- ut unum sint -

 

Dispensa n°7

Incontro 88/a

Domenica 03.07.1977 a Vigna

 

 

 

Gv  4,27-34: «27In quel momento arrivarono i suoi e si meravigliarono che parlasse con una donna. Nessuno però gli chiese: che cerchi? O di che parli con lei?28 Ma la donna lasciò la sua brocca e andò in città a dire a quella gente: 29 Venite a vedere un uomo il quale mi ha detto tutto quello che ho fatto: Che sia il Cristo? 30 Uscirono pertanto dalla città e andarono da Lui. 31In quel frattempo i discepoli lo pregavano: Maestro, mangia.32 Ma egli rispose loro: Io mi nutro di un cibo che voi non conoscete».

 

Un cibo che voi non conoscete

(I tema)

 

Dall'esposizione di Luigi Bracco:

 

Siamo sempre nell'episodio della Samaritana. Come abbiamo visto la volta scorsa, dopo che Gesù disse: “Sono Io che parlo con te”, nel frattempo giungono i discepoli, la donna parte lasciando l'elemento caratteristico di tutta la scena: dimentica l'anfora al pozzo.

Il Vangelo ce lo presenta così: «Nel frattempo arrivarono i discepoli e si meravigliarono che parlasse con una donna. Nessuno però gli domandò: che desideri? O perché parli con lei? Allora la donna lasciò la sua anfora e corse alla città a dire alla gente: venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto: che sia il Cristo? Uscirono dalla città e vennero da Lui. Nel frattempo i discepoli lo pregavano: Maestro, mangia. Ma Egli rispose loro: Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete. I discepoli si dicevano perciò gli uni gli altri: che qualcuno gli abbia portato da mangiare? Gesù disse loro: Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e portare a termine l'opera sua ».

Come spunto alla nostra meditazione suggerirei di accostare il versetto: “Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete”, queste frasi della Bibbia:

-         nel Vangelo di San Giovanni, nel capitolo VI Gesù rimproverando la gente che era venuto a cercarlo dopo la moltiplicazione dei pani, dice loro: “Affaticatevi non per il pane che passa, ma per il pane che non passa”, cioè preoccupatevi non di avere il pane che passa, ma affaticatevi per avere il pane che non passa.

-         Nel discorso della montagna Gesù dice: “Non preoccupatevi del mangiare e del vestire ma cercate prima di tutto il Regno di Dio perché del mangiare e del vestire se ne preoccupano i pagani, voi cercate il Regno di Dio”.

-         Nella Genesi c'è una frase dopo il peccato originale il Signore dice ad Adamo: “d'ora in poi mangerai il tuo pane col sudore del volto, della fronte”.

 

 

Pensieri tratti dalla conversazione:

 

Silvana: Al cibo di cui il corpo ha assolutamente bisogno per vivere Cristo contrappone un altro cibo come soluzione per poter vivere veramente; l'importante è capire che cos'è questo cibo che sostituisce l'altro, che è essenziale per la vita spirituale; non solo ma è un cibo che elimina il problema dell'altro cibo. Infatti Gesù rifiuta il cibo materiale perché dice di dover mangiare  il  cibo spirituale.

Luigi: Però tutti e due i cibi li ha creati il Signore. Questo non ti pone un problema? Tu dici che il cibo spirituale elimina il cibo materiale. Non ti è venuto in mente di fare il parallelo tra le due acque e i due cibi? Gesù con la samaritana parla delle due acque e qui presenta i due cibi. La volta scorsa abbiamo riflettuto sul fatto che quando il Signore ci presenta due cose, ha uno scopo. Perché  quando ci troviamo di fronte ad una cosa sola siamo tranquilli, in pace, ma quando siamo messi di fronte a due cose siamo di fronte ad una scelta, per cui corriamo anche il rischio, se non scegliamo, di morire di fame. Esempio dell'asino di Buridano che davanti a due mucchi di fieno, indeciso, muore di fame pur avendo due mucchi di fieno a disposizione per mangiare. Ora, come mai qui il Signore sia con la Samaritana, sia adesso con i discepoli presenta il due?

Silvana: Il Signore ci propone un problema di ricerca nel conoscere questo cibo.

Luigi: Certo, per metterci in movimento verso qualcosa che ancora non conosciamo. Come per la Samaritana ci sono le due acque. Per cui la Samaritana si trova davanti ad un problema che ancora non conosce. Però hai notato come, sia i discepoli che la Samaritana, si trovino in difficoltà?! La Samaritana fraintende l'acqua di cui parla il Signore infatti dice: “Come puoi tu attingere l'acqua se il pozzo è profondo e non ha i mezzi per attingere?”. E qui i discepoli lo stesso: “Che qualcuno gli abbia portato da mangiare?”; fraintendono! Per cui non basta essere discepoli per intendere veramente. C'è un parallelismo molto ristretto tra la samaritana e i discepoli.

 

Emma: Noi dobbiamo considerarci in tutto dipendenti da Dio e non preoccuparci; siamo strumenti nelle mani di Dio. Gesù ha rimproverato la gente che accorreva a Lui in seguito al miracolo della moltiplicazione dei pani perché non aveva capito il significato del segno.

Luigi: La gente per la quale il Signore ha moltiplicato i pani non ha capito il segno. Il Signore ogni giorno moltiplica per ognuno di noi il pane, e noi siamo tenuti a capire il segno di quello che Lui fa, perché tutti i giorni noi mangiamo. Non possiamo fare a meno di mangiare (eccetto le eccezioni), perché noi siamo essenzialmente bisogno. Quando il Signore moltiplica i pani dice che ha pietà di quella folla “perché se li rimando verranno meno per strada”. Il che vuol dire che se noi ci stacchiamo dal Signore o se il Signore ci stacca da Sé, noi veniamo meno per strada. Il cibo è per sostenerci lungo la strada. Certo che se siamo arrivati alla meta, non c'è più bisogno del cibo. Il cibo è utile lungo la strada. Se ci viene a mancare il cibo materiale, noi moriamo perché è un sostegno momentaneo, transitorio, di cui dobbiamo capire il significato. Allora non dobbiamo preoccuparci di fare a meno del mangiare e del vestire, ma dobbiamo intendere il significato del mangiare e del vestire. Dobbiamo passare alla ricerca di quello che esso significa.

 

Emma: La fiducia in Dio non ci fa preoccupare del mangiare e del vestire..

Luigi: Certo, "i pagani si preoccupa di questo". Noi possiamo non preoccuparci solo se abbiamo una preoccupazione maggiore; ma se non abbiamo una preoccupazione maggiore, non possiamo farne a meno. È la preoccupazione maggiore che supplisce. Soltanto trovando una preoccupazione maggiore si riesce a superare quella minore. In caso diverso siamo in balìa degli eventi. La stessa cosa succede nei pensieri. Se noi non abbiamo un pensiero principale che assorbe la nostra mente, noi siamo in balìa di tutte le stupidaggini, dei rumori della strada; e quelli ci portano via, non possiamo resistere! Noi non siamo i padroni dei nostri pensieri, come non siamo padroni di resistere agli stimoli della fame o dei bisogni del corpo. Quando siamo malati, sentiamo i dolori del corpo.

 

Nino: Noi dobbiamo credere alla parola di Gesù: “Non preoccupatevi del mangiare e del vestire”. Nel momento in cui gli crediamo, il bisogno corporale, viene soddisfatto da Lui.

Luigi: Però non basta che il Signore ci dica di non preoccuparci, perché se non facciamo niente e aspettiamo che arrivi il pane, il pane non mi arriva! Il pane del cielo ci arriva soltanto se ci preoccupiamo. Perché Gesù dice: “Non preoccuparti del mangiare e del vestire ma datti da fare per cercare prima di tutto il regno di Dio!”. C'è il negativo per metterti in evidenza il positivo.

 

Nino: Quando Gesù dice: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” vuol dire che tutti i giorni noi dobbiamo chiedere il pane.

Luigi: Questa frase mette in crisi l'altra frase della Genesi che dice: “Ti guadagnerai il pane con il sudore della tua fronte” mette in crisi una nostra concezione comune di mangiare il pane con il sudore della nostra fronte. Gesù ci dice: “Non affaticatevi per il pane che passa ma affaticatevi per il pane che non passa”.

Anche quando parla di povertà Gesù intende non di essere povero, ma di essere disponibile per-, perché se sei appassionato per una cosa, non puoi essere disponibile per altro. Le parole di Cristo vanno sempre viste in un contesto positivo, anche quando dice: “Chiedete e vi sarà dato, domandate, bussate”. Noi diciamo: “Ma io ho bussato ma non ho ricevuto!”. Stiamo attenti al positivo. Gesù cosa ci dice di chiedere, di cercare? “Cerca prima di tutto il regno di Dio” e poi aggiunge: “Cercate e troverete” …a colui che lo vuole. Se noi cerchiamo altro evidentemente la nostra preghiera non è soddisfatta. Di questo  non dobbiamo accusare il Signore, è la nostra stoltezza che non è stata attenta al positivo.

 

Cina: E' la parola di Dio che rinforza l'anima e ci orienta al fine per il quale siamo stati creati.

Luigi: Si, tu hai fatto un parallelo: come nel corpo, così è nell'anima. Però tenendo presente quei tre punti in cui il Signore dice: “Non preoccuparti del cibo che passa ma affaticati per il cibo che non passa” a me sembra che il Signore declassi la vita del corpo; e dà per scontato che c'è sia la vita del corpo che la vita dell'anima.

        Il fatto che dobbiamo preoccuparci per mantenere il corpo e dobbiamo preoccuparci di mantenere l'anima, non lo vedo nello spirito del Signore. Infatti il Signore dice: “Non preoccupatevi, il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno”, cioè "dovete sgombrare il terreno per poter essere disponibili per-, tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù. Colui che vi ha creato dal niente, può ancora benissimo mantenervi. E' tutto disposto per mantenervi. Quindi non datevi pensiero per quello! Non vedete gli uccelli dell'aria, i gigli dei campi? Forse si preoccupano dei magazzini o altro? No! Eppure guardate, il Padre vostro provvede! Forse voi siete meno importanti di loro? E come mai vi assillate per il problema del mangiare, del vestire ecc, e dite: abbiamo il corpo e abbiamo  anche l'anima…”. Mentre diciamo che abbiamo un corpo e che lo dobbiamo curare intanto il tempo passa. Perché mentre mi curo del corpo, mi accorgo che la mia vita è finita, non ho più tempo. Non possiamo contemporaneamente curare una cosa e l'altra. Soltanto se siamo sicuri che il Signore provvede a tutto il resto possiamo renderci disponibili per qualcos'altro, altrimenti diciamo: “Prima faccio questo e poi farò quell'altro. Questo mi preme”. Solo che mentre uno dice: “Questo mi preme” la giornata è finita. E quando crediamo di aver sistemato tutto il resto per poter arrivare ad essere disponibile per i veri valori dello spirito, il Signore ci toglie la possibilità. Anche questa è una lezione da capire. Dio infatti non ci ha detto: “Sistema prima il tuo corpo e poi...”, no! Ci ha detto: “Non preoccuparti” perché in un modo o nell'altro la faccenda si risolve. Come quel tale che dice a Gesù: “Lascia prima che vada a seppellire mio padre”. Gesù gli risponde: “No, lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Tu va e annuncia il regno di Dio. Perché chiunque mette mano all'aratro e poi si volge indietro non è adatto al regno di Dio”. Anche qui abbiamo una nettezza! “Una cosa sola è necessaria”. Il Signore poteva anche dire a Maria: “Dà un aiuto a Marta, poi appena avrete terminato i vostri lavori, verrete qui e io parlerò a tutte e due”, perché non ha detto questo? Eppure bisogna anche mangiare. I corpi hanno anche loro dei diritti.

Anzi: rimprovera Marta. Tutte queste lezioni dobbiamo tenerle molto presenti perché sono parola di Dio. Anche i discepoli si preoccupano dicendo: “Non è giusto che noi lasciamo la preghiera per occuparci delle mense”. Quindi non dobbiamo mettere sullo stesso piano il corpo e l'anima. C'è solo una vita ed è quella a cui dobbiamo tendere. L'uomo vive in quanto si convince che una sola è la vita. Non c'è la vita del corpo e quella dell'anima: una sola è la vita. Anche per la strada: una sola è la meta. Se uno vuole arrivare ad un certo punto trova la strada e la percorre. Se invece uno non sa la meta, si perde per strada. C'è una vita sola, bisogna convincersene; solo così si riesce a vivere, in caso diverso no.

 

Eligio: Ai discepoli che dicono a Gesù: “Mangia”, Lui risponde: “Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete”; qui si vede chiaro il parallelismo con la Samaritana. Gesù contrappone al cibo che ci nutre fisicamente il cibo che ci sostiene spiritualmente. Per il corpo scegliamo i cibi più appropriati a maggior ragione dovremmo fare per l'anima...

Luigi: …i pranzetti spirituali di cui parla S. Agostino. Bisogna fare i pranzetti dello spirito. Comunque ritornando alla scena del Vangelo, troviamo gli apostoli e Gesù che hanno fatto un cammino, ed erano stanchi. Anche Gesù era stanco, per cui aveva bisogno di mangiare, per questo i discepoli lo esortano a cibarsi. Tutto quello che avviene nei Vangeli, negli episodi, c'è sempre un riflesso personale per ognuno di noi, c'è una lezione per ognuno di noi. In questa scena i discepoli si preoccupano di Gesù, quindi rispecchia il nostro atteggiamento quando ci preoccupiamo di quello che sta a cuore a noi. Gesù risponde che ha da mangiare un altro cibo. È la stessa risposta che dà ai farisei quando gli pongono la questione del pagamento delle imposte. “Dobbiamo pagare il tributo a Cesare?”, per i farisei era un problema di giustizia. E Gesù dice: “Di chi è questa moneta del tributo?”, “E' di Cesare”, “Allora datela a Cesare, ma date a Dio quello che è di Dio”. Cioè noi facciamo sempre delle questioni materiali e lui continuamente ci riporta a Dio.

Abbiamo letto nell'ultima preghiera: “Fintanto che ero con loro li custodivo nel tuo nome”, come il pastore che custodisce il gregge che tende a disperdersi e il cane pastore continuamente va a riprenderle: così è l'opera del Cristo. Noi continuamente tendiamo a disperderci nei problemi materiali e facciamo dei problemi materiali la nostra vita. Per cui viviamo per mangiare e Gesù ci riporta sul piano dello spirito. Lui lo fa con sua madre, con i suoi parenti, con i suoi discepoli, con i farisei, lo fa sempre. Tutte le volte che gli pongono un problema di giustizia umana, Gesù dice che la vita non sta lì. “Perché mi cercavate, non sapevate che io mi trovo nelle cose del Padre mio?”, continuamente ci riporta al problema essenziale. Come se dicesse "voi fare questione di giustizia terrena,ma guardate che vi dovete preoccupare di ben altra giustizia. Vi preoccupate del mangiare? Vi dovete preoccupare di ben altro cibo". Ci riporta sempre su un altro piano, per dirci che "la vita essenziale è quella spirituale, mentre quella materiale in un modo o nell'altro si risolve sempre; la puoi risolvere con un piatto di polenta o con un piatto succulento. È un problema di cammino, di strada. Del cibo materiale non ti devi preoccupare. Quello di cui essenzialmente ti devi preoccupare, perché se non ti preoccupi certamente non arriva, è il problema dello spirito. È lì l'essenziale, perché non c'è nessuno che lo può risolvere per te. Il problema del mangiare materiale tutti lo possono risolvere per te, quello dello spirito nessuno te lo può risolvere se tu stesso non ti preoccupi". Per questo il richiamo è forte e chiaro: è necessario l'impegno personale.

 

Eligio: Questo brano mi impegna ad approfondire di più il significato del cibo spirituale.

Luigi: Parlando della Samaritana abbiamo detto che noi siamo sollecitati dalla parola che arriva a noi, che ascoltiamo. Siamo sollecitati ad ascoltare Colui che parla, e quando ascoltiamo Colui che parla al nostro orecchio e lo vediamo, siamo in pace.

Il problema si dovrebbe risolvere tutto tra l'orecchio e l'occhio. Cioè l'occhio tende a vedere quello che giunge al nostro orecchio, infatti il problema della Samaritana si conclude tutto con il problema tra orecchio e occhio: “Sono io che parlo con te”. Questo problema: “Sono io che parlo con te” è tutto incentrato sulla presenza.

Ora, tutto il discorso che Gesù ha fatto con la Samaritana, l'ha fatto partendo da una sollecitazione: “Dammi da bere”, per portarla a vedere Colui che stava parlando con lei. Fintanto che noi non vediamo Colui che parla con noi, siamo inquieti. E' l'inquietudine del rumore che giunge a noi, per cui sentiamo parlare (orecchio) e subito andiamo alla ricerca del chi è che parla. Quando finalmente vediamo colui che ha parlato siamo in pace (l'occhio). Qui il problema è più approfondito in quanto introduce la bocca, rappresentata dal mangiare. Come mai, non basta l'orecchio e l'occhio? Perché ci vuole anche la bocca?

Ci invita ad approfondire l'aspetto del mangiare, spiritualmente parlando. In che cosa consiste questo mangiare? La vita è essenzialmente partecipazione e quindi è comunione. Ora, per poter restare alla presenza di-, bisogna mangiare, perché se non si mangia non si riesce a fare una cosa sola (ecco perché c'è ut unum sint - affinché siano tutti una cosa sola,). E' vero che l'occhio si riposa se vede Colui che parla con me, ma Colui che parla con me, non resta con me, se io non lo “mangio”, se non riesco a fare una cosa sola. Perché Colui che mi parla, mentre mi parla, si allontana, sfuma; di conseguenza non riesco a mantenere l'unione con Lui. Bisogna che si crei una certa situazione.

 

Emma: “Se tu conoscessi il dono di Dio” e il cibo di cui parla qui Gesù, sono la stessa cosa?

Luigi: No, io escluderei che siano la stessa cosa. Si mangia per arrivare. Gesù stesso dice quando moltiplica i pani “Affinché non vengano meno per strada” quindi il cibo è un mezzo per arrivare alla presenza, al possesso. Dunque fintanto che non arriviamo abbiamo bisogno del cibo. Dobbiamo tenere presente che il cibo è tale in quanto è proporzionato alle capacità di assimilazione di ognuno. Al bambino si dà un certo cibo, all'adulto se ne dà un altro, dice San Paolo. Quindi, il bambino si nutre di latte, l'uomo adulto si nutre di pane e carne. Gesù stesso dice: “Non date le vostre perle ai cani”, perché “non dare”? Perché il cibo va proporzionato. L'amore sta proprio in questo: proporzionare il cibo secondo la fame di ognuno. Per cui se uno dà un cibo troppo forte a chi non ha la capacità di assimilare, lo danneggia. Nutre soltanto quel cibo che può essere assimilato; il cibo che non è assimilato ingolfa, crea indigestione. Ci vuole il cibo, ma bisogna che ci sia la fame adeguata; per cui il cibo va proporzionato.

Dio opera attraverso tutta la creazione, ogni giorno, un abbassamento di tono a livello della capacità di assimilazione di ogni uomo. Ad ognuno dà il pane secondo la sua fame. L'importante è che la fame cresca fino a quell'infinito capace di assimilare l'infinito: “Ho tante cose da dirvi ma per il momento non siete capaci di portarle”, quel "portare" è "mangiare": "non siete capaci di mangiarle".

Perché qui il Signore presenta i due pani? Questo e quell'altro? Per metterci in movimento verso quell'altro. Perché le parole del Signore sono sempre una proposta; le dice per ognuno di noi. Come con la Samaritana parla delle due acque per sollecitarla a passare dall'acqua naturale all'acqua dello spirito, così ci sono delle sollecitazioni a passare da un certo cibo all'altro cibo.

La parola del Signore prima di tutto forma in noi la fame, perché  parlando ci fa desiderare il pane. Per cui le sue parole sono fame e nutrimento, se le ascoltiamo.

 

Nino: Nel Padre nostro Gesù ci insegna a chiedere il pane quotidiano.

Luigi: Nell'Antico Testamento è scritto: “Non dimenticarti di mangiare il tuo pane” per cui il pane da parte del Signore ti viene dato, ma tu non dimenticarti di mangiare il pane dello spirito. Noi possiamo dimenticarci di mangiare il cibo materiale, allora siamo sollecitati dai bisogni dal corpo; nello spirito no! Se siamo in ascolto di Dio, Dio ci sollecita. Nel mangiare materiale c'è tutta l'organizzazione dell'universo che ci porta alla fame, e il corpo lo avverte. Nello spirito i nostri stessi bisogni richiedono una nostra partecipazione cosciente, deve essere voluto espressamente. Quindi: non dimenticare di mangiare il tuo pane, vallo a cercare! Ecco la preoccupazione! Se non ti preoccupi, quel pane certamente non lo mangi, mentre l'altro lo mangi.

Nino: Quando ti dimentichi di mangiare il pane spirituale ti viene l'ansia, c'è qualcosa che non va.

Luigi: Certo, i mali dello spirito ci sono, però per fare la diagnosi ci vuole Dio. Se non mangi cibo spirituali, magari ti senti annoiato, dai una tua giustificazione, ma senza la luce di dio non puoi capire.

È molto importante l'assimilazione. Il nostro corpo quando stiamo bene assimila a nostra insaputa. Invece spiritualmente non assimiliamo niente a nostra insaputa. L'assimilazione avviene con la nostra consapevolezza, per cui è una tribolazione. Ci vuole sempre una partecipazione personale per seminare la parola di Dio in noi.

Nell'assimilazione naturale, una volta che tu hai mangiato, l'assimilazione è automatica. Invece nel campo dello spirito, non c'è niente di automatico! Il campo dello spirito è caratterizzato dal fatto che richiede sempre una partecipazione consapevole; c'è un desiderio di ricevere una certa luce, è una partecipazione consapevole.

Ci sono delle somiglianze e delle differenze. Ad esempio nessuno può mangiare al posto nostro, e quello che mangia un altro, non mi nutre. Questa è una similitudine efficace tra il campo materiale e il campo spirituale. Il mangiare è sempre personale: l'aspetto materiale e quello spirituale vanno in parallelo.  Lo stesso parallelo non vale in un altro campo.

 

Eligio: Se esiste l'automatismo, perché i pensieri malvagi ci condizionano anche a nostra insaputa, mentre l'atto buono si esaurisce in sé?

Luigi: L'atto buono si esaurisce in sé e per sé. C'è da dire che l'atto buono non avviene a nostra insaputa, l'atto malvagio invece arriva a nostra insaputa. Se l'uomo non veglia, arriva il nemico che semina la zizzania (anche questo ha un valore di simbolo); per questo il Signore continuamente insiste: “Vegliate! Vegliate! Vegliate!”. La preoccupazione deve essere vegliare, perché se la nostra anima è assopita, si semina l'andazzo, la vita comune, l'imitazione. E allora c'è  l'uomo malvagio che opera, che semina delle erbe cattive nel campo.

Come mai c'è l'erba cattiva che cresce nel mio campo? Non hai vegliato!

"Naturalmente" noi andiamo all'inferno, perché per andare a Dio ci vuole il soprannaturale, cioè ci vuole il superamento dell'io. "Naturalmente" noi viviamo con il pensiero del nostro io al centro e riferiamo tutto al nostro io. Quindi se non ci impegniamo a superare il nostro io, tutto in noi diventa male; questo perché è deturpato dal pensiero del nostro io.

Il superamento dell'io è un atto essenzialmente personale, è l'atto di veglia. Bisogna vegliare per superarsi; e vegliare vuol dire essere presenti alla luce divina.

Quindi se personalmente non ci ricordiamo di Dio, non mangio il nostro pane spirituale, incomincia un processo di decadenza, di malattia che ci porta alla morte. E perché non abbiamo mangiato? Perché non abbiamo vegliato!

Quindi abbiamo uno stato di veglia al quale il Signore continuamente ci sollecita: “Ricordati che tu sei creatura e non sei il Creatore, ricordati che tu non sei Dio, ricordati che tu non sei il centro, quindi sposta il tuo io dal centro e riferisci le cose a Dio!” ecco lo stato di veglia. Riferendo le cose a Dio in noi si forma il bisogno di vegliare perché è Dio il principio di ogni cosa. Essendo il principio di ogni cosa ed essendo un principio non inconsapevole, in quanto richiede la coscienza, richiede la nostra partecipazione consapevole. Per cui il "bene" richiede da parte nostra la nostra partecipazione, non si ottiene per atto magico, non è automatismo. Mentre invece tutto ciò che è automatismo ricade nel processo dell'io, nel campo naturale, per cui ci porta alla decadenza.

 

Eligio: Dipende quindi da ciò che pensiamo.

Luigi: Noi diventiamo figli dei nostri pensieri; per cui più noi pensiamo a Dio e più siamo legati a Dio. Anche se all'inizio è difficile. Il Signore infatti ci dice: “Sforzatevi”. Le strade del mondo sono apparentemente facili, soprattutto all'inizio. Basta seguire la moda, basta imitare, andare dietro al "così fanno tutti".

Seguendo il pensiero del nostro io all'inizio è tutto facile, poi si finisce nell'angoscia, nei traumi. Nel campo dello spirito l'attacco è molto difficile: “Sforzatevi perché la porta è stretta, perché molti cercheranno di entrare e non potranno”; lo sforzo è un invito ad essere vigilanti. A poco per volta, quando uno entra, la strada si fa larga, c'è la libertà, c'è la gioia, si canta (il canto è proprio dell'uomo libero), perché tutte le cose confermano, comprovano, testimoniano la presenza di Dio sopra di tutto. Allora abbiamo l'uomo che non è più assillato da paure, da bisogni, perché in tutto vede Dio. Ma per arrivare a vedere questo “tutto Dio” in cui c'è il “pasto”, prima di poter dire “Il Signore è il mio pastore, ad acque tranquille mi conduce”, c'è tutta la fatica.

 

Nino: Noi siamo abituati a pensare che il male su di noi pesi più del bene. Ma quando ci pensiamo un po' Dio fa di tutto per recuperarci.

Luigi: D'accordo, però era per mettere in evidenza che l'opera va accolta. Dio opera per svegliarci.

 

Nino: Mio figlio ieri era in galleria e la macchina dietro di lui, frenando, si è girata su se stesso e si è schiantata nella parete; io ho pensato subito a un avvertimento di Dio per fargli capire quanto la nostra vita è appesa ad un filo. Lui non ci arriva ancora a pensare una cosa del genere.

Luigi: Ritorniamo lì: tu che tieni presente l'opera di Dio vedi l'avvertimento, tuo figlio non coglie l'avvertimento e non lo può cogliere. Qui abbiamo un cibo, Dio, per cui quando un giorno si sveglierà capirà: “Guarda, Dio già da allora mi nutriva, mi vegliava!”. Però la creatura ad un certo momento si deve svegliare. Fintanto che non si sveglia, Dio opera per svegliarla, ma non può intendere, proprio perché è addormentata.

Soltanto quando l'anima inizia ad essere sveglia, a preoccuparsi di Dio, comincia ad intendere. Mentre da parte di Dio c'è tutta l'opera, massiccia, che conduce fino alla morte, però è un'opera che non è automatismo. Dio non converte automaticamente. Dio non ti salva senza di te, richiede la tua partecipazione.

Tu pensa che cosa uno deve aver assimilato precedentemente per poter dire: “Guarda Dio che segno mi ha dato!”; guarda che cosa devi avere dietro alle spalle. Quanti incidenti capitano ogni giorno e nessuno dice: “Guarda Dio che segno che mi ha dato!”. Per poter farti dire solo quella paroletta, Dio deve fare un opera massiccia dietro di te!

Devi essere convinto che è Dio che opera in tutto, e non è poco! È tutto frutto di un lavoro personale. Niente va perduto! Deve essere un lavoro personale. Non puoi dire: “io me ne sto lì a far niente e Dio mi convince!”. No! Tutto va partecipato personalmente. Ogni minimo lavoro personale, immediatamente, ti porta, ti apre ad un passo successivo. Ma se ti guardi alle spalle ti accorgi di ciò che ci vuole per poter dire: “E' Dio che mi manda questo!”. La massa è atea. E' la persona che è religiosa. La quantità, la massa, non accetta, perché il lavoro con Dio è personale.

 

Nino: Noi siamo favoriti rispetto ai discepoli. Io credo fermamente che per caso non succede niente.

Luigi: Si, ma per dire che per caso non succede niente, tu presupponi tali convinzioni dentro di te, che l'altro nemmeno lontanamente può sopportare. Quella frasetta ha un sottofondo profondissimo.

Nino: Dicevo che siamo fortunati rispetto ai discepoli perché le scoperte scientifiche confermano che non succede niente per caso; dunque siamo facilitati a credere in Dio.

Luigi: Quando tu metti il principio giusto al punto esatto, tutto ti conferma; se lo metti al posto sbagliato, tutto ti contraddice.

Nino: La verità testimonia se stessa, un'altra cosa di cui mi sto convincendo.

Luigi: Però la verità esige da noi uno stato di veglia. Se noi viviamo "naturalmente" addormentati, non percepiamo la verità.

 

Pinuccia: La Samaritana aveva il problema del bere e i discepoli del mangiare e noi abbiamo questi e altri problemi. Gesù opera per portare loro e noi alla liberazione da questi problemi. Gesù ci porta a fare il passaggio dal mondo materiale al mondo spirituale.

Luigi: La dichiarazione: “Io ho da mangiare un altro cibo”, diventa sorgente in noi di desiderio, di fame, è Lui che semina in noi la fame se l'ascoltiamo. Abbiamo detto che la Samaritana giunse alla rivelazione ascoltando. Avrebbe anche potuto non ascoltare. Così anche i discepoli avrebbero potuto non ascoltare. Quindi tutte le parole del Signore sono proposte, in quanto sono proposte seminano in noi una fame, se noi permaniamo. E Se  permaniamo ancora le sue parole diventano cibo per la fame che Lui ha seminato. Per cui Gesù non fa altro che dare il cibo per la fame che Lui stesso ha seminato. Prende le sue stesse opere nella misura in cui noi le riceviamo.

 

Pinuccia: Gesù dice che abbiamo bisogno di un cibo, che noi non conosciamo.

Luigi: Anche alla Samaritana dice che non conosce l'acqua: “Se tu sapessi chi è colui... tu gli avresti chiesto l'acqua”, un'acqua che non conosci. Con queste parole Gesù ci invita ad accettare la sua proposta, perché è Lui che ci propone il cibo. In caso diverso noi neppure intendiamo. Infatti se noi proponiamo questo argomento a chi non ha Dio dentro di sé, a chi non ha già ascoltato Dio, ci dice che sono cose astratte, che ha un altro mondo a cui dedicarsi.

Gesù dice: “Perché le mie parole non entrano in voi? Perché avete un altro padre”. C'è un'altra vita di cui dobbiamo preoccuparci, che è la vera vita! È sufficiente fare attenzione a cosa Dio ci fa giungere. Chi ci convince è Dio, nella misura in cui noi ascoltiamo le parole che Egli ci dice o i fatti che ci fa arrivare. Perché Lui parla a noi attraverso delle parole. Tutto è parola sua, quindi tutti i fatti, anche i  più comuni, di tutti i giorni, sono parole di Dio. È sufficiente che noi li accogliamo dalla sua mano, perché “l'uomo vive di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.

I fatti sono parole di Dio, ma se noi anziché accoglierli dalla sua bocca li accogliamo dalla bocca degli uomini, questi non ci nutrono più, ci portano via. Ecco dobbiamo sempre avere questa attenzione a Dio. Ora, siccome il pensiero di Dio non è presente a noi se noi non siamo presenti a Lui (perché noi naturalmente siamo presenti a noi stessi e non a Dio), è richiesta la veglia. Per cui, veglio se dico in cuor mio: "questo fatto è Dio che me lo manda"; se dunque lo ricevo dalle mani di Dio, diventa una lezione che mi sollecita alla vita vera, ad uscire. Se invece non penso a Dio dico: “Se non mi do da fare non mangio e se non mangio non vivo. E chi mi dà da mangiare se non me ne preoccupo. Queste sono tutte storie!”.

Dio parla ma l'intelligenza delle sue parole è presso di Lui non è presso di noi. Per cui per intendere le parole di Dio dobbiamo guardare a Lui, e le intendiamo nella misura in cui guardiamo Lui. Lui è l'intelligenza di quello che dice, Lui è l'intelligenza di quello che fa. Non basta che il fatto giunga a noi. Per quanto noi ci ripieghiamo sul fatto e cerchiamo di capirlo, le cose diventano sempre più complicate e ci precipitano nell'infinito e tutto ci sfugge. Perché? Perché non lo raccogliamo presso Dio per vederlo da Dio. Per cui più le cose le raccogliamo per intenderle nel pensiero dell'uomo e più queste si confondono, si moltiplicano, ci allontanano. Più cerchiamo di intenderle nel Pensiero di Dio e più si semplificano, si raccolgono, si unificano, e ci testimoniano la sua presenza.

Presso Dio abbiamo sempre la vita personale, un amore intimo. Dio dà ad ognuno un nome segreto che solo colui che lo riceve lo intende; è personale. La vita presso Dio è personale, d'altronde tutto presso Dio è persona. Tutti i rapporti sono personali, non sono di massa.

 

Pinuccia: Se uno non intende nel Pensiero di Dio le parole di Gesù, le fraintende, fa come gli apostoli che rimangono su un piano materiale, come rimaneva la Samaritana: “Come puoi tu darmi di quell'acqua se non hai con che attingere?”, e i discepoli rispondono: “Che qualcuno gli abbia portato da mangiare?”, pensano che il problema sia già risolto.

 

***

 

 

 

N.B.: Il testo, tratto da registrazione

(integrato con appunti anche di altri incontri sullo stesso argomento),

non è stato riveduto dall'autore e mantiene lo stile discorsivo.

 

 Descrizione: http://www.pensierisudio.com/flrw11.gif

 

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