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Abbiamo trovato il Messia

 


 

«Che cercate?»: sono le prime parole che gli uomini udirono dalle labbra di Gesù, secondo quanto ci dice il Vangelo di S. Giovanni. L'uomo è un essere che cerca. Ma che cosa? «Giovanni guardando Gesù che passava disse: Ecco l'Agnello di Dio.  Due suoi discepoli, udite queste parole, seguirono Gesù. E Gesù voltatosi, vedendo costoro che lo seguivano. disse loro : che cercate? Questi gli risposero: Rabbì (che vuol dire Maestro) dove abiti?». Volevano vedere dove Egli abitava. Solo il vero amore cerca dove uno abita, dove uno si ferma, dove e per che cosa vive.  Il Verbo di Dio, che è nel seno del Padre, venendo a mettere la sua tenda tra noi ci ha offerto la possibilità di vedere dove Egli abita e quindi di restare con lui. Fu allora che per la prima volta risuonò nel mondo l'annuncio della grande scoperta: “Abbiamo trovato il Messia”.

Quando all'interrogazione di Gesù essi avevano risposto: “Dove abiti?” Gesù aveva loro detto: “venite e vedrete”. «Essi andarono e videro dove Egli si fermava».

Vedere dove uno si ferma è avere la possibilità di restare con lui. «Essi rimasero con Lui quel giorno».  L’instabilità umana aveva trovato la sua casa. Uomini con l'anima e il cuore dispersi, avevano trovato il loro Maestro di vita.

La felicità è incontro, comunione tra un'attesa e ciò che è atteso. E' necessario incontrare, trovare il Maestro della nostra vita, delle anime nostre; ma è necessario anche sapere dove abita, perché abbiamo bisogno di sicurezza: abbiamo bisogno cioè di sapere dove poterLo trovare per restare con Lui tutto il tempo che vogliamo. Gesù venne tra noi per darci questa possibilità: «affinché dove sono Io siate anche voi». Qui, in questa sicurezza, sta la felicità, la pienezza della gioia.

Quei due primi discepoli vedendo dove Gesù si fermava, videro qualcosa di veramente straordinario: avevano trovato il luogo della loro felicità.

«Era circa l'ora decima», si ricorderà l'apostolo Giovanni, il più giovane di quei due, ancora dopo più di sessant'anni da quel giorno, quando s'impegnerà a scrivere il suo Vangelo. L'altro era Andrea, fratello di Simone Pietro, che incontrando suo fratello gli disse: «Abbiamo trovato il Messia!». Nessuno dice “abbiamo trovato!”, se non di qualcosa che si è lungamente atteso, sospirato.

Dio giunge a noi come risposta alla nostra attesa; ma prima ci lascia attendere. Egli stesso forma in noi l'attesa e l'incontro, la domanda e la risposta, il problema e la soluzione. Prima forma in noi l'attesa per renderci capaci di incontrarLo e di riconoscerLo; poi viene a noi.

Tutto ciò che precede la venuta di Cristo, non fa altro che annunciarlo. Quindi ci rende inquieti e attenti: ci fa vegliare. E' il desiderio che ci rende capaci della Verità, di Dio; è il desiderio che ci rende capaci di felicità. Ma è anche il desiderio che ci rende incapaci di trovare la felicità in tutto ciò che non risponde ad esso o non lo soddisfa, e quindi ci apre alla sofferenza e alla tristezza della vita. Di qui tutta la situazione esistenziale dell'uomo.

Quando, bambini, i nostri desideri erano orientati a farci scoprire l'ambiente in cui ci trovavamo, l'incontro con l'acqua di un torrente, un fiore, un albero;0 la scoperta di una vallata, di una pietra, di un monte, di una stella, erano sufficienti per renderci felici: rispondevano alla nostra attesa, al nostro desiderio di vedere, di trovare, di scoprire, di conoscere. Ma poi ci siamo accorti che bastava un nulla, un dubbio, un pensiero, una parola, per portarci via la sicurezza e quindi la felicità. L'incertezza e il dolore rispuntavano per vie inaspettate ed ovunque.

Cosi, nel nostro animo si formarono desideri più profondi che né acque, né pietre, né alberi o monti o stelle o mari bastavano a soddisfare. Tutte le cose del mondo e tutte le creature non rispondevano più alla nostra attesa; anzi l'accrescevano. Accrescevano il desiderio di una risposta, di un incontro. Dio formava in noi l'uomo.

Dio forma in noi l'attesa e la fa crescere fino al punto giusto. L'animale quando ha trovato il suo cibo per la sua fame di oggi, non cerca altro. Ma l'uomo quando ha mangiato ed ha soddisfatto ogni suo bisogno materiale, anche se si è saturato di benessere, proprio allora incomincia a sentire più grande il vuoto nell’anima e della vita.

Se l'uomo non è felice quando ha conquistato anche tutto il mondo, ciò significa che la sua attesa è diversa: di un altro ordine. L'uomo trascende il tempo e lo spazio in cui vive.  Trascende la sua casa, il suo paese, la sua patria, il mondo intero. La sua vera dimensione è l'eternità. E solo l'eternità può rispondere alla sua attesa.

 

- I parte -

 

(articolo pubblicato il 10.01.1973 su “La Fedeltà”,

scritto da Luigi Bracco)

 

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