Quarta parte del libro: da pag 99 a pag 125
Incontro n°2-D
Venerdì 19.09.1975
Gv 1,3-I:
“Tutte le cose sono state fatte per mezzo di Lui, e
senza di Lui niente è fatto di tutto ciò che è fatto”
Esposizione di Luigi Bracco (appunti):
Dio parla personalmente significandoci ciò che
noi abbiamo presente, quindi dice: “è
stato fatto”.
Incominciando a vivere, troviamo un mondo già
fatto. Per noi le cose sono fatte. Per noi il mondo è già fatto. Noi scopriamo
solo ciò che è già.
Essendo tutto fatto da Dio, dobbiamo accettare
tutto da Dio, collegare tutto a Dio: “ricreare”, “fare Dio”, se no
diventiamo figli di questo distacco da Dio. Naturalmente questo “ricreare” Dio
lo si fa per opera di Dio, perché è solo Dio che genera il suo Verbo. Noi siamo
chiamati a partecipare consapevolmente a questa generazione. È opera di Dio
perché non siamo noi che pensiamo o “facciamo” Dio, ma è Dio che si fa pensare
da noi. Egli infatti esiste indipendentemente da noi.
“Tutto è
fatto per mezzo di Lui”, per cui devo:
-
Accettare tutto da Dio,
anche se non lo capisco (mai riferirlo alle creature, al caso, alla natura,
ecc.)
-
Riportare tutto a Dio per
cercarne il significato, il suo Spirito. Devo riferirmi al Padrone, per capire
lo Spirito del Padrone. Siamo in casa d’altri, solo comprendendo l’intenzione,
la volontà del Padrone noi ci comporteremo in mezzo alle cose e alle sue creature rispettando la
sua Volontà.
Quindi
ci vuole rispetto di ciò che troviamo; e per poter rispettare ciò che troviamo
dobbiamo cercare di capire la finalità.
In
tutto c’è Dio, perché è Lui che parla in tutto, ma noi non ci facciamo caso. “Il bue conosce il suo padrone, ma l’uomo
non conosce il suo Padre” (Is 1,3).
Tutto
è già fatto: ogni giorno, al mattino i fatti
ci sorprendono. Ogni avvenimento giunge a noi attraverso i sei giorni della
creazione: noi entriamo in scena solo al sesto giorno.
Conversazione registrata:
Luigi: “Tutto è stato fatto per mezzo di Lui…”, in quanto tutto è fatto
per mezzo di Dio, noi dobbiamo accogliere tutto da Dio, sia quello che a noi
piace, sia quello che a noi non piace, sia quello che capiamo, sia quello che
non capiamo. Dobbiamo accogliere tutto (e mai riferirlo alle creature, al caso,
al destino, alla fortuna) da Dio, perché in ogni cosa c’è la mano di Dio,
c’è l’opera del Creatore, anche se non la intendiamo.
Ogni uomo deve sapere che in tutto
c’è Dio e questo lo deve sapere perché è Dio stesso che parla,
infatti nessuno di noi può ignorare Colui che opera, perché non siamo noi che
facciamo. Nessuno di noi può ignorare il proprio Padre; e chi ignora il proprio
Padre è colpevole. Allora, in quanto non siamo noi che facciamo, dobbiamo
accogliere, rispettare.
Se io entro in casa d’altri, la
prima regola a cui mi debbo adeguare è quella di rispettare i mobili, di
rispettare le cose come sono disposte; quindi non posso entrare in casa
d’altri, e iniziare a prendere a calci le cose dicendo: “questo non va,
quell’altro non va”, solo perché ho delle idee differenti; e questo perché la
casa è d’altri.
Allora, dicendoci che “Tutto è stato fatto per mezzo di Dio”
ci dice: “guardate che voi siete entrati in casa d’altri”. La casa è di
Dio, questo universo è di Dio, tutto ciò che avviene è opera di Dio, siamo in
casa d’altri. Essendo noi in casa d’altri, quali devono essere le condizioni
per non essere degli ospiti indiscreti?
-
Prima di tutto il rispetto.
Anche se non capiamo il perché ci sia un quadro e in tal posto delle luci, o
perché ci sono certi mobili, la prima condizione è questa: “io debbo
rispettare”.
-
La seconda condizione è
questa: cercare d’intendere il perché il padrone ha disposto le cose in questo
modo; cioè quale sia la sua volontà, quale è la sua intenzione.
Ma perché abbiamo bisogno
d’intendere il perché il Padrone ha disposto le sue cose? Perché soltanto
intendendo la volontà del Padrone, noi ci comporteremo in mezzo a queste cose
rispettando la sua volontà; in caso diverso sbagliamo. Ecco perché abbiamo
bisogno di arrivare al significato.
Quindi la condizione è che le
accogliamo, che aderiamo, le rispettiamo; nel rispetto poi dobbiamo cercare
d’intendere. E per cercare d’intendere cosa dobbiamo fare? Dobbiamo
riferirci al Padrone, guardare al Padrone, dobbiamo cercare di capire lo
Spirito del Padrone.
Non possiamo fermarci ad osservare
la sedia o la luce o il quadro, ma dobbiamo andare dal Padrone per cercare
di capire l’intenzione di ogni cosa. Quando abbiamo capito lo Spirito
allora abbiamo capito la finalità che ha nel disporre i mobili; a quel punto
potremo muoverci nella casa secondo lo Spirito del Padrone, senza urtare il
Padrone.
Noi dobbiamo imparare a convivere
con Dio.
Dio è il Padrone della nostra casa.
Soltanto intendendo lo Spirito di Dio, la volontà di Dio, cioè la finalità, noi
avremmo la possibilità di operare nelle cose, nell’universo con le creature
secondo lo Spirito di Dio.
Attualmente invece il nostro operare
è come chi entra in casa d’altri e per prima cosa prende a calci i mobili. Così
facendo urtiamo le creature e non rispettiamo la volontà di Dio, cioè noi non
rispettiamo il sacro che c’è nell’universo, perché non intendiamo lo Spirito
del Padrone.
Non rispettando Dio noi vogliamo
affermare noi stessi, vogliamo affermare i nostri interessi, vogliamo metterci
in vetrina e quindi naturalmente roviniamo tutto. E questa non è intelligenza
di Dio, non è operare secondo lo Spirito. Ecco perché sono due i passaggi da
fare:
-
Dall’adesione alla raccolta
in Dio.
-
Dalla raccolta in Dio,
unificando tutto in quella finalità, dobbiamo fare il passaggio in Dio per
cogliere l’intelligenza, capirne il significato.
Quindi sono tre i tempi:
1.
adesione,
2.
raccolta,
3.
intelligenza
delle cose.
Ma per arrivare a capire il
significato dobbiamo capire la finalità di Colui che opera. Mi sembra che
l’esempio della casa chiarisca.
Nino: Bisogna risalire alla
psicologia di chi ha operato.
Luigi: Cioè allo Spirito, perché con
lo Spirito poi riusciamo a camminare bene tra le opere.
Nino: Siccome chi ha operato, ha
operato costruendo anche noi, essendo noi sue creature, arriveremo a capire la
finalità della nostra esistenza solo in Lui.
Luigi: Certo, quindi abbiamo la
possibilità di essere bene orientati. Se teniamo presente Dio, sia come
pensiero, sia come scelte, sia come azioni, in tutte le cose, possiamo agire
secondo il suo Spirito. Mentre invece se non teniamo presente Dio distruggiamo
anche tutto ciò che è stato disposto bene; per cui tutto ciò che è fatto
diventa niente.
Pinuccia B.: Vedo simultanei i due
passaggi.
Luigi: Guarda che tra il primo e il
secondo passaggio, ci passano degli anni. Certe volte può anche essere istantaneo,
ma questo avviene magari in anime che vivono talmente in contemplazione che
come raccolgono cose in Dio, le capiscono (in cielo certamente si intenderanno
i segni “a tempo reale”). Quanto più uno è nell’amicizia con Dio tanto più
giunge alla luce rapidamente.
Quando una persona è molto lontana
da noi è difficile intendere il suo spirito, l’intenzione, conoscere la sua
anima, il carattere. Ma quando una persona è molto vicina a noi è quasi
istantaneo il passaggio tra l’avvenimento e l’intelligenza dell’avvenimento
stesso operato da quella persona.
Pinuccia B.: Capisco la differenza
tra il primo e il secondo tempo (cioè tra l’aderire e il raccoglimento in Dio),
ma il secondo e il terzo li vedo più simultanei. Praticamente quando capisco lo
Spirito di Dio capisco anche il “perché” di una cosa.
Luigi: Certo, ma quando
raccogliamo non siamo ancora nel capire, ma siamo nel riportare in-. C’è un
primo procedimento, che è quello dell’adesione, perché possiamo anche non
aderire; infatti quando dico: “che brutto, piove”, non aderisco; oppure:
“quella creatura mi è antipatica” non aderisco. Quindi in un primo tempo devo
aderire, ma l’adesione può non esserci, perché più penso a me stesso e più
prendo a calci le cose. Allora aderire vuol dire rispettare il sacro che c’è in
tutto. In tutto c’è del sacro.
S. Francesco non osava nemmeno
strappare una foglia di un alberello, perché tutto è opera di Dio. Per cui se
uno si preoccupa della volontà divina, non si deve permettere di muoversi, non
deve fare assolutamente niente. “Il
Figlio non può fare niente se non lo vede fare dal Padre” (Gv5,19). Allora, in un primo tempo c’è
questo rispetto, questa adesione; però l’adesione non è intelligenza, non è
capire il significato. Dall’adesione nasce in noi il desiderio d’intendere, ma
non basta che in noi ci sia il desiderio d'intendere per intendere. Non basta
che io desideri vedere se tutto è spento: cammino al buio, non vedo, ho bisogno
che scatti una certa luce. Ma dove troverò questa Luce che s’accende? Cercando
Dio. Allora ho bisogno di riportarmi con il mio problema in Dio, con tutta
quella fatica che costituisce un secondo momento del raccoglimento in Dio.
Ma non è che raccogliendo la si illumini, perché raccogliendo, unificando in
Dio, la luce verrà poi da Dio, quando e come Lui vorrà. Per cui noi possiamo
anche cercare Dio, ma non trovarlo. Il tempo è Lui che lo determina.
Dio vuole che noi lo cerchiamo, la
ricerca è necessaria, ma non è sufficiente per trovarlo, perché l’elemento
della conoscenza di Lui viene da Lui, è dono suo, non è creazione nostra, non è
scoperta nostra. Il tempo è Lui che lo fa in noi, non siamo noi che lo
facciamo. Noi non possiamo dire: “ti cercherò domani; domani ti troverò”, in
tal caso Lui ci dice: “No! tu mi devi
cercare quando io ti invito a cercare”.
Quindi, dice S. Paolo nella lettere
gli Ebrei: “Se oggi voi udite la sua
Parola, affrettatevi ad entrare nella sua pace, affinché non abbiate a subire
la condanna nel deserto come era successo per i vostri padri” (cf Eb 4,1-13). Quindi noi dobbiamo seguire la Parola di Dio
quando Dio ci invita, quando Dio chiama, e non quando fa comodo a noi; e poi
non solo seguirla, ma darle tutto quel tempo che richiede, perché la Luce viene
da Dio.
Quindi il tempo del raccogliere in
Dio è il secondo momento, che non avviene senza di noi; infatti Gesù dice: “chi con me non raccoglie disperde” (Mt
12,30), disperde, cioè annulla tutta l’opera di Dio.
Dio opera affinché noi ci muoviamo
verso di Lui; la sua opera è tutto un “venite
che tutto è pronto” (Mt 22,4; Ap 22,17). Noi possiamo dire: “No, non ho tempo” (Lc 14,18-20), e non
aderire, o possiamo anche andare quando fa comodo a noi, cioè andare senza “l’abito delle nozze” (Mt 22,11). Quindi
l’andare di per sé non è già un trovare.
Poi l’illuminazione è in Dio, è
nello Spirito di Dio; per cui abbiamo il terzo tempo, che può tardare
parecchio, perché dipende da Dio.
Dio vuole che noi constatiamo che
questo terzo tempo non dipende da noi, cioè che
non basta cercarlo per trovarlo. Infatti se Lui si concedesse subito noi ci
confonderemmo dicendo: “sono io che ho scoperto, sono io che mi sono dato da
fare”. No! Anche se tu ti dai da fare non viene da te. Allora verrebbe da dire:
“ma se viene da Lui io non faccio niente, faccio i miei comodi”, ancora peggio,
perché la Luce certamente non ci arriverà, perché è necessario cercare, però
dobbiamo anche sapere che dipende da Lui.
Lui è il pane ed è necessaria la
fame, perché senza fame anche se arriva il pane non lo si assimila; quindi
cercare è necessario, però la grazia di trovare il pane viene da Dio. Infatti
non è la nostra fame che crea il pane. Il terzo momento è l’incontro col
Pane.
Pinuccia B.: Il secondo momento
dipende da noi, è più nostro…
Luigi: Sì, è nostro per modo di
dire, perché la fame è anche grazia di Dio, (tutto ciò che possediamo è opera
di Dio), però è il momento essenziale in cui noi siamo chiamati a rispondere.
Pinuccia B.: Il terzo invece non
dipende da noi.
Luigi: Sì, il terzo momento,
l’intelligenza delle cose, dipende unicamente da Dio; per cui ci deve essere il
silenzio totale di tutto, di tutto l’universo, di tutte le creature, della
stessa nostra anima, di tutti i nostri pensieri, di tutto, perché lì la
creatura è in attesa; per cui quello che nasce nella creatura è tutta opera
di Dio, è Verbo di Dio. Allora la creatura scopre l’Intenzione, e
quello è il terzo momento.
Angelo B.: Capita alcune volte di
accettare qualche cosa mal volentieri; com’è che a distanza di tempo ci si
accorge che quell’atto aveva un certo fine?
Luigi: Ad un certo momento capiremo
che tutto ciò che è avvenuto era bene, anche quello che abbiamo rifiutato; però
in tal caso ci sarà il rimpianto e si dirà: “guarda, da parte di Dio tutto era
per il mio bene, ma io l’ho rifiutato; ho rifiutato quel dato momento. Quella
era la grazia, ma io l’ho rifiutata”. Altrimenti noi non ci accorgeremmo di
avere respinto; per accorgersi di ciò è necessario che s’illumini il momento.
Noi non rifiutiamo Dio nel momento
della luce, perché quando vediamo la Luce non possiamo fare a meno di amarlo.
Noi rifiutiamo Dio prima che scatti la luce. Se noi vedessimo la Luce non ci
sarebbe il rifiuto; noi Lo rifiutiamo prima, cioè quando Lui ci chiama, quando
Lui si presenta. Noi rifiutiamo Dio quando prendiamo a calci le cose che non
sono nostre.
Pensieri
tratti dagli incontri del Sabato:
Sabato 17.01.1976 (Ciclo A,
appunti):
“Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui
nulla è fatto di ciò che è fatto”
I due periodi
che costituiscono questo versetto non sono equivalenti.
“Tutto è stato fatto per mezzo di Lui”:
noi nasciamo in un mondo già
fatto prima di noi:
è un Altro che l’ha fatto. Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e tutto è
carico di significato, perché Dio opera intenzionalmente. Entriamo in un casa
dove tutto è già stato disposto, dove i mobili sono stati disposti da un altro.
Tutto è stato fatto per l’uomo che un giorno dovrebbe venire a prendere
coscienza. Quindi scopriamo che veniamo a trovarci in un “pensato” per noi:
la parola viene detta a me che abbiamo l’orecchio per udire quella parola.
Nasciamo in un
pensato di Dio per noi. Tutto esiste già prima di noi, se no, noi ci illuderemo
di averlo fatto noi.
Come non
indurre dalla bontà e dalla bellezza del creato il Creatore?
Tutto è stato fatto e tutto è ancora fatto per
mezzo di Lui: tutto è opera di Dio. Nasciamo in un mondo "già fatto"
da un Altro.
In quanto accade, in quanto esiste, in quanto si
presenta a noi, quella cosa, quel fatto, è voluto da Dio. Che sia dipeso o no
da me: è Dio che l'ha fatto accadere. Non basta che lo voglia io. Sarà una
lezione per me, ma è Lui che lo vuole.
Esempio: posso desiderare di uccidere, ma se Dio
non lo vuole non uccido; se uccido è perché Dio lo vuole. Essere convinti di
questo è una premessa indispensabile, è la base per iniziare la vita dello
Spirito, per poter dialogare con Dio anche in quegli avvenimenti che ci urtano,
che Lui vuole proprio per urtarci, per scuoterci, per farci entrare in dialogo
con Lui. È la premessa dell'atto di fede. Altrimenti come possiamo dire:
"Credo in Dio Padre Onnipotente, Creatore del Cielo e della terra"?
Siamo nel regno del Padre nostro. Quindi non
dobbiamo attribuire alle creature l'avvenimento antipatico di chi, per esempio,
ci pesta un piede. Dio adopera un fratello e lo fa diventare villano per dare
una lezione a noi. Se lo prendiamo da Dio, non ce la prendiamo con il fratello,
anzi lo scusiamo, perché è Dio che lo ha adoperato per noi.
Siamo convinti che tutto è voluto da Dio?
Bisogna distinguere tra convinzione e difetto di
coerenza. L'incoerenza è un'altra cosa. Se
so che 2+2=4, e poi faccio 2+2=5, so che sbaglio.
Se tutto è opera di Dio, allora tutto è parola
di Dio ("in principio era il Verbo"),
per cui tutto va riferito a Dio ("e
il Verbo era presso Dio"): lì
scatta la luce ("
e il Verbo era Dio"). Il Verbo è Colui che
parla, noi la creatura che deve ascoltare. Tutta l'opera di Dio è un
parlare: ci dice qualcosa di sé.
Dio ci parla in tutto, ci parla attraverso le
sue opere. Se dunque fa diventare villana una persona nei nostri confronti,
è per dirci qualcosa. Ma è solo nell'apparenza che la fa diventare così, ma
nella sostanza Lui opera per farla diventare buona. Per questo Gesù dice: "Non giudicate!" (Mt
7,1).
Sabato 09.04.1983 (Ciclo B):
Ida: “Tutto è stato fatto per mezzo di Lui”: allora quando una persona
si affanna, si preoccupa per le cose, questo dipende dall’ambiente esterno, che
è opera di Dio?
Luigi: Se una persona si
preoccupa è perché dentro di sé è divisa da Dio.
Ida: Faccio un esempio: se vedo che
un lavoro che mi è stato proposto mi dividerà dal Signore, quindi ne scelgo uno
più semplice che non mi occupi tutta la giornata, posso vederlo come un luogo
privilegiato.
Luigi: Certo, se uno ha la
possibilità di scegliere, deve scegliere quei lavori che meno pesano, che meno
preoccupano. Ma questo se ha la possibilità. Quindi se tu hai la possibilità di
andare al cinema oppure di andare in un luogo di silenzio, anche questa è una
scelta, una responsabilità. Infatti se vai al cinema e poi dici: “al cinema ho
trovato difficoltà ad unirmi a Dio”, non sei giustificata; perché se rifletti
ti chiedi qual è l’intenzione che ti ha portato in quel luogo. Avevi la
possibilità di scegliere tra cinema e raccoglimento. Quindi se rifiuti il
raccoglimento, il silenzio per-, è logico che ciò che scegli ti porti via, non
puoi resistere. Allora, se hai la possibilità di scegliere, scegli sempre
quello che maggiormente ti aiuta per la vita eterna, per le cose
essenziali; scarta invece quelle cose che anche se allettano il tuo io
(guadagnare di più, fare bella figura, la carriera, ecc.) non ti danno nulla di
eterno.
Ecco, se Dio ti pone in una
determinata situazione, accetta e dialoga quella situazione. Ma se ti trovi ad
un bivio, se hai la possibilità di scelta, stai attento alla tua intenzione,
perché nella scelta metti un’intenzione, che è l’intenzione di Dio o
l’intenzione del tuo io. Quindi se Dio ti dà la possibilità di scelta stai
attenta a quell’intenzione che ti guida ad essere in un posto piuttosto che in
un altro.
Dal pensiero del nostro io deriva
sempre questo giudizio: “seguo quello che mi fa guadagnare di più, quello che
mi frutta di più, quello che mi fa fare bella figura davanti al mondo”; e
naturalmente ne derivano tutte le conseguenze. Se invece cerchiamo cosa ci
serve di più per conoscere Dio, per poter restare con il nostro pensiero unito
a Dio, se teniamo presente Dio e abbiamo la possibilità di scelta,
naturalmente eliminiamo quella strada o quelle cose che ci disturbano
maggiormente.
Ida: È possibile credere che tutto
viene da Dio, però col sentimento credere altro?
Luigi: Il sentimento è sempre una
cosa che viene dopo, non interessa.
Ida: Però è possibile che il sentimento
riveli quello che io veramente penso?
Luigi: Cosa intendi dire?
Ida: Ad esempio: col sentimento
credo che le cose belle vengono da Dio e le cose brutte no; però con la ragione
capisco che è assurdo, perché è un ragionamento che non sta in piedi. Però poi
alla fine credo a cosa mi fa più comodo.
Luigi: Eh no, tu non devi
lasciarci dominare dal sentimento, non devi premettere il sentimento a
quello che la ragione dice a te, o la fede dice a te. Per cui tu avverti il
sentimento, sei tentata di-, ma devi superarlo. Cioè, tu ti accorgerai che la tentazione (perché il sentimento è
tentazione) bussa alla tua porta, ma tu
la devi dominare” (cf Gen 4,7) È logico, se tu passi davanti ad un
negozio, vedi le bignole, sei tentata a portarne via
qualcuna, però quello è sentimento, tentazione. Però non le porti via. Perché
non le rubi?
Ida: Perché domino questo mio
desiderio.
Luigi: Ecco, domini; quindi il
sentimento ti dice: portale via, invece con la ragione dici: no, non debbo
farlo. Domini il sentimento.
Quindi evidentemente noi non
dobbiamo lasciarci guidare dai sentimenti, perché il sentimento è soltanto
una provocazione per la nostra fede, per far trionfare lo Spirito. Se noi
facciamo trionfare lo Spirito, lo Spirito ci libera sempre di più. E ad un
certo momento siamo liberi dai sentimenti. Se invece diamo retta ai sentimenti,
ad un certo momento i sentimenti diventano pesanti, e ne restiamo dominati e
non possiamo più resistere. Allora avvertiamo che sarebbe bello essere giusti,
sarebbe bello seguire la ragione, però non possiamo fare in un modo diverso. Ma
vuol dire che abbiamo fatto delle scelte secondo i sentimenti.
Quelle scelte che hai fatto secondo
i sentimenti ti pesano, ti condizionano; quindi se tu rubi una bignola, domani sei costretta a rubarne un’altra, e ad un
certo momento rubi sempre bignole, e non puoi farne a
meno. E anche se ti vien da dire: “Dio mi ha fatto male, perché io non posso
resistere”, in realtà non è così, perché quando Dio ti ha messo alla prova,
ti ha messo per liberarti; ma tu non hai fatto trionfare lo Spirito. Ed è
qui che abbiamo la difficoltà, che abbiamo la penitenza per cercare di
ricuperare la situazione che era all’inizio.
All’inizio c’era questa situazione
che diciamo ragione, ma che è fede, che è ricevere tutto dallo Spirito di Dio;
in questa situazione bisogna testimoniare, affermare lo Spirito di Dio e non
lasciarci guidare da altro, perché l’altro è soltanto la prova che Dio ci
presenta, sulla quale dobbiamo affermare lo Spirito. Se noi affermiamo lo
Spirito cresciamo in libertà. Altrimenti ribadiamo le catene.
Piero: “Tutto è stato fatto per mezzo di Lui”; “tutto”, ogni parola di Dio
viene portata a compimento in Dio con il suo Pensiero, oggi. Era così
all’inizio, ma se ci impegniamo con Dio tocchiamo con mano che tuttora è così.
Luigi: Noi viviamo in un già
fatto; tutte le cose sono già fatte; noi quando nasciamo, nasciamo in un
mondo già fatto. E giorno per giorno le cose arrivano a noi fatte, anche gli
avvenimenti non siamo noi a farli, ma sono fatti. Quindi ci sorprendono.
Ora, gli avvenimenti sono fatti
nel Verbo di Dio e sono fatti per mezzo del Verbo di Dio, cioè è Dio che te
li fa, è Dio che te li presenta. Quindi tutto l’universo, tutta la tua vita,
tutte le cose, sono fatte per mezzo di Lui. E’ Dio che opera in tutto, è Dio
che è presente in tutto.
Però adesso, dicendoti “Tutto è stato fatto per mezzo di Lui”
ti annuncia: “stai attento, perché essendo tutte le cose fatte per mezzo di
Lui, tu non devi fare senza di Lui”, perché se tu fai senza di Lui, disfi,
perdi tutto quello che è stato fatto, cioè tutto quello che è fatto ritorna
niente in te.
Infatti c’è tutto un mondo che
arriva a noi e c’è tutto un mondo che parte da noi per concludere in Dio.
Infatti abbiamo detto che siamo noi uomini i veri sacerdoti dell’universo,
quindi c’è tutto un mondo di cose che arrivano a noi, e sono segni di Dio fatti
da Dio.
Per cui tutto quello che arriva a te
senza di te, ricevilo da Dio; tutto è Dio che te lo presenta, e tutto Dio che lo
fa. Però adesso stai attento a quello che parte da te.
È quello che dicevo con Ida: stai
attento alle scelte che Dio ti presenta, stai attento a quello che parte da
te, perché se adesso tu fai partire delle scelte non guidate dallo Spirito di
Dio, quindi non con Dio, questo che parte da te ti riduce a niente e ti annulla
tutto quello che è fatto. Per cui quando ciò che parte da noi non è guidato
dallo Spirito, perdiamo anche tutto quello che abbiamo ricevuto: perdiamo la
fede, perdiamo l’intelligenza, perdiamo la volontà, perdiamo la vita, perdiamo
il tempo, perdiamo tutto, tutto si annulla, e il più delle volte si arriva al
termine della vita a dire: “la mia vita è servita a niente”.
Ma cosa vuol dire che non è servita
a niente? Vuol dire che tutto è diventato niente, cioè tutte le cose si suono
svuotate di valore, si sono annullate. E in questa situazione iniziamo a dire:
“io credevo che quello fosse molto importante, sono vissuto per quello, ma
adesso tocco con mano che la mia vita è servita a niente”. Ecco, la nostra vita
può servire a niente.
Ma questo quando accade? Accade
quando quello che è partito da noi non è partito da Dio; in tutte le cose che
partivano da noi (parole, scelte, pensieri, ecc.) dovevamo stare attenti che
partissero dallo Spirito di Dio. Infatti ciò che non parte dallo Spirito di Dio
ci annulla di valore tutto quello che è arrivato a noi. Allora si arriva a
sperimentare che tutta la vita è servita a niente, che la nostra giornata è
stata sprecata in niente. E questo perché non ci siamo lasciati guidare dallo
Spirito di Dio.
Flavio: Il nostro pensiero come deve
essere impiegato? Abbiamo detto tante volte che se noi non guardiamo a Dio,
rivestiamo le cose del pensiero del nostro io, quindi rivolgiamo il pensiero
attorno a noi, alla nostra persona. Noi abbiamo un pensiero, perché Lui ha un
Pensiero. Quindi: qual è il rapporto che deve esserci tra il nostro pensiero e
il suo Pensiero?
Luigi: Il nostro pensiero deve
guardare il Pensiero di Dio, cioè dobbiamo avere il Pensiero di Dio come punto
fisso di riferimento. Non dobbiamo guardare dal nostro pensiero, ma dobbiamo
guardare dal Pensiero di Dio. Il nostro pensiero è la possibilità di unirsi
al Pensiero di Dio. Se si unisce al Pensiero di Dio, guarda dal Pensiero di
Dio e considera ogni cosa con il Pensiero di Dio, cioè dal punto di vista di
Dio. Infatti il nostro pensiero può guardare autonomamente; in tal caso abbiamo
il nostro io come punto fisso di riferimento, cioè guardiamo dal pensiero del
nostro io. Oppure possiamo unirci al Pensiero di Dio.
Il nostro pensiero praticamente è
una facoltà di unione al pensiero di un altro.
Ed è poi quello che noi diciamo amore, perché amare vuol dire guardare dal
punto di vista dell’altro.
Flavio: Allora se io dico: “ma io
penso che…”, è già sbagliato?!
Luigi: Certo.
Flavio: Cioè tutto quello che io ho
come idee, è tutto sbagliato, è tutto da togliere.
Luigi: Certamente, è tutto da
togliere, e devi imparare a guardare dal punto di vista di Dio, col Pensiero di
Dio.
Flavio: Quindi il superamento dell’io
vuol dire togliere questo?!
Luigi: Si capisce! Non devi più
ragionare dicendo: “io, io, io…”, ma devi iniziare a ragionare dicendo “Dio”.
Noi siamo stati creati per diventare
pensiero di Dio. Il Pensiero di Dio
glorifica il Padre. Il Cristo è Colui che tra noi glorifica il Padre, parla del
Padre. Ora, se noi andiamo a fondo di tutte le parole del Cristo, troviamo
questo: “la glorificazione del Padre”. Gesù dice: “Io ho glorificato il tuo nome” (Gv 17,4; Gv 17,26).
Noi viviamo non in quanto parliamo di
noi, perché più parliamo di noi e più ci sporchiamo, ci versiamo tutto addosso,
ma in quanto ci dimentichiamo, in quanto parliamo dell’Altro. Noi viviamo
nella misura in cui glorifichiamo un Altro. Più noi glorifichiamo Dio,
parliamo di Dio, lodiamo Dio, conosciamo Dio, e più viviamo. Invece più
pensiamo a noi, parliamo di noi, credendo di vivere (“se io non penso a me
stesso chi è che pensa a me; penso io a difendermi, penso io a glorificarmi, a
mettermi in vetrina”) e più ci diminuiamo e ci annulliamo. E’ la legge del
contrappasso: se noi pensiamo a noi stessi per affermarci ci distruggiamo;
invece se dimentichiamo noi stessi per glorificare Dio, ci affermiamo, viviamo.
Glorificando Dio affermiamo noi
stessi.
Flavio: Quindi è sbagliato anche
pensare alla situazione nostra per sapere come siamo riguardo Dio.
Luigi: Certo.
Flavio: Cioè è già una distorsione
di tutto.
Luigi: Si capisce, noi dobbiamo
pensare a Dio. Ci pensa Dio alla situazione nostra. Anche la situazione nostra
la dobbiamo accettare da Dio. Per cui noi dobbiamo avere pazienza anche con noi
stessi.
Flavio: Questo è motivo di grande
serenità.
Luigi: È logico, deve essere un
motivo di pace, di armonia.
Piero: Anche nel cammino con Dio non
dobbiamo essere noi a forzare i tempi.
Luigi: Certo, anche perché Dio
conosce noi, noi invece non ci conosciamo. A noi non deve interessare di
conoscerci, ma ci deve interessare Dio; S. Paolo dice: “Io non so chi sono, a me quello che interessa è Dio”. Noi viviamo
nella misura in cui ci dimentichiamo; i giorni migliori sono proprio quelli
in cui siamo maggiormente tesi verso qualche cosa, tesi per raggiungere una
meta. Ecco, se noi ci ignoriamo, la vita diventa veramente entusiasmante.
Invece più pensiamo a noi e più ci aggrovigliamo, e finiamo per distruggerci,
di rattristarci. Anche quello che siamo lo dobbiamo ricevere da Dio. Dio sa. Dobbiamo essere pazienti con
noi stessi, anche con le nostre debolezze, con le nostre colpe, con le nostre
incapacità. Dobbiamo accettarci da Dio, perché anche noi stessi siamo creature
di Dio. Come dobbiamo accettare le altre creature, perché sono volute da Dio,
così dobbiamo accettare noi stessi, perché siamo voluti da Dio, così come
siamo. Più noi ci accettiamo da Dio e più Dio lavora bene su di noi. Perché
siamo noi che ci deformiamo pensando a noi stessi.
Più pensiamo a Dio e più l’opera
diventa bella, diventa buona, perché è fatta da Dio.
Amalia: Questo versetto mi fa capire
meglio questa affermazione: “Cristo è il centro”, come compimento di tutto.
Luigi: Certo, perché il Pensiero
di Dio è il compimento di tutto, è il centro di tutto. Infatti Gesù morendo
dice: “Tutto è compiuto” (Gv 19,30); “Quando i tempi furono compiuti venne il
Verbo…”, perché essendo tutto fatto nel e per il Pensiero di Dio, il
Pensiero di Dio è il fine, quindi diventa il centro di tutta la creazione.
Tutte le cose convergono verso il
Pensiero di Dio. Ecco perché tutta la creazione, tutto l’universo, tutta la
storia e anche tutta la nostra vita è conversazione di Dio verso la rivelazione
del suo Pensiero. Per cui il suo Pensiero è il Centro di questa
conversazione. Ora, la luce ci viene dal fine: quando noi arriviamo al Fine
capiamo tutto il discorso. Infatti quando arriviamo a capire il pensiero di una
persona capiamo anche tutte le sue manifestazioni. Così è lo stesso: nel fine
tutto si illumina.
Stiamo andando verso questo fine. In
questo fine tutto s’illuminerà; allora capiremo tutto, capiremo la ragione di
tutti gli avvenimenti, dei fatti, perché nel fine s’illuminano. Quindi se
noi ci fermiamo a riflettere, a meditare su Cristo, che è il centro di tutta
l’opera di Dio, abbiamo la luce su tutto.
Piero: Già oggi.
Luigi: Certo, non domani, perché l’oggi è Cristo.
Nel pensiero del nostro io viviamo
nel passato; è per questo che perdiamo tutto. Noi non possiamo vivere nel
presente, perché il presente è Cristo; soltanto raggiungendo Cristo troviamo
il presente. Infatti se guardiamo una persona anziana vediamo che è tutta
voltata indietro, il che vuol dire che nel pensiero del nostro io viviamo di
passato, di ricordo.
Silvana: Se uno è giovane vive anche
di futuro.
Luigi: Sì, perché il giovane è fatto
bene, e quindi è tutto proiettato nel futuro, perché la vita viene davanti a
noi, la vita è futuro. Quindi se viviamo per Dio, se affermiamo Dio, siamo
sempre proiettati in avanti, all’infinito. Se altrimenti pensiamo a noi
incominciamo a voltarci indietro, e il futuro scompare, non c’è più, non dà più
niente. La persona vecchia non ha più niente davanti a sé, è tutta voltata
indietro (“camminavo in avanti, e ad un certo momento cammino guardando
indietro…”); come mai? Perché durante la vita ha sempre pensato a se stessa, il
pensiero del suo io le ha fatto girare completamente la faccia dall’altra
parte; e adesso vive cercando di ricuperare ciò che sta perdendo, ma più pensa
a recuperare più perde.
Più uno cerca di recuperare e più
distrugge, perché conferma l’errore in cui è stato. Ecco, se noi vogliamo
ricuperare qualche cosa, dobbiamo guardare avanti, perché cercando Dio
recuperiamo tutto. La vita è davanti a noi, “la
vita è in Dio” (cf Col 3,3).
Ora, il bambino è tutto proiettato
in avanti perché Dio l’ha creato verso la vita; e non l’ha creato proiettato
verso la morte. Però man mano che vive incomincia ad affermare se stesso, a pensare
a sé, e più pensa a sé, e più incomincia a voltarsi indietro e più si volta
indietro e più cerca di recuperare quello che ha perso, e più cerca di
recuperare e più naturalmente disfa tutto. Ecco, le cose si annullano per un
processo di rifiuto del regno di Dio da parte di colui che sta pensando a se
stesso.
C’è un’azione di rigetto anche nel
regno di Dio; pensando a noi stessi diventiamo dei corpi estranei, perché nel
Regno di Dio tutto conferma e glorifica Dio, perché Dio è il centro, Dio è la
Verità, Dio è il Creatore. Nel regno di Dio tutto glorifica e conferma la
Verità di Dio, ma se noi nel regno di Dio incominciamo ad affermare il pensiero
del nostro io dicendo “sono io che faccio”, incomincia l’azione di rigetto; e
questa azione di rigetto ci fa voltare indietro, ma più ci voltiamo indietro e
più siamo cacciati fuori, nelle tenebre.
Pinuccia B.: “Tutto è stato fatto per
mezzo di Lui”, è un invito al rispetto dell’opera di Dio.
Luigi: Questa è Parola di Dio, e
dice a noi: “Tutto è fatto per mezzo del
Pensiero di Dio”; quindi tutto è sacro, tutto appartiene al tempio di Dio,
tutto è di Dio, quindi tutto riportalo a Dio. Tu sei amministratore, tu sei un
invitato in casa d’altri, rispetta tutte le cose, stai attento al pensiero del
Padrone. Le cose sono di Dio.
Pinuccia B.: Se pensiamo a Dio non
possiamo non raccogliere in Dio e allora l’opera è sua.
Luigi: Sì, però possiamo ancora
correre un rischio, quello di ritenere di essere noi a pensare Dio. Ecco noi,
col pensiero del nostro io, possiamo anche macchiare il Pensiero di Dio.
Bisogna appunto non partire dal nostro io, “sono io che penso”, perché è Dio
che si fa pensare; infatti se raccogliamo in Dio noi ubbidiamo alla volontà
di Dio, quindi è per fare la volontà di Dio che raccogliamo in Dio, e non è per
iniziativa nostra. Invece se diciamo “sono io che penso” abbiamo come punto
fisso di riferimento il nostro io, e ad un certo momento diciamo “sono io che
penso Dio”, ed è finita, perché restiamo col dubbio.
Non sei tu che pensi Dio, ma è Dio
che ti fa pensare; non sei tu l’iniziatore delle cose, ma tu sei creatura;
e come creatura sei sempre un effetto. Allora riconosci l’effetto in tutto.
Non è difficile per noi riconoscere
che il filo d’erba non l’abbiamo fatto noi; a maggior ragione non dovrebbe
essere difficile ammettere che il pensiero che è in noi non l’abbiamo fatto
noi. E allora non dobbiamo dire: “sono io che penso”, perché implicitamente
facciamo l’errore di dire che siamo noi che abbiamo fatto il filo d’erba. E se
dicessimo apertamente: “sono io che ho fatto il filo d’erba” ci porterebbero
subito in manicomio. Basta provare a farne uno per vedere la nostra impotenza.
Ora, tra il filo d’erba e il
pensiero c’è un salto di qualità. Il pensiero è infinito, tanto è vero che
nostro il pensiero riesce a capire il filo d’erba, ma il filo d’erba non riesce
a capire il nostro pensiero. Quindi il nostro pensiero evidentemente è d’un
infinito maggiore dell’infinito che c’è nel filo d’erba. Allora, se noi non
siamo stati capaci (e non siamo capaci) a fare il filo d’erba, a molto maggior
ragione non siamo noi che facciamo il pensiero.
Il pensiero non è tuo; allora non
sei tu che pensi, ma è Dio che ti fa pensare.
Quindi se sei sicura che Dio ha creato il filo d’erba, devi essere molto più
sicura che Dio ha creato il tuo pensiero, quindi è Dio che ti fa pensare e
che si fa pensare. Riconosci l’iniziativa di Dio.
Flavio: Sabato scorso hai detto: “noi
non ci rendiamo conto che profondità ha il verbo essere; infatti il solo Essere
è Dio”; allora noi non siamo?!
Luigi: Noi non siamo, Dio solo è.
Noi siamo per partecipazione. L’abbiamo detto prima: noi siamo in quanto
glorifichiamo l’Essere, cioè in quanto pensiamo Dio e parliamo di Dio. Noi
siamo una possibilità di essere; possibilità che possiamo perdere. Abbiamo
la possibilità di essere nella misura in cui parliamo l’Essere, pensiamo
l’Essere, glorifichiamo l’Essere, conosciamo l’Essere.
Flavio: …in pratica l’Essere è
questo “era” (per noi).
Luigi: Certo. Dio è “Colui che è” (Ap 1,8); noi dobbiamo
imparare in tutto a glorificare Dio, Colui che è. Dio è l’Essere, più noi
pensiamo a Lui più diventiamo pensiero di Lui; e portato alle estreme
conseguenze pensando Dio, noi diventiamo figli di Dio; “per adozione”, ma figli (cf Ef 1,5; Rm 8,15), perché abbiamo la possibilità.
Il Figlio di Dio, il Verbo di Dio,
naturalmente glorifica sempre il Padre, e non può pensare ad altro;
noi invece possiamo pensare ad altro. E’ lì la possibilità: noi possiamo
pensare all’albero, possiamo pensare alla creatura, possiamo pensare ad altro
da Dio.
Tu non sei il Pensiero di Dio,
ognuno di noi non è Pensiero di Dio; invece il Figlio di Dio è Pensiero di Dio;
però noi, pur non essendo il Pensiero di Dio, e lo constatiamo con la
difficoltà che abbiamo a pensare Dio, siamo vocati, chiamati, a diventare
figli di Dio, cioè a diventare Pensiero di Dio, a fare una cosa sola con il
Figlio di Dio, con il Verbo. Questo è il nostro destino. Ma come lo
realizziamo questo nostro destino?
Glorificando Dio, perché la
realizzazione la riceviamo dall’Essere.
Il Figlio di Dio nasce da Dio. Noi
nasciamo in quanto pensiamo a-; pensando a- nasciamo da-. Per questo motivo
corriamo un rischio tremendo: se pensiamo alla creatura nasciamo dalla
creatura.
Flavio: Però mi verrebbe da pensare
al fatto che fino a quando io sono nell’“era”, fino a
quando io non “sono”, non sono niente.
Luigi: Certo, logico, infatti stiamo
toccando con mano che siamo niente. Senza Dio scopriamo il nostro niente; ma
proprio scoprendo il nostro niente, scopriamo il suo Tutto, perché gli estremi
si toccano. Infatti noi per arrivare a scoprire il tutto di Dio, dobbiamo
passare attraverso il nostro niente. Allora se noi siamo niente, il pensiero
che è in noi è di Dio. Arriviamo al tutto di Dio attraverso il nostro niente.
Pinuccia B.: Il poter parlare, il
poter pensare è un miracolo.
Luigi: È tutto grazia di Dio. Però
arriva un momento in cui non possiamo più pensare, non possiamo più capire. Noi
siamo su questa terra che sta girando attorno al sole a 100.000 km all’ora,
siamo su un veicolo che sta “volando” a questa velocità, mentre i nostri mezzi
vanno ai 1000 o 2000 km all’ora. I calcoli sono presto fatti: 100. 000 Km
all’ora e siamo qui tranquilli, nessuno si accorge di niente, niente si muove,
guardate che ordine stupendo c’è attorno a noi; e non soltanto: possiamo stare
qui e pensare Dio, conversare su Dio. Poi arriva un momento in cui diventiamo
scemi, e non siamo più capaci né a pensare, né a parlare, né a volere, ecc.
Tutto è grazia, tutto è miracolo.
Noi pensiamo di aver deciso di trovarci a conversare. No! È Dio che ci fa
trovare in quest’ordine meraviglioso. Infatti è un illusione pensare che su
di un veicolo che corre ai 100.000 km all’ora, noi possiamo decidere di
incontrarci. E’ un sogno. Noi non possiamo muovere un dito autonomamente;
per muovere un dito abbiamo bisogno di tutto l’universo; è tutto un gioco di
pressioni; basta una variazione e siamo schiacciati. Siamo inseriti in un
contesto perfettissimo, e ancora ci illudiamo di fare noi. No, noi siamo
condotti.
Quindi se abbiamo la possibilità di
conversare, di parlare, di pensare Dio, è tutto grazia. Ma facciamo attenzione,
perché domani questa grazia possiamo non averla più.
Non dobbiamo vantarci e dire: “sono
io che penso, sono io che sono intelligente, sono io che sono capace di volere,
sono io che…”. Chissà se domani mattina ci siamo ancora. Non vantiamoci di
niente e riconosciamo che tutto è opera di questo Essere creatore infinito che
ci ama, che ha creato tutte le stelle, tutto l’universo in questa perfezione
per dare a noi la possibilità di partecipare a ciò che Egli è.
Pinuccia B.: E come fare per entrare
e stare in questo Pensiero? Perché sentiamo che è la Verità…
Luigi: Conoscendo Dio. E’ la
tanta conoscenza di Dio che ci dà la possibilità di restare tanto con Dio.
Più uno conosce Dio e più resta con Dio. Non è uno sforzo di volontà, non è
questione di allenamento, di ginnastica, ma è questione di conoscenza. Più tu
conosci e più rimani, perché la tanta conoscenza e la tanta amicizia con una
persona ti rende capace di essere con lei in tutto, perché intuisci tutto,
capisci i suoi gesti.
Noi siamo portati via perché
“quell’albero chissà che cosa vuol dire; quell’avvenimento non lo capisco…”;
allora tutto ci porta via. Quello che non capiamo nello Spirito di Dio ci porta
via Dio, quello che invece capiamo in Dio ci aiuta a restare con Dio. Infatti se
in tutto sappiamo che è Lui che parla con noi, tutto ci aiuta a pregare,
tutto ci aiuta a restare.
Il restare con Dio è una conseguenza
della tanta amicizia con Dio, della tanta conoscenza di Dio. Per cui ogni
minimo gesto, ogni minimo segno nella creazione è un motivo di preghiera, è un
motivo di conversazione con Dio, è un motivo di partecipazione a ciò che Dio è.
Se invece tu non conosci Dio, ogni
cosa che ti arriva è un punto interrogativo, ti mette i dubbi, ti lascia
incerta. Allora c’è tutta la tribolazione. E inizi a dire: “come fare?”. No!
Cerca Dio prima di tutto, perché è Dio che ti rende capace di comunione con
Lui, non sei tu.
È Dio che ci rende capaci di
comunione.
Alcuni
pensieri conclusivi:
Amalia: La conoscenza è la
possibilità di restare con Dio.
Luigi: Quanto più conosciamo Dio,
tanto più abbiamo la possibilità di restare con Lui.
Paolo: Non sono io che penso Dio, ma
è il Pensiero di Dio in me che si fa pensare; se mi unisco a Lui, Lui mi dà la
capacità di pensarlo.
Luigi: Certo, tutto è grazia.
Flavio: Posso vivere o morire a
seconda dell’uso che faccio del mio pensiero. Soltanto attraverso l’unione del
mio pensiero al Pensiero di Dio che posso superare il mio io.
Luigi: Per cui se vivo, l’opera e
la grazia è tutta di Dio; se muoio, la causa è mia, soltanto mia, perché mi
sono disunito e quindi non posso attribuire a Dio.
Ida: È importante riportare le cose
a Dio senza lasciarci prendere dal sentimento.
Luigi: Il sentimento non è
sbagliato, però va mantenuto al suo posto; prima c’è il pensiero, c’è la
fede e poi c’è il sentimento; perché anche vivendo nello Spirito, nella fede,
c’è il sentimento, ma è sempre come conseguenza. Cioè se vai in montagna provi
certe cose, ma queste esperienze, queste sensazioni che ricevi sono date dal
sentiero che fai sulla montagna; se ti fermi ad esse non arrivi alla vetta.
Così è lo stesso: a volte lasciandoci guidare dallo Spirito di Dio
esperimentiamo certe “cose”, quindi proviamo certe “cose”, però non dobbiamo
lasciarci dominare da queste cose. Altrimenti è come l’esempio della bignola: assaggiandone una dico: “mi piace”, e me ne faccio
una fabbrica. Se sostituiamo il sentimento all’intelligenza combiniamo dei
grandi pasticci.
Pinuccia B.: “Tutto è stato fatto per mezzo di Lui”, cioè del suo Pensiero,
quindi tutto va inteso nel suo Pensiero, se no riduciamo a niente tutto.
Luigi: Certo, tutto viene, tutto
ancora è fatto, quindi tutto quello che oggi si presenta, è fatto nel Pensiero
di Dio; quindi se è fatto nel Pensiero di Dio, non vederlo in un altro
pensiero.
Tutto essendo creazione di Dio va inteso
nel Pensiero di Dio.
Cerca il Pensiero di Dio. Non
attribuire il tuo pensiero, non attribuire le tue intenzioni, non attribuire le
intenzioni di altri, ma cerca il Pensiero di Dio. Se uno ti pesta un piede,
cerca il Pensiero di Dio.
Pinuccia B.: Ed è poi quello che si
diceva nei primi versetti: “In principio
era il Verbo e il Verbo era presso Dio…”, quindi cerca in Dio.
Luigi: Certamente. Se tutto è fatto
da Dio tutto è sacro, tutto è adorabile. Quindi bisogna:
-
adorare,
cioè accogliere tutto da Dio,
-
meditare
cioè riportare in Dio,
-
contemplare,
guardare da-; quando si giunge al Pensiero.
Sabato
04.02.1989 (Ciclo C):
Luigi: “Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui è fatto niente
tutto ciò che è fatto”
Nino: Tutto è fatto per mezzo di
Lui, anche adesso.
Luigi: Anche in questo momento tutti
gli avvenimenti sono fatti per mezzo di Lui. Guerre, terremoti, nascite, morti,
gioie, dolori, tutto è fatto per mezzo di Lui.
Delfina: Fuori della verità di Dio
non c’è assolutamente nulla, in quanto è destinato tutto a scomparire.
Luigi: Dio solo è, fuori di Dio c’è
niente. Infatti la meraviglia sta lì: perché Dio è Luce? Perché Lui solo è.
Il che vuol dire che in tutte le cose che fa, Dio non fa altro che
significare se stesso. Ci convince per questo: Lui, in tutto le cose che fa
significa se stesso, perché è Luce. All’infuori di Lui c’è niente, perché Lui
solo è. Quindi soltanto tenendo presente Lui, noi abbiamo l’intelligenza per
capire tutte le cose; perché tutte le cose ci significano qualche cosa di
Lui, ci parlano di Lui.
Ora, soltanto che se noi trascuriamo
Lui succede che facciamo esperienza del niente, perché senza di Lui tutto si
riduce a niente. Infatti tutto è niente senza di Lui. E tutta la nostra vita,
le nostre preoccupazioni, i nostri dolori, i nostri affanni, tutto il nostro
agitarsi si conclude in niente. Basta guardare il mondo intorno a noi: tutta
l’agitazione, tutto il movimento che si fa, tutto si conclude sempre in rumore
e niente, rumore e niente, rumore e niente. Ma perché questo? Eh già, perché
senza di Dio tutto diventa niente.
Dio ci fa toccare con mano che tutto
il nostro tanto agitarsi si conclude in niente.
Allora siamo proprio scemi...
Angelo: JJJ
Delfina: Se Dio non avesse pensato
alla creazione, il suo Verbo non sarebbe stato necessario?!
Luigi: E come se tu mi dicessi: se
Dio non avesse creato, Dio non esisterebbe. Il Verbo di Dio è il Pensiero di
Dio. Ora, il Pensiero di Dio esiste in Dio indipendentemente dalla creazione.
E noi fintanto che diciamo: “io credo in Dio perché c’è la creazione attorno a
me”, non conosciamo Dio. Dio non si conosce perché c’è la creazione, Dio non si
conosce perché “io esisto”; non bisogna dire “io esisto quindi c’è Dio”, è
sbagliato; così dicendo non si può arrivare. La creazione è un segno.
Se vuoi arrivare a conoscere Dio
devi arrivare a conoscerlo indipendentemente dalla creazione, al di sopra della
creazione. Dio esiste sia che parli sia che non parli, sia che crei sia che non
crei. Soltanto quando tu lo conoscerai per quello che Lui è in sé,
indipendentemente dalla creazione, allora avrai la conoscenza di Dio. Ma
fintanto che dici: “io conosco Dio perché esiste la creazione, perché vedo le
cose del mondo”, ti illudi, perché questa è “conoscenza” per fede, non è
conoscenza di Dio; proprio perché Lo conosci in conseguenza della creazione.
Conoscere Dio in conseguenza della
creazione non è vera conoscenza. La vera conoscenza è conoscere Dio per
quello che Lui è; quindi non per i regali che ti fa. Se tu conosci una creatura
solo per i regali che ti fa, in realtà non conosci quella creatura; e se ami
una creatura solo per i doni che ti fa, in realtà tu non ami quella creatura,
anzi ami te stessa; certo, la ringrazi, ma solo per i regali che ti fa.
Ora, Dio va conosciuto per quello
che Egli è in Sé; la Verità va cercata e va amata per quello che è in sé
e non per quello che dà a noi; soltanto lì noi approdiamo alla conoscenza.
Delfina: Una volta hai detto che Dio
può fare a meno della creazione.
Luigi: Certo, Dio non ha bisogno
della creazione, Dio non ha bisogno degli uomini; siamo noi che abbiamo bisogno
di Dio, ed è logico che noi abbiamo bisogno di Dio, perché senza Dio diventiamo
niente. Infatti noi tocchiamo con mano il niente. Senza di Lui, che è Vita (Gv 14,6), noi moriamo. E con la
nostra morte non facciamo altro che gridare a tutti che non siamo la vita, che
la vita è un Altro.
Quindi Dio non ha bisogno di noi,
siamo noi che abbiamo bisogno di Dio. Dio non ha bisogno della creazione,
questo ci fa capire che quando uno non ha bisogno di una cosa e fa ugualmente
quella cosa, la fa esclusivamente per amore di un altro. Allora la creazione è
tutta fatta nell’amore; amore per noi, per dare a noi la possibilità di
partecipare a quello che Lui è.
Dio non ha bisogno di creare, non ha
bisogno di noi. Se Gesù è venuto a morire, è venuto a morire soltanto per
amore, perché noi non ci smarrissimo nella nostra confusione. Gesù si è
incarnato per dare a noi la possibilità di ricuperare il Principio.
La vita vera sta nella partecipazione
a quello che Lui è; infatti Gesù nella preghiera Sacerdotale prega il Padre: “…affinché mi ritorni quella gloria che
avevo prima che il mondo fosse” (Gv 17,5), perché il mondo, che è parola di Dio per dare a noi la possibilità di
conoscerlo, ad un certo momento è diventato per noi confusione. E’ in questa
confusione che non capiamo più, che non conosciamo più niente di Dio; e questo
perché ci siamo abbarbicati al mondo, vivendo solo più per le cose del mondo.
Giovanna: Già il credere che Dio è
il Creatore di tutto mi evita di annullare le cose.
Luigi: No, il sapere che Dio è il
Creatore di tutte le cose ti sollecita a cercare il Pensiero di Dio. È come
dire: se tu ricevi una lettera e sai che quella lettera ti è mandata da una
persona a cui vuoi bene, il saperlo ti fa aprire più velocemente la lettera e
ti fa desiderare di conoscere il suo pensiero che ti vuole comunicare
attraverso la lettera.
Noi corriamo il rischio di dire:
“Dio non è il Creatore di tutte le cose; le cose esistono di per sé”. Ed è
l’autonomia da Dio, per cui: “io esisto così…, le cose esistono per caso”. Se
pensiamo in questo modo non cerchiamo più il Pensiero di Dio, non cerchiamo più
il significato, e le cose non ci dicono più niente: “Per me l’albero è un
albero, la stella è una stella, il sole è il sole, un uomo è un uomo”, e così
via senza cercare il pensiero, il significato. Ma questa è una conseguenza del
fatto che abbiamo separato la creazione di Dio da Dio.
Ora, Dio dice: “tutto è di Dio, allora ridà tutto a Dio, riporta tutto a Dio”.
Allora se tu ritieni che Dio sia Creatore di tutte le cose, incominci a
cercare: “perché Signore mi presenti questo? Perché fai questo? Perché oggi mi
fai leggere questa parola, perché mi fai incontrare quella persona?”.
Se in tutte le cose cerchi il
significato, il “perché”, è una conseguenza del fatto che hai presente Dio
Creatore. Quindi se tu non hai presente Dio Creatore non t’interroghi sul
perché delle cose. In tal caso le cose per te sono come le vedi e le tocchi; e
quello che non vedi e tocchi per te non esiste. In tal caso per te conta
soltanto quello che vedi e tocchi, di cui puoi fare esperienza.
Invece se credi in Dio Creatore, le
cose non ti accontenti di vederle così come sono, ma cerchi il significato,
cerchi il pensiero, perché attraverso le cose Dio ti dice qualche cosa.
Allora vai a cercare, alzi gli occhi, e non ti fermi alle cose. E questo è
inizio di vita.
L’inizio di vita sta
nell’interrogare il Signore, in questo alzare la
mente a Dio e stare in questo pregare.
La vera preghiera è un inizio di
vita. La preghiera non è dire delle parole (Cf Lc 20,46), ma è elevazione della
mente. Tu elevi la mente per cercare il significato di una cosa, per cercare il
pensiero racchiuso in una cosa. E’ questo il vero pregare.
Angelo: Nel terzo versetto il
Signore mi ha fatto capire che Dio ha creato tutto…
Luigi: Diciamo meglio: “Dio crea
tutto”, perché Dio è fuori del tempo, quindi quello che ha creato è soltanto
un segno per dirci che Dio crea, perché quello che è stato fatto allora è
fatto ancora adesso. Tutto quello che accade adesso è creazione di Dio,
quindi Dio crea. La creazione è continua, la creazione non è come il motore che
una volta avviato la macchina va. No! La creazione è ancora oggi.
Angelo: …per manifestare e
comunicare la sua perfezione. Egli mediante i beni che elargisce alle sue
creature richiama l’attenzione su di sé; ma non per acquistare o aggiungere
qualche cosa alla propria beatitudine.
Luigi: Dio crea per manifestare
quello che Lui è. Dio ci ha creati per dare a noi la possibilità di conoscere
quello che Lui è, perché soltanto conoscendo partecipiamo. Perché tu partecipi
di uno in quanto lo conosci. È il pensiero che ti rende capace di
partecipare all’Altro.
Marisa: Noi siamo fatti a “immagine e somiglianza” di Dio…
Luigi: Un momento: noi non siamo
fatti, infatti Dio non ha detto “sia fatto l’uomo”, ma ha detto: “facciamo l’uomo” (Gen 1,26), c’è
diversità. Noi non
siamo fatti, noi siamo in formazione, siamo in gestazione, stiamo diventando.
In quanto dice “facciamo” vuol dire
che stiamo diventando; noi stiamo diventando ad immagine e somiglianza di Dio.
Ecco, Dio ci ha creati per diventare ad immagine e somiglianza sua, ma proprio
perché siamo fatti per diventare a sua immagine e somiglianza corriamo il
rischio di diventare immagine e somiglianza di ciò in cui ci specchiamo.
Cioè, se io mi specchio in un animale, proprio perché sono fatto per crescere
ad immagine e somiglianza di un originale, divento animale. Se invece mi
specchio in Dio, cioè se guardo a Dio come originale, allora cresco ad immagine
e somiglianza di Dio. Infatti Dio ha detto: “facciamo”,
plurale, perché ci vuole la nostra partecipazione. Allora se mi specchio in Dio
e guardo Dio, cresco ad immagine e somiglianza di Dio, ma se guardo un animale
o guardo me stesso, cresco ad immagine e somiglianza di ciò cui guardo.
Sovente dico che se guardiamo il
cielo ci crescono le ali, se guardiamo la terra ci crescono i piedi, e
diventiamo pesanti.
Franca: Che cos’è la creatività del
pensiero dell’uomo?
Luigi: Chi ti fa dire queste cose?
Che cosa interessa cosa dicono gli uomini, cerca la Parola di Dio; non ti
preoccupare. Dio ha parlato della creatività dell’uomo?
Franca: Ma è Dio che mi ha fatto
venire questo pensiero sulla creatività.
Luigi: Sì, ma valutalo presso Dio.
Tutte le cose che Dio ti presenta, te le presenta affinché tu le abbia a
valutare con Lui. Dio dice: “Io solo sono
il Creatore, non c’è altro Dio fuori di me” (Is45,5), chiuso! Quindi “non avere altro Dio fuori di Me” (cf Es
34,14). Non attribuire niente all’uomo. Se l’uomo ti pesta un piede, non dire:
“è un villano che mi pesta un piede”; non dirlo, perché è Dio che ti ha pestato
un piede. E penso che tu non voglia dire a Dio che è un villano.
Se Dio ti ha manda un fratello a
pestarti un piede, incomincia a dire: “Signore, perché mi hai mandato un
fratello a pestarmi un piede?”; perché c’è un motivo, e intanto preghi. Se
invece dici che il principio creatore è l’uomo, allora è l’uomo che ti pesta il
piede, quindi inizi a dire che l’uomo è un villano e perdi Dio, e non capisci
più niente.
Dio solo è il Creatore, “non avere altro Dio”, perché non c’è
nessun altro. Uno solo è il Creatore. Dio regna in cielo, in terra e anche
nell’inferno, da tutte le parti. Anche il demonio ubbidisce a Dio; anche
il demonio non fa assolutamente niente se Dio non lo vuole. Quindi tutto è
voluto da Dio. Allora se tutto è voluto da Dio ragiona tutte le cose con Dio,
non avere altri maestri, non cercare altro; riferisci tutto a Dio, ragiona
tutto con Dio, parla tutto con Dio, interroga in tutto Dio, perché è questo ciò
che conta.
Franca: “Tutto è stato fatto per mezzo di Lui”, non solo tutta la
creazione, ma anche le cose spirituali.
Luigi: Tutto è fatto, non dire “è stato fatto”. Tutto è fatto. Tutto
quello che accade, tutto è opera di Dio Creatore, perché non c’è altro Dio
fuori di Lui. Quindi tutto ricevilo dalle mani di Dio perché tutto ti viene da
Dio, e tutto riportalo a Dio. Perché non basta accettarlo da Dio, ma bisogna
riportarlo a Dio, perché Dio te lo illumini.
Rita: Tutto è fatto, siamo noi che
non siamo fatti, siamo in formazione. Se uno legge attentamente questo versetto
e ci crede fino in fondo arriva a scoprire che lo dice chiaramente, c’è una
rivelazione completa: tutto è fatto per mezzo suo…
Luigi: Si capisce, perché quando
dice “tutto”, niente è escluso. Anche noi.
Pinuccia B.: Di fronte a questa
affermazione, che tutto è fatto per mezzo di Lui, in noi e fuori di noi, negli
uomini, vien da chiederci: qual è il compito dell’uomo?
Il compito dell’uomo è solo quello
di capire.
Luigi: L’uomo è fatto per essere
spettatore. Chi opera è Dio. L’uomo è spettatore. Il compito dello
spettatore è quello di stare molto attento e di capire. Quindi, tu uomo,
stai attento perché Dio sta parlando con te, e cerca di capire.
Pinuccia B.: Ed è un lavoro molto
impegnativo.
Il fatto che ci venga detto “Tutto è fatto per mezzo di Lui” è molto
liberante, perché se ci crediamo ci libera dal pensiero del nostro io. Vi è qui
un principio di liberazione, perché se incominciamo poco alla volta ad
attribuire le cose a Dio, e interroghiamo Dio per capire qual è il suo
Pensiero, veniamo liberati dal pensiero del nostro io.
Luigi:
Questo è il Principio; se lo trascuri precipiti nella notte.
***
N.B.: Il testo, tratto da registrazione
non è stato riveduto dall'autore e
mantiene lo stile discorsivo.