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Gv 6,53-I: «Altercavano allora i giudei dicendo: “Come mai costui può
darci da mangiare la sua carne?”»
(Il “come” che ci fa concepire)
Conversazione:
Eligio:
Avrei ancora alcune domande sul versetto precedente. Come avviene da parte dell’anima
dell’uomo, questo processo di manipolazione della carne del Cristo? Quando
avviene questo nell’anima dell’uomo? E l’uomo ne ha coscienza?
Luigi:
L’uomo non è ha coscienza. Infatti vediamo che i giudei, i farisei, hanno
mandato a morte il Cristo senza essere coscienti, anzi ritenendo di rendere
gloria a Dio, ritenendo di fare un’opera di giustizia. Non c’è coscienza,
perché la percezione, quindi la consapevolezza delle nostre azioni noi
l’abbiamo soltanto in rapporto diretto con la Verità, a tu per tu con Dio.
Quando siamo distratti, dispersi nel mondo, non possiamo renderci conto di
quello che facciamo. San Paolo dice: “Hanno mandato a morte il Cristo senza rendersi conto
di quello che facevano”. San Pietro dice: “Avete ucciso l’Autore della vostra
vita”.
E lo dice dopo la Pentecoste, quindi c’è la Sapienza che parla. Infatti gli
uomini uccidono la loro vita senza saperlo, perché la consapevolezza è soltanto
in Dio. Più noi siamo vicini a Dio e più prendiamo consapevolezza delle cose,
per partecipazione.
La vita non è in noi, la vita è in Dio,
poiché Dio è la vita. L’Essere è il Vivente, noi viviamo nella misura in cui
partecipiamo con Colui che è. Allontanandoci da Dio noi ci priviamo della vita.
Quindi è una diminuzione di vita che sperimentiamo, ma non ci rendiamo conto
del motivo, non ne siamo consapevoli. Non possiamo dire: “Io sto constatando di
essere triste, di essere angosciato, di essere nelle tenebre, di non saper dove
andare, perché mi sono allontanato da Dio”. Questo lo può dire colui che vede
Dio, che vede il regno di Dio. Colui che vede la vite può dire che il tralcio è
seccato perché è stato tagliato dalla vite, ma colui che subisce la privazione
non può essere consapevole. La consapevolezza, la vita, la pace, la gioia
sono in Dio, e sono in noi soltanto in quanto partecipiamo a Dio.
Eligio:
Quindi non possono fare nulla per evitarlo.
Luigi: Non
possono fare nulla per evitarlo.
Eligio: Ma
c’è anche una colpevolezza.
Luigi: La colpevolezza
sta nel fatto che non si è messo Dio al primo posto. La colpevolezza sta nel
fatto che mi sono ubriacato di vino; poi, tutto quello che faccio da ubriaco,
non posso rendermene conto. La colpevolezza sta nel rifiuto di mettere Dio
al suo posto, sta nel fare un atto di autonomia.
Nino: Lì è
il rifiuto iniziale dell’attrazione del Padre.
Luigi: Sì,
sta nel fatto di rifiutare di mettere Dio al suo posto, sta nel fare un atto di
ingiustizia. L’attrazione è una conseguenza. Quando mettiamo Dio al suo posto,
quando mettiamo Dio prima di tutto, allora siamo attratti da Dio. Perché si
richiede questa adesione. Dio si annuncia per quello che è, noi dobbiamo
rispettarlo per quello che è. Nel rispettarlo per quello che è lo mettiamo
al centro, perché Lui è più importante di tutto. Ma se Lui è più importante di
tutto, dobbiamo metterlo nel posto più importante della nostra vita. Quindi
devo pensare più a Lui che alle creature, devo occuparmi più di Lui che delle
creature; devo metterlo al suo posto. Non solo, ma tutte le cose che arrivano a
noi da Dio, le dobbiamo sempre riportare a Dio, dobbiamo sempre riferirle a
Dio, perché riferendole a Dio facciamo un atto di giustizia. Non le dobbiamo
attribuire a noi, al caso, alle creature, perché così facendo facciamo un atto
di ingiustizia, togliamo a Dio quello che è di Dio.
Quindi la consapevolezza dell’uomo non è
possibile se non nel momento in cui è in rapporto personale a tu per tu, senza
nessuna altra distrazione da Dio. Ora, arriva il momento in cui questa consapevolezza
c’è, a cose fatte, perché, essendo Cristo il centro dell’universo, presto o
tardi la creatura è condotta davanti a Lui. E davanti a Lui scopre il suo
delitto. Però una volta che ha scoperto il delitto non è che possa restare,
perché ormai l’ha fatto e il peso di quello che ha fatto le impedisce; lo
riconosce ma non ha la possibilità di sostare. Perché per sostare si richiede
da parte della creatura l’adesione. Quindi arriva il momento in cui la creatura
prende consapevolezza, perché la verità si impone.
Quello che ci impedisce di prendere
consapevolezza è la distrazione che provocano in le creature, per cui non
arriviamo mai alla Verità; facciamo dei piccoli tratti ma poi ricadiamo, si è
sempre distratti.
Tenendo presente che Dio è Spirito, è Pensiero,
capiamo perfettamente che se siamo continuamente distratti non possiamo mai
attingere direttamente al suo Pensiero. Noi ascoltiamo sempre piccole parole,
piccoli brani di frasi, ma non arriviamo mai al Pensiero, quindi restiamo
sempre ad una certa distanza. Non cogliamo mai, non tocchiamo mai niente di
Dio. Questo è dato dalla distrazione; siamo sempre portati via. Non abbiamo la
pazienza di restare nell’ascolto fino al momento in cui Cristo ci rivela il suo
Pensiero.
Circa la manifestazione di noi stessi
sulla carne del Cristo, è Cristo stesso che ce lo dice: “Faranno di me tutto quello che vorranno”. Vuol dire che il Verbo di Dio
incarnandosi si sottomette alla creatura al punto tale da lasciarsi fare dalla
creatura tutto quello che essa vuole. Per cui la creatura lo può classificare
come vuole. Può dire che è uno psicopatico, può dire che è un condottiero, può
dire che è un rivoluzionario; la creatura può dire tutto quello che vuole; può
dire che è un uomo, che è un sapiente, che è un pazzo. Lascia fare. La creatura
scrive se stessa sulla carne del Cristo. Nel Cristo abbiamo la Persona Divina,
è Dio che parla come Persona, ma come carne è uomo. Quello che noi constatiamo
è la carne, perché non possiamo percepire lo Spirito, perché per percepire lo
Spirito, cioè per conoscere Lui, dovremmo essere
col Padre, dovremmo vederlo dal Padre.
Dunque ciò che noi vediamo è la sua carne.
Noi tutti ci vediamo attraverso la carne. La carne è il mezzo
attraverso la quale le nostre persone si rendono presenti l’una all’altra.
Perché questo? Perché non siamo capaci a vedere le persone in Dio.
Però questi corpi sono con noi per poco tempo, e se non impariamo
a conoscere le persone in Dio, arriverà il momento in cui non potremo più
esprimere assolutamente niente; saremo impotenti, ridotti all’impotenza.
Attualmente ci rendiamo presenti, ci manifestiamo attraverso la
carne, attraverso i corpi, ma questo è un “prestito”, è un mezzo, è una “biro”
a disposizione per scrivere un pensiero. Ma la biro si esaurisce, il nostro
corpo si esaurisce; prima che questo si esaurisca dobbiamo imparare non più a
dialogare attraverso i corpi. Per cui attualmente tutto il nostro parlare è
generalmente riferito ai corpi. Anche la conoscenza dell’universo è tutta
riferita ai sensi.
Anche tutti i mezzi di osservazione, i mezzi scientifici, sono
sempre rapportati ad un nostro senso. E così tutto il nostro parlare, è sempre
relativo ai nostri sensi. “Questo brucia, questo è bello, questo è buono”. Noi
dobbiamo imparare e imparare presto, perché il nostro corpo se ne va. Dunque
non dobbiamo più riferire le cose ai nostri sensi ma riferirli a Dio. Dobbiamo
imparare a superare i nostri sensi, dobbiamo affrettarci a superare le nostre
conoscenze relative. E questo accade in quanto mettiamo Dio al suo posto.
Mettendo Dio al suo posto, non ci fermiamo più ai nostri
sentimenti, alle nostre impressioni, alle nostre conoscenze, ma andiamo oltre:
cerchiamo presso Dio, cerchiamo in Dio la significazione. “Signore, qual è il
tuo Pensiero? Che cosa mi vuoi dire di Te?”. In tal modo impariamo a parlare le
cose di Dio, secondo Dio, dal punto di vista di Dio, che è il punto di vista
dell’eternità, perché con Dio siamo nell’eternità. Fintanto che parliamo
secondo i nostri sensi siamo soggetti al tempo, il nostro parlare è soggetto al
tempo perché il nostro corpo passa, quindi siamo immersi nel tempo. Ma quando
pensiamo Dio e raccogliamo le cose in Dio, entriamo nell’eternità. In tutte le
cose noi dobbiamo sempre riferire a Dio.
Già nel medioevo i teologi dicevano: “Sub specie aeternitatis”: vedere tutte le cose dal punto di vista
dell’eternità. Solo così vediamo bene, vediamo secondo lo Spirito, secondo Dio.
Siccome nel Verbo di Dio noi non siamo capaci a vedere la Persona
Divina, in quanto ci siamo separati, presi dal pensiero del nostro io, per
entrare in dialogo con noi è necessario che si faccia carne. Altrimenti noi
siamo fratturati, non c’è nessuna nostra facoltà che ci faccia riprendere il
contatto con Dio, perché Dio è Infinito e noi siamo finiti. Dunque è necessario
che Colui con il quale abbiamo perso il contatto, scenda a livello nostro, cioè
si faccia carne. Però deve farsi carne, senza essere carne.
Per cui abbiamo il Verbo di Dio che assume una carne e dice: “Questo è mio…; questo è il mio Corpo, questa è la mia
Carne”. In questo modo Egli
prende contatto con noi.
La carne, abbiamo detto, è il mezzo attraverso cui un essere, una
persona, noi stessi, si rende sensibilmente presente ad un altro; e attraverso
la quale rende accessibile il pensiero.
Nella carne di Cristo abbiamo allora il Verbo di Dio che prende un
corpo e si rende presente tra noi; ma in Lui c’è la Persona Divina, non c’è
l’uomo: la Persona è una sola; non abbiamo la persona umana e la persona divina.
Questo è molto importante.
C’è la natura umana, sì, ma la Persona è una sola: Dio. Infatti
chi parla è Dio. E infatti il parlare del Cristo è caratteristico del Cristo.
Il corpo può essere come quello di tanti altri; infatti Gesù risorto assume
sembianze diverse, assume il corpo di tanti; ma la Persona è unica. È la
Persona che ti salva, ma è necessario che la Persona, siccome sei schiavo
dei corpi, parli a te attraverso la carne. Questa carne è una concessione da parte di Dio, è Dio che si concede.
Ora, cosa vuol dire “concedersi”? Teniamo presente che abbiamo il
concetto di carne e quello di mia carne; e abbiamo il concetto di dare
la carne, carne che si dà, che
si concede.
Prima di tutto abbiamo la carne, che è il mezzo dato alla persona attraverso cui la persona si
manifesta. Ma qui specifica: mia carne; è la caratteristica, l’unicità: mia, non di un altro. Mia, cioè è della Persona divina. Allora questa carne
che è espressione del Verbo Divino, della Persona Divina, è Dio che parla con
noi. Per cui noi non
possiamo dire “è mia carne”. Se lo diciamo facciamo un peccato, perché in
questo modo rubiamo a Dio ciò che Egli ha fatto suo, facciamo un’ingiustizia.
Il Signore afferma la sua proprietà: questa
è mia. Noi non possiamo
capirlo, perché lo capiremo nella verità di Dio, nella conoscenza di Dio.
Lontano da Dio non possiamo capirlo, però non possiamo dimostrare il contrario,
per cui siam tenuti a crederlo, in quanto “è Dio che parla con te”. Però è carne che si dà Lui la dà: concessione. “Dare” vuol dire che concede a noi la possibilità
di appropriarcene, anche ingiustamente.
Eligio: Come? In quale modo?
Luigi: Stai attento, perché stai
facendo la stessa domanda del versetto di questa sera: “Come costui può darci da mangiare la sua carne?”. Però notiamo una cosa: qui dice che “altercavano
tra loro”. Prima mormorano,
adesso altercano. In altre parole erano in conflitto tra loro. E questo è la
significazione del conflitto interiore che portano dentro di sé. Perché quando
uno porta il conflitto dentro si crea il conflitto fuori. Quello che è fuori è
sempre espressione di quello che portiamo dentro.
Quella persona che oggi è andata in cielo, seminava la pace
attorno a sé perché la pace la portava dentro di sé; chi invece è diviso in se
stesso, non può far altro che seminare anche fuori di sé la divisione. Infatti
si parla di amore possessivo, e l’amore possessivo è divisione.
Eligio: Non si può fare la domanda
di un come?
Luigi: Sì, abbiamo la domanda di un come che ha fatto la
Vergine e ha concepito. Abbiamo un come di Zaccaria, che lo ha reso muto. Quindi abbiamo un come giusto e uno
sbagliato. Il come della Vergine l’ha fatta concepire. Invece il come di questo
versetto li mette in conflitto gli uni con gli altri.
Ora, questa divisione è scaturita perché c’era già divisione dei
loro cuori. E da cosa è nata questa divisione? È nata dalla parola del Cristo. E’
Cristo che parlando ha seminato la divisione. Quando la parola di Dio non è
capita, diventa per noi sorgente di divisione interiore.
La parola di Dio si offre a noi per essere da noi capita o per
essere distrutta. Se noi non
capiamo la parola di Dio, questa viene distrutta da noi, ma distrugge noi. Essa
è la pietra sulla quale resta, essa diventa motivo di morte, di divisione; la
parola di Dio non capita diventa motivo di conflittualità, dentro di noi e
attorno a noi, fuori di noi.
Eligio: Non capisco come non si
possa formulare un come col desiderio di capire.
Luigi: Abbiamo visto che la fonte di
questa divisione interiore è morte, quindi sorgente di conflitto e abbiamo
visto che è proprio a causa della parola non capita che noi siamo in conflitto
con tutto l’universo, con tutte le creature. Il conflitto inizia dentro e poi
si riflette su tutto e su tutti. C’è una conflittualità che si espande
all’infinito, attorno a noi, per la parola non capita.
Allora dobbiamo chiederci quale sia questa parola che doveva
essere capita. Se capiamo questo, giungiamo poi a scoprire come questo come sia sbagliato.
Gesù aveva detto: “Il pane che Io
darò è la mia carne per la vita del mondo”. Abbiamo visto in queste settimane che è necessario vedere la sua
parola, la carne, non fermarci a quello che dice Lui, ma vedere lo Spirito di
quello che Lui dice; e abbiamo cercato di vedere la carne secondo lo Spirito di Dio, che cos’è questa carne. Perché se noi
ci fermiamo ai sensi, capiamo benissimo cosa si intenda per carne: la carne
l’abbiamo tutti, ci vediamo reciprocamente tramite la carne. Non abbiamo nessun
dubbio quando dice: “Io do la mia
carne”. Ma questo sarebbe
fermarsi al mio io, ai miei sentimenti, alla mia conoscenza sperimentale
secondo i miei sensi. Ora, Cristo non parla secondo i miei sensi.
Quando parla di mia carne, Lui ha ben presente cosa intende: Lui parla nel Padre. Ne
consegue che il concetto di carne è indissolubilmente legato al concetto di incarnazione, del Verbo
di Dio che si incarna.
Ora, a fondo di questo sta il concetto di Lui, Figlio di Dio. Ma
se io non ho presente Dio, non ho presente il Figlio di Dio che parla. Allora,
per me la carne è carne, soltanto carne, non è più sua carne, non è carne del Figlio di
Dio. Non è più carne di Dio che arriva a me, ma diventa carne di creatura, come
quella di tutte le altre creature.
Allora sorge il problema: “Come
può costui darci da mangiare la sua carne?”.
Perché io non vedo la carne come significazione per me, segno per me del Figlio di Dio. Non
la vedo cioè come segno di Dio. Infatti abbiamo detto che la carne è il
mezzo attraverso cui un Pensiero (il Verbo di Dio) si manifesta a noi. E
questo è incarnarsi. Ed è questo che dobbiamo capire; perché se capiamo che la
parola, e capire la parola vuol dire sempre riportarla a Dio, questa ci unisce
a Dio, ci porta nella vita. Non crea divisione in noi e non crea divisione
fuori di noi, e noi non diventiamo seminatori di divisione, quindi non
discutiamo, non alterchiamo.
Questo altercare e questo cercare “Come può costui
darci da mangiare la sua carne?”,
è il passaggio dalla ricerca contemplata della parola di Dio all’azione. In sostanza è il “cosa devo fare per-?”. “Cosa intende costui?
Come mi devo comportare?”.
Qui possiamo capire una cosa molto importante: tutte le volte che
noi riteniamo di aver capito la parola di Dio e riteniamo di dover agire, siamo
in questa situazione: non abbiamo capito la parola. Perché l’agire è proprio la
risposta nevrotica ad un problema non risolto, cioè a una cosa che non si è
capita.
Quando non capisco una cosa mi agito, questa agitazione che sento
dentro di me è una risposta nevrotica ad una cosa che mi arriva e che non
riesco ad includere, non riesco a raccogliere, non riesco a vedere. Passiamo
allora l’azione, anche violenta. E la violenza è un’azione nevrotica, simbolo
di un difetto: non arrivo a comprendere; non arrivando a comprendere tendo a
distruggere l’altro, tendo a modificare l’altro. Per cui noi tendiamo, anziché
comprendere il segnale a modificare il segnale.
Riuscire a capire richiede il dialogo con Dio, perché soltanto presso Dio c’è la consapevolezza. Se non
riusciamo a capire, quello che non capiamo provoca in noi agitazione, quindi il
bisogno di fare, di modificare, il bisogno di cambiare il mondo; vogliamo cioè
cambiare i segnali che ci manda il Signore, vogliamo fare della carne di Dio ciò che
vogliamo noi. E’ l’ora delle tenebre: la carne di Dio che si sottomette a noi.
Per cui Cristo che muore, non muore di morte naturale, ma muore
per azione (non contemplazione) dell’uomo. Dico “azione”, non “contemplazione”;
muore per azione dell’uomo. Per cui l’uomo vede nella morte del Cristo se
stesso. Ecco perché la fa “sua carne”. Quella carne che era carne di Cristo
diventa carne dell’uomo, perché l’uomo vi ha scritto se stesso.
Ora, indubbiamente vi è tutto un disegno da parte di Dio,
nell’offrire la sua carne dopo aver detto “Questa
è la mia carne”.
Dopo che ha detto: “Questa è la mia
carne”, la offre a me. Per cui
io compio un’ingiustizia, compio un delitto, scrivendo me stesso su quella che
è la sua carne.
Quindi in un primo tempo Lui viene a noi dicendo “Questa è la mia carne”, e parla a noi parole di Dio. Ma dopo aver detto la parola di
Dio, Lui lascia a noi la risposta, la valutazione di quello che Lui ha detto.
Cosa vuol dire lasciare a noi la risposta, la valutazione di quello che Lui ha
detto? Ci lascia la possibilità di scrivere su di Lui la nostra risposta. Ma se
la nostra risposta non è secondo Dio, cioè se noi non abbiamo capito in Dio,
quello di cui Lui aveva parlato, la nostra risposta è una risposta nell’io; e la
nostra risposta dell’io staccato da Dio è una risposta di morte; quindi non
possiamo far altro che distruggerlo e mandarlo a morte.
Mandarlo a morte significa che Lui è un rivoluzionario, Lui è un
grande sapiente; quando lo classifico secondo il mio pensiero, per cui vedo me
in Lui, non vedo Dio in Lui.
Allora: quando scrivo me stesso mi approprio della carne di Dio;
d'altronde tutta la creazione ad un certo momento diventa carne di Dio, perché
tutto è parola di Dio.
Ora, in quanto scriviamo noi stessi nelle cose, manifestiamo il nostro
pensiero su esse, agiamo sulle cose, non facciamo altro che scrivere il nostro
pensiero sulle cose; cioè interpretiamo le cose secondo il nostro pensiero, non
secondo il Pensiero di Dio. Quindi facciamo nostra carne, perché la carne, abbiamo detto, è il mezzo attraverso cui un
pensiero si manifesta.
Allora, tutta l’opera di Dio è questa: Lui viene a noi parlando la
Verità, questo suo parlare a noi la Verità è sempre una proposta, perché la
Verità richiede a noi dedizione. La Verità si dona a noi, però a sua volta
richiede a noi dedizione per arrivare a vederla. Se noi non ci dedichiamo,
restiamo alla carne, alla superficie, al segno che è arrivato a noi; e su questo
segno scriviamo il nostro pensiero. Non possiamo farne a meno, perché non
avendolo capito in Dio, siamo costretti a cercare di capirlo nel pensiero
dell’io, ma per capirlo nel pensiero dell’io lo distruggiamo.
Eligio: Se, per esempio io sono in
situazione di pericolo senza saperlo e tu vieni ad aiutarmi, ma io rifiuto il
tuo aiuto, in questo caso cosa scrivo sul tuo corpo?
Luigi: In un primo tempo, restando
nel tuo esempio, io vengo da te e cerco di convincerti: “Guarda che ti trovi in
una grave situazione”; se non riesco a convincerti ho soltanto un mezzo:
mettermi sotto i tuoi piedi: “Se vuoi andare avanti devi pestarmi, devi
uccidermi”. Non avendo tu capito me, io devo lasciarmi fare da te ciò che tu
vuoi.
Pinuccia B.: Ma bisogna che l’uomo
lo voglia.
Luigi: Volendo fare quello che vuole
lui, necessariamente non ascolta me, quindi mi pesta, non può fare
diversamente.
Eligio: Dopo prendo consapevolezza
dell’omicidio che ho commesso, ma non del rischio da cui tu volevi tirarmi
fuori.
Luigi: La parola di Dio ci arriva
attraverso la carne, però è parola di Dio. La parola di Dio arrivando a noi ci
propone Dio, perché la caratteristica della parola di Dio, con cui si
distingue da tutte le parole degli uomini è questa: la parola di Dio propone a
noi Dio, ci fa pensare Dio. Mentre invece le parole degli uomini fanno
pensare a se stessi. Generalmente l’uomo parla di sé.
Ogni creatura parla, parlando si fa pensare. Dove c’è l’uomo,
l’uomo parla di sé, e dice: “io”, genera il pensiero di sé nell’altro, si
fa pensare. Ecco per cui parlando sempre di noi, tendiamo a generare il nostro
pensiero nell’altro, a farci pensare; tendiamo cioè a diventare il centro del
pensiero delle altre persone, a metterci in vetrina; per questo abbiamo sempre
bisogno di dire: “io, io, io”. Invece la Parola di Dio venendo a noi, anch’essa
parla a noi, ma parla a noi di Dio, ci fa pensare Dio, perché tutto è segno.
Però, che Dio faccia pensare a noi se stesso è Verità; invece noi che facciamo
pensare ad altri noi stessi, non è verità, perché noi non siamo la verità! Noi
non dobbiamo metterci al centro di altri o di noi stessi. Se ci mettiamo al
centro compiamo un’ingiustizia. Dio invece, facendo pensare a se stesso, fa la
giustizia. Non soltanto fa la giustizia, ma ci porta nella luce, nella vita,
nella pace.
Allora la Parola di Dio incarnandosi parla con noi e parlando a
noi ci propone Dio. Però di fronte ad una proposta, necessariamente dobbiamo
rispondere; se rispondiamo “sì” ci impegniamo con Dio e arriviamo a capire la
parola, allora capiamo. La parola capita ci unisce; direi che ci unisce
in modo indissolubile, perché c’è il dono di Dio e c’è il dono nostro. I due
doni stabiliscono un legame indissolubile. Perché il legame è solubile fintanto
che c’è solo il dono di Dio.
Eligio: Cosa intendi per parola
capita?
Luigi: Capita in Dio, vista in Dio,
giustificata in Dio. Qui parla di carne. Abbiamo detto che si tratta di una parola difficile, perché con
molta facilità noi tendiamo ad interpretarla secondo i nostri schemi, e diciamo
“ho capito”. Ecco l’errore. Tu l’hai capito secondo quello che appare ai tuoi
sensi, ma questo non è il linguaggio di Dio.
Quando Dio dice “mia carne”, lo dice secondo il suo Spirito. Infatti alla conclusione
troviamo Gesù che dice: “La carne non
serve a niente, è lo Spirito che vivifica”. Ma lo Spirito vivifica anche la parola carne, che Lui dice quando
dice mia carne.
Nino: Possiamo tradurla anche “la
mia incarnazione”?
Luigi: Certo. Ora, quando noi ci
fermiamo ai nostri sensi, nasciamo dalla carne; e ciò che nasce dalla carne è carne e quindi non appartiene allo Spirito. Bisogna invece nascere dallo
Spirito. Nella carne Cristo parla lo Spirito, ma io devo passare allo Spirito. Anche
quando Lui mi dice: “carne”, io devo intenderla come la intende Lui, cioè nello Spirito di
Dio. Devo vederla nel suo Spirito, non vederla nel mio spirito. Se la vedo nel
suo Spirito, tendo a vederla nel suo Spirito come la vede Lui. Perché Lui mi
parla, ma che cosa intende? Siccome Lui parla secondo Dio, io devo vedere la
carne secondo Dio, cioè secondo Colui che è. Cos’è la carne secondo Colui che
è?
Abbiamo detto, come ipotesi, che la carne
secondo Colui che
è, è la significazione del suo Pensiero; significazione di sé a livello nostro. È una manifestazione sensibile, quindi offerta, offerta a noi.
Ora, se noi arriviamo a capire nello Spirito di Dio, quello ci
unisce a Dio. Attraverso la sua carne abbiamo trovato un legame di unione con
Dio. Se non capiamo, in quanto non capiamo, non possiamo fare a meno di
esprimere il nostro pensiero sulla sua parola, cioè fraintenderla, intenderla
secondo quello che è il nostro io, il nostro pensiero.
Eligio: Non vedo però come
necessariamente dobbiamo esprimere un nostro giudizio. Anche la Madonna non
capiva tante cose e rimaneva in attesa di essere illuminata…
Luigi: Giusto. Anche noi, di fronte
a questa parola mia carne, mica abbiamo capito subito. Ecco, c’è stato l’ascolto, c’è stato
il custodire. “È parola di Dio, quindi non possiamo disprezzarla”. Perché
potevamo anche non tenerne conto, ritenerla una parola qualunque. Invece
siccome è parola di Dio: “Cosa mi vuol dire?”; allora la custodiamo.
Custodendola desideriamo arrivare ad intenderla secondo lo Spirito di Dio.
Quando lo Spirito di Dio vuole manifestare la sua luce, uno capisce che cosa
intendeva con quella parola. Per cui la creatura deve ascoltare, deve
custodire, deve meditare, deve desiderare di vedere secondo Dio.
Però la Luce viene da Dio, quando e come vuole Lui, perché si
tratta di doni liberi; però già il desiderare e quindi il custodire la sua
Parola, ci fa appartenere a Dio, vuol già dire non affermare il proprio io,
vuol dire desiderare di vedere.
Ora, il desiderio si prolunga e si prolunga magari per degli anni,
ma ci mantiene uniti a Lui, perché “io desidero vedere le cose secondo Dio, non
affermo il mio io”. C’è la risposta e la risposta sta lì: “Signore, è parola
tua, per cui io desidero vederla secondo il tuo Pensiero, non secondo il mio
pensiero”. È il come della Madonna.
Invece noi possiamo classificare la parola di Dio non come parola
di Dio ma come parola umana; e allora su di essa vi scriviamo sopra il nostro
pensiero. Quante volte sentiamo parole di persone che parlano con noi o vediamo
dei gesti e li interpretiamo; poi ci accorgiamo di avere sbagliato, perché le
abbiamo interpretate secondo il nostro pensiero, abbiamo attribuito all’altro
il nostro pensiero. Abbiamo visto dei segni, ci sono giunti dei segni, però non
ci siamo preoccupati di capire il pensiero dell’altro in quei segni. Non ce ne
rendiamo conto, ma interpretiamo quei segni secondo quello che abbiamo in testa
noi.
Noi diciamo che il delinquente vede che anche gli altri sono
delinquenti; l’uomo buono vede buoni tutti gli altri; secondo quello che uno ha
dentro. Ma perché? Perché non facciamo altro che riflettere quello che portiamo
dentro. Per questo non facciamo altro che scrivere noi stessi sui fatti di Dio.
Non dobbiamo scrivere noi stessi. Dio non viene a noi perché scriviamo noi
stessi. Dio viene a noi affinché noi saliamo verso di Lui in modo da
conoscere il suo Pensiero.
È il problema di questo come. Loro non hanno nessun dubbio sulla carne, per loro la mia carne è la sua presenza fisica. Allora il problema è: “Come può costui darci da mangiare la sua carne?”. E già! Loro pensavano ad un rapporto tra la carne e se stessi.
In altre parole, pensavano ad un’azione, a un qualcosa da fare: “Dobbiamo
forse essere dei cannibali?”. Non si preoccupavano di intendere il significato
nello Spirito, ma passavano all’azione.
Quando la parola non è capita, provoca in noi un’azione; una parola
che non è capita tende a modificare la parola secondo il nostro pensiero, cioè
a rivestirla del proprio pensiero; per questo scriviamo noi sulla parola di
Dio.
Pinuccia B.: Il come della Madonna
chiede spiegazioni sul da farsi o perché non ha capito?
Luigi: Il come della Vergine è
quello che cerca presso Dio. È il come che accoglie la Parola di Dio e la cerca presso Dio. La sua
parola che arriva a noi, chiede di essere capita nello Spirito di Dio; però per
arrivare a capire, siccome il capire è dono di Dio, non è opera nostra, la
parola che arriva a noi deve essere ascoltata con reverenza, con umiltà, in
quanto “E’ Dio che parla con te”. Quindi ascoltala con umiltà, con
attenzione, custodiscila, non lasciarla morire e aspetta che il Signore te la
illumini. Aspettare vuol dire portare in te questo desiderio; per cui non
accetti altre soluzioni che ti danno gli uomini. Infatti Maria dice: “Non conosco uomo”.
Lei non accetta nessuna risposta di uomo sul problema che le ha
posto l’Angelo: Lei vuole soltanto la risposta di Dio. Così dobbiamo essere
noi. Su ogni parola di Dio noi non dovremmo accontentarci delle soluzioni,
delle risposte che ci danno gli uomini. Come diceva Enrico Medi, “Quando so
che sei per cinque fa trenta, non mi interessa che cosa dice uno, che cosa dice
l’altro; a me quello che interessa è la Verità”; tutto il resto è cultura.
Questo interessarsi della Verità è il come della Madonna. È la Madonna che non vuole sentire le soluzioni
degli uomini, le risposte degli uomini; vuole sentire la risposta di Dio.
Questo è il come che ci fa concepire.
Eligio: Per noi è molto difficile
custodire una cosa non capita.
Luigi: Tu non puoi custodire una
cosa non capita; la cosa non capita la perdi, non puoi custodirla. Per
custodirla devi avere in te il desiderio di arrivare a capirla. Perché se
la custodisci soltanto diventi un registratore, se la custodisci solo a livello
di memoria è come un francobollo appiccicato che ad un certo momento si stacca;
non può durare. Puoi ricordare a memoria una cosa per un certo tratto di tempo
ma poi la perdi; per non perderla bisogna portare in noi la passione per
capirla nello Spirito di Dio. E’ questa passione che mantiene unito, non è
la memoria, non è il custodire. Nel custodire c’è già la passione per-. Quello
per cui siamo appassionati lo custodiamo, perché tendiamo ad arrivare ad una
soluzione. Questo è amore di Verità.
L’amore alla Verità ti fa custodire anche quello che non capisci,
per arrivare a capire. Tante volte dici che mentre sei in auto pensi a qualche
parola del Vangelo; non la capisci mica, però la custodisci, sperando di
capirla, sperando che ad un certo momento il Signore mandi la luce, che te la
illumini. Quante volte di sera portiamo un desiderio di luce su una certa
parola di Cristo e poi, improvvisamente, magari di notte, l’animo lavora e la
Luce arriva.
Ecco, Dio ti illumina quando vuole, anche di notte; però in quanto
custodisci. Ma come custodisci? Non ripetendola a memoria, la custodisci col
desiderio, e il desiderio è la Sapienza di Dio, che è amore per Dio, che è il
desiderio di vedere tutto secondo Dio, è il desiderio di vedere le cose “come
le vedi Tu, come le conosci Tu”. Dicendo così, dico “Non
conosco uomo”. Questo interesse
è Pensiero di Dio.
Quindi di fronte a Gesù che dice: “Il
pane che io darò è la mia carne”,
dico: “Signore, mi interessa il Pensiero tuo, il Pensiero di Dio; cosa vuoi
dire con questo?”. E non mi interessa come devo mangiare questa carne, perché questa è
l’azione; a me interessa la contemplazione, cioè la visione della cosa nello
Spirito di Dio.
Se io ritengo di aver capito la parola carne, allora sento il bisogno dell’azione. Perché quando la parola non
è capita sento il bisogno di tradurla in azione; ma quello è rivelazione di un
mio difetto, che non ho capito. Invece quando arrivo alla contemplazione, la
contemplazione diventa vita; non c’è bisogno dell’azione, perché l’azione è già
Dio che la fa.
Nino: In sostanza hai svolto
l’argomento che avremmo dovuto affrontare stasera.
Luigi: Si, ho svolto l’argomento di
stasera, il come.
Eligio: Io però non avevo posto la
domanda: “Come può costui darci la sua
carne da mangiare?”, ma ho chiesto:
“Come possiamo noi scrivere il nostro io sulla carne del Cristo? Come possiamo
manipolarla?”. Forse sono tradito dal concetto di carne come realtà sensibile, per cui non posso avere la risposta.
Luigi: Certo. Ma se noi cerchiamo il
Pensiero di Dio nella sua parola, cioè lo Spirito nella sua parola, a un certo
momento l’argomento del conflitto cade; sparisce l’altercare, la discussione,
la frattura. Perché in Dio la cosa si illumina, la contempli, e la
contemplazione diviene vita, diviene addirittura gioia.
Quando trovi una luce su qualche suo segno, su una Parola di Dio,
è talmente una gioia che resti invogliato a restare. Non ti interessa più
correre qui e là. Quanto più uno cerca Dio, trova Dio, tanto più non corre
più per il mondo. C’è una grande diversità. L’uomo che è vuoto dentro, cioè
che non contempla niente di Dio, ha bisogno di muoversi, ha bisogno di correre,
ha bisogno di agire; vive nella misura in cui corre. Anche l’azione è un segno.
Quanto più uno scopre le cose di Dio e tanto più ha bisogno di
fermarsi. Ma perché? Perché ha scoperto la vita. Gli altri trovano la vita nel
movimento, nell’azione. L’uomo che cerca Dio trova vita nel silenzio, nel
raccoglimento, nel restare fermo, perché trova tanta più vita nel fermarsi che
nel correre per il mondo.
Direi che è un termometro; quando vedi la creatura che ha bisogno
di fermarsi, vuol dire che è una creatura che ha trovato qualche cosa, che ha
trovato un tesoro dentro, ha trovato più vita nel fermarsi che non nel
movimento. Ecco perché dico che l’azione è una risposta sbagliata.
Eligio: Sul piano spirituale è molto
facile capire che uccidi la persona di cui non tieni conto.
Luigi: Si, è molto facile.
Eligio: Mi mancava la tessera del
mosaico, anche se in questa settimana abbiamo approfondito dei temi profondi.
Luigi: Questa settimana l’abbiamo
fatta completa.
Amalia: Nella prima lettera di San
Giovanni, che differenza c’è tra il vedere, contemplare e toccare il Verbo
della vita?
Luigi: Sono verbi diversi, quindi
penso che la differenza ci sia. Come c’è differenza tra l’occhio, l’orecchio,
il tatto; tutto è carico di significato, sono parole di Dio. Però vanno
meditate a lungo. Dio ci ha dato questo corpo con gli occhi che vedono, con
l’orecchio che ascolta, con le mani che toccano, con la bocca che parla. Tutto
ha un suo valore, certo, ma va approfondito.
Pinuccia B.: Questo conflitto sorto tra
i giudei è stato causato da questo concetto di carne; che per loro era suonato molto nuovo. È la prima volta che Gesù
l’ha detto.
Luigi: Sì, è la prima volta.
Pinuccia B.: Erano ben lontani da
pensare che fosse la carne del Figlio di Dio.
Luigi: Capire il concetto di carne
per loro è stato semplice, la cosa difficile è intendere il significato della carne nello Spirito di
Dio.
Pinuccia B.: Ah, quindi l’hanno
inteso nel senso di “cannibale”?
Luigi: No, non in quel senso! Anche
quando Gesù dice: “Mangiare il mio
pane”, “Il pane venuto dal cielo”,
capivano perfettamente. Perché tutto il popolo ebreo era abituato al termine mangiare;
perché il termine mangiare vuol dire capire. Il profeta dice: “Mangia
questo libro”, nel Libro
dell’Apocalisse. “L’ho mangiato
era dolce al palato ma amaro nelle viscere”. Per cui per loro il termine mangiare era “assimilare”, era facile da capire anche perché imparavano a
leggere e a scrivere sulla Bibbia. Però per loro il termine carne non era
traducibile in questo “mangiare il
pane” o “mangiare il libro”.
Pinuccia B.: Per cui “mangiare il pane”
potevano assimilarlo in “mangiare la sua dottrina”.
Luigi: Eh già! Invece, il termine carne…; Lui dice mia carne
in quanto è Verbo di Dio, che loro naturalmente non potevano accettare. Quando
Gesù dice mia carne parla come Figlio di Dio; quindi è carne del Figlio di Dio. Allora, cosa significa mangiare la carne del
Figlio di Dio?
Questo linguaggio per loro è inaccessibile; come conseguenza,
dovevano chiedersi: “Ma cosa vuol dire
costui dicendoci che vuole darci da mangiare la sua carne?”.
Lui voleva dire che noi dobbiamo assimilare la sua incarnazione,
l’incarnazione del Verbo di Dio.
In quanto Lui mi dice: “La mia carne”, io sono chiamato ad assimilare questa sua parola “mia carne”
nel Pensiero di Dio. Perché assimilare vuol dire mangiare. Loro invece si
trovano davanti a questo termine carne, che vuol dire corpo, e dicono: “come
può costui darci da mangiare la sua carne?”. Non potevano capire. Perché se avessero detto “Questo è il Figlio
di Dio” il problema sarebbe stato molto diverso. Perché pensando che la parola
è parola di Dio, si sarebbero chiesti: “Cosa vuol dire carne secondo Dio?”.
Il problema grosso sorge in noi quando noi non pensiamo alla carne secondo Dio, ma
pensiamo alla carne per quello che appare ai nostri sensi. Per cui o diventiamo
cannibali, oppure “come può darci
costui la sua carne da mangiare”?
È il termine carne che deve essere assimilato, ma assimilato in Dio, non assimilato
nel pensiero del nostro io.
Pinuccia B.: A noi è stato sempre
spiegato come l’Eucarestia.
Luigi: D’accordo. Però, anche lì, se
trasformi l’Eucarestia in azione diventa ripetitività. Per cui mangiando
quella carne non fai altro che annunciare la morte del Cristo, perché affermi
te stessa. Perché mangiando la carne del Verbo di Dio, se la mangiamo nello
Spirito di Dio, quella ci unisce a Dio; ma se la mangiamo nel pensiero del
nostro io, trasformiamo la carne di Dio in “mia carne”, in nostra carne. C’è una differenza
grande! Se non capiamo questo, diventiamo dei “mangiatori…”. Perché noi
mangiando la carne del Cristo, non superiamo il pensiero del nostro io, affermiamo
il nostro io, distruggiamo la carne del Cristo e la facciamo nostra carne.
Quando io mangio un pezzo di pane, se mangio soltanto un pezzo di
pane, il pezzo di pane diventa mia carne, non sono io che divento
un pezzo di pane. Invece se mangio la carne del Figlio di Dio, ma cerco di capire nello Spirito di Dio,
questa mi fa superare, mi assorbe in Dio; allora divento come Dio, vengo unito
a Dio. È quella carne che trasforma me.
Se invece non cerco di capire presso Dio, se non trascendo me
stesso, trasformo la sua carne nella mia carne, come fosse un pezzo di pane. Allora qui mi nutro
della carne del Figlio senza distinguere, allora annuncio la morte di Cristo. Annunciamo
la sua morte tutte le volte che affermiamo noi stessi; la trasformiamo in
noi, non superiamo noi stessi. Invece partecipando alla carne del Cristo, se
veramente partecipiamo, moriamo a noi stessi e viviamo per Lui. Ecco che allora
Lui ci assorbe in sé. Ma se non moriamo a noi stessi, facciamo morire Lui. Ecco
perché la trasformiamo in “mia carne”, in nostra carne.
L’Eucarestia è un simbolo meraviglioso, proprio di questo
commento. Per cui la carne del Cristo non capita viene trasformata in nostra carne. Ma come
la trasformiamo in nostra carne è finito: si annuncia la morte, la nostra
morte; non si annuncia la vita.
Eligio: Allora gli apostoli nel
Cenacolo non hanno capito quando Cristo ha detto: “Questo
è il mio corpo”.
Luigi: Non potevano capire. Il
capire viene soltanto con la Pentecoste. Però in quanto erano suoi discepoli
hanno custodito certe cose, che poi si sono illuminate a Pentecoste, con lo
Spirito Santo. “Lo Spirito
Santo vi farà ricordare e vi farà capire tutte le cose che vi ho detto e che vi
ho fatto”.
Eligio: Qual è il rapporto tra il
corpo di Cristo prima della sua passione e morte e il suo corpo risorto, in
funzione della nostra salvezza? Lui deve dire “Questo
è il mio corpo” prima della sua passione
e morte? Non può dirlo dopo?
Luigi: No. Il morire del suo corpo
vuol dire morire a noi stessi per imparare a vivere con Lui. Il suo corpo
risorto è questo “noi morti”; allora è il nostro stesso corpo che non è più
“nostro”, ma che è di Dio, è Figlio di Dio che vive, che partecipa, che è
spiritualizzato. È il corpo che si spiritualizza. Infatti assume diversi volti.
Non è più il corpo del Cristo di prima. E tra i due c’è la morte, il passaggio
della morte; morte sua per morte nostra. Ad esempio, nell’Eucarestia Cristo
viene a morire in noi affinché noi moriamo a noi stessi; solo morendo a noi
stessi incominciamo a vivere per Dio. Se invece non moriamo a noi stessi,
annunciamo solo la sua morte, quindi facciamo un’ingiustizia, perché ci
appropriamo della sua carne come fosse nostra carne.
Pinuccia B.: Non ho mai pensato che
Gesù venisse a morire in me con la Comunione.
Luigi: “Tutte
le volte che parteciperete di questo mistero voi annunciate la sua morte”.
Pinuccia B.: Lui venendo in noi annuncia
la sua morte, ma affinché io muoia a me stesso. Lui viene a morire in me
affinché io muoia a me stessa. Ma in che senso avviene questo?
Luigi: Il “tutto compiuto”
del Cristo si illumina sulla croce, in Lui che muore. Se non capiamo la
morte del Cristo noi non possiamo capire il Cristo. Il mistero del Cristo è
in questa consumazione, in questo Cristo che muore per opera nostra. Fintanto
che non capiamo questo non capiamo il mistero di Cristo. Il mistero di Cristo
si illumina sulla croce.
Pinuccia B.: Certo, ma adesso
associavi il mistero della Croce con il gesto della Comunione: cibandomi del
corpo del Cristo, Cristo viene a morire in me.
Luigi: Se il mistero di Cristo si
rivela sulla croce, sulla morte, tutto è da interpretare in questa morte;
altrimenti non puoi capire. Il mistero di Cristo si illumina sul Calvario,
sulla croce. Lì abbiamo la grande sintesi, perché lì il Signore dice “Tutto è compiuto”.
Nel fine abbiamo la grande rivelazione; rivelazione anche sul Cristo stesso.
Ecco per cui quello che dice Cristo nessuno lo può dire.
Ecco l’importanza di impegnarci proprio in questo, perché è parola
di Dio. Quindi è nel fine. Perché se c’è un fine, se c’è un compimento, c’è
affinché ci impegniamo in quello per ottenere la luce su tutto.
Luigi: Dovremmo approfondire bene
come la carne riesca ad esprimere lo spirito, o meglio come lo spirito riesca a
manifestarsi sulla carne.
Un tale diceva che ad una certa età ognuno è responsabile del
volto che ha. Questo perché è lo spirito che informa. Certo, noi riceviamo
un corpo che non è nostro, però man mano che viviamo scriviamo nella nostra
carne.
Alcuni pensieri conclusivi:
Amalia: Su ogni cosa non
accontentarsi delle parole dell’uomo, ma cercare sempre la risposta, il
Pensiero di Dio.
Luigi: Non accontentarsi nemmeno
della nostra parola, perché qui si accontentarono della loro parola, di fronte
alla parola del Cristo. La parola del Cristo dice “carne”,
“mia carne”; loro si sono
accontentati della loro parola, della loro interpretazione, invece di cercare
presso Dio cosa volesse dire.
Silvana: E’ necessario approfondire
per capire.
Luigi: Sì, perché la Verità non è
mai in superficie. La Verità si annuncia in superficie. Qui Cristo parla in superficie;
a noi, parla in superficie. La Verità si annuncia in tutto, anche nel peccato.
Però la verità si conosce solo in profondità, è in profondità. Quindi richiede
molta dedizione.
Rina: Dobbiamo cercare di non
adattare la parola al nostro modo di vedere.
Luigi: Eh già! Perché noi adattando
al nostro modo di vedere uccidiamo, scriviamo noi stessi sulla carne del Cristo.
Invece è Dio che deve scrivere su di noi. Non siamo noi che dobbiamo scrivere
su di Lui.
Zina: Io aspetto ancora la
Pentecoste.
Pinuccia B.: E noi anche.
Luigi: Comunque è già importante
sapere che siamo in attesa della Pentecoste, perché la maggior parte della
gente non sa nemmeno che deve arrivare una Pentecoste. Questo è molto
importante. Come dicevamo ieri sera: è molto importante sapere che passiamo
tutta la settimana facendo niente.
Eligio: Custodire non è un affidare
alla memoria, così come si memorizzano i dati in un computer, ma è assumere
l’amore per una Persona che ci fa custodire le proposte che Dio ci manda.
Luigi: Sì, non è uno sforzo di
volontà: “voglio ricordare”, perché più vuoi ricordare più lo perdi. Se hai in
te il desiderio di capire che cosa ha voluto dirti quella persona, questo
desiderio ti fa custodire fintanto che non arrivi a capire.
Pinuccia B.: In me c’è lo stesso
conflitto di questi giudei quando non mi preoccupo di intendere il significato
delle opere di Dio, delle parole di Dio; allora scrivo io sulle opere di Dio.
Invece devo lasciar scrivere Dio su di me.
* * *
Gv 6,53: «Altercavano
allora i giudei dicendo: “Come mai costui può darci da mangiare la sua carne?”»
Conversazione:
Pinuccia
B.: La volta scorsa siamo partiti dalla domanda che ha fatto Amalia, cioè lei non
vedeva la relazione che c’era tra l’azione e la domanda che hanno fatto i
giudei, cioè tra l’altercare dei giudei e chiedersi: “Come può costui darci da
mangiare la sua carne?”.
Luigi:
Quando la parola non è capita provoca sempre in noi una risposta di azione.
Pinuccia
B.: Quindi Amalia non vedeva la relazione tra la tentazione all’azione e la
domanda: “Come
può costui darci da mangiare la sua carne?”. Allora hai risposto che loro, il
mangiare la carne, lo intendevano come un’azione da fare, perché non la
potevano capire; non la potevano intendere come un’azione di cannibalismo e
nello stesso tempo Lui parlava di carne non parlava di pane. Avesse parlato di
pane sarebbe stato più facile capire, avrebbero inteso che si trattava di
assimilare una nuova dottrina; ma Lui parlava di carne e loro per carne
intendevano la presenza fisica. Non potevano capire, perché il concetto di
carne presuppone di capire il concetto di “incarnazione”, di un Dio che si
incarna. Loro non potevano sapere che Gesù era il Figlio di Dio.
Luigi: Per loro, come per ognuno di noi, ci sono delle conoscenze
che sono definite; la carne, per noi, è una conoscenza definita: sappiamo di
cosa si tratta, secondo i nostri sensi. Allora, di fronte a ciò che noi crediamo di conoscere, nasce solo più
il problema del modo di essere, il “cosa devo fare?”. Ma in quanto sorge il
problema su ciò che bisogna fare, vuol dire che la conoscenza non è arrivata al
compimento. E proprio perché è ferma a metà strada ha bisogno di un supplemento
di azione, per noi creature.
Eligio: Ma alla Samaritana Gesù
dice: “Se tu sapessi chi sono, tu stessa mi
chiederesti”, cioè chiede a lei di
fare una certa azione.
Luigi: Sì, però questa azione non è
un’azione che modifica ciò che ha presente. Questa è interrogazione, desiderio
di conoscere: “Se tu sapessi…”. È lo stesso problema che Lui pone ai giudei: “Se voi sapeste chi sono io, mi chiedereste che cosa
intendo per carne; non vi fermereste alla carne; ma mi chiedereste che cosa io
intendo per carne”. Come con la
Samaritana: Gesù la invita a non fermarsi al problema “acqua”, perché per la
Samaritana l’acqua non era un problema di conoscenza. Lei sapeva perfettamente
cosa era l’acqua, per lei il problema era dove attingerla, come attingerla: era
cioè un problema di azione. “Come devo comportarmi verso quest’acqua?”.
Gesù le sposta il problema su un altro piano: “Tu credi di capire cosa è l’acqua, invece non sai che
cos’è l’acqua; se tu sapessi che sono Io”.
È lo stesso qui: “Se voi sapeste
chi sono Io non vi fermereste alla carne, ma cerchereste quale carne Io ho da
darvi”. “Quale acqua io ho da darti”.
La risposta che Dio provoca nella creatura, che presuppone sempre
un’unione con Dio, la presenza di Dio, è sempre un’interrogazione, una dedizione, un’apertura verso di Lui, è una fame. Dio
parlando con noi provoca sempre una fame, una fame di conoscerlo; non un modo
di essere, non un’affermazione. Perché nel “modo di essere” non modifichiamo
noi stessi, non cerchiamo di conoscere, ma cerchiamo di applicare quello che
conosciamo, cerchiamo di cambiare l’altro, di operare attorno a noi.
Eligio: Non credi che ci sia un modo
di essere sul piano spirituale? Pensiamo all’adultera, alla prostituta che gli
lava i piedi, al buon ladrone: a loro non ha suscitato nessuna interrogazione.
Luigi: Tu dici che non interrogano,
invece io vedo una grande interrogazione in queste anime. L’interrogazione
nasce da una povertà della creatura. Quando noi troviamo una creatura
povera, una creatura che aderisce a Dio, una creatura che ha scoperto il proprio
niente, che ha toccato il proprio niente, troviamo una creatura con una grande
interrogazione, perché aderisce all’Altro. Quando la creatura interroga,
chiede al Signore qualche cosa, aderisce al Signore. L’adesione al Signore
provoca in noi il bisogno di Lui. Gesù spesso rimprovera i suoi di non
chiedere: “Io ho detto che vado via ma
nessuno di voi mi chiede dove vai? Invece vi siete rattristati”. Proprio là dove si vede il niente della creatura abbiamo il
massimo dell’interrogazione da parte della creatura. Nella prostituta che
gli lava i piedi abbiamo tutta un’interrogazione; l’adultera che sta seduta ai
suoi piedi, è la creatura povera che spera, che fa conto solo sull’Altro. E
fare conta solo sull’Altro è la vera preghiera.
Ora, questo vero atteggiamento di preghiera è invocazione. “Quando vuoi pregare entra nel silenzio della tua stanza, e
lì guarda, prega il Padre”. Pregare il
Padre cosa vuol dire? Presentarsi in una situazione di bisogno di Lui. Lui
conosce il tuo bisogno.
Se in te c’è il bisogno (e il bisogno è povertà), Lui conosce la
tua povertà, Lui risponde alla tua povertà. Quindi non avvicinarti affermando
te o parlando di te, ma avvicinati con tutta la tua povertà addosso. Lui questa
povertà la conosce. Invece non conosce il pensiero di te stesso, le tue
pretese. Quindi la vera interrogazione da parte della creatura è proprio questo
bisogno di Dio.
Ora, una creatura che è condannata dagli uomini, portata davanti a
Dio, Dio è l’unica speranza. Questa è la vera interrogazione. E quando mi trovo
davanti al Cristo che mi dice: “Io do la mia
carne per la vita del mondo”,
se penso a Dio, ho bisogno di Dio: “Signore, che cosa mi vuoi dire?”. Se invece
penso a me stesso credo di capire perfettamente cosa voglia dire carne, e allora non
nasce il bisogno. Tutt’al più mi resta il “come”, il mio modo di essere.
Infatti vediamo che qui loro stanno pensando ad un “come”. Il “come” è un loro
modo di essere verso questa carne.
Ecco, loro pensano a loro stessi, non cercano di capire lo Spirito
di Dio che si trova in questa parola. Loro pensano: “Ma cosa dobbiamo fare?
Cosa pretende da noi parlando di questa carne che Lui vuole darci?”.
Nino: Per loro Cristo è un uomo, non
è Dio. Per cui il problema non è il “come”. Non chiedono a Dio cos’è la carne
ma la chiedono all’uomo.
Luigi: No, perché loro non chiedono
la spiegazione della carne, magari avessero chiesto la spiegazione della carne! Loro non
chiedono la spiegazione della carne, perché la carne credono di conoscerla; invece non dovrebbero capirla. Come la Samaritana
che crede di sapere che cosa è l’acqua; ed è proprio questa falsa conoscenza
che le impedisce di sapere che cos’è l’acqua. Perché abbiamo visto che sia il
discorso dell’acqua, sia nel discorso del pane, sono paralleli. Ma l’uno è
sempre più profondo dell’altro. Abbiamo due acque, abbiamo due pani, qui
abbiamo due carni.
Direi che il discorso dell’acqua e il discorso del pane forse ci
introducono a capire il discorso della carne. Perché qui non viene fuori il discorso delle “due carni”; per
cui si ha bisogno di tanti discorsi precedenti.
Ora, il discorso dell’acqua era indiscusso per la Samaritana,
sapeva perfettamente che cosa era l’acqua. Quando Gesù le parla di un’altra
acqua, lei insiste con il discorso dell’acqua di prima: “Dammi di questa acqua, affinché io non abbia più ad
attingerne”. Ecco, abbiamo piani
diversi: lei ragiona con un termine e Cristo ragiona su un altro termine.
Questo ci ha abituati al fatto che lo Spirito di Dio usa parole
nostre; per forza, ci deve essere, perché altrimenti non c’è la possibilità di
comunicazione tra i due mondi. Perché ci sia la possibilità di comunicazione ci
vuole un termine comune che sia ambiguo, che abbia significati diversi.
Lo Spirito di Dio usa dunque lo stesso termine che uso io: ma Lui
lo usa in un senso e io lo uso in altro; però, tramite la conversazione, Lui mi
porta sul piano dell'Infinito. Lui usa la stessa mia parola di creatura, ma la
usa con lo Spirito Infinito, e intanto mi aggancia nel mio finito e mi porta
sull’altro. Ecco, se Lui non avesse in precedenza usato i termini “acqua”,
“pane”, noi forse adesso qui non capiremmo.
Con quell’esperienza precedente, attraverso la quale siamo
passati, comprendiamo che il Cristo adopera termini comuni alle creature per
portarle su termini che loro non capiscono. Quindi quando Lui parla di
acqua, “Dammi da bere”, lei non interroga: “Cosa intendi tu per dammi da bere?”,
perché dà per scontato di sapere che cosa sia l’acqua. Qui Gesù parla di carne e loro sanno
perfettamente che cosa sia la carne; e così quando parla di pane.
Quando Lui dice: “Voi mi cercate
non per i pani che avete visto ieri ma per i pani che avete mangiato”, fa capire che quel pane era segno di un altro pane; sposta, usa un
termine comune però ambiguo, perché Lui lo usa secondo un’intenzione, ma per
noi è un’altra intenzione. Lui lo fa proprio per liberarci dalla nostra
intenzione e per portarci alla sua intenzione. Cioè Lui parla nella nostra
intenzione, in cui per noi le cose sono reali (pane e acqua per noi sono reali,
anche carne, per noi è reale) per dirci: “Guarda che quelle cose non sono
reali, sono segni di un’altra cosa reale”; e dice: “è di questa che vi dovete
interessare”. Quando Gesù parla dell’altra acqua alla samaritana, lei risponde:
“Dammi di quest’acqua affinché io non
abbia più ad attingerne”, pensa ancora
alla sua acqua. E allora tende a scivolare nell’azione: “…così che non debba più ad attingere”: ecco, l’io, l’azione dell’io. Ed è la medesima risposta che
danno questi giudei.
Pinuccia B.: Loro non sapevano che
cosa fosse la carne.
Luigi: Loro sapevano che cosa era la
carne. Era l’acqua della Samaritana. Era il pane moltiplicato. Non potevano
capirne il significato, perché non avevano presente Dio.
Quando non si ha presente Dio necessariamente si pensa all’azione,
cioè al mio comportamento verso la cosa. Quando io so, quando io conosco una
cosa, il problema è passare all’azione.
Invece il problema è: “No, tu non conosci”: ecco la povertà. Ecco
perché dico che la vera preghiera, che è la vera adesione a Dio, è sempre un
superamento di ciò che per noi costituisce la realtà; ed è, quindi, vera
interrogazione: “Signore, cosa vuoi comunicarmi di Te?”. Per questo l’azione è
sempre una risposta che denota una non conoscenza, una visione parziale. Invece
il vero fare che Dio chiede a noi è di proseguire nel cammino della
conoscenza, fino alla contemplazione di quello che Lui ci dona nel suo Spirito,
cioè fino alla vita eterna.
A me sembra che ci aiuti molto quello che abbiamo approfondito
precedentemente sull’acqua e sul pane; cioè ci aiuta a capire come dobbiamo
considerare questa carne. Questo dialogo tra Gesù e i giudei e questa
obbiezione che fanno i giudei.
Pinuccia B.: Però c’è una
differenza, perché c’è acqua e acqua; tra acqua materiale e acqua spirituale,
tra pane materiale e pane spirituale, ma qui non c’è una carne materiale una
carne spirituale.
Luigi: Ma certo che c’è! C’è la
carne come è intesa dalla creatura e c’è la carne come la intende Dio, cioè come
manifestazione sensibile della Persona divina, cioè quegli occhi, quelle labbra
nelle quali parla il Verbo di Dio.
Eligio: Ma quella non è la carne
umana?
Luigi: Per vedere la carne umana
come manifestazione di Dio, cioè come incarnazione, la devo vedere come
manifestazione del Verbo di Dio, altrimenti la vedo come creatura, cioè la vedo
materialmente. Materialmente non mi dice niente. Perché necessariamente, se non
la vedo secondo lo Spirito di Dio, sono portato all’azione; azione che può
essere anche distruzione della carne, come può anche essere assumere un certo
comportamento; comunque sono portato all’azione, cioè mi comporto in un certo
modo verso la carne: o tendo a possederla o tendo a distruggerla. Insomma,
quando una cosa la conosco (credo di conoscerla), qualche cosa devo fare.
Noi tendiamo all’unità, quindi tendiamo all’assimilazione, ad
assimilare tutto nell’unità. Ecco per cui nasce l’azione. Se invece tendiamo ad
assimilare tutto in Dio, allora nasce l’azione della contemplazione, e abbiamo
la vita eterna. Quindi o tendiamo ad assimilare tutto nell’unità di Dio o
tendiamo ad assimilare tutto nell’unità del nostro io. Tutto il nostro agire
è un tentativo di assimilare nel pensiero dell’io. Il mangiare è un’azione.
Mangiando cosa facciamo? Non facciamo altro che tentare di assimilare il mondo
esterno nel pensiero del nostro io. Tutto il nostro parlare, il nostro agire
nel mondo è tutto un tentativo di assimilare all’io; perché noi siamo fatti per
l’unità, noi siamo fatti per Dio.
Dio è un’Unità, quindi o assimiliamo tutto in Dio o assimiliamo
tutto nell’io. Soltanto che in Dio assimiliamo in un certo modo
(contemplazione), fino ad essere noi stessi assorbiti in Dio, a diventare
pensiero di Dio. Se assimiliamo nel nostro io, non abbiamo la contemplazione,
non possiamo conoscere; allora abbiamo l’azione, che è una azione distruttiva.
Perché noi assimilando nel pensiero dell’io, siccome il nostro io non è verità,
distrugge. Invece in Dio, che è Verità, assimilando in Dio non facciamo
l’azione di cambiamento delle cose, ma facciamo la vera azione, l’azione di
Maria, che è azione di conoscenza delle cose in Dio.
Bisogna mettere bene in chiaro questo: noi siamo fatti per
l’unità (Gv
17,23). Essere fatti per
l’unità vuol dire essere fatti per unificare tutto in un unico pensiero, che è
il Pensiero di Dio, che è la Verità.
Eligio: Che cosa avviene nell’anima
che unifica la carne del Cristo al Padre, per cui constata di possedere il
corpo di Cristo? Perché è tutto un fatto spirituale, per cui fuori non succede
niente.
Luigi: Certo, perché la carne di
Cristo assimilata ci fa scoprire il nostro peccato; perché la carne di Cristo
ci viene data in conseguenza del nostro peccato, in conseguenza del pensiero
del nostro io messo al centro, staccato da Dio. Per cui dà a noi la possibilità
di morire a noi stessi. In caso diverso noi non moriamo. Se noi non assimiliamo
la carne del Cristo non possiamo morire a noi stessi, cioè non possiamo
scoprire la gravità, la portata del nostro peccato.
Eligio: Allora il Cristo che compare
nel mondo dicendo: “Metti Dio prima di tutto perché Dio è il Creatore di
tutto”, non è sufficiente per noi.
Luigi: Questo è necessario.
Eligio: Però per superare il nostro
io non è sufficiente.
Luigi: Non è sufficiente, perché
questo ce lo dice già il Verbo di Dio prima che venga il Cristo. Lo dice già
Giovanni il Battista, che è la sintesi di tutto l’Antico Testamento. Tutta
l’opera che Dio fa con il popolo ebreo è sempre questo richiamare alla
giustizia essenziale: “Io vi mando le
guerre, io vi mando le rovine, vi mando l’esilio, vi mando in schiavitù perché
non mi mettete al centro”, quindi sono
tutte lezioni che Dio dà. Però non è sufficiente, perché l’uomo da solo, pur
sapendo questo, …siamo nel campo del sogno.
Eligio: Non è sufficiente perché non
è possibile.
Luigi: Se fossimo innocenti sarebbe
possibile, ma tolta l’innocenza non è più possibile. Perché l’uomo è dominato
dal fatto che: “Sarebbe bello ma la realtà è un’altra!”, e quella realtà lo
porta via. Per cui non è possibile.
Eligio: Quindi non è che sia
insufficiente, non è possibile. La possibilità è data dall’incontro con
l’umanità del Cristo…
Luigi: …assimilata; perché non basta
incontrarlo.
Eligio: E in che cosa consiste
questa assimilazione dell’umanità del Cristo?
Luigi: Nel capire che Lui
incarnandosi viene a morire per opera mia. È attraverso questo che mi
salva, per cui Cristo muore per me. “Come mai?”. Ci troviamo di fronte a
Cristo, il Verbo di Dio fatto carne, morto, con le nostre mani sporche di
sangue. Non c’è nessun altro. C’è soltanto l’uomo singolo, personalmente, e
Lui. Qui avviene il passaggio. “Tu sei morto, ma non sei morto di morte
naturale; chi ti ha ucciso? Io ho le mani sporche del tuo sangue”. Ad un certo
momento deve avvenire il momento di questo colloquio.
Eligio: E’ una presa di coscienza?!
Luigi: E’ una presa di coscienza.
Eligio: In effetti, scusa l’esempio,
ma se io ti uccido, il giorno in cui me ne rendo conto, la mia vita non sarà
mai più come prima.
Luigi: Infatti Lui vuole che la
mia vita non sia più come prima. È per questo che opera.
Eligio: Per fede mi sembra
abbastanza facile capire, perché me ne accorgo che affermando il mio io,
uccido, distruggo qualcosa del divino in me, distruggo anche la sua opera
all’esterno con la quale Dio mi chiama, mi fa delle proposte attraverso il
Verbo. Altro è trovarsi le mani sporche di sangue, vedere il Cristo morto per
colpa mia. Altro è avere questa consapevolezza, che però è ancora vaga. Infatti
poi le cose restano su per giù come prima, oppure cambiano ma di poco.
Luigi: Perché si tratta di capire,
perché quando noi capiamo la nostra vita cambia. La nostra vita non cambia se
non capiamo. Se non capiamo noi ci muoviamo, facciamo azione; ma muovendoci
cambiamo l’altro invece di cambiare noi. Noi cambiamo il mondo esterno ma
non cambiamo noi. Invece il Signore ci dice: “Non
cambiare il mondo esterno, sei tu che devi cambiare”, ma per cambiare devo capire, capire la sua incarnazione.
L’incarnazione è già un morire.
Il problema è che per noi le cose dello Spirito non sono così
reali come le cose della carne. Invece le cose dello Spirito sono più reali
della carne stessa.
Per noi la carne è un grande trauma, una grande impressione,
mentre lo Spirito no. Un giorno scopriremo che lo Spirito è molto più reale
della carne stessa.
Per cui se tu sei convinto che spiritualmente che la cosa avviene,
quello è molto più reale, più traumatizzante ancora di quello che, anche se
attualmente non sembra così, che tu proveresti constatando fisicamente
l’avvenimento. E’ una cosa tremenda: ci troviamo con un morto nella “stiva”
e non ce ne rendiamo conto.
Pinuccia B.: Perché una cosa è dire:
“Cristo è morto per me”, e un’altra è dire: “Cristo è morto per opera mia”.
Luigi: Ma tu capisci che noi viviamo
di cose ripetute. Ma questo è un morire, non è un vivere. Perché le cose
ripetute in noi creano la morte nostra, non creano la vita. La vita arriva a
noi proprio attraverso la presa di coscienza consapevole, personale, è un fatto
personale. Eppure, siccome non siamo soli, Dio ci conduce poco per volta a
questa presa di coscienza personale; e il più delle volte arriva soltanto nel
momento dell’agonia, sul letto di morte. Perché noi siamo sempre talmente
distratti…; per cui in quel momento Dio annulla ogni altra presenza e ci
troviamo a tu per tu con Dio. Ma dovremmo arrivare molto prima. Comunque
fintanto che non arriviamo alla consapevolezza non possiamo renderci conto.
Eligio: Allora cosa deve fare la
creatura per arrivare a questa presa di consapevolezza?
Luigi: “Signore, aiutami a capire
quello che Tu mi hai annunciato”. Perché tu adesso credi in quanto ti è stato
annunciato, desidera che il Signore ti illumini su quello che ti ha annunciato.
Se Dio te lo ha annunciato è perché ti ha presentato una verità che tu sei chiamato
a vedere, a capire, a conoscere. Dio te l’ha annunciato, per bocca di chiunque,
in quanto nella tua vita è entrato questo pensiero. Adesso, o questo pensiero
non è vero, però devi avere dei motivi validi per dimostrare il contrario,
oppure non hai altra soluzione che camminare verso la comprensione di quello.
Più rinviamo e più non facciamo altro che rinviare la nostra liberazione, cioè
non facciamo altro che prolungare un’agonia. Perché il problema o lo annulli,
dicendo il falso, oppure devi risolverlo. Il fatto di rinviarlo prolunga
l’agonia. Porti dentro un trauma.
Eligio: Ma il risolverlo non è nelle
mie possibilità.
Luigi: Solo Dio te lo risolve. Dio
ti ha posto un problema che solo Dio te lo risolve. E questo ti impegna a
cercare presso di Lui, a guardare Lui, a sospirare Lui, ad invocare Lui, ti
impegna ad una preghiera continua.
Eligio: Prima di capire questo
versetto: “Altercavano tra loro i giudei”, dovevo ancora capire cosa intende Gesù quando parla di pane, di
fame…
Luigi: Sì, ma anche questo altercare
è un aiuto per noi, per dirci: “Non essendosi preoccupati di capire cosa
intendesse Gesù con il termine carne…”; d’altronde non potevano capire, ma avrebbero dovuto rivolgersi a
Lui solo e chiedergli: “Cosa vuoi dirci?”. Quando gli apostoli, a Gesù che
parlava loro in parabole, domandano: “Spiegaci, cosa
hai voluto dire?”; Lui glielo
diceva. Questo vuol dire che il chiedere il significato di quello che Lui dice,
trova rispondenza in Lui; non trova rispondenza quando invece l’uomo fa il
superbo e dice: “Ho capito”.
Quando l’uomo crede di aver capito, allora nasce il conflitto.
Allora se questi giudei avessero chiesto: “Spiegaci, cosa vuoi dire tu con dare la tua carne per la vita”, Lui avrebbe spiegato. Perché Lui viene proprio per spiegare,
per far capire.
L’uomo non deve essere superbo, non devi dire: “Io ti conosco, so
chi sei”. In tal caso è un demonio, non entra nel Regno di Dio. Bisogna essere
ciechi. Il cieco che invoca la Luce, ecco la vera preghiera: “Che cosa vuoi che ti faccia?”; “Signore, che io veda”.
Parlandoci il Signore ci acceca. Guarda con la Samaritana: prima
le chiede un bicchiere d’acqua e poi l’acceca; perché le parla di acqua e lei
non capisce niente. Garda con il pane: prima moltiplica il pane e poi li
acceca: “Non cercatemi per questo pane ma
per l’altro pane”, e quelli
restano ciechi.
Qui parla loro della carne e loro restano ciechi. Ma non acceca
per il divertimento di accecare, ma acceca per portare nella preghiera; per
aprire all’invocazione: “Signore, che io
veda!”. Perché la condizione
per ricevere la luce da Dio è quella di invocare la luce da Lui; da Lui, perché
le cose vengono da Lui; non vengono da noi, dalla nostra intelligenza, non
vengono dalla nostra azione, non vengono dalla nostra operazione. Allora Lui opera
per convincerci in questa preghiera. Per questo dicevo che la vera
interrogazione è quella della prostituta, dell’adultera. Quella è vera
interrogazione. Spiritualmente parlando, la creatura che attende tutto da Lui
interroga. È il desiderio di attendere da Lui la luce. La vera interrogazione è
quella del cieco di Gerico: lui sente un rumore di cose che passano, di
persone, di gente che passa e interroga. Il parlare di Dio è tutto un rumore
di cose che passano, la nostra di vita è tutta un rumore di cose che
passano, è l’uomo cieco chiede: “Che cosa c’è?”,
“Che cosa c’è?”, “Che cosa c’è?”;
perché sente un rumore che non capisce. “Che cos’è tutto questo passare?”, “Che
cos’è tutto questo rumore che è intorno a noi?”; “Che cos’è tutto questo
vivere; tutto questo morire?”. La risposta è questa: “È Gesù di Nazareth che passa!”.
Tutto questo rumore: nascite morti, vicende di ogni giorno, anche
fatti politici, bisogna chiedersi: che cos’è tutto questo? “È Gesù che passa!”. E la risposta della
creatura: “Gesù, abbi pietà di me!”.
Invece, di solito, noi non arriviamo nemmeno alla prima
interrogazione; cioè, noi sappiamo che tutte le cose nascono e muoiono, ma le
commentiamo così: “Eh, così è la vita, è la realtà”, è una risposta sciocca. E
restiamo alla prima interrogazione, perché crediamo di vedere.
Invece il cieco di Gerico che non vede chiede: “Che cos’è tutto questo rumore?”. Noi non diciamo: “Che cos’è tutto
questo rumore?”, perché “noi sappiamo”.
Quindi non facciamo nemmeno la prima interrogazione.
Il cieco di Gerico rappresenta ogni uomo. E’ lì che non ci
comportiamo come il cieco di Gerico, perché “sappiamo”. La meraviglia del
cieco di Gerico sta proprio in questo suo interrogare circa il senso del
passare di tutte le cose.
Appena gli riferiscono che si tratta di Gesù, ecco che lui invoca
Gesù; vale a dire, non gli interessano più le creature. Ecco, abbiamo un segno
privilegiato: in tutte le cose c’è Gesù. E poiché c’è Gesù, io non cerco
più le cose, non mi rivolgo più alla creazione: mi interessa solo più Lui.
Perché solo Lui mi può salvare! “Gesù, abbi
pietà di me”: ecco l’interrogazione!
E questa interrogazione è ascoltata.
Nota che questa sua interrogazione è “discussa” da tutti gli
altri: infatti vogliono farlo tacere: “Non
disturbare!”. Questo ci fa capire
che c’è una rottura col mondo. Quando la creatura invoca Gesù, si determina
una rottura con tutto il mondo. Anche con i discepoli: anche loro vogliono
farlo tacere.
Ma Gesù ode la parola del cieco. “Il
Padre ti vede nel segreto, ti conosce”;
cioè: “Il Padre conosce la tua preghiera; conosce la tua interrogazione”.
Risponde: “Cosa vuoi?”; “Ecco che ti
chiama”; “Cosa vuoi che io ti faccia?”. “Che io veda”: ecco la grande interrogazione della creatura. “Che io veda”.
È lì la sintesi di tutto.
Dovremmo sempre tenere presente questo fatto: la creatura che
chiede a Dio la luce per vedere. Per vedere che cosa? Per vedere le sue opere,
le sue parole, cosa Lui fa, cosa Lui ha voluto significare facendo questo.
Per cui Lui scrive per noi parole che però Lui solo può
illuminare. Invece noi non cerchiamo presso di Lui la luce. Noi il più delle
volte la luce c’è l’abbiamo in noi, per cui: “Io so perfettamente che cos’è la
carne; ma allora lui cosa mi sta dicendo? Mi sta dicendo uno strafalcione,
perché come posso io mangiare la sua carne?”. Perché partiamo da un
preconcetto: credo di sapere che cos’è la carne. Per questo diventa impossibile
capire.
Eligio: Molte volte anche non
sapendo che cosa sia la carne, non sappiamo come fare per chiedere delle cose che non abbiamo
capito.
Luigi: Non sappiamo come fare perché
crediamo di sapere. È sempre lì il problema! Noi crediamo di sapere, per cui
non sappiamo come comportarci.
Pinuccia B.: Il chiedere la luce è
un atteggiamento interiore.
Luigi: Certo, non sono mica parole.
Comunque una delle figure più rappresentative per noi è il cieco di Gerico, con
il suo interrogare per giungere alla luce. Ora, siccome l’uomo è cieco, Gesù
stesso lo dice, abbiamo i passaggi per poter arrivare ad ottenere la luce, la
luce dal Verbo di Dio.
Eligio: Ma questo altercare
dei giudei non era uno sforzo per cercare di vedere?
Luigi: No, …magari avessero cercato
di vedere.
Eligio: Ma qual è il passaggio che
dicevi?
Luigi: Cercare di capire la lezione
che c’è in questi giudei che altercavano tra loro; perché loro cercavano
l’azione, credendo di aver conosciuto, cercavano l’errore. Quindi se il Signore
ci presenta creature che di fronte alla nostra parola si comportano in modo
sbagliato, è una lezione di cui dobbiamo cercare di intendere il significato.
Il vero fare è quello di Maria, che seduta ai piedi di Gesù,
faceva la parte migliore. Cosa faceva lei guardando Gesù? Interrogava, era in
atteggiamento di interrogazione, perché stava ascoltando. Chi ascolta è in atteggiamento
di interrogazione. “Signore, parla
che il tuo servo ascolta”. Questa è
l’essenza della creatura, dell’anima vera.
Pinuccia B.: La signora che è
mancata, apparentemente era tutta azione, ma ciò che conta è l’anima;
evidentemente questa creatura è sempre stata in ascolto di Dio, in risposta di
Dio, quindi ciò che conta è la contemplazione interiore di quest’anima; che se
poi si esprime nel muoversi, questo non ha importanza.
Luigi: Certo, è ciò a cui guarda la
creatura; è ciò a cui noi guardiamo; se uno guarda Dio, Dio non ha difficoltà a
rendere sapiente l’anima; può essere un bambino, può essere un vecchio, può
essere un uomo di cultura o può essere un povero diavolo. Dio non ha nessuna
difficoltà a rendere sapiente la creatura. L’unica difficoltà che ha Dio è
quando la creatura non guarda Lui; allora qui abbiamo proprio la difficoltà da
parte di Dio a comunicare la sapienza; perché Dio non può dare la sua
sapienza là dove creatura non guarda Lui. Può soltanto tirare le pietre.
Pinuccia B.: Facendo una vita di
sacrificio, dove non c’è l’io evidentemente, il Signore ci porta alla
contemplazione?
Luigi: Soprattutto! Perché se non
c’è dedizione, Dio non si rivela.
Pinuccia B.: Ma se non c’è
direttamente dedizione con la parola di Dio, ma solo con il Pensiero di Dio? Se
non si può approfondire la parola, in quanto non c’è disponibilità né di tempo
esteriore, né di tempo interiore?
Luigi: Se l’anima guarda a Dio, Dio
non ha difficoltà a riempirla di luce. Bisogna che l’anima guardi Dio.
L’importante è che guardi Dio, perché noi siamo portati via dalle presenza
fisiche, dal mondo. E’ quello che impedisce di ricevere.
Pinuccia B.: Dio ci conduce a
comprendere questa parola, non solamente attraverso la riflessione, ma
guardando a Lui.
Luigi: Soprattutto guardando a Lui.
Riflettere vuol dire riflettere con Lui, in Lui. Riflettere è guardare a-,
perché la luce viene da Lui.
Pinuccia B.: Perché guardando Lui,
guardando solo al suo Pensiero, anche mentre faccio altre cose, posso guardare
il Padre, posso pensare il Padre.
Luigi: No, non dire: “Io posso
guardare e fare”, perché il problema non sta lì. Il problema sta soltanto nel
“guardare a-”.
Pinuccia B.: E poi il resto è Dio
che ce lo fa fare?
Luigi: Ma quello non interessa!
Perché se una creatura non sa leggere, magari zappa il campo; per cui noi
dobbiamo sempre cogliere l’anima delle cose, l’anima delle creature. Quello che
ci deve interessare è questo: “Il Figlio non
fa niente se non lo vede fare dal Padre”. L’essenziale è questo: guardare il Padre, perché si riceve tutto
dal Padre. Quindi il problema non è guardare e fare qualche cosa. Fintanto che
hai problema di fare altro non guardi a-, tu guardi nella misura in cui sei
disponibile per-; hai la tua vita lì. Altrimenti complichi le cose. Perché
dici: “Ho la mia vita lì, ma ho anche la mia vita là”. Allora non fai altro che
pasticciare, perché trai la tua vita da altro.
Eligio: Noi dovremmo essere
trasformati anche della nostra umanità, attraverso la contemplazione di Dio.
Luigi: Certo, nella misura in cui
mangiamo Lui.
Nino: Quando vedo gente che arriva
ad un certa età e non è più in grado di recepire niente, penso che Dio mi
approvi se cerco di farlo conoscere a questi anziani della casa di riposo. In questo
non c’è l’interesse del mio io, anzi, il mio io mi dice di lasciar perdere,
perché sembra una fatica inutile. In questo non c’è la superbia di poter dare
agli altri quello che tu Luigi dai a noi, sia chiaro. Però quello che io ricevo
vorrei donarlo agli altri. Anche solo a livello di motivazione.
Luigi: Nei riguardi delle persone di
cui hai parlato adesso, sei in una situazione di risposta di fronte ad una
parola di Dio. E noi dobbiamo cercare di essere sempre in una situazione di
risposta. Ad esempio, tu dici che io parlo, ma io parlo perché sono in
situazione di risposta, in quanto c’è qualcuno che mi ha chiesto di parlare,
che mi ha detto: “Troviamoci a parlare del Vangelo”. Quindi non sono io che
preso una iniziativa. Penso che per restare nello Spirito dobbiamo sempre
essere in situazione di risposta. Quindi se il Signore ti manda qualcuno
che ha fame, che ti chiede un aiuto spirituale o consigli, devi mantenerti in
situazione di risposta, cioè rispondi a Dio.
Se siamo attenti a questo, ci accorgiamo che durante il tempo
della giornata Dio ci distribuisce il tempo del silenzio, ci manda delle anime
bisognose…; per cui il problema non è tanto quello di aiutare i vecchi, ma il
problema vero è: “Cerca prima di
tutto il Regno di Dio”. “Cercalo!”. Poi
è sufficiente magari una parola sola, e quella parola magari ti fa cambiare
l’anima; per farti capire che non sei tu che cambi gli altri o che puoi aiutare
gli altri. E’ Dio che cambia gli altri. Però quanto più la tua anima matura
in Dio, tanto più percepisce. Allora è come quest’anima che è andata in
Paradiso in questi giorni, che ti manda quella parola, quell’atteggiamento che
viene da Dio: e quello ti trasforma. Invece a volte il nostro tanto parlare, il
nostro tanto agire ci fa fare solo buchi nell’acqua, perché tutto è fatto di
azione nostra. Non si è in situazione di risposta. L’iniziativa deve sempre
venire da Dio.
Nino: I libri che hai scritto sono
sempre in situazione di risposta oppure è un’azione tua?
Luigi: Sempre in una situazione di
risposta. Noi siamo sempre soltanto in difetto, e dobbiamo sempre ritenerci in
situazione di difetto; per cui dobbiamo sempre essere in situazione di
risposta.
Nino: Tutto quello che ho letto fino
adesso in campo scientifico sul problema mentale degli anziani, sono soluzioni
su un piano orizzontale; per cui dicono di impegnarli facendo l’università
della terza età, di impegnarli a fare l’orto. Ma ci sono delle situazioni che
non possono più fare niente, per cui bisogna proporre una cosa che non passa.
Ecco, unicamente quello.
Luigi: Tu hai presente il problema
della persona anziana, ma in realtà tutti i problemi umani sono così.
Nino: Vedo che nessuno affronta quel
problema come andrebbe affrontato.
Luigi: Quella potrebbe essere anche
una proposta da parte di Dio, per cui se tu sei in grado di scrivere qualche
cosa in risposta ad un problema che ti è stato posto dal Signore...
Nino: Però non so se riuscirò a fare
una cosa chiara.
Luigi: Più tu conoscerai il Signore
e più la cosa ce l’avrai chiara. Altrimenti meni il can per l’aia. Se hai ben
chiaro quello che vorresti dire, sei in situazione di risposta ad una proposta
che ti ha fatto il Signore. Può anche darsi che Dio ti abbia fatto vedere la
soluzione ma che non ti dia la possibilità di scrivere. Perché a volte il Signore
illumina l’anima, per cui si vede come realizzarlo, ma bisogna che poi il
Signore te lo faccia realizzare.
* * *
N.B.: Il testo, tratto da
registrazione,
non è stato
rivisto dall'autore e mantiene lo stile discorsivo.
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