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Dispensa n°12

Incontro n° 127

Domenica 09.04.1978

 

 

Gv 5,12:  Onde essi gli domandarono: “Chi è quell’uomo che ti ha detto: prendi il tuo letto e cammina? …”».

 

Cristo: la Parola di Dio incarnata
(Ubbidendo alla parola del Cristo, incarniamo la parola; rappresentiamo il Cristo)

 

Dall’esposizione di Luigi Bracco:

 

Soffermiamoci sul versetto 12 e domandiamoci che cosa Dio voglia dirci personalmente in questa scena in cui presenta, in giorno di sabato, un ammalato che, paralizzato da 38 anni, guarito da Gesù, sta portando sulle sue spalle il suo giaciglio per ordine di Gesù. Di fronte a questo ammalato il Vangelo ci presenta la scena dei Farisei che gli obiettano: “Non è lecito portare il letto perché è Sabato”, al ché lui risponde: “Colui che mi ha guarito mi ha detto di portarlo”, per cui essi gli chiedono: “Chi è colui che ti ha detto di prendere questo letto e di camminare?”.

E’ difficile trovare immediatamente un rapporto con la nostra vita spirituale, però, sapendo che è Parola di Dio per noi, dobbiamo cercare di arrivarvi. Per questo è necessario approfondire quando subito la lezione non è palese. È l'amore alla Verità, a Dio, che deve spingerci. Dobbiamo approfondire fino ad arrivare ad un punto di contatto tra quella scena e la nostra vita personale.

Questo ammalato, paralizzato da 38 anni, guarito dalla parola di Gesù, in quanto ubbidisce, incarna la parola di Gesù. Quindi attualmente ci troviamo di fronte:

·        ad un uomo che incarna la Parola di Dio,

·        e ad un’autorità (Farisei, maestri in Israele) che in nome della Legge ( e la Legge era volontà di Dio, Parola di Dio) gli obbiettano che egli non può fare quello che fa.

A questo punto troviamo un uomo che per ubbidire alla Volontà di Dio è contraddetto da quelli che sono i maestri della Volontà di Dio.

E’ Dio stesso che ci pone di fronte ad una scena di conflitto; conflitto con due espressioni di Dio: la Legge e la Volontà di Dio.

Chi in buona fede ubbidisce alla Volontà di Dio è salvo o per lo meno è sul cammino della salvezza. Eppure qui il Signore, di proposito, pone a confronto un conflitto di volontà. Lo pone di proposito, perché tutto ciò che Lui fa, lo fa di proposito, per aiutarci. Perché quella situazione deve trovare un riscontro nella nostra situazione, nella nostra vita. Ed è per questo che noi approfondiamo questo fatto: per intendere che cosa il Signore voglia metterci in evidenza, cioè quale aiuto vuole darci ponendo a confronto un conflitto di volontà, quindi un conflitto di parole di Dio. Andando avanti quest’uomo, in quanto incarna la parola di Dio, sulla scena rappresenta il Cristo (Cristo infatti è la Parola di Dio incarnata). Quindi per noi, attualmente, quest’uomo paralitico che incarna la Parola di Dio, significa il Cristo.

 

Pinuccia B.: Perché?

 

Luigi: Perché incarna la Parola di Dio e il Cristo è la Parola di Dio incarnata. Quest’ammalato guarito dice: “Io porto il mio giaciglio perché Colui che mi ha guarito, mi ha detto: “prendi il tuo letto e cammina”. Sta facendo la Volontà di Dio, sta ubbidendo, quindi sta incarnando la sua parola. Ubbidire vuol dire incarnare.

Se noi camminando nella nostra vita possiamo onestamente dire: “In questo momento faccio questo, perché Dio ha detto questo”, noi siamo, in quel momento, la Parola di Dio vissuta, incarnata.

Pinuccia B.: Quindi significhiamo Cristo?

Luigi: Certo, è logico. Perché Cristo è la Parola di Dio tra noi, la Parola di Dio incarnata. Poiché sulla scena quest’uomo può onestamente dire: “Io faccio quello che Lui mi ha detto”, per noi rappresenta la Parola di Dio, l’attuazione della Parola di Dio; per cui rappresenta il Cristo. Prima, quand’era ammalato da trentotto anni non rappresentava la parola di Dio, ma come Cristo ha parlato, è diventato la Parola di Dio attuata, realizzata.

Prima che Gesù parlasse era un ammalato paralitico. Vedremo qual’era la funzione di quest’ammalato paralitico, perché in tutte le cose Dio significa qualche cosa per chi è ammalato dentro, per chi è paralizzato dentro. Quindi se troviamo un paralitico fuori, non è perché quel tale sia peccatore, ma perché c’è qualcuno che è paralitico dentro, e che ha bisogno di ricevere ed intendere una lezione.

Osserviamo questo paralitico guarito dalla Parola di Dio. Attuando la Parola di Dio, viene messo in confronto, a tu per tu con i farisei che gli dicono: “questo non lo puoi fare”. Egli obbietta: “Questo lo faccio, perché Chi mi ha guarito mi ha detto di fare così”. Quindi:

·        quest’uomo guarito che incarna la Parola di Dio rappresenta il Cristo;

·        I farisei che obbiettano rappresentano l’uomo che crede di sapere la Volontà di Dio: “La Volontà di Dio è la Legge”.

Andando più avanti nell’approfondimento, notiamo che:

·        quest’uomo guarito rappresenta l’uomo che ha fatto la Pasqua, che ha incontrato il Cristo, e che è risorto;

·        i farisei rappresentano gli uomini della legge, cioè gli uomini prima della Pasqua.

Sono due uomini messi a confronto: uomo nuovo e uomo vecchio, che è l’uomo prima di fare la Pasqua, che non ha superato il suo io, che è ancora nel suo io.

Noi nel pensiero del nostro io ci facciamo maestri, per cui affermiamo come assoluto, la regola, la legge, la volontà di Dio come la interpretiamo noi, come la vediamo noi, e tendiamo ad imporla all’altro. E non intendiamo invece che l’altro, in quanto ci viene presentato, è una lezione di Dio per noi. Per cui l’uomo antico, l’uomo maestro della legge, l’uomo prima della Pasqua, tende ad imporre agli altri, che sono scena davanti a lui, quella sua regola di vita, tende a fare cioè gli altri secondo se stesso.

Mentre invece, nello spirito, noi dovremmo accogliere dagli altri e meditare ciò che Dio vuole insegnarci per cambiare noi.

A questo punto possiamo capire la lezione: questi farisei sono i veri paralitici, loro non si muovono; e quell’uomo che era paralitico da trentotto anni, era paralitico perché c’erano i farisei che erano paralitici. E’ il Signore che ha capovolto completamente le situazioni. Ad un certo momento presenta l’uomo che ubbidisce alla sua volontà, all’uomo che crede di ubbidire alla sua volontà, ma non ubbidisce. Li mette a confronto, li mette in conflitto, per farci capire che l’uomo che si irrigidisce sulla lettera della Legge non intende.

La Legge, come tutte le creature (d’altronde la Legge è la sintesi di tutta la creazione) deve portarci a cercare Dio. Se non ci porta a cercare Dio, essa diventa lettera morta, diventa regola che non ci salva. Se tutte le creature non ci portano a cercare Dio ci mettono in conflitto con Dio. Per questo il Signore dice che anima, centro di tutta la legge è: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutte le tue forze, con tutto te stesso”.

Ama! cioè cerca il Signore Dio tuo con tutta la tua mente, con tutte le tue forze.

Se le creature non ti conducono a cercare Dio con tutte le tue forze, ti portano in opposizione alla volontà di Dio, ti mettono in conflitto con la Volontà di Dio. Quindi se la Legge non ti porta a cercare Dio con tutta la tua mente e con tutte le tue forze, la Legge stessa diventa per te motivo di conflitto con Dio. In nome della legge manderanno a morte il Cristo. Nelle ultime conseguenze troveremo i farisei che in nome della Legge, manderanno a morte il Cristo. Cristo muore. Cristo, che è il Figlio di Dio, viene condannato dalla Legge che è la volontà di Dio, ma volontà di Dio interpretata dall’uomo. Perché quando l’uomo non vede la volontà di Dio come uno stimolo, una sollecitazione ad interessarsi di Dio, a cercare Dio prima di tutto, viene portato in conflitto con Dio dalla stessa Legge, fino ad uccidere Dio, perché non supera se stesso.

Nel pensiero dell’io l’uomo tende ad uniformare tutti gli altri a se stesso, ad imporre cioè se stesso. Egli crede di rendere gloria a Dio, ma impone se stesso; mentre invece se l’uomo è aperto a Dio, di fronte ad un altro, cerca di intendere ciò che Dio gli vuol significare; perché l’uomo che è aperto a Dio, è in continuo movimento per conoscere Dio.

Dio ci sta facendo e ci sta facendo non soltanto dal di dentro, ma anche dal di fuori, attraverso tutte le persone che incontriamo, perché son tutte opere di Dio. Allora se la nostra anima è aperta a Dio, quindi è nell’anima della legge, tende continuamente a modificarsi a seconda delle lezioni che Dio le manda. Se invece la nostra anima non è aperta alla ricerca di Dio prima di tutto (perché lo scopo della Legge è questo) adopera la Legge stessa per cambiare gli altri e non per cambiare se stesso, quindi per imporsi agli altri.

Notiamo quello che il Signore dice: “Non guardare la pagliuzza che c’è nell’occhio del fratello”. Noi con la Legge in mano tendiamo a guardare la pagliuzza che c’è nell’occhio del fratello. Per esempio: notiamo che sono gli altri che non mettono Dio prima di tutto, invece di mettere noi Dio prima di tutto.

Dio non ci ha dato la legge per fare i presidenti di un tribunale e quindi per giudicare gli altri. No, Dio ci ha dato la legge per sollecitarci a cercare Lui prima di tutto. Se non cerchiamo Dio prima di tutto, facciamo della legge un tribunale per giudicare gli altri, quindi per cambiare gli altri e non per modificare noi stessi. Per questo Gesù ci dice: “Non guardare la pagliuzza che c’è nell’occhio del fratello, ma sta attento al trave che c’è nel tuo.”

C’è sempre un trave nel nostro occhio che dobbiamo cercare di toglierci. Siamo noi che dobbiamo sforzarci di entrare.

Se ci sforziamo di entrare, gli altri ci vengono dietro. Quindi lo scopo della Legge è fare in modo che ci sforziamo di entrare. “Sforzatevi voi di entrare per la porta stretta”.

A questo punto la scena è entrata in rapporto personale con noi. Quindi possiamo meditare su questa scena che ci presenta il cap. V del Vangelo di S. Giovanni.

C’è ancora un altro aspetto da mettere in evidenza e che ci fa vedere fino a che punto l’uomo resti cieco quando è preso dal pensiero del suo io e interpreta la Legge secondo la lettera. Notiamo questi farisei di fronte ad un uomo che era paralizzato da 38 anni (quindi una meraviglia dell’opera di Dio. Dio ha fatto meraviglie! L’ha guarito! Cammina): non lo interrogano su chi ha fatto questa meraviglia, ma gli chiedono chi è che gli ha detto di prendere il suo letto e di camminare. Ecco la cecità a cui ci porta il pensiero del nostro io: non vediamo più le meraviglie di Dio, i miracoli che Dio ci fa attorno!

Per questo Gesù dice: “Se non credono alla Parola di Dio, anche se un morto resuscitasse, non servirebbe per convertirli. Costoro vanno alla ricerca di chi ha detto all’uomo di prendere il letto e non si accorgono che quest’uomo è guarito, che è stato miracolato. È come se noi vedessimo uno che improvvisamente entra in questa stanza a porte chiuse passando attraverso il muro, e gli chiedessimo il perché è entrato senza suonare il campanello. Faremmo una questione, perché ci sentiremmo offesi a causa del pensare a noi stessi. “Non ha chiesto il permesso a noi”.

“Costui gli ha detto di prendere il suo letto e non ha chiesto il permesso a noi maestri!”. Ecco l’io che salta fuori, per cui l’uomo resta accecato.

Per aiutarci nella meditazione, teniamo presente l’argomento del Vangelo di oggi: Gesù cammina con i due discepoli di Emmaus e loro non si accorgono che è il loro Maestro. Allo spezzare del pane Lui si rivelerà, e diranno: “Ma non avevamo più il cuore dentro? Era diventato di pietra che non l’abbiamo riconosciuto quando parlava con noi e ci spiegava le Scritture?”. Infatti Gesù aveva detto loro: “Oh stolti e duri di cuore ad intendere…”. Gesù è con noi e noi non lo riconosciamo. Quelli erano chiusi nel loro dolore, nella loro tristezza per la pena di aver perduto il loro Maestro, per cui i loro occhi erano impediti di vedere Colui che era con loro. Ecco la lezione che Dio ci invita ad approfondire con questa scena: noi di fronte al miracolo di Dio, Dio che è tra noi, Dio che opera cose meravigliose, presi dal pensiero del nostro io, dal pensiero di essere noi i maestri, oppure dal pensiero delle nostre sofferenze, tristezze o dolore, non vediamo più che Dio è con noi, proprio attraverso la sofferenza, la pena, oppure la scena che ci mette davanti.

 

Ora, durante il silenzio, poniamoci queste domande:

·        Che cos’è che rende cieco l’uomo?

·        E cos’è che fa sì che noi credendo di fare la Volontà di Dio, andiamo contro Dio?

·        Perché credendo di fare la Volontà di Dio, arriviamo ad uccidere il Cristo in nome della Volontà di Dio?

·        Che cos’è che provoca questo errore e qual è l’apertura che bisogna avere per uscire da esso?

Perché se il Signore ci presenta questo, evidentemente ce lo presenta perché è un errore in cui con molta facilità cadiamo. Tutte le lezioni sono lezioni personali per noi, se il Signore ce le presenta, ce le presenta per evitarci di fare questi errori. Allora dobbiamo chiederci cos’è che ci fa cadere in questo errore e cos’è che ci può liberare da questo errore.

 

 

Pensieri tratti dalla conversazione:

 

Nino: La Legge è un mezzo per arrivare al fine…

Luigi: Bisogna sempre avere il fine per prendere il mezzo. Tu non sali su una macchina se non sai dove andare.

Nino: La legge ti conferma che se metti il primo comandamento al suo posto.

Luigi: Bisogna sempre tener presente che il fine va sempre messo come prima cosa: poi adegui i mezzi al fine. Prima tu scegli dove vuoi andare, poi adegui la strada, la macchina, il treno, alla meta che ti proponi. Noi invece senza rendercene conto, scegliamo prima il mezzo (l’automobile, la strada, ecc.) e poi ci chiediamo: “adesso che siamo qui dove andiamo?”.

Nino: Se cerchiamo Dio la Legge è una conferma del pensiero di Dio, se no la deformiamo.

Luigi: Certo, perché se non cerchi Dio, non hai messo il fine.

Teresa: Non si può dire: “Se prendi questo treno, vai a Torino?”

Luigi: Devi voler andare a Torino per prendere il treno. Devi prima voler andare a Torino e trovarti nell’impossibilità di sapere qual è il mezzo che ti porta a Torino. Allora, ad un certo momento, nel travaglio, uno scopre La legge, scopre il treno. Ma bisogna essere ben convinti del fine al quale dobbiamo tendere.

Fintanto che non siamo convinti del fine, è inutile che ci abbarbichiamo ai mezzi, perché deformiamo i mezzi. Anzi addirittura i mezzi ci portano in conflitto con la volontà di Dio. Quindi dobbiamo osservare bene noi stessi, vedere se siamo convinti che dobbiamo cercare Dio prima di tutto, perché se non ne siamo convinti deformiamo tutto.

Nino: Ne siamo convinti, ma anche noi qualche volta cerchiamo di arrivare a Dio attraverso una regola.

Rina: Ma la regola è comunque un aiuto?!

Luigi: Sì, è un aiuto. Come i paracarri: delimitano la strada, sono un aiuto per camminare; ma nessuno di noi si mette a girare attorno ai paracarri. Si cammina sulla strada per andare alla meta. I paracarri aiutano: andando alla meta uno sta attento, e se c’è la nebbia aiutano.

Rina: Quindi non è giusto dire che la Legge è un mezzo per orientarci al fine, ma per avviarci al fine.

Luigi: Sì, perché il fine bisogna averlo prima. Del fine bisogna già esserne convinti prima.

Nino: Più che mezzo è una conferma; per esempio non basta fare la comunione tutti i giorni...

Luigi: …se non hai il proposito di cercare Dio.

Nino: Prima bisogna avere Dio prima di tutto, poi si torna alla regola, ed è di aiuto. Ma ci devi arrivare di ritorno, non va presa dall’inizio.

Luigi: Certo, all’inizio bisogna mettere il fine.

 

Luigi: Riprendiamo un momento il tema: siamo partiti dalla frase del Vangelo: “Onde essi gli chiedessero: chi è quell’uomo che ti ha detto prendi il tuo letto e cammina?”. Abbiamo osservato la deformazione che c’è in questa interrogazione; perché questi farisei di fronte all’uomo miracolato (38 anni di malattia, paralizzato) che improvvisamente rinasce, e lo vedono camminare sano, non si preoccupano di interrogarlo, di chiedergli: “Chi è che ti ha guarito, che ha compiuto questo miracolo meraviglioso?”. Invece gli chiedono: “Chi è colui che ti ha detto che devi portare il letto?”.

C’è una deformazione mentale che fa riflettere sul rischio della deformazione mentale che può avvenire in ognuno di noi quando non superiamo il pensiero del nostro io.

Il problema è questo: cosa può succedere nella vita dell’uomo, che pur facendo la volontà di Dio in buona fede (non possiamo dire che questi farisei fossero in mala fede) sia condotto a lottare contro Dio, addirittura ad uccidere il Cristo, quindi ad uccidere il Figlio di Dio in nome di Dio!

“Vi manderanno a morte, dice Gesù stesso, credendo con ciò di rendere gloria a Dio”. E Gesù precisa il motivo: “faranno questo perché non hanno conosciuto né il Padre né me.” Quindi, il non conoscere può diventare molto colpevole fino a portare al delitto.

 

Cina: Sono fuori argomento perché mi sono fermata sui discepoli di Emmaus. Anche noi, come loro, siamo qui per cercare il Signore e non Lo vediamo. Però c’è la sua parola che dice che è con noi e che tutto viene da Lui.

Luigi: Non sei fuori argomento. Abbiamo accennato prima che i discepoli di Emmaus camminavano con Gesù ed avevano gli occhi impediti di conoscerlo. Questo paralitico guarito, in quanto camminava portando il letto, incarnava la parola di Dio e quindi rappresentava Gesù. Allora davanti ai farisei c’è Gesù, un uomo che incarna la Parola di Dio (ubbidisce al Cristo, quindi è parola di Cristo vissuta, incarnata).

Così qui troviamo:

·       un uomo che vive la parola di Dio;

·       dei farisei che osservano questa scena.

I discepoli di Emmaus camminano con Gesù, ma sono ripiegati sul loro dolore. Questi farisei sono ripiegati sul pensiero della loro Legge, della loro regola, quindi hanno gli occhi impediti di vedere la volontà di Dio incarnata. Si preoccupano di fare la Volontà di Dio e non vedono la Volontà di Dio che è davanti a loro. I discepoli di Emmaus ripiegati sul loro dolore soffrono perché manca loro il Cristo, Gesù, il loro Maestro, e non vedono che il loro Maestro è con loro.

Cina: Mi pareva un’altra scena quella dei discepoli di Emmaus.

Luigi: Se andiamo a fondo tutte le scene si raccolgono in un Verbo unico e ci danno sempre una stessa lezione. Perché Dio, attraverso tutte le cose, attraverso la giornata di oggi, il sole di oggi, i monti, la neve, gli incontri, ecc. che cosa dice? Sta parlando a noi per farsi pensare. Se Lui non parlasse, noi non penseremmo a Lui. È Lui che parlando genera in noi il suo Verbo; il suo Pensiero e ci mantiene uniti. Quindi Dio creando, parlando a noi si fa pensare. Tutto lo scopo della creazione, tutto lo scopo della nostra vita, è soltanto quello di pensare a Dio, perché chi pensa a Dio forma una sola cosa con Dio.

Noi siamo stati creati per formare una sola cosa con Dio. Ma bisogna che Dio parli, perché se Dio non parla tutto di noi muore. Quindi noi “naturalmente” ci stacchiamo da Dio, se Dio non parla, perché chi ci mantiene uniti, non siamo noi con la nostra volontà, ma Dio. È Lui che parlando a noi, ci unisce. È il Verbo che ci unisce. Se Lui non parla, tutto si spegne in noi.

Dio sta parlando a noi, e parlando risveglia la sua attenzione su di Sé. Una persona quando parla ad un'altra, attrae l’attenzione e l’attrae fino al punto in cui l’altra scopre il pensiero di quella persona che le sta parlando. Scoprendo il pensiero si unisce, lo condivide. Ecco che si forma la comunione.

Però è necessario stare attenti a Colui che parla con noi. Non dobbiamo saltare in continuazione da una cosa all’altra, perché se uno parla con noi e noi continuiamo a pensare ad altro, offendiamo la persona che parla con noi. Però chi ci unisce è sempre l’altro che parla a noi.

Dio parla a noi in tutto e attraverso la molteplicità delle parole che Lui dice a noi sostanzialmente dice una cosa sola: “Pensa a me. Alza i tuoi occhi al di sopra di te stesso, al di sopra dei segni che io faccio attorno a te e guarda a me, perché io sono con te”. Guardando Lui, ecco, in Lui capiamo il significato delle cose che ci dice, scopriamo la sua presenza, ecc.

Pinuccia B.: Ma anche se non cogliamo il significato, è importante cogliere il richiamo della sua Presenza. E’ Lui che mi parla, ad es., con quella nuvoletta: “Io sono il Principio che parlo con te.”

Luigi: Certo.

 

Teresa: Qual è lo sbaglio dei discepoli di Emmaus? Come avrebbero potuto fare diversamente?

Luigi: Erano troppo ripiegati sul loro dolore, troppo presi dal pensiero di se stessi; e questo impediva loro di riconoscere Gesù. Quando Gesù dice (più avanti nel Vangelo di S. Giovanni): “Me ne vado, ma intanto nessuno di voi mi interroga: dove vai?”. Lui voleva che Lo interrogassero, perché chi ha amore per una persona, si interessa di tutto quello che fa quella persona, del luogo dove va, ecc. Se dice: “Io vado”, chi lo ama chiede: “Dove vai?”.  “Invece, dice Gesù, voi perché vi ho detto me ne vado, siete entrati nella tristezza e non mi interrogate più”. Questo lo disse parlando ai suoi apostoli nell’Ultima Cena. Erano ripiegati allora su di sé, infatti quando disse loro: “E’ necessario che Io me ne vada, perché se non me ne vado, non può venire a voi lo Spirito di Verità”, essi pensarono subito: “adesso rimaniamo soli”. È il ripiegamento del pensiero dell’io, la tristezza. Questo impedisce loro di interrogarlo, “Maestro dove vai?”, e di disporsi ad ascoltare ciò di cui Cristo voleva parlare loro.

Lui voleva parlare loro del Padre! “Invece presi dalla vostra tristezza, nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”.

Questo ci fa capire che il ripiegamento sulla nostra tristezza, sulla nostra pena, ci impedisce di capire la Parola di Dio. Così possiamo capire i discepoli di Emmaus: erano ripiegati sulla loro tristezza. Infatti il Vangelo dice: “Erano tutti presi dalla loro tristezza e facevano il loro cammino di ritorno”. Ed è qui che il Maestro li sorprende. Essi, ripiegati nella tristezza, non vedono colui che è con loro e che sta parlando loro; per cui Egli dice loro: “Oh stolti e duri di cuore ad intendere le parole!”. All’ultimo, quando Lui si rivelerà, essi si chiederanno: “non avevamo più il cuore in petto da non vederlo?”. Cristo risorto si rivela sempre attraverso ciò che ciascuno porta nel cuore di Lui. Infatti Lui risorto non si è più manifestato a tutti (dice S. Pietro) ma soltanto a coloro che erano stati con Lui prima. Questo è un segno per dire a noi che se noi non stiamo attenti al Verbo di Dio quando viene a noi, quando parla ancora a noi nel pensiero del nostro io e ci invita a morire a noi stessi, quando Lui risorgerà, non si manifesterà a noi. Perché ognuno di noi Lo può trovare risorto soltanto nella misura in cui lo porta già dentro di sé, l’ha accolto dentro di sé.

L’amore lo ottiene soltanto colui che ha vegliato molto per esso. Se uno non ha vegliato ad un certo punto non lo trova più. Il Cristo passato nella dimensione Spirituale (che è poi la vera realtà) è accessibile soltanto a coloro che gli hanno fatto posto nel loro cuore quando Lui si è incarnato, cioè quando Lui si è abbassato al livello della creatura ed ha parlato ad essa, invitandola a rinnegare se stessa, a superarsi. Se la creatura si apre a Lui, allora Lo ritroverà risorto, altrimenti si trova soltanto di fronte al Cristo morto.

Nino: Non accetta la morte di Cristo come volontà di Dio; si ferma all’apparenza, al sentimento, al dolore della morte.

Luigi: Sì, bisogna accettarla, e poi cercare di capire che quella scena, quel fatto che è avvenuto, è avvenuto per ognuno di noi personalmente. Per cui se il Cristo è morto, è morto perché io con-muoia. A che cosa? A quello che mi impedisce di vedere Dio, cioè che con-muoia con Lui a me stesso.

Ecco perché abbiamo fatto il confronto tra l’uomo guarito e i Farisei; quest’uomo che incarna la parola di Dio è l’uomo che ha fatto Pasqua, che è morto a se stesso. I Farisei (problema della Legge), rappresentano l’uomo che non ha ancora fatto la sua Pasqua, cioè che non è ancora morto a sé stesso. E non essendo morto a se stesso, vuole imporre la sua regola a tutti gli altri, affermare se stesso; tende ad uniformare tutti gli altri a sé, secondo la regola, anche se in buona fede.

Teresa: Però chi è convinto che compiendo la legge va a Dio, desidera anche questo negli altri.

Luigi: Certo, ma chi è convinto di andare a Dio ha messo Dio prima di tutto. Il vero amore del prossimo è questo: aiutare gli altri a trovare Dio, a orientarsi a Dio.

Ma bisogna essere orientati a Dio. Se tu non sei orientata a Dio non puoi aiutare un altro ad orientarsi a Dio. Perché ognuno di noi, anche se a parole diciamo “Dio”, rende spettacolo e convince gli altri di quello che veramente cerca. Ora, ognuno di noi, nella nostra giornata, nella nostra vita, cerca sempre qualche cosa.

A parole possiamo dire tante cose, ma cos’è che veramente cerchiamo?

Noi siamo spettacolo non delle parole che diciamo ma di quello che cerchiamo.

Tu cosa cerchi prima di tutto nella tua vita? Nella tua giornata che spettacolo dai?

È questa la testimonianza che rendiamo. Soltanto se cerchiamo Dio con tutto il nostro cuore, rendiamo spettacolo che Dio è il vero tesoro, è il centro della nostra vita.

Teresa: Certo, noi possiamo illuderci. Penso però che compiendo la Legge noi vogliamo fare la volontà di Dio, cerchiamo Dio.

Luigi: No, non è la legge che di per sé ci possa salvare.

Nino: Se cerchiamo Dio prima di tutto, trovandoci di fronte la Legge interroghiamo Dio, e Lui ci fa subito capire se ci fermiamo alla lettera o se cerchiamo la sua Volontà. Perché se noi non abbiamo Dio presente mettiamo delle regole, e ci illudiamo che siano quelle di Dio (cfr. Hitler, che pur avendo sempre Dio in bocca non ha mai interrogato Dio, se faceva bene o no a sterminare gli ebrei).

Luigi: Mettere Dio prima di tutto vuol dire dialogare sempre con Dio: ci vuole sempre questo dialogo diretto tra la nostra anima e Lui. Dio non è uno lontano al quale arriveremo dopo tante svolte. Dio è immediatamente presente, Dio sta parlando sempre con te. Dio è sempre presente, quindi tu guarda Lui, parla con Lui, ascolta Lui, riferisci tutto a Lui. Questo è avere Dio al centro: riferire tutto a Lui.

Non dire: “ecco io compio questa regola, faccio questo atto, poi dopo arriverò a Lui”. Parla sempre con Lui. È Lui che ti libera, è Lui che ti purifica ed è Lui che porta a compimento. Siamo in formazione, bisogna lasciarsi fare.

Teresa: E in un secondo tempo farà capire ciò che in principio non si capisce.

Luigi: Certo. Capirai poi dopo, però adesso lasciati fare, lasciati lavorare dal tuo Maestro. Ma quand’è che noi ci lasciamo lavare i piedi, ci lasciamo lavorare dal Maestro?

Quando siamo in rapporto diretto con Lui. “Signore, so che ci sei Tu, Signore so che sei Tu in questo avvenimento, in questo fatto. Quindi accetto, perché so che ci sei Tu”. È questo rapporto diretto tra la nostra anima e Dio che porta a compimento l’opera di Dio in noi.

 

Teresa: Anziché scoprire le meraviglie del Signore e dargli lode, essi cercano chi disse a quel malato di prendere il suo letto e portarlo.

Luigi: Ci fermiamo ad osservare ciò che gli altri fanno di diverso da noi.

Teresa: Diverso dal nostro modo di vedere. A volte è difficile accettare che Dio possa fare meraviglie diversamente da come lo vediamo noi.

Luigi: Certo. Anzi le meraviglie non le vediamo più. Lui le fa. Oggi, per es., è una meraviglia; tutto è una continua meraviglia. I miracoli sono in continuazione. Che noi possiamo parlare è una meraviglia; che al mattino ad un certo momento ci svegliamo è una meraviglia. Dio opera continuamente meraviglie. Soltanto che nel pensiero del nostro io, ci priviamo delle meraviglie; vediamo tutto abituale, tutto un’abitudine, una regola. “Questa cosa la conosco già, quell’altra è una cosa vecchia, questa l’ho sempre fatta”, e non vediamo più le meraviglie.

Ci priviamo del meraviglioso. E privarci del meraviglioso vuol dire privarci della presenza di Dio, perché è il pensiero di Dio in noi che suscita sempre in noi le novità. Invece nel pensiero del nostro io, cominciamo a dire: quella cosa l’ho vista ieri, questa è uguale a quella, e facciamo vecchie tutte le cose. Facendole vecchie, ci priviamo della vita.

Dio invece, siccome sarà eternamente superiore a noi, sempre, pur facendo una cosa sola, sarà una sorgente di novità per noi. Ma la sorgente di novità sarà tale in quanto non penseremo a noi, ma a Lui.

Nel pensiero suo, tutto in noi diventa novità. Nel pensiero del nostro io tutto diventa vecchio, stanco, monotono, senza vita; tutto si spegne.

Non si canta che lo Spirito di Verità è sorgente di novità?! Creatore?! È creatore continuazione, quindi è una sorgente di novità.

È Lui che fa nuove tutte le cose, se però noi siamo con lo Spirito di Verità, che è lo Spirito di Dio. Per cui ogni momento, se siamo con lo Spirito di Dio, abbiamo una sorpresa.

Dio ci sorprende. Così ci lega, così ci unisce.

“Signore sei meraviglioso!”. È il canto dell’anima. Tutto è una meraviglia con il Signore. Lontano dal Signore invece tutto diventa triste, non più attraente, non più degno di vivere.

Teresa: Quindi da parte nostra dobbiamo preoccuparci di fare questa giustizia: Dio al primo posto e attribuire tutto a Lui. Se questi l’avessero fatto, avrebbero accettato la guarigione come fatta dal Signore e non ci sarebbe stato alcun problema.

Luigi: Certo, gli apostoli avrebbero superato il pensiero del loro dolore, della loro tristezza; e questi Farisei avrebbero superato il pensiero della Legge. Perché di fronte ad un uomo miracolato, se uno ha il pensiero di Dio, si chiede: ma chi ti ha miracolato? Andrebbe alla ricerca di chi l’ha guarito. È questo che interessa. E non vede se quell’altro si sta comportando in modo diverso da come la pensa lui.

Dio essendo novità ci deve tener aperti, se siamo in buona fede ( ed è Dio che forma in noi la buona fede). Se siamo in buona fede, siamo sempre aperti alla novità e non condanniamo il fratello che si comporta in modo diverso, ma cerchiamo di prendere la lezione che Dio ci sta dando attraverso il fratello che si comporta in modo diverso. Quindi non giudichiamo il fratello.

“Non giudicare”, prendi piuttosto su di te la lezione che il tuo Signore ti sta dando attraverso tuo fratello che si comporta in modo diverso da quello che tu ritieni vita giusta. Perché è Dio che ti ammaestra. Se Dio ti ammaestra, non puoi dire: “questo è un cane, lo prendo a calci”. No. E’ un cane: sta attento alla lezione che Dio ti vuol dare attraverso questo cane. Non puoi dire: “questa è una formica e la schiaccio”. No, cerca di capire quello che il Signore ti vuol significare attraverso la formica, perché è una lezione per te. Se la schiacci, ti privo della lezione, per cui il Signore un giorno ti potrà dire (ed io non potrò obbiettare niente): “Ti avevo fatto incontrare con una formica per insegnarti questo e quest’altro. Tu invece hai schiacciato la lezione che ti volevo dare, non l’hai ricevuta”.

La formichina sembra un’inezia, eppure c’è il Signore anche nella formichina. E forse attraverso la formichina ha una lezione grande e personale proprio per la nostra anima. Tanto le formiche che invadono la casa, quanto i passerotti che rompono i tetti, sono lezioni di Dio. Prima di distruggere, riflettiamo un momento. “Perché il Signore ci manda questo? Perché il Signore ci presenta questo?”. È una scena in cui c’è la mano di Dio.

Se siamo convinti che in tutto c’è la mano di Dio e che tutto è opera di Dio, che in tutto c’è una lezione di Dio, prendiamo le lezione e cerchiamo di riflettere; perché non soltanto attraverso le cose grosse, grandi, imponenti, non soltanto attraverso il delitto o attraverso il fratello o attraverso il prossimo, ma attraverso tutto, Dio ci sta dando delle lezioni.

Lui ci parla in tutto, in quanto parla dobbiamo essere attenti, avere quella delicatezza e dire: “qui c’è la mano di Dio”; e non permetterci subito di schiacciare. Noi siamo talmente grossolani che per noi la formichina è niente, mentre invece una cosa grossa, un uomo, è tanto importante. No, guarda che il Signore ti sta dando delle lezioni nel piccolo e nel grande.

Nino: Quindi interrogare sempre Dio prima.

Luigi: E essere umili, perché ci troviamo in una casa che non è nostra. Per cui non possiamo permetterci il lusso di spaccare ciò che non ci piace, di spostare i mobili come vogliamo noi, perché ad un certo momento ci può chiedere “chi è il padrone qui?”. Ed è logico che ci prenda a calci, ci metta fuori dal suo Regno. “Io ti ho invitato ad entrare in casa mia, ma impara a rispettare il padrone della casa”.

Ora, cosa vuol dire rispettare il padrone della casa? In tutte le cose prima di muoverti, cerca di capire qual è la volontà del signore della casa in modo da rispettare la sua volontà.

Noi siamo in casa di Dio, per cui dobbiamo muoverci secondo la volontà di Dio, imparare a muoverci secondo la sua volontà, non secondo a ciò che piace a noi o quello che non piace a noi (questi sono i superamenti dell’io). Quindi “Superati, non lasciarti guidare dalle impressioni, dai sentimenti, dai tuoi gusti. Cerca i gusti del tuo Signore, cerca il pensiero del tuo Signore e allora imparerai anche a comportarti secondo Lui. Allora il Signore ti farà salire più su, ti renderà partecipe, ti renderà signore della casa”.  Ma è Lui, non noi.

Noi senza Dio facciamo il peccato di Adamo: “sarete come Dio”. No, nessuno di noi con la violenza può essere come Dio, è un assurdo. E’ Dio che ci fa essere come Lui, ma ci fa essere se Lui ci chiama e quindi se noi ci apriamo. Quindi è Lui, non siamo noi, attraverso la nostra prepotenza. Noi attraverso la nostra prepotenza possiamo essere gettati nelle tenebre esteriori.

Teresa: Dobbiamo accettare che Dio possa ammaestrare in modo diverso.

Luigi: Dobbiamo essere attenti, perché Dio ci ammaestra sempre in modo diverso, perché Dio è una sorgente di novità ed è superiore a noi. Se noi ci riteniamo già perfetti, già fatti, non accettiamo di essere cambiati, ma se invece ci rendiamo conto che siamo delle creature in formazione, ci lasciamo correggere e cambiare. Il bambino se non accettasse di essere corretto in modo diverso da come vuole, non crescerebbe più. Noi tutti siamo creature in formazione, ma cresciamo nella misura in cui accettiamo di essere cambiati, cioè se accettiamo le cose diverse da come le pensiamo noi. Dio è superiore a noi, e quindi ha sempre qualcosa di diverso da quel che conosciamo noi, dal comportamento con cui ci comportiamo noi.

Teresa: Non solamente bisogna credere che Dio può ammaestrare gli altri in forma diversa, ma corregge sempre anche noi.

Luigi: Certo, anche noi stessi. Ed è questa l’apertura che bisogna avere, la buona fede. La buona fede tiene la creatura aperta; per cui non dice: “io ho sempre ragione”. Non giudica chi non si comporta secondo la Legge. Ha la buona fede chi ha presente Dio; e chi ha presente Dio in tutte le cose vede Dio e quindi non giudica. “Non giudicate”, dice il Signore. “Piuttosto prendi su di te la lezione che io attraverso quel fratello, magari disubbidiente, violento, ateo, che non tiene conto di Me, ti sto dando”.

Eligio: Io mi son fermato sulla causa della cecità di questi farisei. Nella loro domanda noto un’arroganza orgogliosa tendente a escludere ogni autorità che non sia la loro. Anche noi, nel nostro ambiente di famiglia o di lavoro possiamo avere lo stesso atteggiamento, dimenticando che i fatti o le persone ci sono messi accanto da Dio per insegnare qualcosa a noi; non perché facciamo pesare su di loro la nostra autorità o la nostra visione delle cose o il nostro giudizio. Questa chiusura li rende talmente ciechi da impedire loro di vedere il grande miracolo della guarigione di quel paralitico. Hanno solo visto la violazione della loro autorità che non era stata interpellata (più che la violazione del Sabato è stato questo che li ha offesi). Quindi si può essere maestri della legge di Dio e in antitesi con Dio: la legge staccata da Dio diventa un’esaltazione dell’io e quindi un elemento di conflitto con Dio. Ho concluso pertanto che solo nel pensiero di Dio e nell’apertura incondizionata (come quella di questo paralitico che ha incarnato la parola di Dio senza mettere condizioni) possiamo cogliere la verità dei fatti, interpretandoli nello spirito di cui Dio li anima. Diversamente, nel pensiero dell’io, tutto (la Legge e Cristo stesso) diventa occasione di peccato. Quindi la causa della cecità la vedo in quella chiusura dell’io che ci rende impermeabili alla luce.

Luigi: Come noi ci stacchiamo da Dio, non c’è più nulla di buono che ci possa aiutare a ritornare a Dio, perché è solo Dio il Principio che purifica e fa diventare buone tutte le cose. Ma se noi ci stacchiamo da Dio, tutte le cose diventano dannose per noi. Dio è sempre il principio del bene.

Eligio: C’è però una contrapposizione a Dio e c’è una distrazione da Dio. La distrazione a me pare una cosa diversa dal rifiuto del fine. Ciò che desidererei sapere è se ci sono o no dei  mezzi, piccoli accorgimenti ( che logicamente non devono mai sostituirsi al fine) che ci aiutino ad evitare le distrazioni, per avere presente con la maggior continuità possibile il fine, cioè il pensiero di Dio.

Nino: La preghiera del pellegrino russo è un aiuto efficace: consiste nel ripetere continuamente l’invocazione: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me”, oppure anche solo “Gesù”; ripetendolo continuamente non lasci più entrare altro. Al principio può essere una cosa meccanica, ma pian piano ti può aiutare a pensare sempre Lui.

Luigi: Può essere un aiuto, specialmente durante la malattia quando il pensare diventa difficile, ripetere una certa espressione, o anche quando di notte non si riesce a dormire. Ad un certo momento diventa un po’ automatico e t’accorgi che ti aiuta. Però non penso che ci si possa abbandonare a questo.

Nino: Anche nel lavoro è un richiamo.

Luigi: Certo, nel periodo della debolezza, quando uno si accorge che è debole, può essere un aiuto.

Nino: Può anche succedere che proprio quello del lavoro sia un periodo di debolezza. Carretto dice che questa ripetizione lo aiuta molto.

Luigi: Anche Padre Pio diceva decine di rosari al giorno.

Nino: Anche Papa Giovanni tutto il giorno si sforzava di dire giaculatorie. È un modo di tenersi in alto.

Teresa: Il difficile è però ricordarsi di ricorrere a questo aiuto; è tutto lì il problema.

Cina: A me aiuta molto ricordarmi il pensiero della vite e i tralci, letto nell’ultimo bollettino di Savigliano: “il tralcio staccato dalla vite muore, se è unito, riceve la vita”. È un pensiero che mi accompagna, perché non voglio che la mia vita sia inutile, voglio ricevere la vita, non morire.

Luigi: Sì, bisogna restare molto uniti a Dio. Quest’unione è proprio la presenza del pensiero. Per non avere distrazioni bisogna essere presi da un pensiero. Se ricevessimo la notizia che la mamma è gravissima e sta morendo, partendo per andarla a vedere, passando per la strada, le vetrine, le persone, non ci distrarrebbero; niente ci porterebbe via.

Il problema è interiore: è l’intensità d’amore che ci libera dalle distrazioni. Quando uno è molto preso da una cosa, può incontrare tutte le cose di questo mondo, più niente lo distrae. Se l’amore è spento tutto ci porta via. Il problema è far crescere in noi l’amore, l’amore prima di tutto, che deve prenderci con un’intensità tale, per cui niente più ci tocca.

Ma la modifica da farsi è dall’interno, è dentro di noi. Più ci convinciamo dell’immenso tesoro che Dio è per la nostra vita, per la nostra intelligenza, per le nostre facoltà, per tutto il nostro comportamento; più ci convinciamo dell’immensità di questo tesoro e più vendiamo tutto con gioia. E quando uno vende tutto, non c’è più niente che lo attragga. Perché le cose ci distraggono in quanto le consideriamo implicitamente interessanti, importanti. Ecco perché se siamo presi dal pensiero della mamma gravissima, in agonia, niente più ci tocca. La distrazione è una debolezza d’intensità d’amore. Se tu sapessi di dover morire tra due ore, in qualunque luogo tu vada o ti muova, non c’è più niente che ti tocchi, tanto è il pensiero che preme su di te: “tra due ore parto, sicurissimo”. E’ una dimensione interiore. Non è la pressione esterna. Siamo noi che implicitamente diamo valore a delle cose esterne, per cui una cosa ci attrae, l’altra ci disperde; e diciamo “si, voglio andare là, ma ho del tempo davanti…”.

Eligio: Questo è dovuto anche a preconcetti o per aver assimilato precedentemente altri valori.

Luigi: E’ questo che fa ritenere molto importante ciò che non lo è.

Eligio: Fortunatamente sento ripetere molte volte che bisogna mettere Dio al centro dei nostri pensieri, ciò nonostante non è facile tenerlo sempre presente.

Luigi: Ma non basta vederlo dall’esterno, bisogna vederlo interiormente.

Eligio: Ma pur essendo convinto...

Nino: A volte diciamo che Dio si nasconde a noi, invece siamo noi che abbiamo altri interessi che ci premono. Non siamo interessati a Dio, ma ad altre persone. Non è Dio che si allontana da noi, siamo noi che ci allontaniamo da Lui.

Eligio: Diciamo anche che Dio è un Assoluto, quindi misterioso, difficile.

Luigi: Sì, Dio è difficile, è logico, perché è profondissimo. Ma è Lui che ci porta a conoscerlo. Noi da soli non potremmo mai arrivare a Lui, è logico. Quindi è Lui che ci conduce in questa amicizia. E’ Lui che ci fa amici suoi, ma bisogna lasciarsi condurre.

Ora, noi nella nostra debolezza, ricorriamo pure a tutti i mezzi, perché tutto quello che ci aiuta ad avvicinarci a Lui, a ricordarci di Lui, lo dobbiamo tenere; c’è chi trova un aiuto nello scriversi certe frasi su foglietti e ogni tanto leggerli, c’è chi dice tante giaculatorie, e ripete mille volte: “Gesù, Gesù, ecc.”. Però non limitiamoci a questo, altrimenti cadiamo nella regola. Sono mezzi, sono come il pezzo di pane che mangiamo oggi: lo mangiamo, ma ci dobbiamo svegliare, perché domani il pezzo di pane non ci sarà più per tenerci in vita. Il pezzo di pane è per dirci che dobbiamo cercare l’altro pane. Attualmente, Dio nella nostra debolezza ci dà questo pane, attualmente nella nostra debolezza ci dice: “ripeti mille volte il mio nome, ma svegliati a riconoscere l’essenziale dentro di te, quello che ti deve formare la vita, perché Dio è Spirito vuole adoratori in spirito e verità; quindi affrettati a formare la convinzione di questo tesoro così forte in te da essere disposto a perdere tutto”.

Il giorno in cui con convinzione puoi dire: “tutto per me è niente”, sta tranquillo che non c’è più niente che ti distragga. Ma bisogna esserne convinti profondamente: è Dio che convince dell’immenso valore di sé.

Quando uno è convinto di questo immenso valore non c’è più niente altro che lo porti via. Anzi, con Lui, tutte le cose diventano motivo di unione, perché Lui parla in tutto. Allora la nuvoletta, non è più la nuvoletta che ci distrae, ma è la nuvoletta attraverso la quale Dio ci parla, ci sorprende: “guarda Dio come è buono, guarda come…”.

Nino: Il cantico delle creature.

Luigi: E’ logico. Allora canti il Signore in tutto: non c’è più niente che ti porti via. Cosa è cambiato? È cambiato qualcosa rispetto a prima? La nuvola tanto era prima come è oggi. Ma come mai ieri ti portava via, invece adesso ti unisce?

È cambiato qualcosa dentro di te. È questo qualcosa dentro di te che devi preoccuparti di cambiare, di lasciar cambiare a Dio. Non si tratta di cambiare la nuvoletta, oppure di scappare da essa o non guardarla perché ti distrae. Il problema non sta lì, perché quella è una parola di Dio. È dentro di noi che dobbiamo cambiare: dobbiamo cercare di arrivare a questo cambiamento interiore valendoci di tutti i mezzi per poter salvare il salvabile. Dobbiamo puntare lì.

Eligio: Comunque c’è una regola, l’unica: “Cerca prima di tutto il Regno di Dio”.

Luigi: Certo.

 

Eligio: Noi non vediamo il miracoloso, perché non portiamo Dio in noi.

Luigi: Il pensiero del nostro io toglie la meraviglia di Dio attorno a noi. Ognuno di noi vede fuori quello che ha dentro: chi ha l’azzurro dentro vede azzurro dappertutto; chi ha la notte dentro vede la notte dappertutto. E questo è Gesù che lo dice: “Luce del tuo corpo (corpo è tutto il mondo) è il tuo occhio. Se il tuo occhio è limpido, luminoso, tutto diventa luminoso; ma se il tuo occhio è tenebroso, quanto più grande sarà la tenebra attorno a te!”. Quindi fa che il tuo occhio sia luminoso. Ma luce del tuo occhio è Dio, quindi guarda sempre Dio.

Il nostro occhio da solo non vede, ha bisogno di essere illuminato; il nostro occhio vede in quanto c’è la luce. Se l’occhio è illuminato da Dio, allora tutto attorno a noi diventa illuminato e vediamo le meraviglie di Dio. Se invece il tuo occhio è tenebroso non vediamo più le meraviglie di Dio, vediamo soltanto noi stessi.

Rina: Non si vede neppure il miracolo.

Luigi: No. Infatti Gesù stesso fa il miracolo della moltiplicazione dei pani e il giorno dopo i suoi discepoli non capiscono più. Per cui Gesù li deve richiamare: “Non ricordate ieri che cosa è successo?”. Erano preoccupati perché si erano dimenticati il pane. E non capivano più il linguaggio di Gesù. Gesù parlava del lievito dei farisei (“Guardatevi dal lievito dei farisei”). Ed essi, sentendo parlare del lievito, ricordano di avere dimenticato il pane. Il pensiero del pane dimenticato, impedisce loro di seguire Gesù. E Gesù li deve rimproverare: “Ieri quanti pani avevate? E quanti hanno mangiato? E quanto avete avanzato? E non capite ancora?”.

Ecco, non si vede il miracolo; il pensiero del nostro io, la preoccupazione, ecc., ci impedisce di vedere. È lì che bisogna cercare di rinnegarci; il rinnegamento sta lì.

 

Pinuccia B.: Penso che questa cecità che c’impedisce di vedere il meraviglioso, il miracolo, e il conflitto che questa scena ci presenta tra la Parola incarnata e la Legge, sono la stessa cosa, perché in entrambi i casi è il fermarsi all’io che provoca la cecità. Infatti di fronte alla creazione, se mi fermo all’apparenza e quindi al mondo relativo all’io e non vado a Colui che mi parla e quindi all’anima della creazione, non vedo il meraviglioso. Di fronte agli avvenimenti, se mi fermo all’io, non capto la lezione che Dio mi vuol dare e mi fermo alla cronaca, all’apparenza; di fronte alle persone le giudico. E allora la Legge la utilizzo o per confrontarmi con gli altri o per giudicare gli altri.

Luigi: “Signore io ti ringrazio che non sono come gli altri: io pago le imposte, io sono giusto, ecc.”. E’ sempre la deformazione dell’io.

Nino: Il giudizio è sempre un confronto.

Luigi: Per questo Gesù dice “Non giudicate”. L’importanza di Dio sta qui: tenendo presente Dio noi non soltanto non giudichiamo, ma cerchiamo di ricevere su di noi la lezione, poiché ci chiediamo cosa: “Cosa Dio vuol modificare di me attraverso questo fatto?”. Per cui il fratello, anche quello che sbaglia, non diventa motivo di giudizio ma motivo di correzione nostra. La lezione è per noi: dobbiamo assumercela su di noi; dobbiamo portare il peso degli altri. Ora, questo lo facciamo soltanto se abbiamo fede in Dio, perché se non abbiamo fede in Dio, facciamo sempre dei raffronti con gli altri, non possiamo evitarlo. Per cui diciamo, anche se non a parole: “Signore ti ringrazio perché io a quel livello non sono mai sceso; Signore ti ringrazio perché non ho mai ucciso nessuno”: non possiamo farne a meno. Invece tenendo presente Dio, diciamo: “quello è paralitico: il Signore mi vuol dare una lezione, mi vuol far scoprire una paralisi che porto dentro”. Quindi cerchiamo di riflettere su quella paralisi e dove essa stia in noi. Perché se il Signore ce la presenta è certamente una scena esterna per insegnarci una cosa interna. Infatti abbiamo visto prima che, andando a fondo nella scena del paralitico, scopriamo che i veri paralitici sono i Farisei, paralizzati internamente dalla legge. Quell’altro è stato un fatto occasionale che Dio ha provocato per suscitare gli altri “paralitici” ad urtarsi con la Parola di Dio incarnata.

Pinuccia B.: Non solo nei confronti della creazione, degli avvenimenti, degli altri, posso aver questo atteggiamento sbagliato e cieco che viene dal fermarmi all’io, ma anche verso me stessa. Fermarmi all’io può portare in me il conflitto tra la Legge e la Parola incarnata. A volte può essere un’esigenza di fare certe cose per sentirsi a posto con Dio, esigenza che va superata perché l’anima della legge è cercare il Signore, non perché io possa dire: “sono a posto”. Se uno non la supera è perché si ferma all’io. Questo allora può portare anche ad un altro conflitto interiore: si diffida del perdono del Signore, giudichiamo noi stessi e non andiamo all’anima della legge. Dimentichiamo così che l’essenza del perdono è raggiungere l’essenza della Legge: “Ama Dio con tutto il cuore, ecc.”.

Luigi: Se noi possiamo pensare Dio è perché Dio già ci ha perdonato. Se Dio non ci avesse perdonati, noi non potremmo nemmeno pensarlo. Se possiamo pensarlo è perché siamo perdonati. “Chi pensa Dio forma una cosa sola con Dio” dice San Paolo. Se noi possiamo pensare Dio è perché Dio ci ha perdonati e ci dà la grazia di pensarlo.

Peccato mortale è il peccato che non ti lascia pensare Dio. Diventa mortale, proprio perché non pensi più Dio. Ma se hai la possibilità, anche nel peccato mortale, di pensare Dio, vuol dire che Dio ti ha già perdonato. Si fa pensare. È grazia. D’altronde se noi lo pensiamo, non siamo noi che pensiamo a Lui, è Lui che si fa pensare. Ci sveglia a pensarci, quindi vuol dire che siamo perdonati.

Pinuccia B.: E questa è la risurrezione.

Luigi: Certo. Così anche il rinnegamento di noi stessi: a volte pensiamo che sia un annullamento di noi; invece il rinnegamento di noi stessi in Dio è una sublimazione di noi stessi in Dio, è un perfezionamento della nostra persona. Non è una diminuzione, non è una distruzione. Noi a volte partiamo dal principio che Dio ci voglia distruggere. No, Dio non è il nemico!

Dio ci invita a superarci perché vuole ampliarci. Siamo noi che nel pensiero del nostro io ci chiudiamo come un ragno in un buco, diventiamo sempre più gretti, perché il nostro pensiero diventa infinitesimo, si riduce sempre di più. Il processo della vecchiaia è un processo di riduzione della personalità. Invece Dio è giovinezza, Dio è amplificazione.

Ora, Dio chiede a noi di superarci, perché vuole perfezionare (Lui ci porta al perfezionamento), ampliare il nostro io. Lo vuole ampliare fino a quella dimensione infinità da combaciare con il suo Infinito, quindi fino a poter amare tutti.

Quando Lui dice: “Siate perfetti come il Padre vostro che è perfetto”, ci vuole figli di quel Padre. Altro che mortificarci… Non è una mortificazione, un annullamento. E’ un errore pensare che vogli mortificarci quando il Signore dice: “Chi vuol venire dietro di Me, rinneghi se stesso”. Sembra che parli di fare dell’io un nulla, un annullamento. No, non è quello. E’ un potenziamento.

Dio è un più, non è un meno. Quindi se chiede a noi di superare il nostro io è perché il pensiero del nostro io è un posto di blocco in cui ci fermiamo arrestando il cammino verso l’Infinito. Dicendoci “supera te stesso”, ci vuole dire: “va oltre il posto di blocco”.

Nino: Ma di questo siamo convinti, perché ci si accorge di conquistare qualcosa, non di perdere.

Luigi: Sì, però molti di noi hanno paura di dimenticare se stessi. Quante volte sentiamo dire: “Ma se io non penso a me, cosa capita?”. Abbiamo paura di perdere.

Nino: Però se siamo convinti che perdere è una conquista, anche se qualche volta succede di pensare così, ci accorgiamo dello sbaglio.

Teresa: Penso a quei Farisei. Non può essere che difendessero la Legge disinteressatamente? Non l’hanno fatta loro la Legge.

Luigi: No, essa viene da Dio, data a Mosè.

Teresa: Allora non vedo dove ci sia l’io in un rispetto così grande alla Legge come essi avevano.

Eligio: L’avevano per se stessi, per la loro autorità che non era stata interpellata, non per la Legge.

Nino: La legge non è stata data contro l’uomo, ma per l’uomo. La legge è per aiutare gli uomini, non per condannarli (cfr. Gesù di fronte all’adultera). La legge non deve servirci per condannare gli altri; dobbiamo applicarla noi, non farla applicare agli altri.

Teresa: Se un figlio non fa le cose che gli ha raccomandato il padre, il male non sta in ciò che non ha fatto, ma nell’aver disubbidito al padre.

Eligio: Ma lo spirito del Padre è diverso.

Teresa: Finora ci è sempre stato detto che chi compie la Legge dimostra il suo amore al Padre, ma ora ho capito che non è così.

Nino: Non deve compiere la Legge per fare la Volontà del Padre, ma deve fare la Volontà del Padre e allora compirà la Legge.

Teresa: E allora potrà interpretare la Legge come deve essere.

Eligio: Deve capire l’amore del Padre per osservare la Legge.

Luigi: Cioè, se non abbiamo presente il pensiero di Dio, tutta la Legge viene da noi deformata; per cui, interpretare la Legge senza il pensiero di Dio vuol dire sempre dimenticare lo spirito della Legge per fermarsi alla lettera. E allora si arriva ad essere nemici di Dio.

E’ sintomatico che Gesù sia stato condannato in nome della Legge. Ora, ciò che è avvenuto è avvenuto per noi, non perché noi avessimo a condannare, “guarda questi farisei ebrei come erano!”. Siamo noi gli ebrei, i farisei. Quella lezione è per ognuno di noi. La generazione che attualmente contempla queste scene è la nostra, quindi il Signore sta parlando per noi; quindi non dobbiamo dire: “è quel tale là, ma io no”. In quanto ce le presenta, dobbiamo prenderle su di noi e stare attenti che in nome della regola, della nostra Legge, della nostra comunità, ecc. possiamo mandare a morte il Cristo. Perché la Legge ci è stata data per aiutarci a conoscere il Signore, a cercare il Signore e non per farci dire: “osservo la legge, così sono gradito al Signore!”.

Teresa: Stando unita a Lui, Lui mi darà la luce momento per momento come debbo comportarmi.

Luigi: Senz’altro. Il principio è sempre l’unione con Lui. L’anima di tutto è riferire tutto a Lui, accogliere tutto da Lui, anche se non si capisce, anche quello che sembra assurdo; e possibilmente cercare di capire quello che Lui ci vuole significare.

Teresa: Pareva che la legge ci unisse a Lui, invece dobbiamo stare uniti a Lui per poterla interpretare.

Luigi: Sì.

 

Nino: Abbiamo un esempio nelle leggi umane. Osserviamo a che punto ci portano le leggi staccate da Dio (es. Aborto); non si coglie più lo spirito se vengono strumentalizzate (es. blocco affitti).

 

Pinuccia B.: Quindi la causa della cecità che ci porta ad uccidere il Cristo, tanto nella creazione (sprechiamo tutto), negli avvenimenti, negli altri e in noi stessi, è il nostro io.

Luigi: Sì, tolto Dio, non c’è nulla di buono che noi possiamo fare. Uccidiamo Dio in nome di Dio, credendo di fare bene: è il problema che il Signore vuole mettere in evidenza. C’è una strada che i nostri occhi può sembrare buona e ci porta alla rovina. Può sembrare buona. Crediamo di fare cose buone, giuste, di difendere Dio, e invece faccio una rovina.

 

 

N.B.: Il testo, tratto da registrazione

non è stato riveduto dall'autore e mantiene lo stile discorsivo.

 

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