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Dispensa n°8

Incontro n° 123

Domenica 12.03.1978

 

 

 

Gv  5, 8: Gesù gli disse: Levati, prendi il tuo lettuccio e cammina…”.

 

“Levati”

 

Pensieri tratti dall’incontro:

 

Luigi: Gesù gli disse: “Levati, prendi il tuo lettuccio, cammina.”

Questo è l’argomento su cui dobbiamo fermarci. Ci sono tre verbi:

1.           Levarsi

2.           prendere il lettuccio

3.           camminare.

        Facciamo il confronto con altri tre verbi che Gesù ci indica in un altro passo del Vangelo: Gesù dice: Chi vuol venire dietro di me”:

1.           rinneghi se stesso ( = levati)

2.           prenda la sua croce ( = prendi il tuo lettuccio)

3.           e mi segua (= cammina)

 

Nel concetto di “levati” è compreso il concetto di basso e alto, cioè: parti da, va a; così pure il concetto di orizzontalità e verticalità; passa dall’orizzontale al verticale.

 

Cina: Alzati, cioè destati, non stare lì succube della tua malattia.

Luigi: Però Gesù dice questo ad uno che non aveva più nessuno e che aveva perso tutte le sue speranze, non aveva più risorse. Eppure Gesù dice: “alzati”. Cosa vuol dire con ciò?

Cina: Vuole che contiamo su di Lui. Lo invita a posare il suo sguardo su di Lui.

Luigi: Cioè lo invita a passare dal suo mondo al mondo di Dio. Il mondo di Dio noi non lo vediamo se non alziamo gli occhi. Noi possiamo avere gli occhi in alto o in basso, il cuore in basso o in alto.

 

Cina: “Prendi il tuo lettuccio”: prendi quello che hai e vieni a me, cioè prendi la tua croce, la tua malattia.

Luigi: Se gli dice di alzarsi è perché lo libera dalla sua malattia.

Cina: Gli dice “vieni come sei”. E poi gli dice “cammina!”.

Luigi: Nella versione spirituale abbiamo il “seguimi”. Qui gli dice: “cammina!”. Come va inteso questo camminare?

Cina: Vuol dire “far ritorno a Dio” con ciò che ci dà.

Luigi: In altri luoghi Gesù dice: “camminate finchè avete la luce: ancora per poco io sono con voi. Fintanto che io sono nel mondo sono la luce del mondo. Camminate (“seguimi”) fintanto che avete la luce, affinché le tenebre non vi sorprendano”. Bisogna camminare quando la luce è con noi, o per quella parola che arriva a noi, altrimenti le tenebre ce la portano via. La parola che è seminata viene portata via dagli uccelli dall’aria quando non è ricevuta in un terreno profondo, quando non si approfondisce. Camminare quindi è uguale ad approfondire. Dio è profondità, Dio non è in superficie. Lui si fa sentire in superficie, ma non si fa trovare in superficie. Dio è profondità, Dio non è in superficie..

Rina: Si fa sentire in superficie?

Luigi: Certo, Dio parla in tutto, anche in superficie. Ad esempio in questo malato che dice “non ho nessuno”, è Dio che si fa sentire nella sua superficialità.

Dio parla anche nella nostra superficialità, però non si fa trovare in essa. Per trovarlo bisogna approfondire, perché Dio è profondità, Dio è in alto, Dio è trascendente. Però la sua trascendenza si fa sentire anche nella nostra immanenza, nella nostra orizzontalità. La verticalità si fa sentire nell’orizzontale, però nell’orizzontale non si trova il verticale. Bisogna alzare gli occhi per vederlo.

Cina: E qui comincia la vita.

Luigi: La vita comincia sulla parola di Dio. Questi tre verbi che Gesù dice al malato, commentano, sviluppano, il verbo che Gesù dice a quel funzionario: “Tuo figlio vive”. Offre la parola da vivere, la parola spezzata. Qui la parola di Dio diventa un programma di vita: bisogna alzarsi, bisogna prendere su di noi il peso di ciò che essa ci propone, o la nostra croce, il peso dell’impegno della volontà di Dio e bisogna imparare a camminare verso la vocazione per cui siamo stati creati; perché soltanto camminando ci si avvicina a quell’altezza o a quella profondità in cui si scopre la presenza di Dio. Per cui la vita diventa amore.

La presenza di Dio non si trova in superficialità, ma in profondità. Amare vuol dire tendere a vedere la presenza, quindi è camminare verso questa profondità per trovare la presenza di Dio.

 

Pinuccia B.: Mi sono fermata sulle parole: “Chi vuol venire dietro di Me”. Devo innanzi tutto chiedermi se voglio e cosa voglio, perché Gesù dice queste cose a chi vuole seguire Lui. Se voglio veramente Lui, Lui mi dice cosa fare: “Rinnega te stesso, prendi la tua croce, seguimi”. Di fronte a questa risposta di Gesù, sento tutta la mia impotenza. Ma mi viene in aiuto la parola stessa di Gesù: “Levati e cammina”. Se non è la sua parola che me lo dice, non potrei...

Luigi: E’ la parola che ci inizia la vita. Se Dio non parla, tutto in noi muore. Quindi è la parola di Dio che giungendo a noi ci introduce e ci fa avanzare nella vita. Quando Dio dice: “alzati”, è già elevazione, è già vita. E’ vita che si offre. Dio venendo a noi ci offre la sua vita, e ci offre la sua vita in quanto ci libera da una situazione di stasi, di morte, di vita senza senso, e ci orienta verso un’ascensione: alzati! Ma hai approfondito il rapporto che esiste tra questo “alzati” e il “rinnega te stesso?”.

Pinuccia B.: Il passaggio dal basso all’alto, dall’orizzontalità alla verticalità, implica il superamento dell’io e quindi anche del mondo che si riferisce al nostro io. Cioè se voglio guardare in alto, devo necessariamente superare me stessa, la visione del mio io.

Luigi: Sì, ma questo superamento di noi stessi e della visione del nostro io consiste nel superamento di tutto quel mondo (ecco: orizzontalità) che è in relazione, in rapporto al nostro io. Il concetto di verticalità è una significazione del mondo che si riferisce a Dio.

        L’orizzontalità è significazione del mondo che si riferisce al nostro io. Le vere due dimensioni che ci sono nel nostro mondo sono la orizzontalità e la verticalità. L’orizzontalità è necessaria perché la creatura abbia la consapevolezza di essere e allora abbiamo tutto un mondo che dipende, che è in relazione al nostro io: è la nostra terra. La verticalità, che è significazione del mondo che ci supera, cioè significazione di Dio. Dio si significa alle creature con ciò che le supera: il cielo, che è al di sopra delle creature; e si annuncia.

Pinuccia B.: Allora la verticalità è la parola di Dio. “Verticalità” è un concetto astratto; se è significazione vuol dire che è un segno sensibile a me, che io posso percepire.

Luigi: Sì, ma la verticalità noi la percepiamo: il cielo, la montagna; è tutto quello che richiede da noi uno sforzo, un’ascensione, perché è al di sopra di noi. Quando ci riposiamo o siamo in stasi, seduti o distesi sul nostro mondo, mondo orizzontale, lì non abbiamo vita: la vita ci viene dall’alto. Ogni fonte di energia ci viene dall’alto: è significazione dello Spirito. L’acqua stessa dà energia soltanto in quanto cade dall’alto. Quando è in basso non dà energia. Ogni vita viene in noi dall’alto e ci sollecita ad andare in alto, cioè a superare noi stessi e tutto il nostro mondo. Dio che è superiore a noi, annuncia a noi la sua superiorità. Non ti sei mai chiesta perché nel nostro mondo c’è il basso e l’alto? Tutto è significazione, ed è significazione di Colui che crea noi e il mondo. Creando noi e il mondo, crea attorno a noi il basso e l’alto, la terra e il cielo. Come mai questo?

Dio significa se stesso e significa noi, significa quello che Lui è e quello che siamo noi; ma significando quello che Lui è e quello che siamo noi, ci mette in movimento verso, cioè forma in noi la vocazione. Ecco la vita è movimento verso la meta. Ma questo movimento è opera di Dio. Se noi ci stacchiamo da Dio, cessa il movimento, non c’è più l’attrazione. Allora si cade nell’orizzontale e ad un certo momento si deve confessare: “non ho più nessuno, tutto mi ignora”. Mentre invece se teniamo presente Dio, tutto ci sollecita ad andare in alto, ci inserisce nel processo della vita.

Andare in alto è superare.

Supera il mondo che si riferisce a te, supera le tue esperienze, le tue conoscenze e guarda in alto. Guardando in alto entri nella vita, guarisci.

E’ la Parola di Dio che ci guarisce. E ci guarisce proprio facendoci guardare in alto. Allora “rinnegare se stessi” vuol dire passare dall’orizzontalità alla verticalità. Cioè “guarda al di sopra di te, guarda ciò che si annuncia nel tuo mondo, ma che è al di sopra di te e del tuo mondo, che ancora non comprendi, che ancora non vedi; cerca però di vederlo, perché si annuncia. Se si annuncia ti chiama e si promette a te”.

Questa è la meraviglia dell’opera di Dio: Dio annunciandosi si promette. Quindi se Dio si promette, tu non disprezzare il dono che oggi non hai ma che domani avrai; non disprezzare il domani, non disprezzare la tua eredità in nome del tuo piatto di lenticchie di oggi.

Cina: L’annuncio c’è, ma a me pare che la parte orizzontale abbia una tale preponderanza da impedire di ascoltarlo.

Luigi: E’ lì che si pone il problema che Eligio presentava l’altra domenica: che cosa la creatura può fare di fronte alla parola di Dio che ci dice: “alzati? La Parola di Dio è sempre una proposta, perché Dio non opera magicamente. La Parola di Dio ci propone “alzati”, e ci dà la grazia di alzarci. Ora, questo alzarsi richiede a noi un passaggio dal nostro mondo al mondo dello Spirito di Dio. Qui abbiamo sul piano naturale: “alzati, prendi il tuo letto e cammina”; la lezione spirituale corrispondente è: “rinnega te stesso, prendi la tua croce, segui Me: Io che parlo a te.”. Quindi quell’alzarsi corrisponde, sul piano spirituale, a quel “rinnega te stesso”.

Ora, il “rinnega te stesso” non può avvenire in noi senza di noi. Ecco allora che la Parola di Dio non opera magicamente il rinnegamento in noi stessi, ma ci propone il superamento di noi stessi. Dio fa proposte all’uomo; quindi questo “alzati” è una proposta rivolta ad ogni uomo; alzati dal tuo mondo, supera, non fare della tua vita il mondo orizzontale, perché lì tu muori. Non riposarti.

Ecco il concetto della “festa”, del giorno del Signore, interpretato come “fare niente”. No, la festa ti è data perché tu abbia a darti da fare per entrare nel riposo di Dio.

Dio è altezza, Dio è profondità; per questo è detto: “alzati, entra nel giorno del Signore”. Entrare nel giorno del Signore è: “rinnega te stesso, supera quello che vedi e cerca quello che si annuncia e che ancora non vedi”. Ecco l’eredità, il bene spirituale che ti è annunciato e promesso.

Pinuccia B.: E poi “prendi il tuo lettuccio”, cioè prendi la tua croce, prendi su di te il peso della ricerca di Dio. Mi chiedo però se il “peso del lettuccio” possa anche significare il peso delle nostre opere passate. Dato che noi siamo figli delle nostre opere, se finora ci siamo adagiati nella nostra orizzontalità, ci è difficile camminare subito liberi verso l’alto. Non possiamo liberarci subito dai legami e dalle abitudini contratte, non possiamo subito guardare liberamente verso l’alto. Dobbiamo invece portare su di noi il peso di questi legami.

Luigi: Sì, è quanto ha detto Cina: cammina con quello che hai addosso, cioè cammina come puoi, o per lo meno. Quello che per te prima era motivo di “letto”, di “riposo”, adesso diventa per te un peso da sopportare. Quelle cose su cui tu prima ti riposavi e su cui facevi conto, adesso, avendo incontrato la Volontà di Dio, diventano un peso nella tua vita.

Pinuccia B.: Non puoi sganciarti subito.

Luigi: Anche il concetto stesso di quella Volontà di Dio che prima era un fare niente (= riposare), adesso deve diventare per te un impegno. Ed è poi lo stesso concetto; cioè, quello che per te prima era motivo di riposo, di “fare niente” (il letto), adesso deve diventare per te la tua croce, il tuo impegno. “Prendete su di voi il mio giogo, perché il mio giogo è soave e leggero”, per cui la vera croce della creatura è la Volontà di Dio, è ciò a cui la creatura si deve unire, in cui si deve impegnare, è ciò che deve sposare. L’impegno con la Volontà di Dio è il peso che tu devi portare e che un giorno diventerà il “giogo soave e leggero” e che ad un certo momento si espande in amore, in luce, in gioia.

La meta è gioia, ma all’inizio è peso, giogo, volontà di Dio. Perché la creatura deve passare dal “far niente” all’impegno con-, allora diventa “giogo”, che Gesù annuncia soave e leggero, perché apre alla liberazione e alla vita.

Quanto più tu raggiungi l’orizzonte della luce, tanto più incominci a vedere che questo giogo diventa una gioia; gioia di vivere, perché la vita acquista significato, si passa nell’eterno e tutto diventa presenza di Dio.

 

Pinuccia B.: Poi gli dice “Cammina”, cioè vieni dietro di me, seguimi. E’ camminare sulle sue parole e restare nelle sue parole.

Luigi: Cioè approfondire.

Pinuccia B.: Perché se non approfondiamo non restiamo.

Luigi: Certo. E bisogna approfondire la parola fino ad arrivare al frutto. Il terreno buono rappresenta coloro che avendo ascoltato la parola di Dio, la meditano con animo paziente, fino ad arrivare alla maturazione, che è la conoscenza di Dio come vero Dio. E allora diventa un frutto di vita eterna, permane. Perché fintanto che non si arriva al frutto, la parola di Dio rischia di andare persa; abbiamo il seme che cade sulla strada, il seme che cade nel terreno sassoso, nel terreno di spine.

Come arriva a maturazione si ferma, diventa stabile. Ma fintanto che non arriva alla conoscenza della presenza di Dio, la parola di Dio in noi rischia di perdersi. Quello che rende stabile quindi è la profondità giunta a maturazione.

Pinuccia B.: Che sarebbe la raccolta.

Luigi: Sì, è un processo di raccolta.

Pinuccia B.: Quindi camminare è raccogliere.

Luigi: Sì, o meglio, camminare è approfondire.

Pinuccia B.: Approfondire non è raccogliere?

Luigi: Sì, certo, raccogliere in Dio, perché è in Dio, che è profondità e altezza, che si arriva a conoscere Dio.

Pinuccia B.: Però questa profondità deve essere maturata fino al frutto.

Luigi: Sì, perché dice Gesù: “Chi con me raccoglie, riceve mercede di vita eterna”. La vita eterna è conoscere Dio. Noi possiamo ascoltare la parola di Dio e magari farne motivo di azione; in tal caso la parola di Dio va persa. Ne facciamo motivo di cambiamento degli altri, motivo di applicazione morale, di legge, e allora la parola di Dio si perde; oppure motivo di sentimento, di entusiasmo, e anche qui la parola di Dio si perde. Possiamo invece approfondirla fino ad arrivare a possederla in Dio, nella Verità di Dio in cui si unifica, e allora rimane.

Emma: Ogni istante devo accogliere la sua croce, perché e Dio che me la presenta per condurmi a Sé. Però ci dice: “se vuoi”.

Luigi: Quell’alzarsi l’ha approfondito?

Emma: Alzarsi è togliersi dall’orizzontale per elevarsi.

Luigi: Noi naturalmente tendiamo ad adagiarci (abitudini, ecc.) e creiamo la routine, pietrifichiamo la legge stessa trasformandola in regola: e diciamo: “se applico questa regola ottengo questo, se applico quell’altra ottengo quello, per cui “sono salvo se”, se non ho disubbidito, se…”. L’uomo naturalmente tende sempre a trasformare tutto in regola, quindi a perdere l’anima; l’anima è impegno con l’amore di Dio. Ogni giorno il Signore dice a noi: “alzati!”. C’è sempre per noi un’ascensione da fare.

Emma: Sì, alzati, però con la tua croce, cammina con me, ti conduco io fino a me.

Luigi: Sì, quindi quella croce possiamo anche vederla nel senso che Dio non dice a noi: “preoccupati di liberarti del tuo peso, delle tue croci e poi cammina”. No, cammina con quello che hai e che sei. L’importante è che tu cammini. Sei malato? Cammina con la tua malattia. Sei pieno di difetti? Cammina con tutto questo! Provaci, magari  farai solo un passo piccolo, ma provaci.

Emma: Ecco, voler camminare è dare questa nostra disponibilità.

Luigi: Certo, disponibilità, partire sulla parola di Dio.

 

Rina: Sarebbe stato meglio avesse detto: “lascia il tuo lettuccio e cammina”.

Luigi: Qualche volta Lui ha detto di lasciare. Al giovane ricco disse: “Va’, vendi tutto quello che hai (questo è da tenere presente) e segui Me”. Anche qui abbiamo la croce: gli ha offerto una croce: “vendi, disimpegnati, liberati e segui Me.” Anche questi aspetti sono da approfondire. Però qui abbiamo il concetto dell’uomo che si riposava. Siccome questo avviene in giorno di sabato, il giorno del Signore, abbiamo detto che il giorno del Signore, per l’uomo diventa un giorno di “fare niente”; per cui interpreta la volontà di Dio come regola = fare niente, e si riposa. Qui invece il Signore dice: “no, tu in giorno di sabato cammina, non è giorno di riposo. Perché nel giorno del sabato, Dio lavora, Dio opera per salvarti; questo giorno è fatto per te e non tu per questo giorno; quindi intendilo e cammina!” Per questo gli dice: “Prendi questo peso, prendi questa volontà di Dio che tu hai trasformato in “fare niente” e falla diventare tuo movimento verso Dio”.

 

Rina: Avrei visto nel “levati” un comando: vuole staccarci da-.

Luigi: Sì, è levarsi da qualcosa per qualcos’altro; è un passaggio da-  a-. Bisogna vedere da che cosa si parte e verso che cosa si deve arrivare. Ricordiamo: “Levate gli occhi e guardate le ragioni”. Bisogna alzare gli occhi per vedere. Quindi non tenere gli occhi rivolti al tuo mondo, non fermarti sul tuo mondo. Comunque tu sia, fossi anche immerso nel più grosso dei mali (siamo nella situazione dell’impotenza più assoluta) non guardare il tuo mondo, ma guarda in alto, perché Dio ti può ricostruire, Dio ti può dare la vita. L’importante è che tu guardi. Alza gli occhi in alto, guarda verso l’alto e dall’alto riceverai energia, riceverai vita, riceverai ricostruzione, cioè riceverai la guarigione. Quando il Signore manda i suoi discepoli ad annunciare il Regno di Dio, dice: “Curate tutti i mali degli uomini”. Ma “curateli” come? Non dando loro delle medicine. “Curateli” annunciando il Regno di Dio. E quando si annuncia il Regno di Dio, cosa si fa? Si invita l’uomo a guardare in alto. Curate gli uomini facendoli guardare in alto. Quasi a dire: “i mali degli uomini si curano facendoli guardare in alto, qualunque sia il loro male”. E’ la vera medicina per l’uomo. Perché se l’uomo si ammala distogliendo il suo sguardo da Dio, egli guarisce se guarda Dio.

Però se Dio non parla l’uomo non immagina nemmeno che deve guardare Dio, perché è preso dai suoi mali. Infatti più siamo nel pensiero del nostro io, più giriamo attorno ai nostri mali e parliamo dei nostri mali; e tutta la nostra fatica è cercare di risolvere i nostri mali andando a destra e a sinistra, lamentandoci di essi. No, i nostri mali si sciolgono non fermandoci a guardarli, ma alzando gli occhi in alto.

Rina: Quindi “alzarci” è lasciare quel mondo che ci ha visti impegnati solo verso gli altri. E’ un superamento del pensiero del proprio io per tendere verso l’alto; è vivere per l’essenziale. Il che richiede il rinnegamento dell’io. Ed è scegliere con intelligenza tutto ciò che può facilitare il raggiungimento di questo fine. Questo comporta sofferenza: “prendi il tuo lettuccio, la tua croce”. Non dice “posala”, ma “prendila”, e qui c’è in vista il Calvario.

Luigi: Sì, quello che prima era motivo di riposo per te, adesso diventa un peso. E’ conseguenza dell’aver incontrato la Volontà di Dio. Prima faceva conto su-, ed è arrivato a dire “non ho più nessuno”. Ecco, Dio l’ha svuotato. Adesso, avendo incontrato la Parola di Dio, quello che lui prima era motivo di riposo, su cui faceva conto, diventa un peso.

 

Eligio: Questo lettuccio che bisogna prendere per lasciarlo, impedisce all’uomo la comunione con la vita e quindi con l’unico mezzo capace di rimediare lo stato di malattia cui la consuetudine e la malattia riducono l’anima. Quindi prenderlo per liberarsene, uscire dalle abitudini, dalla routine, e considerare, una volta alzati, il fine che Gesù ci addita.

Luigi: Hai tenuto presente ciò che Gesù dice nell’altro passo: “Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso prenda la sua croce e mi segua”?

Eligio: Il rinnegare io lo collego di più al “prendi il letto”, cioè lascia il letto, lascia quelle abitudini comode, che però ti hanno fiaccato nelle potenze spirituali, nella volontà, nell’amore.

Luigi: Certo, quando il letto, cioè quando quello che per prima era per noi motivo di riposo, diventa per noi un peso, allora cerchiamo di scaricarlo di dosso.

Eligio: Il letto lo concepisco più che come riposo, come un luogo adatto ad un paralitico, perché il paralitico non riposa interiormente, ma soffre.

Rina: Per tutti quei legami.

Eligio: Solo Dio, che inizialmente può essere scomodo, non ci fa soffrire, anzi ci dà gioia.

Luigi: Certo, dà gioia; però prima. Invece nello stato di malattia, il letto è un mezzo necessario, come per la creatura sono un mezzo necessario tante prigioni nel mondo, tanti incatenamenti nel mondo. Come la creatura incontra la volontà di Dio, quello diventa un peso. Ma è la creatura che, avendo riconosciuto che quello è un peso, cercherà di liberarsene non appena le sarà possibile. Cioè non è che il Signore prima ci liberi e poi ci dica di camminare. Il Signore nelle nostre schiavitù ci significa la Volontà sua, cioè ci invita all’orientamento, al fine, cioè: “cammina con Me”. L’importante è che tu cammini; man mano che tu cammini ti accorgerai quello che ti succede. E lo vedremo qui cosa succede a costui, man mano che cammina. Perché tutto il mondo comincia a criticarlo e lui deve affermare lo spirito, deve affermare cioè la sua unione a Cristo, il suo amore a Cristo. Ed è proprio questa unione che ad un certo momento lo fa arrivare al Tempio, dove trova il Cristo che prima non conosceva. Anche questo è molto significativo, perché lo troverà dentro il Tempio mentre prima era fuori.

Seguendo il Cristo, facendo la Parola del Cristo, portando il suo letto, lui deve testimoniare davanti a tutti gli altri il suo amore per Colui che l’ha fatto camminare. Testimoniando il suo amore per Colui che l’ha fatto camminare, entra nel Tempio e nel Tempio ritrova il Cristo, ritrova Colui che era uscito dal Tempio per liberarlo dal suo male, affinché lui potesse passare per la porta delle pecore ed entrare. E quando troverà il Cristo, finalmente gli verrà rivelato Colui che l’ha guarito; perché prima non lo conosceva.

La rivelazione avviene dentro il Tempio. Però Dio parla anche fuori. Ecco perché dicevo che Dio parla anche nella nostra superficialità, anche fuori dal suo Tempio si annuncia. Si annuncia per farci camminare. Camminando testimoniamo Lo Spirito. Affermando lo Spirito la creatura si libera anche del letto, si libera da tutto ed entra nel Tempio. Infatti quando entra nel Tempio non ha più il letto.

Eligio: Quindi se gli dice: “prendi il tuo letto” gli dice: prendilo per lasciarlo.

Luigi: Sì, ma è la creatura stessa che lo lascia. Non è che Dio le dica: “tu devi ormai camminare col tuo letto”,

Eligio: Il camminare poi è la conseguenza dell’esserci alzati, abituando quindi gli occhi della mente e le potenze dell’anima a volgere l’attenzione, e soprattutto l’amore, a quella Realtà Personale in virtù della quale l’uomo ha potuto alzarsi e lasciare il letto.

Luigi: Ed ha approfondito la parola fino ad arrivare al frutto.

Eligio: Quindi realizzando questi tre verbi così ben concatenati tra loro troviamo una risposta al problema morale cui si accennò qualche tempo fa. Nel senso che nell’amore risolviamo i vari modi di essere, senza partire mai dalle regole.

Luigi: Sì, in questi tre verbi abbiamo il pane spezzato per l’uomo che non è entrato per la porta delle pecore.

Eligio: Però non penso che sia possibile realizzare separatamente una di queste tre tappe, perché sono ben collegate tra loro.

Luigi: Ah no, è logico…

 

Rina: L’elevarsi comporta il superamento, il superamento comporta la croce e portare la croce comporta il camminare.

Eligio: Per camminare bisogna prima essersi alzati.

Luigi: Non si può camminare se uno non guarda il fine. Non può guardare il fine se la parola di Dio non gli ha detto “alzati”, “alza il tuo sguardo e volgiti in alto”. Cioè è la Parola di Dio che ci presenta nella nostra malattia, nella nostra lontananza, il fine a cui guardare. Guardando il fine viene in noi la possibilità di camminare. Uno non si mette a camminare se non ha un fine, ma si mette in cammino in quanto vuole arrivare alla meta. Quindi prima di camminare, bisogna che la meta sia proposta. Come viene proposta? “Alzati!”. Questo alzati vuol dire: alza il tuo sguardo! Dal guardare ciò a cui tu guardi, passa a ciò cui devi guardare: dalle cose che si vedono passa a quelle che non si vedono. Ecco il passaggio, la pasqua.

Cina: E poi lo illumina a poco a poco.

Luigi: In quanto parla offre già la possibilità di guardare ciò che Egli propone. In quanto gli dice: alzati, gli dà già la possibilità di vedere. Quindi se Dio dice a noi di passare il nostro sguardo da ciò che attualmente vediamo a ciò di cui io ti parlo, già ci illumina su ciò che gli propone di guardare.

Allora soltanto guardando puoi camminare. Ecco perché è “pane spezzato”. Il Verbo di Dio, il Maestro, spezza il pane secondo la nostra capacità, perché se noi siamo malati, non siamo capaci di mangiare il pane tutto intero. Allora ci insegna che per camminare dobbiamo prima guardare al luogo a cui dobbiamo arrivare. Guardando il luogo a cui dobbiamo arrivare, incominciamo a portare il peso di tutto quello che hai addosso. “Non preoccuparti di toglierlo: man mano che camminerai il peso cadrà da solo”. Noi non dobbiamo dire: “prima dobbiamo diventare virtuosi e poi camminare”. No, cammina, quindi comincia a guardare. Ora, siccome la meta è al di sopra di noi, non è guardata con occhi naturali, ma è guardata spiritualmente. Spiritualmente la meta si può guardare in qualunque campo uno si trovi, immerso magari nel mondo fin sulla punta dei capelli, oppure malato in un letto.

l tuo pensiero può già guardare la meta, perché Dio parla. Quindi incomincia a guardare la meta. Guardando la meta con il carico che hai, a poco per volta, comincerai a camminare; camminando i pesi si alleggeriscono, il letto sparisce, la vita cambia.

 

Pinuccia B.: E’ necessario affermare lo spirito, se no si perde ciò che si è ricevuto.

Luigi: Certo. Il Signore dicendoci: “cammina”, ci mette attorno tante prove. Lui stesso muove i farisei, le contraddizioni, per sollecitarci a camminare perché avendoci detto “cammina”, dà a noi la capacità, la forza, l’entusiasmo per camminare. E come fa? Ci mette attorno un ambiente critico, che ci condanna, completamente avverso. E’ Dio che ci muove il nemico attorno che ci contraddice, per farci rafforzare e farci camminare. E’ Dio che muove in tutto. Dio muove in noi il desiderio di camminare, ma ci mette anche attorno tutte quelle tentazioni, quelle prove che ci rafforzano, che ci entusiasmano nel cammino; per cui, ad un certo momento, uno acquista la gioia di camminare. Dio muove l’interno e l’esterno. Per cui preparando la creatura alle ascensioni crea anche le montagne con tutte le sue difficoltà, perché quanto più la creatura è impegnata a superare le difficoltà, tanto più si entusiasma e acquista anche maggior sicurezza per le difficoltà successive.

Ecco perché l’andare in montagna crea entusiasmo. Appunto perché è tutta un’ascensione in cui la creatura esperimenta la propria forza, e man mano che la esperimenta si accorge che la visione si allarga, l’aria si fa più pura, il cielo si fa più limpido e tutto diventa bellezza. La bellezza aumenta man mano che uno si impegna. Ma è Dio stesso che crea le difficoltà adeguate alla creatura affinché la creatura abbia ad affermare lo spirito in questo cammino.

 

Cina: Non ci rimane che vivere così.

Luigi: Ogni giorno il Signore ci dice: “alzati prendi il tuo lettuccio e cammina”, ogni giorno, ogni mattino.

Eligio: Però per realizzare questo non c’è tecnica o regola che possano aiutarci se non la regola dell’amore.

Luigi: Sì, certo.

Eligio: Questo per smontare la priorità dell’ascetica sulla legge dell’amore.

Luigi: Anche lì però dobbiamo approfondire cos’è la legge dell’amore, sulla quale si sono fatte tante parole, tanti sentimentalismi, per cui noi a volte chiamiamo amore ciò che non è amore, travisando i sentimenti anche nei riguardi di Dio.

Eligio: No, amore inteso come lo intende Gesù: cioè la passione dell’anima per Dio, per la Verità.

Luigi: E’ il desiderio di arrivare alla presenza. Vero amore è il desiderio di presenza di Colui che si ama, ed è presenza. Noi siamo nell’amore se effettivamente desideriamo la presenza dell’essere amato.

Cina: E’ certo che si sente che siamo nati per questo, per quel punto immacolato che ognuno ha in sé.

Eligio: E che dovrebbe dilatarsi a tutta l’anima.

Luigi: Sì, l’uomo è un essere che vive, che è essenzialmente verticale. E’ L’essere che si drizza. La materia tende sempre a pianificarsi. La vita invece è un alzarsi, è materia che fa un tentativo di drizzarsi in verticale: la pianta, l’erba, ecc. Invece tutto quello che è materia tende, per la forza di gravità, a stazionare in fondo.

        L’uomo che è la sintesi di tutto quanto è tutto verticalità. Per cui è un errore gravissimo proiettare l’uomo sull’orizzontale, anche come vita, come impegno. No, l’impegno dell’uomo è in verticale, in questo superamento. Quanto più l’uomo si eleva tanto più libera ed eleva tutto il mondo. Non è quindi agendo sull’orizzontale che si libera il mondo, ma andando in verticale.

Rina:  E’ che si fraintende il comandamento: “ama il prossimo tuo come te stesso”, cioè il secondo è simile al primo.

Luigi: Sì, si fraintende. Quel “come te stesso”, se tu ami veramente quel “te stesso” è desiderio dell’alto, e allora desidera anche per il tuo prossimo questa verticalità, come lo desideri per la tua vita, perché l’uomo vive nella misura in cui si alza, si drizza verso Dio.

Eligio: Indubbiamente c’è in noi questa aspirazione di cui parlava Cina, ma è estremamente difficile avere chiara la visione della Persona che deve essere oggetto dell’amore; il più delle volte è una visione nella fede.

Luigi: Certo, si inizia con la fede. Ma va precisato cos’è la fede. Perché uno può dire: “credo”, ma se ne sta nel suo letto. L’errore gravissimo è questo: “io credo, ma non mi alzo”. No guarda che la fede è proprio questo alzarsi verso il cielo, questo camminare verso. Dio ti dà la fede affinché tu abbia ad alzarti, a rivolgerti verso.

Eligio: Ma alzarsi non vuol dire vedere meglio, è un alzarsi nella notte completa.

Luigi: Teniamo sempre presente che Dio è profondità, quindi Dio non si fa trovare in superficialità. Noi siamo superficiali; nella superficialità Dio si annuncia (fede), ma non si fa trovare, non si fa vedere. Nella misura in cui camminiamo, nella misura in cui saliamo, vediamo. Dio si vede in cielo, ma il cielo è al di sopra della terra. Tu alzati, cammina, ubbidendo a Dio, perché è la parola di Dio che te lo dice. Ora, per quanto la parola di Dio si annuncia a te, ti assicura una cosa che ancora non vedi, ma che vedrai domani. E’ lì la nostra difficoltà. Noi ci leghiamo al bene immediato, diciamo “domani chissà?!”, non sappiamo se.

No, dobbiamo camminare sulla parola di Dio che è garanzia, perché quando Dio parla, ci dà la garanzia (la speranza) che arriveremo. Dio parla certamente non per ingannare. E’ la creatura che inganna, non Dio. Se Dio ci invita a camminare verso qualcosa, ce lo promette; naturalmente la promessa si realizza se accogliamo le condizioni che lui ci pone, perché la Verità ha le sue condizioni.

La Verità ad esempio non può essere conosciuta nel nostro egoismo, nelle nostre ambizioni, nel pensiero del nostro io. Quindi se incominciamo a camminare e poi ci voltiamo indietro, Gesù dice che non siamo fatti per il Regno di Dio, perché il Regno di Dio è al di sopra di noi. Per cui bisogna guardare avanti e non voltarsi indietro verso quello che si sta perdendo; perché quando si cammina, si cammina lasciando, altrimenti non si cammina. Si cammina lasciando per andare verso.

Abbiamo nella Parola di Dio la promessa: “Io mi manifesterò, tu mi vedrai”. Ecco, nella parola di Dio c’è la promessa, c’è la garanzia. Il tempo lo sa Lui, non noi, perché il tempo della manifestazione di Dio dipende da Dio non dalla creatura.

Eligio: Ciò che è difficile è amare una persona che conosciamo poco e che non vediamo. Il più delle volte si è in un tunnel; anche se si ha la certezza che è Lui che ci fa passare in quel tunnel. Non c’è invece questa difficoltà nell’amare le persone fisiche e nella loro conoscenza.

Luigi: Nelle conoscenze fisiche noi abbiamo una conoscenza superficiale. Ma Dio non si fa trovare in superficialità. Anche qui ci sarebbe da approfondire sul perché la nostra conoscenza superficiale ci entusiasma tanto e ci rende facile l’amare. E’ una conoscenza superficiale, quindi una conoscenza ingannevole. Siamo noi che rivestiamo l’altro di noi, proiettiamo nell’altro noi stessi.

Eligio: Non la chiamerei ancora neanche conoscenza.

Luigi: Non è conoscenza, ma apparentemente si; per cui riteniamo di conoscere l’altra creatura perché la rivestiamo del nostro pensiero e dei nostri abiti.

Eligio: Ma lì siamo al livello di emozioni e sentimenti, il che con Dio non serve a niente.

Luigi: No, perché Dio non è superficialità. Dio non si può conoscere come si conoscono le cose. E se Dio ha preso un corpo, l’ha preso proprio perché siamo superficiali; quindi ha spezzato il pane, così come nei tre verbi che dice al paralitico. Dio dice un verbo solo: “Io sono”; basterebbe quello. Ad un certo momento questo Verbo Lui lo spezzetta e dice: “alzati prendi il tuo lettuccio e cammina”. E’ il Verbo che si spezzetta per la nostra incapacità ad assimilare l’“Io sono” di Dio. Qui è lo stesso: Dio opera e assume un corpo: è pane spezzato. C’è un’identità quando Gesù dice: “Questo è il mio corpo” e lo spezza e lo dà e l’incarnazione: è la stessa cosa.

E’ pane spezzato per la nostra debolezza. Dio, che non è superficialità, sotto un certo aspetto si fa superficiale, ma ad un certo momento dice: “E’ necessario che Io me ne vada”. “E’ necessario che Io me ne vada con questo corpo”; il corpo è transitorio. Adesso possiamo anche capire come tutti i corpi che costituiscono la nostra vita, sono manifestazioni di Dio. E’ pane spezzato per dirci: “Cammina in fretta, perché questo corpo domani non ci sarà più.”

Cina: Però andando non si vede ancora la vita che si vedrà in ultimo.

Luigi: No, la vita non si vede solo all’ultimo. Ogni passo che la creatura fa, immediatamente Dio lo ricompensa con un maggior dono e una maggiore proposta. Dio non è che ci lasci nel tunnel: ogni più piccolo passo che noi facciamo viene ricompensato da Dio in vita e in luce. E’ una luce crescente che si dona all’anima, man mano che l’anima fa un passo di ubbidienza verso Dio; e più fa passi e più la luce aumenta, e più la creatura si carica di vita.

Eligio: E se il Signore non volesse darci quella luce crescente, magari per purificare l’anima e portarla ad un grado di conoscenza più alto?

Luigi: Sì, ma Dio non opera a capriccio.

Eligio: Certo, opera con una sua logica, secondo la capacità dell’anima.

Luigi: Certo.

Eligio: Guardiamo per esempio una Santa Teresina di Lisieux: è stata tutta un tunnel la sua esistenza, ed è un’anima che ha amato in un modo così alto, così profondo.

Luigi: Certo, Dio conoscendo l’anima, e conoscendo la meta alla quale la chiama, opera in conseguenza.

Eligio: Quindi non dobbiamo proporci quei contentini di luce.

Luigi: Non siamo noi che ce li proponiamo perché è Dio che li dà. Dio ci chiama, in quanto ci chiama ci dà un raggio di luce. Annuncia il Tabor molto prima che la creatura sia degna di restare. La creatura vorrebbe restare ma non può. Questo vuol dire che la luce arriva a noi quando noi non siamo ancora capaci di restare. Dio opera sempre per concessioni, quindi Dio opera sempre donandosi in sovrabbondanza, perché proprio donandosi in sovrabbondanza (per questo c’è la tragedia del Calvario) dà alla creatura la possibilità di corrispondere. Non è detto che corrisponda, ma Dio le dà la possibilità. Quindi Dio sovrabbonda sempre nei suoi doni. Lo vediamo nella natura; quanta sovrabbondanza di universo Dio ci crea attorno; noi non arriviamo neanche minimamente a sfiorare la bellezza, la misteriosità che è nell’universo. Eppure Lui sovrabbonda anche se non capiamo. Ecco, è proprio la sovrabbondanza d’amore che dà alla creatura la possibilità di amare; per cui, quando Dio le dice: “alzati”, la creatura intuisce già qualcosa di meraviglioso.

Tu dici: “per fede”. Ma la fede è già un dono di luce. Nella fede uno sa che Dio esiste. Cioè tutta la creazione, tutte le creature già testimoniano che Dio esiste, altrimenti la creatura non potrebbe alzarsi. Per alzarsi bisogna avere una certa intuizione, una certa conoscenza del fine. Uno che non vede il fine, non può partire. Non è nel fine, ma lo vede; se lo vede vuol dire che Dio si dona in un certo modo alla creatura. E’ poi la creatura che deve camminare per inserirsi totalmente, per inserire tutto il suo mondo, per farlo entrare tutto in questo fine. Ecco il punto immacolato che la creatura porta in sé. E cosa c’è in questo punto immacolato che la creatura porta in sé? C’è la luce.

Solo che questo è un punto e noi dobbiamo far entrare in questo punto tutto il nostro mondo. E’ lì tutta la nostra tribolazione. Noi non possiamo restare in questo punto, ma esso, anche se distante, è un sole. Ed è con questo sole, con questa luce che bisogna illuminare tutto il nostro mondo e farlo entrare tutto in questa luce: tutti i nostri pensieri, tutti i nostri argomenti di vita, tutti i nostri problemi. E’ questo il camminare. E’ un punto che si deve espandere all’infinito. Noi partiamo dalla situazione in cui abbiamo un punto di luce e tutto un universo nella notte; è tutto il nostro mondo, che è significazione dell’infinito di Dio, sul piano orizzontale del nostro io.  Abbiamo una notte infinita e un punto solo luminoso. Questo punto luminoso dobbiamo farlo diventare infinito, in modo da assorbire in esso tutta la nostra notte. Anche lo stesso nostro io, deve diventare luminoso in questo punto di luce.

Guardando il punto luminoso dobbiamo illuminare tutto il suo mondo. Questo è lo sforzo della creatura, questo è il camminare; bisogna far entrare tutto lì. Questo è il raccogliere.

Se dunque c’è un punto luce in noi, vuol dire che Dio creandoci non ci ha lasciati completamente nella notte. Ma siccome non camminiamo in tale senso, ecco allora le malattie, ecco succedere questo e quell’altro. E’ Dio con la sua Parola che ci richiama al nostro impegno principale. Richiamandoci, rinsaviamo, ci orientiamo e cominciamo a camminare. Man mano che camminiamo, naturalmente il punto si allarga e diventiamo sempre più certi, sempre più sicuri; cioè la fede diventa sempre più carità, sempre più amore.

Man mano che la raccogliamo in questa luce, aumenta la nostra sicurezza, la sua certezza. La nostra debolezza sta nel fatto che noi abbiamo questo punto luminoso in noi, ma c’è tanto mondo diverso che ci confonde, per cui diciamo: “sì quello è vero, ma…”. Abbiamo sempre i “però” in mezzo, abbiamo tutti gli altri argomenti, tutte le altre testimonianze, tutto un mondo tenebroso che ci impedisce.

Pinuccia B.: Ma allora anche la notte e l’aridità di Santa Teresina era un cammino verso la luce?

Luigi: S. Teresina ha avuto tanta luce; è soprattutto verso l’ultimo periodo della sua vita terrena che ha avuto molta notte. All’inizio ha avuto tanta luce. Era il Tabor. La notte venne dopo. Ma nella sua vita ha avuto tanti squarci di luce. Se Dio non ferisce l’anima, non potremmo amarlo. L’anima ama Dio in quanto è stata ferita da Dio, cioè è stata conquistata.

Ora, come Dio conquista l’anima?

Le sue ferite sono ferite di luce. Dio fa vedere qualcosa di meraviglioso di Sé, però la creatura non è capace di restare. Quindi abbiamo il Tabor che affascina e abbiamo la creatura che non sa restare; vorrebbe ma non sa restare, quindi discende nel mondo.

Pinuccia B.: Ma S. Teresina non restava?

Luigi: Il non restare non va inteso come infedeltà. E’ la creatura che non è capace, fosse anche santissima, di restare nella luce di Dio. Il Signore in un primo tempo illumina perché l’iniziativa è sempre di Dio. Se Dio non illuminasse, la creatura non resterebbe affascinata. Ma la creatura affascinata non è detto che permanga; desidera ma non può, non è capace. Ecco allora che deve passare attraverso il tunnel, attraverso queste prove, che sono sempre un aiuto. Anche questo paralitico, una volta che si è preso il letto, ha incominciato la sua notte; perché deve testimoniare di fronte alle accuse dei farisei, mentre non ci capisce nulla. Egli sa soltanto che Colui che l’ha guarito gli ha detto: “prendi il tuo letto e cammina”. Così anche il cieco nato: “Ma io non so niente di Lui. So soltanto che prima ero cieco e ora ci vedo”. Ora tutte queste testimonianza sono fatte nella notte, per camminare verso. Poi lo ritroverà nel Tempio.

Pinuccia B.: S. Teresina l’avrà trovato prima di morire, no?!

Luigi: Questo lo sa il Signore, non possiamo giudicarlo noi. Il Signore non ci presenta le cose perché noi abbiamo a giudicare. Il Signore ci presenta delle creature perché noi abbiamo ad imparare delle lezioni; dobbiamo imparare delle lezioni da S. Teresina, come da ogni creatura che abbia cercato Dio, come dal Cristo, dal Vangelo.

Pinuccia B.: Quale lezione possiamo trarre da S. Teresina?

Luigi: Se l’iniziativa è di Dio, Dio illumina l’anima, affinché l’anima veda dove deve arrivare, ma quando l’anima vede dove deve arrivare non è detto che sia arrivata; ha un lungo cammino da fare. E’ il cammino di Elia che deve andare al monte di Dio e Dio gli dice: “Mangia questo pane, perché ancora tanta strada tu hai da fare.” Quindi il monte lo vedeva nel sogno. Sapeva che doveva arrivare là. Se lui non avesse concepito, se Dio non gli avesse fatto concepire, non l’avesse illuminato circa l’esistenza di quel monte, mai si sarebbe sognato di andare verso quel monte. No, il Signore l’ha illuminato, gli ha fatto vedere il monte; ma tra vedere il monte e l’arrivarci ci vuole tanta strada, tanta fatica. Allora Dio è Colui che inizia, e iniziando offre, promette, poi dopo la creatura deve impegnarsi a pervenire a ciò che Dio le ha promesso.

Pinuccia B.: Deve affermare lo spirito.

Eligio: Non è tanto il tunnel che fa paura, ma la debolezza, la paura di perdere “la speranza dell’altezza”.

Luigi: Non siamo mai soli. Dio è sempre con la creatura e la sostiene e la corregge. Dio ci conosce molto più di quello che noi conosciamo di noi; sa tutte le nostre debolezze. Con Dio non si può mai disperare. Ecco con Dio non c’è la disperazione, perché tutto si accoglie da Lui.

Come uno intuisce la presenza e la Verità di Dio in tutto non può più disperare in niente, perché anche le sue debolezze, anche le sue cadute, anche il suo “far niente”, lo riceve da Dio. E’ Dio che mi fa toccare con mano la mia povertà, i miei limiti, la mia incapacità a camminare, che debbo imparare tante cose, ecc. Ecco, se uno prende tutto da Dio non dispera mai.

Eligio: Più abbiamo presente Dio, più Dio assume dei connotati precisi, e allora più difficile è perdere la speranza; ma quando questa sua Realtà non l’abbiamo tanto presente…

Luigi: Più siamo lontani e più naturalmente la sfera della disperazione cresce, perché la disperazione c’è dove c’è tutto io e niente Dio, dove tutto dipende da me.

Ne parlavamo ieri sera: l’uomo vuole programmare tutto. Quando l’uomo è convinto di essere lui a programmare tutto, ad essere responsabile di tutto, non trova più spazio per la vita. Non c’è più posto per vivere. Invece se alza gli occhi, se guarda Dio si accorge che ha un campo infinito di vita. Quindi la disperazione si ha nel “tutto io e niente più Dio”; Dio non è più operante, Dio è assente, Dio è lontano. Qui arriviamo alla disperazione.

Quanto più invece Dio cresce in noi, tanto più la speranza si fa grande. E’ Dio la speranza nostra, e il far conto su Dio è la nostra speranza. Ma anche qui bisogna conoscere. C’è sempre questa funzione: Dio propone e la creatura che risponde. Quanto più cresce la conoscenza, tanto più cresce la speranza, la sicurezza, ecc.

Quando arriviamo ad un certo punto, non ci stacchiamo più, perché non c’è più niente e nessuno che ci possa separare da Dio. E’ come se uno ti proponesse un affaruccio in confronto ad un affarone. Sarebbe illogico preferire l’affaruccio. Così anche di fronte alla Verità, alla bellezza, alla grandezza di Dio: chi mai può distogliere la creatura che ormai ha capito l’immenso tesoro che ha nelle mani?!

E’ la tanta conoscenza che ci rende stabili. Più ci avviciniamo e più l’unione si rinsalda, diventa stabile. Ad un certo momento diventa tutto cielo, diventa paradiso; “nessuno più vi potrà portare via la vostra gioia, perché il Padre è superiore a tutti”. Il che vuol dire che l’attrazione del Padre è maggiore di qualunque altra attrazione. Questo deriva dalla tanta conoscenza.

Eligio: Io sono certo di questo, ma, lo vedo un po’ meno idilliaco. Molte volte vedo più verosimile la posizione dell’Innominato che grida: “Dio, se lo vedessi, se lo sentissi!”. Che poi Dio mi metta nel dubbio o nel tunnel, perché  è necessario per me, lo accetto. Naturalmente è sempre e solo un atto di fede, più che una visione, una certezza che ti afferra. Perché indubbiamente l’evidenza mi terrebbe molto più strettamente legato.

Luigi: Certo, però se tu non avessi già tanta luce, se Dio non ti avesse già illuminato con tante cose, chi ti farebbe restare qui adesso? Che cos’è che ti lega qui? Vuol dire che c’è già qualcosa che ti ha affascinato l’anima, che ti ha conquistato, e ti ha fatto vedere interessante restare qui a trattare certe cose. Per cui tu vedi che nella nostra piccola esperienza, se uno permane o dedica una parte della sua settimana o del suo giorno per certi argomenti, è perché è già stato conquistato da una certa luce. Sì siamo tanto deboli, ma una parte c’è che ci interessa.

Eligio: Ma a volte si può permanere senza averne attrazione, senza capirne granché, ma semplicemente perché sai che quello vale.

Luigi: Se sai che quello vale, è già luce. Sai che quello vale! Cioè è Dio che ti ha fatto vedere l’importanza. Se uno scopre un tesoro, come fa a capire che quello è un tesoro? Sa che quello vale. E allora: “Va, vende tutto quello che ha e compera quel campo”. Ma come ha fatto a capire? E’ sempre la luce preveniente, è Tabor. Altrimenti non saprebbe. Con tante creature parli e ti dicono: “ma quelle sono storie, sono sogni, sono astrazioni, vanno bene quando uno non ha altro da fare”.

Come mai? Non sanno che quello vale. Quand’è che uno sa che “quello” vale? Quando c’è qualcosa che si è illuminato.

Emma: Ma quella gente non è felice.

Luigi: Questo è un'altra’cosa. Qui vogliamo dire che identificare quello che vale è già tanta grazia del Signore, e bisogna riconoscerla questa grazia del Signore.

Eligio: Io penso che la soddisfazione, la felicità, neppure le persone spirituali, finchè non siano nella visione di Dio, l’abbiano. Hanno la certezza di servire un valore assoluto in cui troveranno la realizzazione, ma non sono felici.

Luigi: Il fatto di sapere i veri valori è già una sorgente di felicità; certo non è la pienezza. Fintanto che uno non arriva all’Assoluto, sono valori che oscillano, per cui di tanto in tanto subentrano le impressioni, i dubbi, ecc… Però il fatto di intendere (ed è grazia di Dio) certi valori è già una fonte di tranquillità e gioia.

        Esempio: tra la creatura che ha un orientamento e la creatura che non sa dove andare, la creatura che ha un orientamento soffre perché il cammino è difficile, però è molto più felice dell’altra che non sa dove andare.

Eligio: Direi che è molto meno infelice, meno travagliata.

 

 

Introduzione: (problema posto su  Humanae vitae”)

 

 Luigi: Il problema non sta nel “non far peccato” ma nel conoscere Dio. “Ama e fa ciò che vuoi”, non sta nel dire: “Io non faccio peccato, io osservo la legge, io non rubo, io …”, Gesù dice che l'anima di tutta la legge è: Ama! Cerca il Signore Dio tuo”. Se manca quello, tutti i comandamenti cadono e resta la recitazione, l'ipocrisia perché manca l'anima. È come se mi vestissi da ricco mentre sono povero. Recito una parte; non sono autentico, non è la verità. Quando uno cerca Dio, il non rubare, non fornicare, sono dei paracarri che delimitano la strada. Sono dei banchi di prova. È come l'amore del prossimo: chi ama Dio, chi cerca Dio non fa quello o quell’altro, perché il suo interesse è Dio. Invece se tu fai questo, o quell’altro, vuol dire che non sei alla ricerca di Dio. Che cerca Dio veramente, non si mette a litigare con il fratello per l'abito; ma se tu litighi con il tuo fratello per l'abito, vuol dire che la tua ricerca non è sincera. Allora il non litigare con il fratello, è un banco di prova. Ma il problema non sta nel non litigare con il fratello. Se così fosse, io mi preoccupo di non litigare col fratello per l'abito e sono a posto. No, quello è soltanto un segno se effettivamente cerchi Dio. Ora, indubbiamente tutti i segni, tutte le regole possono essere travisate, cioè possono diventare motivo di recitazione: io recito quella parte e sono a posto; non faccio quel peccato e sono a posto. No, quelli sono segni, banchi di prova per verificare se effettivamente la tua ricerca è sincera, è autentica, è onesta. Perché noi ci possiamo anche illudere e avere pii desideri di cercare Dio, di amare Dio. Allora Dio ci dice: “Se tu effettivamente cerchi Dio, ecco il banco di prova, col tuo prossimo ti comporti così, verso i beni ti comporti così”. Invece se tu fai questo o quell’altro vuol dire che non sei alla ricerca di Dio. Chi cerca Dio veramente non si mette a litigare con il fratello per l’abito. Ma se tu litighi con il tuo fratello per l’abito, vuol dire che la tua ricerca non è sincera. Allora “il non litigare con il fratello” è un banco di prova.  Ma il problema non sta nel non litigare con il fratello. Se così fosse, io mi preoccupo di non litigare con il fratello per l’abito e sono a posto. No quello è soltanto un segno se effettivamente cerchi Dio. Ora, indubbiamente tutti i segni, tutte le regole possono essere travisate, cioè possono diventare motivo di recitazione: io recito quella parte e sono a posto. No. Quelli sono segni,banchi di prova per verificare se effettivamente la tua ricerca è autentica è onesta. Perché noi ci possiamo anche illudere e avere pii desideri di cercare Dio, di amare Dio. Allora Dio ci dice: “Se tu effettivamente cerchi Dio, ecco il banco di prova, col tuo prossimo ti comporti così, verso i beni ti comporti così, ecc.”..

Emma: Ma ognuno è stato creato da Dio con dei compiti ben precisi, secondo la propria vocazione, ognuno con un lavoro specifico.

Luigi : No, precisiamo subito che la vocazione è una sola per tutti, Il problema non sta nel fare un lavoro piuttosto che un altro. La vocazione è una sola per tutti, perché il fine è uno solo per tutti. Siamo chiamati tutti a una cosa sola : questa è la cosa che ci deve stare a cuore ; “Preoccupati di conoscere il tuo Signore, perché sei stato creato per questo…”. Per ognuno, essendo nato in un ambiente particolare, ha presente un certo campo d’azione in cui esplicare la sua preoccupazione principale, questa sua finalità. Per cui se uno si trova in una famiglia, si trova a contatto con certe persone: con questa preoccupazione, con questo amore, con questa ricerca di Dio, ognuno si comporterà in quel determinato ambiente in cui Dio l’ha posto, in modo piuttosto che in un altro e svolgerà un compito piuttosto che un altro.

Se io sono, ad esempio, capace a fare scarpe nell’amore di Dio, farò paia di scarpe per i miei fratelli, se vedo che i miei fratelli hanno bisogno di scarpe. Nell’amore del prossimo uno può dare mille lire, ma può dare anche un consiglio, un atto d’amore o può fare un paio di scarpe, a seconda di quello che il Signore presenta come ambiente. In tal modo testimonia quell’amore principale che uno ha.

Se uno non ha questo amore, si mette in primo piano un altro interesse e questo lo mette in conflitto con il suo prossimo, con l’interesse del suo prossimo. Il banco di prova rende evidente che non è autentico quell’amore che uno porta dentro di sé. Quindi la vocazione è unica per tutte le creature. Dio ci ha creati tutti per uno scopo solo: uomo, donna, greco, romano, cinese, inglese, ecc. abbiamo tutti una finalità unica. Dio è uno solo, non ci sono tanti dei. E non essendoci tanti dei, non ci sono tanti fini. Il fine è uno solo perché Dio è uno solo. Quindi la vita è una sola, la vocazione è una sola, per tutti. Il problema è essenziale, unico per tutti. Fintanto che non ci convinciamo di questo, in noi viene meno quella che è la preoccupazione essenziale. Perché uno può fare il contadino o il ministro, importa poco: sono tutte cose che passano, come importa poco ciò che abbiamo mangiato a mezzogiorno, sono cose che passano. Quello che importa è ciò che uno porta dentro di sé, come preoccupazione, come tensione verso. La tensione che bisogna avere è questa: In quest’oggi cosa mi è servito e cosa mi sta servendo per conoscere Dio? Per arrivare alla presenza di Dio? per entrare nella vita eterna? Perché la vita eterna mi è offerta oggi.

Ogni giorno è un offerta che Dio ci fa per entrare nella vita eterna, perché ogni giorno è una proposta di Dio per amare, e amare è desiderare di essere presente all’Essere amato. Noi partiamo quindi da una distanza e siamo chiamati, vocati, a convivere, ad arrivare alla presenza dell’Essere amato, a imparare a restare in questa presenza, in modo da poter vedere sempre in tutto Lui, perché l’eternità è Lui. Lui è il vero Essere. Gli altri sono controfigure, che stanno al posto di Lui momentaneamente, perché siamo delle creature deboli che non sono capaci di restare alla presenza dello Spirito. E allora Dio ci manda delle controfigure, ma queste passano; quindi dobbiamo affrettarci ad arrivare al fine.

Emma: Sono d’accordo che c’è una vocazione sola. Volevo semplicemente dire che uno è portato più per una cosa che per un'altra; esempio: l’uomo è fatto più per certi lavori, la donna per altri.

Luigi: Bisogna precisare bene che sia l’uomo che la donna devono avere una preoccupazione essenziale. Tutto il resto può esserci e anche non esserci, per cui non è fallita, ad esempio, la donna che non è sposata, o la donna che non fa quel lavoro in ufficio o quella carriera. No. E’ fallita la donna se non cerca Dio prima di tutto. Innanzi tutto perché viene meno alla sua funzione.

La funzione della donna è quella di accompagnare l’uomo, è quella di avere lo stesso fine dell’uomo. La vocazione dell’uomo, di Adamo, è quella di conoscere Dio. Ora, l’uomo e la donna sono chiamati tutti alla vita eterna; e allora possono aiutarsi in quanto tendono a questo fine. Ma se uno tende ad un fine e l’altro ad un altro, non possono camminare assieme. Chi unisce è il fine; ma bisogna averlo questo fine.

Non è che Dio ci abbia creato per un fine che si raggiunge da noi, in modo automatico o magico, perché il fine attribuito ad una persona cosciente, richiede in essa un’adesione, quindi una preoccupazione, una organizzazione di mezzi, per arrivare ad esso. Quindi una persona consapevole, di fronte ad un fine che le è proposto, è chiamata a sposare quel fine. Ma se non lo sposa non lo raggiunge.

Non fermarti a parlare di come si veste uno o l’altro, preoccupati dell’essenziale, perché se manca questo manca tutto.

 

Pinuccia B.: A volte però certe scelte possono coinvolgere talmente la nostra vita e renderci più difficile la scelta dell’essenziale.

Luigi: Ma alla creatura intelligente, quanto è proposto un fine, si richiede appunto la ricerca di quei mezzi che maggiormente lo facilitano; per cui se per raggiungere il fine, uno si accorge che ha bisogno di silenzio, non va per esempio a mettersi in un ballo pubblico o in una piazza dove c’è tanto rumore. “Come, tu non vuoi arrivare là ? E allora non capisci che per arrivare là ci vuole tanto silenzio ? E stai sprecando la vita in mezzo al rumore?”. L’intelligenza sta appunto nell’adeguare i mezzi, la strada, al fine. Se quel fine ti richiede del raccoglimento, non andare a sbatterti nella dispersione. Il Signore dice: “Siate intelligenti”, “capite quello che vi serve per raggiungere il vostro fine”.

Quindi bisogna che ci sia la finalità, bisogna sposare questa finalità, avere la preoccupazione; e bisogna essere intelligenti nel capire quali sono i mezzi che maggiormente ci favoriscono per arrivare. Quindi togliamo tutto quello che ci impedisce di arrivare a Lui. E’ il programma di Nicola de Flue: “Signore, allontana da me tutto ciò che m’impedisce di arrivare a Te. Invece dammi tutto quello che mi aiuta ad unirmi a Te”. Ecco: allontana tutto quello che m’impedisce, che mi ostacola, che non mi facilita nel conoscere Te, e donami, invece, tutto quello che mi aiuta e mi facilita.

Noi possiamo renderci molto difficile la strada; possiamo caricarci di pesi inutili per la vita eterna. Ecco, bisogna essere intelligenti per sapere: il pane va spezzettato secondo la capacità di assimilazione. E’ lavoro di intelligenza. Quando tu hai capito che quel cibo ti fa male, non continuare a mangiarlo; ti fa male, l’hai capito, quindi escludilo. Questo è un lavoro di intelligenza.

 

Emma: Quando uno vede qualcosa di buono, lo vorrebbe fare, ma non lo può?

Luigi: Ci sono tante cose che noi non possiamo fare. E’ il Signore stesso che ce lo impedisce, ce lo fa vedere e ci impedisce di farlo, per far toccare con mano la nostra povertà, i nostri limiti, per unirci maggiormente a Sé, per invitarci a far conto su di Lui. Quante cose che noi vediamo che sarebbe bello fare. Magari desidereremmo il silenzio e siamo immersi nel rumore; ma non dipende da noi. E allora si offre al Signore: questo è il Signore che ce lo manda affinché abbiamo maggiormente a far conto su di Lui, confessando e testimoniando a noi stessi la nostra povertà, la nostra miseria, la nostra incapacità. “Non ho nessuno”, “Non so come fare, Signore, a camminare. Tu mi hai dato quel fine, ma non so come fare”. Io sono la Via – ci dice- fa conto su di Me.” E così a poco per volta il Signore stesso si fa strada per i nostri passi.

 

Emma: Ho capito: non mi devo preoccupare più.

Eligio: Comunque la strada della virtù, non è la strada che bisogna invocare….

Luigi: No.

Eligio: Leggevo un giudizio sulle monache di Pot-Royal: “erano pure come angeli, ma superbe come demoni”. Per cui si può essere giganti di ascetica e lontanissimi da Dio.

Luigi: Si è verificato molto durante la guerra, con le monache di clausura, autorizzate ad uscire. Fu un disastro, perché non erano preparate ad affrontare la vita pubblica con tutti i suoi rischi. Quindi erano virtuose in quanto erano chiuse, limitate in quell’ambiente, ma occasionalmente, non lo erano più. Questo per dire che tanta ascetica non è fondata. Ciò che veramente fortifica è la prova. La creatura forte tu la vedi in piazza, allo sbaraglio. E’ la creatura che ha in sé il suo amore, che sa ciò che vuole. Fintanto che uno non è occasionato non può testimoniare il suo amore.

“Se uno non è provato che cosa può dimostrare?”. Sta scritto nelle lettere degli Apostoli. E’ proprio nella prova, quando uno è occasionato che dimostra se è fedele, se è capace ad essere fedele, cioè se ha in se stesso quell’amore.

 

Emma: Per questo Madre Teresa prima di accettare definitivamente le aspiranti, fa passare loro un periodo nel mondo.

Luigi: Ora anche i Trappisti. Prima dei voti solenni mandano gli aspiranti un anno o due a casa, a fare vita tra gli operai, vita sociale. Non vogliono che facciano subito la loro vita religiosa; li immergono nel mondo. Così poi se rientrano sono ammessi.

Emma: Così sono più sicuri della loro vita interiore.

Luigi: Non si è mai sicuri, perché la sicurezza è Dio. Quindi non si può mai dire: “io ho resistito due anni fuori, quindi sono sicuro”. Comunque la creatura non deve cercare la prova. Per quel che dipende da lei, deve cercare il mezzo più adatto per raggiungere il fine.

 

 

N.B.: Il testo, tratto da registrazione

non è stato riveduto dall'autore e mantiene lo stile discorsivo.

 

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