aratro e si volta indietro non è degno”.
C’è questa nettezza, che soltanto la parola di Dio può avere.
Franca:
San Paolo dice che la parola di Dio separa l’anima dallo spirito.
Luigi:
Lo spirito inteso come intenzione, finalità. L’anima è la passione d’assoluto.
Per cui: “Sei stata creata per questo: non pasticciare”. Non fa complimenti.
Perché noi ci mettiamo delle vernici, ci nascondiamo sotto i valori di umanità,
diciamo che sono cose buone, che vanno fatte, ma sono soltanto etichette. Gli
uomini te lo concedono, invece la parola di Dio non ti concede queste cose. Per
questo non dobbiamo misurarci con le parole degli uomini, ma dobbiamo
misurarci con la parola di Dio. Appunto perché la parola di Dio non ci
concede. La parola di Dio ha questa nettezza. Per cui di fronte alla parola di
Dio non possiamo ricorrere a dei sotterfugi, perché non ce li concede. Invece
gli uomini ci concedono dei sotterfugi. Noi possiamo ingannare gli uomini, essi
giudicando in apparenza dicono: "Fa bene a fare così, quella cosa è
giusta”. Apparentemente gli uomini ti giustificano. Dio non ti giustifica.
Allora non dobbiamo misurarci con le parole degli uomini, ma dobbiamo misurarci
con la parola di Dio, perché quella ti giustificherà e quella ti condannerà.
Non saremo misurati dalle parole degli uomini; non potremo dire: “Signore, ma
gli uomini che mi hai messo attorno parlavano così”. Il Signore ci dirà: “Tu
sapevi che io parlavo in modo diverso, perché allora sei andato a cercare la
parola degli altri”. Noi siamo responsabili di fronte alla parola di Dio e
alle esigenze della parola di Dio.
Silvana:
Pascere gli agnelli e le pecore vuol dire che più ci purifichiamo nell’amore e
più siamo capaci di nutrirci in profondità?!
Luigi:
Il problema del mangiare è un problema nel campo dei segni, per insegnare a noi
cosa dobbiamo fare spiritualmente. Spiritualmente il mangiare diventa un
assimilare, quindi diventa un capire. Chi ha capito ha la possibilità di
illuminare, quindi di nutrire.
Gli uomini stanno morendo di fame perché
non trovano il pane. Già nell’Antico Testamento è detto: “I figli stanno invocando da mangiare e non c’è nessuno che spezzi loro
il pane”. Quindi soltanto chi ha mangiato presso
Dio può spezzare il pane. Altrimenti non c’è nessuno che possa spezzare il
pane, e il pane diventa immangiabile. Ora, soltanto colui che ha assimilato,
che ha la luce presso Dio ha la possibilità di spezzare questo pane a livello
della capacità personale. Ad un ammalato tu non puoi dare l’arrosto; gli puoi
dare il brodino. Il mangiare va adeguato alla capacità di assimilazione della
creatura. Ma chi vede la capacità di assimilazione della creatura? Soltanto
colui che viene dall’alto, che viene da Dio. In caso diverso no.
Pinuccia
A.: Simone di Giovanni è il nome…
Luigi:
…che Giovanni gli aveva dato. Qui Gesù lo riconosce figlio di suo padre, non
era ancora figlio di Dio.
Pinuccia
B.: Anche il profeta Natan ricorda a Davide le sue origini umili, perché non si
vantasse.
Luigi:
Saul è andato a cercare delle nuvole (o delle asine) e ha trovato un regno. Il
merito non è certamente suo.
Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?».
Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?,
e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo»
Nino:
Ha la valenza del “Mio signore, mio Dio”,
di Tommaso.
Luigi:
Eh già. Teniamo presente che sono stati tre i rinnegamenti di quella notte.
Tiziana:
“Tu sai tutto”,
non intende dire che conosce gli eventi…
Luigi:
“Tu sai tutto di me”, nel senso che “Tu mi hai conosciuto quella notte”. Poche
ore prima gli aveva assicurato che se anche tutti lo avessero tradito lui non
lo avrebbe tradito, dopo poche ore dice “Non l’ho mai
conosciuto”. Quindi “Tu sai quello che è
successo quella notte”.
Delfina:
Pietro si rattrista perché non si sente più sicuro…
Luigi:
Tre volte là, tre volte qui, per fargli prendere coscienza. Perché in primo momento
non pensava ai tradimenti, la terza volta si rattrista perché glieli richiama. “Prima che il gallo canti tu mi rinnegherai tre volte”.
E’ il tre che lo blocca. Si accorge che il suo Maestro Gesù sta pensando a
quella notte; allora dice “Tu lo sai”.
Con la terza domanda Gesù lo riconduce a quella illuminazione. “Signore, tu sai”.
Fabiola:
Se un uomo matura l’interesse per conoscere Dio, ma nello stesso tempo continua
a coltivare i suoi interessi, vuol dire che in realtà non c’è interesse per
Dio?
Luigi:
Argomento ad personam: tu ami Cris, però continui ad amare tanti altri, vuol
dire che non hai amore per Cris?! Se amare vuol dire mettere uno al di sopra di
tutto, e se tu ami una persona continuando ad amare gli altri, stai amando? E’
una contraddizione, perché amare vuol dire mettere uno al di sopra di tutto,
prima di tutto.
L’amore si realizza in
questo: io sono tutto disponibile per quello, tutto il resto viene dopo, per
cui lì è giustificata la mia vita. Ora,
tutto è segno, anche i rapporti d’amore umano sono dei segni dell’amore divino.
Il Signore ti dirà: “Tu sei stata capace ad amare un uomo, perché non sei stata
capace ad amare me”. Molte volte sentiamo dire: “io non sono capace ad amare
Dio”. “Eppure, sei stata capace ad amare un uomo”. Ecco, il Signore ci fa fare
esperienza di come si ama. “Perché non mi hai amato allo stesso modo?!”. Allora
salta fuori il pensiero del nostro io: “io amavo un uomo perché c’era il
pensiero del mio io che provava una certa soddisfazione”. E intanto il
Signore ci fa capire come si ama e cosa vuol dire amare.
Allora non diciamo: “Signore
io ti amo con tutto il cuore”, perché se lo diciamo, ce lo chiede per tre volte
e poi ci ritroviamo nella stessa notte di Pietro; e a quel punto iniziamo a
tremare, “io credevo di amare, invece…”. Quindi amare vuol dire mettere una
cosa al di sopra di tutto il resto. Al di sopra di padre, di madre, di impegni,
di doveri, di lavori, di figura; altrimenti non c’è amore.
Allora, non parliamo di amore
se non c’è questa scelta, questo mettere questa luce al di sopra di tutto il
resto.
La condizione per giungere a
conoscere Dio, a trovare Dio, è quella di mettere Dio al di sopra di tutto.
Fintanto che non lo mettiamo al di sopra di tutto non possiamo. Solo i puri di cuore vedranno Dio. E’
la condizione. Purezza vuol dire unicità, semplicità, avere un amore unico.
Puro è colui che ha un amore unico. Inquinato è colui che ha tanti amori. I
tanti amore inquinano e in quanto inquinano debilitano, rendono incapaci di
amare; manca poi la volontà, manca il tempo, manca tutto.
Noi diciamo: “non ho tempo,
ho degli impegni…”; no, se andiamo a fondo è perché non abbiamo amato come
dovevamo amare. Quindi fintanto che non si arriva a questa purezza di cuore, a
questa nettezza, quindi a questo amore unico, la Vergine, non si può concepire
Dio; si concepiranno tante cose, ma non Dio. Ecco per cui la parola di Dio
diventa netta, illuminante: non ti fa dei complimenti.
Angelo:
Il Signore chiede tre volte a Pietro se lo ama, perché lo rinnegato tre volte.
Giovanna:
Gesù aveva già perdonato Pietro, adesso però sembra rinfacciarglielo.
Luigi:
Dio non ha nessuna difficoltà a perdonarci, siamo noi che abbiamo difficoltà
a perdonarci. Noi ci danniamo non perché Dio non ci perdona, ma perché il nostro
io non ci perdona; siamo noi che non ci perdoniamo. E se noi non moriamo a noi
stessi, il nostro io ci danna; ma è il nostro io che ci danna, non è Dio. C’è un peccato che non può essere perdonato;
ma non è che Dio non perdoni, è il tuo io che non ti perdona, né qui, né
dall’altra. Siamo noi che non ci perdoniamo.
Giovanna:
Quindi Pietro non si era ancora perdonato?!
Luigi:
Evidentemente. Infatti non lo chiama Pietro, ma lo chiama Simone. Simone, cioè
il suo io che non perdona se stesso. Lui che voleva essere il primo di tutti,
non si perdona di aver tradito il suo Maestro.
Il Signore vuol portarlo a
ricevere il perdono. Quando noi siamo ripiegati
sul pensiero del nostro io, non basta che sentiamo l’altro che ci perdona,
perché siamo noi che non ci perdoniamo, siamo incapaci a ricevere il perdono. “Quando entrate in una casa, dite: pace a questa casa. Se c’è un figlio
della pace, la vostra pace scenderà su di lui. Se non c’è un figlio degno di
pace, la pace tornerà a te”. Augurare la pace non basta
affinché l’altro sia in pace, bisogna che l’altro sia in grado di ricevere
questa pace. Quindi non basta dire: “io ti perdono”, l’altro può non essere
capace di ricevere i perdono.
Franca:
Pietro si rattrista…
Luigi:
Proprio perché si rattrista vuol dire che dentro di sé…
Franca:
Eppure Gesù l’aveva già perdonato.
Luigi:
Come dicevo prima, se Gesù, quando manda i suoi discepoli, dice: “Quando entrate in una casa dite “Pace”, se c’è un figlio degno di
ricevere la pace la vostra pace passerà a lui, ma se non c’è ritornerà a voi”,
vuol dire che non basta comunicare la pace affinché l’altro la possa ricevere.
Evidentemente ci può essere la non capacità di ricevere la pace.
Franca:
Questa capacità ce la forma la Parola di Dio.
Luigi:
Certo, ma nel pensiero del nostro io non possiamo accoglierla. Perché il
pensiero del nostro io, prima vuole essere messo prima di tutto, il preferito,
perfetto; sempre il pensiero del nostro io ci conduce al tradimento, al
fallimento, e poi, sempre per la proiezione dell’orgoglio di prima, non si
perdona più. Perché uno vorrebbe essere…, invece “ho mancato, …è finita”.
Franca:
Uno dovrebbe dire: “l’ho fatta grossa”.
Luigi:
Fintanto che dici “l’ho fatta grossa” stai fresca.
Franca:
Se uno non è nel pensiero dell’io cosa dice?
Luigi:
“L’ho fatta piccola” J
Pinuccia
B.: Pietro ha pianto tanto quando ha peccato. Cos’è che ci fa ricevere il
perdono?
Luigi:
E’ il superamento del pensiero del nostro io. Quante volte si piange nel
pensiero del nostro io… Bastasse piangere…
Pinuccia
B.: Quindi ci vuole la certezza che Dio ci perdona, se il nostro io non ci
perdona è perché si dubita che Dio perdona.
Luigi:
No, non ti perdoni perché tu volevi essere in un modo, ma non ci sei riuscita.
E’ nel tuo orgoglio che non ti perdona. Se non superi te stessa non c’è
niente da fare, preferisci andare all’inferno piuttosto che ricevere il perdono
di Dio.
Tiziana:
Ma se Pietro ha accettato da Dio?
Luigi:
Se l’ha accettato da Dio ha superato il pensiero del suo io. Il nostro io
non si perdona in quanto “sono io che l’ho fatto”.
Tiziana:
Queste tre domande di Gesù sono come quelle della serva…
Luigi:
Certo, proprio dicendolo tre volte, Pietro si specchia, prende coscienza.
Se l’uomo non supera il pensiero dell’io,
preferisce andare all’inferno piuttosto di ricevere il perdono di Dio. Siamo in
quel peccato che non può essere perdonato. Non perché Dio non possa perdonarlo,
ma perché il nostro io non accetta il perdono. Perché se Dio ci punisse, allora
lo accetteremmo; ma il perdono gratuito nel pensiero dell’io non lo
accettiamo. Preferiamo andare all’inferno ma non essere perdonati. Se
invece superiamo noi stessi e mettiamo Dio al di sopra di tutto, allora la cosa
cambia completamente.
Alcuni pensieri conclusivi:
Giovanna:
Solo se metto Dio al di sopra di tutto posso accettare il perdono di Dio.
Luigi:
Sì, noi possiamo accettare il perdono di Dio soltanto per mezzo di Dio, non nel
pensiero del nostro io. Da soli non possiamo nemmeno accettare il perdono di
Dio. Si può intuire come possa esserci l’inferno.
Franca:
Perché Gesù dice a Pietro “pasci i miei agnelli”
quando era ancora nel pensiero dell’io?
Luigi:
Tutte le parole del Signore sono un patto di alleanza. Da parte di Dio, Dio ti promette
tutto. Ti promette la Vergine. Lui vuole che tu sia come Lei, perché quella è
la creatura ideale. Però è un’alleanza.
Pinuccia
A.: Per vedere l’opera di Dio devo mettere Dio al di sopra di tutto.
Luigi:
Soltanto mettendo Dio al di sopra di tutto io posso vedere. Perché soltanto
andando in alto posso vedere, perché il vedere è subordinato al luogo, e se noi
non riconosciamo questo siamo in colpa. “Non sapevate
che io mi devo trovare lì”, quindi lo dobbiamo sapere.
Se io cerco stelle alpine in un campo di grano sono in colpa. Ogni cosa ha un
suo luogo. L’intelligenza sta nel sapere il luogo. Se non sappiamo il luogo
siamo in colpa, perché ogni cosa Dio ce la presenta in un suo luogo.
Anche Dio, l’Assoluto, ha un
suo luogo. Per cui se crediamo di trovare Dio fuori, siamo in colpa, perché
sbagliamo luogo.
Pinuccia
B.: Siamo perdonati solo nella misura in cui ci dimentichiamo immergendoci nel
Pensiero di Dio.
Luigi:
Certo, nella misura in cui guardiamo a Dio. Altrimenti non siamo nemmeno capaci
di ricevere il perdono, e restiamo offesi se Dio ci perdona.
***
N.B.: Il testo, tratto da registrazione
non
è stato riveduto dall'autore e mantiene lo stile discorsivo.