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Dispensa n°3

Incontro n° 118

Domenica 05.02.1978

 

 

Gv 5,3: «3Sotto di essi giaceva una folla enorme di ammalati, ciechi, zoppi, paralitici, in attesa del movimento dell’acqua».

 

“…in attesa del movimento dell’acqua”
(significato dell’intermittenza)

 

Dall'esposizione di Luigi Bracco:

 

”Sotto di essi…”, cioè sotto i cinque portici della piscina. Colleghiamo con gli argomenti che abbiamo svolto la volta scorsa, in particolare con l’argomento di questa piscina alle porte di Gerusalemme.

Tenendo presente che tutti i fatti del Vangelo sono lezioni particolari per la nostra vita spirituale, personale, dobbiamo cercare di trarre che cosa il Signore ci voglia indicare in esse, soprattutto cogliere quale lezione di vita eterna, cioè cogliere l’aspetto eterno degli avvenimenti, delle parole, delle cose che passano. Ora la volta scorsa abbiamo notato che Gerusalemme significa la Città di Dio e quindi la nostra anima, poiché Dio abita in ognuno di noi.

Dio è Spirito e come Spirito abita nell’interiore dell’uomo. Quindi Casa di Dio, Tempio di Dio, Città di Dio è la nostra anima.

Gesù avvicinandosi a Gerusalemme presso la porta chiamata “la porta delle pecore”, una piscina, e attorno a questa piscina una moltitudine di malati.

La Porta delle pecore, abbiamo già visto, significa la porta attraverso cui le pecore entrano nella Città di Dio. E qui è Gesù stesso che ci rivela il significato di questa porta, perché è Lui stesso che dice: “Io sono la porta delle pecore”.

Quindi la porta rappresenta il Cristo, perché soltanto per mezzo di Lui entriamo nel Regno di Dio, nella Città di Dio, e quindi possiamo conoscere Dio, il suo Regno, le sue operazioni.

Si era notato in particolare che accanto a questa porta delle pecore c’era una piscina. Cercando di cogliere il significato di questa piscina (piscina, luogo in cui si fa il bagno, luogo di purificazione), abbiamo visto che anche questo ha una lezione per noi, poiché per entrare nella Città di Dio, bisogna essere pecore di Dio e per essere pecore di Dio bisogna essere purificati.

Ecco la piscina è alle porte di Gerusalemme, fuori della città, in quanto indica la necessità della purificazione, come condizione; perché per entrare, per passare, bisogna aver superato il pensiero di se stessi, il pensiero del proprio io.

Chi non mette il pensiero del proprio io sotto i piedi, chi non lo supera, non può entrare.

Da ciò possiamo cogliere perché Gesù incontri questa moltitudine di ammalati, che rappresenta tutta l’umanità ammalata alle porte di Gerusalemme.

Tutti noi facciamo parte di questa umanità che è alle porte della Città di Dio. Perché la Città di Dio si annuncia a tutti, e in quanto si annuncia è vicina a tutti.

Infatti prima Giovanni Battista, poi Gesù stesso, entrano nella vita degli uomini affermando che il Regno di Dio è vicino.

In quanto una cosa si annuncia, ci è promessa, e quindi è vicina, accessibile, possibile.

Però la difficoltà sta qui: la Città è vicina, ma per entrare bisogna superare il pensiero di se stessi. Non superando il pensiero di se stessi cosa succede?

Qui il Signore ci rivela la fonte di ogni nostra vera malattia. Non superando il pensiero di se stessi il cammino della vita resta troncato, non si va più avanti; e quando non si va più avanti nella vita si incomincia ad essere malati, in quanto la malattia è una stasi sul cammino della vita, è un fermarsi. Quando uno si ferma decade.

Tutte le opere di Dio ci conducono, ci fanno camminare su questa strada. Tutta la nostra vita è soggetta alla tentazione, ed è Dio stesso che attraverso la tentazione ci provoca a camminare, ad andare avanti. Ma man mano che ci provoca ci mette anche in crisi, perché ad ogni tentazione subentra l’esigenza di superare se stessi e affermare lo spirito.

Se noi non affermiamo lo Spirito, decadiamo, perdiamo. Allora le cose che arrivano a noi, prove, tentazioni, ecc., sono sollecitazioni da parte di Dio ad affermare lo Spirito, perché soltanto affermando lo Spirito, facendo trionfare lo Spirito sopra gli argomenti del mondo, sopra gli argomenti della nostra carne, del nostro volere e sopra gli argomenti stessi del nostro io (che sono poi le tentazioni di Gesù), entriamo nella Città di Dio, diventiamo figli dello Spirito, e quindi incominciamo a vedere.

Infatti per arrivare a vedere bisogna credere e credere vuol dire affermare lo Spirito (“la nostra fede vince il mondo”), vuol dire far trionfare lo Spirito sopra tutti gli altri argomenti.  

L’ultima prova è quella che ci fa affermare lo Spirito di Dio sopra il pensiero del nostro io.

E’ questa “la porta stretta” attraverso cui si entra.

Se non affermiamo lo Spirito, veniamo arrestati sulla porta della città di Dio, non entriamo, e non entrando incominciamo a decadere dalla vita, a diventare malati.

Ecco allora la grande quantità di malati sotto il porticato della piscina.

Qui si parla di un argomento molto interessante e significativo per la nostra vita: l’acqua di questa piscina si agitava ad intermittenza.

A noi non interessa tanto il fatto storico e le diverse interpretazioni (se fosse un fatto naturale o se era un Angelo che scendeva, ecc.).

Quello che interessa è il significato.

Ogni più piccola cosa, in quanto ci arriva è carica di significato per noi e noi dobbiamo coglierlo, perché è molto più importante il significato della cosa o del fatto stesso.

Il Signore parla a noi in tutto e dobbiamo perciò cercare di superare l’espressione materiale di ciò che si presenta, per cogliere il significato, perché il significato è quello che veramente vale.

Per cogliere il significato dell’intermittenza del movimento dell’acqua teniamo presente che nel Verbo di Dio la vita è continua, non intermittente. Il Padre dice: “Io oggi ti ho generato”.

Questoggi” è una generazione continua: il Padre continuamente genera il Figlio. Questoggi” è un oggi eterno, quindi è un oggi continuato.

Se noi entreremo nella vita eterna, ci accorgeremo che la nostra nascita in Dio non è una nascita una volta tanto (come si nasce qui in terra: si nasce una volta sola e poi si continua la vita). La nascita in Dio è una nascita continua.

L’oggi con cui Dio ci fa figli è continuo.

Questo significa che nel Verbo di Dio la vita è continua, non è intermittente.

“In Lui, nella luce, era la vita degli uomini”.

Ma se ci allontaniamo dal Verbo di Dio cosa succede?

Allontanandoci dal Verbo di Dio la vita non è più continua, non c’è più loggi”. Cadiamo nel tempo che passa, e allora abbiamo l’intermittenza. E più noi ci allontaniamo da Dio e più questa intermittenza diventa rada. Ad un certo momento (ecco la tragedia che deriva dal fatto di non superare il pensiero del nostro io), la vita diventa stagnante.

L’acqua stagnante non dà più vita. Nella nostra vita, vivendo nel pensiero del nostro io, corriamo il rischio di rendere tutte le cose abitudinarie, stagnanti, vecchie.

Il nostro io rende vecchie tutte le cose. La vecchiaia è determinata soprattutto dal pensiero del nostro io, perché man mano che conosciamo una cosa, la cosa diventa per noi vecchia, perde la novità. Ad un certo momento tutto il mondo diventa vecchio, uguale, non abbiamo più niente che ci prenda, che ci attragga.

Presso Dio tutto è attrazione, tutto è novità, poiché Dio è novità continua e quindi sorgente di vita continua.

Lontano da Dio invece abbiamo la stasi, la pianificazione, il tutto uguale, il numero, la quantità, non abbiamo più la qualità.

Presso Dio tutto è differenziato, perché Dio non si ripete mai: è novità continua ed è sorgente di vita.

Quindi: nel Verbo di Dio la vita è continua, staccati da Dio la vita è intermittente. Lontani da Dio, alle estreme conseguenze, nel puro pensiero del nostro io, abbiamo la stagnazione della vita.

Noi, nel pensiero del nostro io, tendiamo sempre a pietrificare le cose, a sottometterci alle regole, alla norma, alla routine. Vivendo di abitudini priviamo la nostra vita della vita stessa.

 

 

Pensieri tratti dalla conversazione

 

Amalia: Questa intermittenza significa che se noi non sappiamo riconoscere i tempi in cui Dio ci visita perdiamo la capacità di cogliere la vita?

Luigi: Perdiamo la capacità di cogliere la vita nella sua sorgente, andiamo verso la stagnazione della vita, per cui ad un certo momento la nostra vita diventa addirittura insopportabile: tutto uguale.

Qui è detto che un Angelo scendeva di tanto in tanto: questo ci fa capire che nella nostra tristezza e miseria, provocata dal fatto che non abbiamo superato il pensiero del nostro io, Dio ci soccorre ancora. Ma la vita viene dall’alto, dall’Angelo. Angelo significa colui che viene dal cielo ad agitare le nostre acque. In questa acqua intermittente abbiamo l’azione dei profeti. Cioè, Dio, pur nella nostra vita che si allontana da Lui, che è sorgente di vita, scende ancora; ma scende ad intermittenza ad annunciarci, ad invitarci, a farci arrivare qualche segno di Sé, una sua parola; e se noi ci buttiamo…

Amalia: Credevo che l’intermittenza si riferisse a noi, non a Dio. Dio dà a noi la vita in continuazione, ma noi non siamo capaci di coglierla sempre.

Luigi: Certo, in Dio la vita è continua e nel Verbo di Dio noi troviamo la vita continua. Ma per essere nel Verbo di Dio noi dobbiamo superare il pensiero di noi stessi. Perché essere nel Verbo di Dio è essere nella Città di Dio, ma nella Città di Dio si entra attraverso la “porta”. Questa “porta” richiede da parte nostra il superamento del nostro io. Senza questo superamento restiamo fuori, cioè lontani dal Verbo di Dio. Noi, per grazia di Dio (altrimenti andremmo verso la stagnazione, la privazione della vita), abbiamo ancora alcuni segni. Dio fa giungere qualcosa di sé attraverso i suoi profeti, i suoi Angeli, fa giungere qualche parola, ma è una novità sempre più rara, perché se noi non ci buttiamo nella “piscina”, quando questa parola ci giunge, diventiamo sempre più incapaci di coglierla. Le proposte ci arrivano ancora, ma non le cogliamo più.

Quando si è bambini si è inondati di proposte di Dio. Però, man mano che la vita passa, vivendo per noi stessi, diventiamo sempre più incapaci di coglierle, perché diventiamo figli delle nostre opere.

Amalia: I segni di Sé Dio ce li dà in continuazione, anche quando siamo in questa situazione di allontanamento. Siamo noi che non siamo più capaci di intenderli.

Luigi: Certo, ma che cos’è che ci rende incapaci di intenderli? E’ proprio la nostra vita staccata da Dio. Siccome diventiamo figli delle nostre opere, tutto quello che noi facciamo non secondo Dio, ci fa figli di ciò che facciamo. Cioè, se Dio ci chiede il superamento del nostro io, se non lo superiamo restiamo figli di questa separazione.

Ora, in questa chiusura del nostro io, anche se Dio fa sempre nuove tutte le cose, noi rendiamo tutto vecchio, sempre più vecchio e non c’è più niente che ci prenda. Ecco la vita stagnante.

Quando ormai la vita non ci prende più, apparteniamo a questa umanità ammalata che giace sotto i cinque portici in attesa di qualche cosa di nuovo che non viene più. Non siamo più presi. Diventiamo infatti figli di una separazione dalla vita, figli di una non più vita. Dio è sempre vita ma noi non la cogliamo più.

Dio ci parla in continuazione, anche se ci fa sempre vedere lo stesso filo d’erba, lo stesso tramonto. Dio in ogni filo d’erba, in ogni tramonto ha sempre qualcosa di nuovo da comunicarci, ma l’esigenza, la condizione, perché noi possiamo cogliere la novità è che dimentichiamo noi stessi.

Se non dimentichiamo noi stessi diciamo: “Questo l’ho visto ieri, questo l’ho udito l’atro giorno e non mi attrae più”, (ad esempio un libro già letto non attrae più).

Noi abbiamo questa tremenda possibilità: nel pensiero del nostro io rendiamo vecchie tutte le cose: “Questo l’ho visto, quello pure, quell’altro anche, ecc.”, pianifichiamo tutto, rendiamo tutto uguale.

Nel pensiero del nostro io diventiamo grossolani e superficiali, perché non ci applichiamo più, mentre ogni cosa anche se ripetuta mille volte, vista nel Pensiero di Dio, ci apre un abisso infinito di luce in cui ci invita a sprofondarci. E’ un impegno continuo, perché Dio ci invita continuamente a fare questo superamento. Per cui dice: “Tu finora hai conosciuto questo, Io te lo ripeto per invitarti ad andare oltre”. Ma se non abbiamo presente il pensiero di Dio, non andiamo più e diciamo: “Questo ormai l’ho visto, ormai l’ho letto, questo l’ho capito non ne ho più bisogno”. E ci priviamo della vita. Ad un certo momento diciamo: “Di Dio ne ho sentito parlare tanto, basta, non mi attrae più”. E allora andiamo in cerca di novità, di altro, e andando a cercare altro in modo sempre più superficiale, esauriamo tutto. Quando si è bambini tutto è nuovo, tutto ci attrae. Però tutta questa novità ci convoglia verso la porta della Città di Dio. E’ lì che inizia la nostra crisi, ed è lì che decadiamo e rendiamo tutto cenere. Il fuoco brucia e all’ultimo della nostra vita resta solo più la cenere. Questo è il risultato del non aver superato il pensiero del nostro io.

 

Eligio: L’intermittenza del muoversi dell’acqua mi sembra vada messa in relazione alla malattia di chi sta alle soglie della piscina. Per cui la manifestazione del Signore è in relazione alla gravità della malattia: più siamo ammalati per il nostro orgoglio ed egoismo, più i periodi di comparsa del Signore diventano lunghi.

Luigi: Certo. I punti estremi sono questi:

·        nel Verbo di Dio abbiamo la vita in continuazione;

·        nel pensiero dell’io abbiamo l’acqua stagnante.

Noi possiamo essere in questo possibile decadere. E’ misericordia di Dio quella di agitare la nostra acqua, altrimenti precipitiamo nell’acqua stagnante. E’ opera di Dio il fatto di mandarci ancora il suo Angelo a sorprenderci con qualche invito, con qualche richiesta, con qualche novità, con qualche argomento.

Eligio: L’agitazione dell’acqua sarebbe la sollecitazione da parte di Dio?!

Luigi: Sì, da parte di Dio che scende dall’alto. Cioè è un annuncio, un richiamo, un messaggio, un invito per scuoterci. In seguito c’è l’incontro col Cristo. Ecco, Cristo viene e allora non c’è più bisogno del movimento dell’acqua. Questo ci fa capire che è Lui stesso l’acqua in movimento. Il paralitico dice: “… non ho nessuno che mi butti…”, ma come Lui viene gli dice: “Alzati e cammina”. Ormai il movimento dell’acqua è venuto con l’incontro del Cristo. Cristo è Colui che viene sotto i nostri portici, nelle nostre malattie: incontrare Lui è incontrare l’acqua in movimento, il torrente, la sorgente. Non c’è più bisogno di qualcuno che ci butti nell’acqua, perché è Lui la vita. Ma questo lo vedremo ancora.

Per ora approfondiamo il concetto di malattia che deriva dal fatto di non passare attraverso la porta, di non entrare nella Città di Dio.

Noi siamo in una vita che è un cammino, non possiamo arrestarci, Dio stesso sollecita continuamente a camminare. Sollecitandoci a camminare ci fa giungere a questa porta. E’ la tentazione di Adamo e di Eva: man mano che crescevano in colloquio con Dio fino a che arrivarono a questa richiesta. Dio ci fa proposte in continuazione, ed ogni proposta ci mette in condizione di superarci: è un invito a superarci. Noi possiamo superarci in tante cose, ma quando arriva la richiesta del superamento del proprio io, che è la condizione per entrare per la porta delle pecore (“Le mie pecore ascoltano la voce del Padre mio” dice il Signore, cioè hanno questa apertura verso il Padre, invece chi non ascolta il Padre diventa pecora del mondo), non ci superiamo. E quando non ci superiamo il filo della nostra vita viene tagliato; e allora comincia il male, la malattia.

La malattia è disunione da Dio. L’unione con Dio non deriva dalla nostra volontà, “Faccio un atto di volontà e mi unisco a Dio”, no. L’unione con Dio è una strada che congiunge il nostro deserto, la nostra lontananza fino alla Città di Dio. Possiamo restare su questo cammino soltanto se camminiamo; e camminando arriviamo alla porta della Città di Dio. Qui troviamo la condizione per entrare. Sulla porta c’è scritto: “Si entra soltanto a questa condizione…”. Perché nel Regno di Dio il primo è Dio, la Luce è una sola e chi regna in tutto è Dio. La condizione per entrare è questa: non può più esserci il nostro io al centro.

Il cammino della vita passa attraverso questa porta, per cui se noi non superiamo noi stessi, tagliamo la vita a noi stessi. Tagliando la vita ci priviamo della possibilità di accogliere la novità e precipitiamo nella stasi, nell’abitudine, nella regola, cioè ci priviamo proprio della fonte della vita. E allora incomincia a stagnare l’acqua, in cui ogni tanto qualcosa ancora si muove. Ed è opera della misericordia di Dio.

Naturalmente più il nostro io si gonfia e più la nostra vita precipita in questa non vita.

Pinuccia B.: L’acqua rappresenta la vita?

Luigi: Sì, sono le lezioni della vita. Dio continuamente ci dà lezioni di vita, però nel pensiero dell’io tutte queste lezioni che da parte di Dio sono di vita, vengono private della novità, dell’attrazione. Il nostro io ha questo potere tremendo: rende vecchie, appiattisce tute le cose. Più noi viviamo nel pensiero del nostro io e più rendiamo vecchie tutte le cose. Ma renderle vecchie vuol dire privarci dell’attrazione. E se noi ci priviamo dell’attrazione, moriamo. Più niente ci attrae: ecco il senso della vecchiaia, tutto è inutile perché tutto è vecchio.

Cosa è successo da farci trovare tutto vecchio, quando siamo in un campo di novità continua? Lo Spirito di Dio è Spirito di novità, è Spirito Creatore: vuol dire che c’è disunione tra la nostra anima e lo Spirito di Dio.

La vita eterna è novità continua. Dio è il Creatore. Non è una statua il Creatore. La creazione di Dio è novità continua. Dio parla ed essendo un essere infinitamente superiore a noi è fonte d novità e quindi fonte di vita per ognuno di noi. La condizione è quella di essere aperti a Dio, di ricevere da Dio, perché la novità è in Dio, la vita è in Dio non in noi. la vita non si trasferisce automaticamente in noi, la vita è sempre in Dio. Dio parlando a noi invita noi a trasferirci. Non è la vita che si trasferisce in noi. Dio parlando, ci invita a trasferire noi in Lui, nel suo Verbo dove c’è la Vita.

“In Lui era la Vita”, cioè “è” la Vita, perché in Dio tutto è eterno, quindi in Lui è la Vita. San Paolo grida: “La nostra vita è nascosta in Dio”. La vita è sempre in Dio. Dio parlando invita noi a entrare nella vita. Ecco perché l’ingresso nella Città di Dio è significato da una porta. Non è chiusa, ma è una porta, e questa porta è un io: “Io sono la porta”. Bisogna passare attraverso un altro io, l’io del Cristo, non attraverso il nostro io. Per cui Egli dice: “Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, superi se stesso, si apra”, ecco il processo dell’amore. Dio è Carità, Amore. Amore vuol dire pensare all’Altro e quindi richiede il superamento. Entrare vuol dire far dipendere da-. Entrare nella Casa di Dio è far dipendere tutto di noi da Dio. La Casa di Dio è il luogo in cui tutto dipende da Dio.

Soltanto facendo dipendere da Dio, noi entriamo. Il concetto spirituale di entrare è un concetto di dipendenza. Entriamo nella misura in cui facciamo dipendere da-. Ma ad un certo momento quello che deve dipendere da-, è soprattutto il nostro io, è lì il difficile per noi. Noi dobbiamo far dipendere da Dio tante cose; ed è il Signore che ce lo chiede. “Fa dipendere questo e quest’altro…”, e ad un certo momento ci dice: “Fa dipendere anche il pensiero di te stesso da me: metti prima Me, poi il pensiero del tuo io”. Questa è la condizione per entrare. Se noi non riconosciamo questa dipendenza (che è un processo di giustizia: “Dà a Dio quello che è di Dio”), ci mettiamo fuori.

Siamo noi che ci mettiamo fuori, nelle tenebre esterne. In tal caso abbiamo solo più l’esterno, non più l’interno. Se invece entriamo, l’interno congloba anche tutto l’esterno. Se non entriamo l’esterno invade anche tutto il nostro interno, e noi non siamo più padroni della nostra anima. Anche il nostro intimo, la nostra anima è invasa dalle tenebre esteriori, perché restiamo dominati dagli avvenimenti esterni.

Gli avvenimenti esterni non sono in mano nostra, per cui subiamo la schiavitù di quello che accade. Sentiamo le catene, le nevrosi, l’angoscia, la tristezza: siamo esseri proiettati nelle tenebre esteriori.

 

Pinuccia B.: Lettura dei riassunti:

        Continuazione del riassunto dell’incontro 4/XII sul tema della fede: “Avendo sentito dire, andò”.      La fede è il primato dell’invisibile sul visibile. La fede è desiderio di vedere la gloria di Dio. Arriviamo a vedere la gloria di Dio quando vediamo tutto in Lui. Bisogna cogliere l’eterno nelle cose che passano e questo è possibile solo nel pensiero di Dio. Nel pensiero dell’io ad esempio il tempo, lo si vede come il passare delle cose; nel pensiero di Dio lo si vede come Dio che viene.

Se Dio viene è necessario preparare l’incontro, conoscendolo prima che venga. La fede è permanenza in ciò che si è udito. La Parola di Dio arriva a tutti, ma non tutti vi permangono. La permanenza è effetto di tanto raccoglimento. Più uno raccoglie seguendo la parola e più ha la possibilità di stare raccolto, fino ad arrivare ad essere tutto attenzione, tutto sguardo a-, tutto pensiero di Dio. L’eternità è essere tutto pensiero di Dio, vivere in questo pensiero.

Siamo creati per essere tutto luce e lo diventiamo nella misura in cui permaniamo. La permanenza richiede un continuo superamento dell’io per guardare in alto, per cercare la luce in Dio. La notte è opera di Dio per dire a noi che non abbiamo messo prima di tutto Lui. E’ lo specchio della nostra anima che cammina nelle tenebre. Fermarci sulla parola di Dio, interessarci è già un donarci; ed è questo che Dio chiede alla creatura. Bisogna imparare poi a parlare, ad agire secondo il nostro pensare. Da qui la felicità. L’infelicità invece nasce dal fatto che si pensa in un modo e si agisce in un altro. Questo crea la notte, perché ciò che parte da noi, non secondo lo Spirito, non è secondo la nostra anima. La nostra anima desidera una cosa e noi ne facciamo un’altra: ecco l’infelicità.

Bisogna fare quello che desidera la nostra anima, senza preoccuparci di niente. Allora la pace, la luce, la felicità si formano in noi, perché si unifica il pensare, il parlare e l’agire. Più ci fermiamo con la Parola di Dio e più essa ci raccoglie. Bisogna farne tesoro e stare sempre in ascolto, anche quando parliamo. La vera preghiera è invocare per imparare a conoscere la sua Volontà, cioè è ascoltare per imparare da Lui ciò che dobbiamo pensare, parlare, agire, in modo che sia lo Spirito che ci fa pensare, parlare e agire. E allora abbiamo il “figlio”. L’unico dono che possiamo fare a Dio è mantenerci in questo ascolto. Un bicchiere d’acqua dato per amore di Dio, una parola detta per amore di Dio, per il pensiero di Dio, già ci unisce a Dio, e aumenta l’attrazione.

Ciò che ci unisce è il motivo per cui facciamo una cosa, fosse anche una sciocchezza fatta in buona fede. E’ Dio che ci ispira tutto: “Fa questo per me”. Non c’è un’azione virtuosa di per sé, è il motivo che conta.

Dobbiamo imparare a lasciarci guidare da Lui, a lasciarci ispirare da Lui. Un semplice pensiero noi non l’avremmo se Dio non ce lo mandasse. Ma come si affaccia un pensiero, segue immediatamente la tentazione dell’io, che ci può motivare a fare o a non fare quell’azione. Bisogna imparare a stare nell’unica Causa di tutto e non far subentrare a questa Causa un’altra causa; ad esempio rifiutandosi di occuparsi di qualcosa per il timore del giudizio degli altri.

 

Cina: Mi vedo in quella moltitudine ferma e inferma.

Luigi: Quella moltitudine rappresenta tutti i nostri pensieri, che sono fermi, paralizzati, alla porta della Città di Dio, perché non riescono ad entrare nella luce. Dio parla personalmente ad ognuno di noi e quindi la moltitudine è tutta la nostra vita che è malata, paralizzata. Tutti i malati che incontra Gesù sono segno delle malattie che noi portiamo nella nostra anima; soprattutto la paralisi, perché la paralisi rappresenta l’anima che non è più capace di camminare verso Dio. Non avendo camminato (camminare vuol dire superarsi) si diventa incapaci di camminare, si diventa incapaci di superarci.

I pensieri che arrivano in noi è Dio che ce li semina, però non crescono, cadono sulla nostra terra, e subito vengono portati via. Sono pensieri che non si sviluppano in luce, perché per svilupparsi in luce dovrebbero trovare un terreno profondo, un terreno disponibile, che con la pazienza, meditando, custodisce. E per meditare bisogna avere un ordine nella nostra anima, un ordine nei nostri pensieri; è il terreno profondo. Ma è una delle cose più difficili, per noi che viviamo una vita motivata soltanto da fatti esterni, da sentimenti, da reazioni, ecc.

Non siamo capaci a pensare. Ora, se la nostra vita viene dal pensare, soprattutto dal pensare rettamente, dobbiamo preoccuparci di fare la giustizia essenziale. Fare la giustizia essenziale vuol dire mettere prima di tutto nella nostra mente, nel nostro pensiero quello che va messo prima di tutto. Bisogna mettere Dio al centro e poi far dipendere ogni cosa da Lui (ecco l’ordine). Per cui il Signore è il Dio dell’ordine.

Pensare vuol dire stabilire l’ordine dentro di noi e collegare ogni cosa con Dio perché soltanto collegando le cose i pensieri si illuminano, e allora diventiamo capaci di camminare. Il Signore ha fatto vedere a qualcuno (la scala di Giacobbe) il Suo Regno come una scala lungo la quale gli angeli discendono e salgono.

A Natanaele promette: “Vedrete i cieli aperti e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo”. Tutto viene a noi da Dio; difficile è per noi riportare tutto a Dio. Ora, se teniamo presente che la vita non sta in quello che viene a noi, ma sta in quello che noi riportiamo a Dio, non riportando a Dio ci priviamo della vita, e la vita è luce e noi ci priviamo della luce. E’ la notte. Ecco che i nostri pensieri vengono paralizzati. Nella notte tutto diventa statico, tutto diventa paralizzato; non si può camminare nella notte e se si cammina si cade. Per camminare bisogna avere la luce.

“Lampada per i miei passi è la tua Parola, o Signore”. La luce che ci fa camminare è data in noi dall’ordine interiore, e l’ordine interiore ha come anima il Principio e il Fine. Principio e fine è Dio.

Se dentro di noi stabiliamo l’ordine, ci accorgiamo che i nostri pensieri camminano, la nostra vita acquista vitalità, acquista capacità di reggersi in piedi e di camminare. E’ la predicazione che lo Spirito di Dio invita a fare al profeta Ezechiele di fronte al campo di ossa sterminato: “Parla, predica la Parola!”, e predicando la Parola di Dio le ossa poco per volta si riuniscono, vengono ricoperte dai nervi, dai muscoli, ecc.; ed ecco un esercito meraviglioso: è l’ordine, forza dell’uomo. Quindi da pensieri che sono dispersi, paralizzati, che non possono riunirsi, se la Parola di Dio viene predicata, si ristabilisce l’ordine. E’ l’ordine stabilito dal Cristo.

Il grande ordine che stabilisce Cristo venendo tra noi è la passione per l’unica cosa necessaria; ce la mette sempre davanti. L’ordine si stabilisce quando uno ha una meta ben chiara, al di sopra di tutto, un amore unico; è la purezza di cuore, è la semplicità (“Beati i puri di cuore: questi vedranno”), è la nettezza, è questo aver una sola cosa davanti.

Quando uno invece ha diverse cose, allora c’è il disordine. Il disordine è molteplicità, una molteplicità non coordinata in un unico fine, in un unico pensiero.

La moltitudine di malati rappresenta la moltitudine di pensieri sparsi, seminati in noi senza frutto, resi inutili; perché il seme che è stato seminato non è morto a se stesso: “Se il seme caduto in terra non muore a se stesso non porta frutto”: non trova il terreno, l’io morto a se stesso. E quindi marcisce e noi diventiamo un campo di ossa sterminate. Sono tutte opere di Dio; erano tutti pensieri che dovevano essere una strada per portarci nella luce, nel Regno di Dio, ma per noi sono diventate ossa sparse, diffuse, disseminate, non più strada. Ecco la molteplicità, l’umanità malata che si riassume dentro di noi, nella paralisi.

 

Cina: Però c’è un pensiero incoraggiante (perché se penso quello mi vedo proprio morta): “Dio parlando ci invita a trasferirci in Lui”.

Luigi: Tutto ciò che Dio fa è un invito a camminare: “tutto per te”. E’ nel pensiero del nostro io che noi rendiamo sterile tutto. Ciò che noi rendiamo sterile è dono di Dio: priviamo della vita i doni di Dio. I doni di Dio vengono a noi per darci la vita, per farci camminare; ma nel pensiero del nostro io soffochiamo tutti gli inviti, tutti i doni di Dio. Non è che Dio ci dia dei doni sterili, morti, non efficaci; da parte di Dio tutto è carico di vita. Già nel racconto della Creazione è detto che tutto ciò che il Signore aveva creato era pieno di vita e dava vita ad Adamo. Adamo riceveva vita da tutte le cose. E se noi siamo con Dio tutto ci dà vita, non c’è nulla di male. Non c’è nulla che faccia male per chi è con Dio. Il male non viene dall’esterno, il male parte dal di dentro (e questo di dentro è formato dall’io). Per chi è con Dio, tutto, anche le disgrazie, anche il dolore, anche la morte, anche quello che nel mondo attorno a noi sembra rovinoso, è dono di Dio, è lezione di Dio, è tutta grazia, è tutta vita. E’ tutta vita perché Dio è vita, ed essendo vita, dissemina, carica di vita tutte le sue opere. Ogni parola sua è piena di vita per noi. Ma se noi, invece di vedere la sua parola, vediamo la nostra parola nella parola di Dio, questa non ha più vita per noi, perché la vediamo come espressione del nostro io.

Il nostro io ha la tremenda possibilità di generare se stesso nel Verbo di Dio e toglie al Verbo di Dio la vita. Infatti lo uccide.

 

Amalia: Questo superamento del nostro io è anch’esso un dono di Dio?! Non siamo noi che lo facciamo.

Luigi: Sì, è un dono di Dio.

Amalia: Concretamente sta nell’attenzione a Dio, nell’ascolto, nel raccoglimento.

Luigi: Sì, sta nel non lasciarsi mai motivare dal nostro io, perché Dio deve diventare motivo di vita. L’attenzione a Dio semina in noi una motivazione. Per cui se noi in qualcosa siamo motivati dal pensiero del nostro io, la nostra attenzione è afferrata da quel motivo. Noi possiamo seminare, generare il nostro io; diventiamo figli del nostro io e questo ci porta molto lontano. E’ la motivazione che ci fa figli.

“I figli di Dio nascono da Dio”. Nascere vuol dire “essere motivato da”. Quindi quando noi diamo semplicemente un bicchiere d’acqua motivati da Dio, questo già ci fa entrare, ci fa essere attratti da Dio. Se si è attratti la vita diventa più facile. L’attenzione allo spirito è già più efficace, anche solo per un semplice bicchiere d’acqua. Se invece facciamo qualcosa motivati dall’io, questo ci rende meno attraente Dio, ci mette in un altro campo. E tutte le altre cose ci attraggono, pesano di più su di noi.

S. Agostino dice: “Il mio peso è il mio amore”. Ecco, noi determiniamo gli amori a seconda di quello che ci motiva dentro. Superare il nostro io vuol dire appunto lasciarci motivare da Dio, nel pensare, nel parlare, nell’agire. Più noi ci lasciamo motivare da Dio più camminiamo, più si forma l’ordine in noi, perché Dio è il Creatore dell’ordine.

E’ per grazia di Dio che noi superiamo noi stessi, è vero. Superiamo noi stessi in quanto ci manteniamo nell’ascolto. Dio parla per farci superare. Ci sono le tentazioni per farci superare il problema del mangiare, del vestire, della figura, della gloria; è un cammino crescente, fino ad arrivare al superamento stesso dell’io. Dio ci conduce a capire che l’anima di tutto è  Metti al centro dei tuoi pensieri il mio pensiero, perché sono Io il Creatore, sono Io il Signore. Uno solo è il Signore. Uno solo è il Signore Dio tuo: non avrai altro Dio, cioè non avrai altro motivo di vita”. E allora la vita diventa semplice, ordinata. E allora si forma la luce: la luce è una conseguenza dell’ordine. La vita è una conseguenza della luce.

 

Nino: Bisogna fare molta attenzione per non far l’errore di lasciarci motivare dall’io prima di agire, parlare, muoversi, cioè far sempre riferimento alle parole di Gesù.

Luigi: Queste ci liberano.

Nino: Ma è molto difficile.

Luigi: La nostra vita è piena di atti riflessi, di atti abitudinari o del “così fan tutti”, ma questo non è vita.

Nino: Allora quando ci viene un pensiero bisogna immediatamente chiederci se è nostro o se è di Dio?

Luigi: E’ sempre di Dio, tutto ci viene sempre da Dio. Bisogna riportarlo, ricollegarlo a Dio. Nelle cose che arrivano a noi c’è sempre la mano di Dio. Noi apparteniamo al Regno di Dio. Quindi tutto quello che arriva a noi è opera di Dio. Ma non basta che arrivi a noi: la vita non sta lì. La vita sta nel riportare a Dio. Riportando a Dio, le cose che arrivano a noi si illuminano. Allora capiamo se il pensiero va seguito o scartato. Dio diventa la nostra Guida, il nostro Maestro.

Ad esempio, ieri sera si meditava che i fratelli di Gesù lo sollecitano ad andare alla festa. Gesù dice: “No, io non vado a questa festa, a questa vostra festa”. E non va. Ora, se i fratelli lo sollecitano, è attraverso il Padre, attraverso Dio che avviene la sollecitazione, ma è tentazione. Portandola a Dio la cosa si illumina: “No, non posso approvare la vostra festa”. Egli dice: “No!”, è motivato dal Padre. Noi se non riferiamo al Padre ci comportiamo per altri motivi. “Forse faccio piacere, non è una cosa cattiva, ecc.”. Allora seminiamo altri motivi e ci stacchiamo da Dio. Quando Maria e Giuseppe lo cercano, arriva loro il rimprovero: “Ma perché mi cercavate? Non sapevate che io mi debbo occupare delle cose del Padre mio?”, è la risposta di Gesù. In caso diverso avrebbero prevalso altri motivi: l’autorità, padre, madre, ecc..

Ricevi da Dio, riportalo a Dio, vedilo in Dio. Ecco la nettezza: dobbiamo occuparci delle cose del Padre! Così la vita resta libera da tutto.

Di fronte alla tentazione, “Se sei figlio di Dio dì a questa pietra che diventi un pane”, “Buttati, perché intanto gli angeli ti sosterranno”, il Figlio di Dio non può agire soltanto perché motivato, sollecitato da altri. Se il Padre non parla, il Figlio non si muove, a costo di morire di fame. Lui sa che può cambiare una pietra in pane, ma se il Padre non lo dice, Lui non lo fa, a costo di morire di fame, perché la sua vita è il Padre, non il pane. E’ proprio questa nettezza, questo far conto su Dio che lo mantiene unito al Padre. Certo, per far conto su Dio bisogna credere in Dio, perché se uno non crede in Dio dice: “Qui io muoio di fame”. “Va, tuo figlio vive”, il Funzionario credette, ma per credere ha rischiato. Se non avesse avuto fede in Dio, allontanandosi dal medico, rischiava di trovarsi il figlio morto. C’è sempre questo rischio. Per questo nel pensiero dell’io non possiamo credere, abbandonarci. Se invece facciamo conto su Dio, crediamo in Dio, nel pensiero di Dio (quindi superiamo il pensiero dell’io), superiamo il momento critico. Per cui dobbiamo anche superare la nostra esperienza, quello che già conosciamo, quello di cui ci fidiamo.

Una volta che abbiamo obbedito alla parola di Dio e l’abbiamo tradotta in vita, incominciamo a sperimentare il miracolo. “Tocca con mano che Dio è veramente Colui che opera in tutto!”. “Io credevo che senza questo non si potesse e invece ho sperimentato…”, ecco la grande liberazione! Ad esempio quel missionario in Africa che scopre la liberazione. Si stupisce come qui ci si debba tanto affaticare, lottare per guadagnare, per arricchire e intanto si muore, si perde la sorgente della vita. Avendo sperimentato il miracolo canta giulivo, ovunque sia, perché ormai sa che tutto è nelle mani di Dio.

 

Eligio: Mi pare che in questo andare delle anime malate alla piscina ci siano alcuni passaggi in cui l’iniziativa nostra ha una parte, naturalmente sempre attratta dalla grazia di Dio. Per esempio bisogna riconoscerci ammalati e poi partire, staccarci dalle nostre abitudini mentali rivolte alla consuetudine, per rivolgerle a Dio, alla sua volontà. Quindi possiamo fare qualcosa. Però l’ultima parte della guarigione che consiste nell’immersione nella piscina, avviene senza possibilità di iniziativa nostra. Infatti è l’angelo che agita l’acqua, e poi dev’esserci qualcuno che ci immerga.

E allora qual è l’atteggiamento che l’anima, scoprendosi malata, deve tenere per avere questa guarigione?

Luigi: Nella paralisi c’è niente da fare, bisogna solo aspettare.

Eligio: Ma non credo che sia un atto automatico, indipendente dalla volontà dell’uomo.

Luigi: Ma nemmeno è dipendente dalla volontà dell’uomo; nell’episodio del paralitico che viene calato dall’alto, abbiamo un segno evidente di chi non si può muovere.

Eligio: Ma avrà ben desiderato che qualcuno lo portasse davanti a Gesù!?

Luigi: Certo, chi è malato desidera la guarigione. Gesù viene per chi è malato, non per chi è sano. E’ Gesù che offre la grazia, quindi bisogna che l’anima sia aperta a Gesù che viene. Ma se Gesù non viene noi restiamo paralizzati. L’uomo ammalato non può assolutamente fare niente, deve soltanto aspettare. E’ segno della situazione umana. Prima che Gesù venga, abbiamo bisogno dell’angelo che scenda ad agitare le acque ed abbiamo bisogno di uno che ci butti, che ci sospinga. Ma con la venuta di Cristo, non c’è più bisogno dell’uomo, perché il Cristo supplisce tutto, supplisce il movimento dell’acqua.

Eligio: Ma allora il risultato sarebbe uguale, sia incontrando Gesù che non incontrandolo.

Luigi: Il risultato sì, perché l’acqua agitata già significa il Cristo. Qui poi dice: “Di qualunque male, il primo che si buttava era guarito….. Quel buttarsi per primo è ricco di significato. E’ un mettere prima di tutto. Per cui di fronte al Profeta che viene ad agitare le acque, a mettere in crisi, se uno si butta, cioè segue la Parola di Dio, può giungere al Cristo, quindi alla guarigione.

Eligio: Il paralitico è guarito da Gesù. A questo punto qual è la funzione dell’acqua che dovrebbe guarire? Perché gli altri sono stati miracolati che sono guariti nell’acqua non hanno incontrato Gesù? O per lo meno ci viene presentato il loro incontro con Lui?

Luigi: Questo ci fa capire che l’acqua è già segno di Gesù.

Eligio: Però non è ancora la realtà. Allora perché già guarisce se è Gesù che guarisce?

Luigi: Sì, ma tutti i segni, proprio perché tali, significano quello che avverrà con Gesù. Tutto ci anticipa Lui, sola realtà. Però l’acqua non sostituisce Gesù, ma è solo segno di Lui. Infatti non tutta l’acqua guarisce, ma solo quella che è agitata dall’alto. Qui sta il segno. L’acqua di per sé non guarisce, perché l’acqua è stagnante. Quando l’acqua è agitata dall’angelo che discende dall’alto (ciò che discende dall’alto è parola di Dio, quindi Verbo di Dio) guarisce. La vita viene dall’alto. Abbiamo tanti segni, ma i segni condotti nel fine rappresentano Uno solo, diventano persona. Per cui ad un certo momento diremo: “Ah, eri tu!”. Come mai? Perché erano segni suoi.

Adesso noi vediamo tante creature, ma ad un certo momento, quando si aprirà il velo, vedremo che nel volto di queste creature era Lui che parlava. Era uno solo.

Quindi ci sono i segni, ma come colleghiamo i segni con il significato?

Ad un certo momento il velo si apre, si squarcia e ci rivela il panorama: in tutti i segni c’era già qualcosa di Dio, c’era già il Verbo di Dio che parlava. Per cui Lui ci dirà: “Io parlavo con te e tu non sapevi?”. Ad un certo momento tutto, la porta, la piscina …. diventa…. Il Cristo che sana. In tutto c’è il Cristo che sana.

Ma il nostro io può mandare a morte il Cristo.

 

Rina: Volevo fare la stessa domanda che ha fatto Amalia sul superamento dell’io.

Luigi: Superare l’io è grazia di Dio, ma richiede anche l’attenzione da parte nostra.

Rina: Avviene attraverso un processo di dipendenza da Dio? Solo così entriamo nel Tempio, no?

Luigi: Noi entriamo nel Tempio nella misura in cui rendiamo le cose dipendenti da-, soprattutto il nostro io. Dio (e quindi il superamento del nostro io) è il massimo degli impegni. Dio per aiutarci ad arrivare a questo massimo impegno, ci invita prima di tutto con delle cose semplici (ecco i segni): “Offri a Me questo, fa dipendere questo da Me”. Piccole cose: la fedeltà nel poco. Ci invita cioè ad essere fedeli nel poco. Se noi cominciamo ad essere fedeli nel poco, magari in un pensiero, una parola: “puoi dire una parola, puoi non dirla, ecco, falla dipendere da Me”. Invece se guardiamo a noi pensiamo: “Se dico quella parola magari faccio bella figura, mi metto in vetrina”. “No”, ci dice Dio “Falla dipendere da Me, taci, fai silenzio”. Ecco la dipendenza da Dio. “Puoi pensare a questo o puoi pensare a quell’altro: pensa a quello che ti suggerisco Io, a una parola mia”: ecco la dipendenza da Dio. Dio ci prova attraverso queste piccole fedeltà. Quanto più siamo fedeli nel poco, tanto più Dio ci fa avanzare sul suo cammino. Certe volte il Signore ci dà la possibilità di un minuto di fedeltà in ventiquattr’ore; ma se noi siamo fedeli in questo poco (ad esempio possiamo aprire una rivista sciocca, di mondo o possiamo aprire il Vangelo, guardare qualcosa di eterno, di essenziale), Dio ci offre più spazi di fedeltà. Questo è dipendere da Dio, anche se ci costa, perché naturalmente per le aderenze precedenti, ci attrae di più la rivista di moda, la rivista del mondo.

Bisogna cercare qualcosa di eterno e superare le cose transitorie: ecco la fedeltà nel poco. Man mano che questa fedeltà nel poco viene da noi testimoniata, Dio ci allarga le sue richieste e quindi la possibilità, fino a quella che è la grande prova del supermento dell’io: far dipendere anche il nostro io da Dio. Perché noi diventiamo veramente liberi soltanto il giorno in cui riusciamo, come dice Papa Giovanni, a mettere il nostro io sotto le nostre scarpe; altrimenti non siamo liberi, perché nel pensiero dell’io ci carichiamo di catene.

Quando uno entra nella libertà del Regno di Dio canta, perché è figlio di Dio. Che cosa ancora gli fa paura? Ecco la bellezza: si è liberi! Ovunque uno sia c’è Dio, Dio che pensa, Dio che provvede. Uno potrebbe dire: “E’ un’utopia!”, ma all’atto pratico si constata la vita e la libertà, perché Dio effettivamente vive e opera in tutto.

Quanto più invece uno pensa a se stesso, tanto più si accorge che si priva di vita. Nel mondo ci si carica di tante cose attorno, ma non di vita. Sarebbe come mettere tanto letame attorno a un albero morto. Cosa serve tanto letame se ormai l’albero è morto? Ora, noi ci preoccupiamo tanto di avere (letame), ritenendo che la vita venga dall’avere. No, bisogna preoccuparsi di vivere.

Preoccupati di avere la vita dentro, non di avere attorno. Ma per avere la vita dentro, bisogna mettere prima di tutto Dio, perché la vita è Dio.

La tragedia nostra è questa: passiamo tutta la vita a metterci attorno del letame o dei fertilizzanti e dentro moriamo, non ci curiamo della vita.

Rina: Succede questo perché non siamo abbastanza convinti?!

Luigi: Non siamo abbastanza convinti della Verità di Dio, non ci fidiamo, abbiamo timore di rischiare, abbiamo il terrore e diciamo: “se qui non facciamo i furbi, ci manca la terra”. E questo vuol dire che noi, praticamente, dipendiamo dal nostro io, non dipendiamo da Dio; non siamo molto sicuri che Lui pensi a noi. Magari, parlando di Dio diciamo che è bello, magari preghiamo, ma la preghiera si riduce a essere una distensione di animo.

Far conto su Dio vuol dire ben altro: vuol dire rischiare la propria vita. La vera, grande liberazione è scoprire la Realtà del Dio che è operante tra noi. D’altronde, mi sembra una cosa abbastanza logica, perché non siamo noi i creatori. Quindi se un altro è il Creatore, un altro è certamente Colui che opera in tutto. Se è Creatore, opera certamente in tutto. Quindi è un’illogicità, in fondo è una contraddizione, non far conto su Dio. Noi siamo degli illogici. Perché credere in Dio e non credere che Dio sia Colui che opera in tutto, è un’illogicità.

Dio essendo il Creatore, è un Creatore sempre; quindi è Uno che opera in tutto, è presente in tutto. Proprio come dice Gesù: “Anche i capelli del vostro capo sono contati, perché temete? Uomini di poca fede? Ero sempre qui con voi”.

Entrando nel suo Regno, faremo per prima cosa questa scoperta: Lui era sempre con noi. E noi? E’ lì la pena, la tristezza: “Lui è sempre stato con me ed io sono stato con altri, ho sempre fatto conto su altro!”.

 

 

        APPENDICE:

 

    L’agitazione dell’acqua è segno di vita, la cui pienezza è nel Verbo. Abbiamo due estremi:

·        il Verbo in cui c’è continuità di vita: e allora nella misura in cui noi siamo uniti al Verbo viviamo,

·        e l’io: nel pensiero dell’io c’è l’acqua stagnante, per cui più stiamo nel pensiero dell’io e più decadiamo verso la non vita.

L’acqua stagnante è segno di assenza di vita, di morte. Tra i due poli, c’è tutta l’opera di Incarnazione di Dio, di rivelazione da parte di Dio, che è continua, verso di noi, ma che è colta da noi soltanto ad intermittenza, perché noi siamo nel pensiero dell’io: sono i punti di interferenza tra l’ombra e la luce.

L’interferenza è data dal passaggio del Signore che viene e va: se ne va, perché appartiene all’altro mondo, per cui se noi non gli andiamo dietro, se non ci buttiamo subito, rimaniamo nella nostra paralisi.

Tutto il Vangelo è nuovo, tutto ciò che accade è novità, anche se si ripete sempre, ma noi nel pensiero del nostro io facciamo vecchio tutto. Ogni tanto ci colpisce una parola: ecco l’intermittenza (ed è misericordia sua): se ci buttiamo subito, cioè se ci impegniamo dietro quella parola che ci è apparsa nuova, siamo guariti. E’ l’azione di tutti i Profeti, di tutte le creature. Cristo però si differenzia da tutti i profeti, dagli angeli, dalle creature, ecc. perché ha la vita in Sé. L’incontro con Lui guarisce.

Il suo eterno (la sua stabilità), viene e tocca il tempo (la nostra instabilità) in un punto, come la retta tangente ad un cerchio lo tocca in un punto. Se non lo seguiamo nel punto in cui Lui viene a contatto con noi, rimaniamo nel nostro mondo. Perché Lui se ne va nel suo mondo, non può restare nel nostro mondo.

C’è questa intermittenza nella creatura, finché essa non è stabile nel Verbo. E allora ecco che Dio si allontana (cfr. il re che si allontana per ricevere l’investitura dai suoi sudditi) e poi ritorna.

 

 

N.B.: Il testo, tratto da registrazione

(integrato con appunti anche di altri incontri sullo stesso argomento),

non è stato riveduto dall'autore e mantiene lo stile discorsivo.

 

 Descrizione: http://www.pensierisudio.com/flrw11.gif

 

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