Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: F:\Il Magnificat di Maria sul mondo.mht

UtUnumSint

 

Liberazione dell'uomo

 

 


 

Parte terza

FORMAZIONE ALL'ASCOLTO

 

 

Solo chi libera dal male che l'uomo porta dentro, libera veramente l'uomo.

 


 

 

L’uomo sano e l’uomo malato

 

C'è chi ha fame e non ha pane: qui l'uomo soffre, ma è sano.

E c'è chi ha pane e non ha fame: qui l'uomo è malato.

Meglio morire di fame che morire per mancanza di fame soffocati dal pane accumulato e non assimilato.

Il pane va assimilato; la Parola va intelletta. Nutre soltanto ciò che è assimilato; ciò che non lo è, ingombra e appesantisce. Ciò che si accumula senza assimilare rende l'uomo malato.

«Beati coloro che hanno fame», dice il Signore. «Beati i poveri dello spirito». Meglio cioè non avere che avere: «La vita, dice ancora il Signore, non viene dalle cose che si hanno».

La vera malattia dell'uomo è provocata da ciò che ha, è provocata dalla ricchezza: qui infatti si è fuori della nostra dimensione umana. Ciò che abbiamo ci impedisce di essere veri uomini, di sentire il vero problema nella sua gravità e nella sua urgenza, e di vivere.

Cristo, che è venuto a portarci la vita e la pienezza dell'umanità, inaugura la sua via dicendo: «Date via quello che avete».

Bisogna cioè sgombrare la nostra vita di tutto ciò che la ingombra e la agita.

Bisogna ritrovare la nostra povertà per ritrovare la nostra fame essenziale.

Bisogna ritornare alla sorgente per ritrovare l'acqua pura non inquinata e non avvelenata da ciò che vi  ammettono gli uomini.

Bisogna ritornare al Principio delle cose.

 

 

Principio della sapienza

 

Principio della Sapienza è la fame, il desiderio della Sapienza.

Principio dell'ascolto è il desiderio di ciò di cui si parla, è l'interesse per ciò che si dice.

In un'umanità sempre più inquieta e agitata, bisogna imparare a fermarci.

Il sordo-muto ch'è in ognuno di noi ha bisogno di essere portato in disparte. Non per essere tenuto in disparte, ma per formare il suo orecchio all'ascolto, per riacquistare la capacità e il desiderio di ascoltare Colui che parla in tutto.

La nostra agitazione è tutta effetto di mancanza di conoscenza di Dio e quindi di vanità e ambizione del nostro io: vogliamo fare noi, mettere noi le nostre mani nel mondo meraviglioso delle opere di Dio, dire noi le nostre parole, far sentire il nostro peso, far vedere il nostro prestigio. Nella nostra vanità facciamo conto più su di noi e sulle nostre opere che su Dio.

L'agitazione, il rumore, sono un difetto di attività, non una maggiore attività: non colgono l'essenziale.

Dio essendo vera attività, atto puro, è perfetto silenzio.

Piena attività è perfetto riposo. Non è chi fa più rumore che opera maggiormente, ma chi più è silenzioso.

Nel rumore e nell'agitazione ci sfugge sempre qualcosa di importante, ci sfugge l'essenziale. Riusciamo a ottenere o a trattenere qualcosa, o a sottomettere e a rendere schiavo qualcuno, ma l'anima, il cuore ci sfuggono, ci sfugge l'amore; e quando li cercheremo, li troveremo contro di noi.  Quando non sappiamo cogliere l'essenziale, quando ci sfuggono i cuori, li ritroveremo sempre dall'altra parte della barricata.

Le cose più grandi nascono nel profondo e sono fatte nel silenzio.

Anche nella natura, ch'è tutta carica di significati profondi per la nostra vita principale, non c'è fabbrica più operante e più produttiva dell'albero: eppure quanto è più silenzioso l'albero a confronto di tutte le nostre fabbriche!


 

 

Il canto della presenza di Dio

 

Più il rapporto con Dio si fa vicino e più profondo si fa il silenzio nell'anima. Il silenzio nell'anima è il canto della Presenza di Dio diffusa in noi.

Siccome Dio si è circondato di silenzio, quanto più ci avviciniamo alla sua Verità, tanto più entriamo nel suo silenzio.

Invece, lontani da Lui, la vanità del nostro io è una sorgente di rumore che ci impedisce ogni ascolto. Così accade che il mondo si trasforma in una folla in cui tutti parlano e nessuno ascolta: un popolo che chiacchiera, anche quando prega. «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me», rimprovera il Signore.

Se il cuore non ascolta, la nostra fede, il nostro amore sono solo sulle labbra. Se non siamo disponibili con la nostra mente e la nostra anima, il nostro amore, la nostra fede sono solo sulle labbra.

Bisogna imparare ad ascoltare col cuore; bisogna avere un cuore che ascolta. «E fa' che il silenzio stia sulla tua bocca!», diceva s. Caterina.

La ricostruzione o incomincia dall'interno dell'uomo o non incomincia affatto, e tutto ciò che si fa è solo rumore che passa, agita e non lascia traccia; o forse una traccia la lascia, ma sarebbe meglio non ci fosse.

Se il cuore non ascolta, parliamo, ma non diciamo nulla; ci agitiamo, ma non facciamo niente; corriamo, ma non giungiamo in nessun luogo: si gira a vuoto, si parla a vuoto.

 

* * *

 

Ciò che maggiormente insidia la nostra capacità di ascolto è il pensiero del nostro io e il parlare di noi. Bisogna quindi allenarci a tacere, a non fare attenzione a noi, a lasciar parlare gli altri, a non parlare anche quando crediamo di avere qualcosa da dire. Ciò non per diventare muti, ma come cura per riprendere l'uso del nostro orecchio, sapendo di quale male soffriamo.

Bisogna convincerci che l'ascolto dell'altro è più importante del nostro parlare, e che Dio opera molto di più con il nostro silenzio che ascolta, che non con la nostra parola; più con ciò che non diciamo, che con ciò che diciamo.

Bisogna allora essere umili se si vuole ascoltare Dio.  Per questo l'umiltà fa parte della straordinaria avventura di dare al mondo un uomo.


 

 

Alla radice di tutte le cose

 

Nel mondo si dicono molte cose, e le parole sono tante; ma se nella nostra vita riduciamo ogni cosa alla sua radice e cerchiamo l'essenziale, in fondo a tutto troviamo uno che parla ed uno che ascolta. Colui che parla è Dio; colui che ascolta è l'uomo.

Dio ha fatto l'uomo per l'ascolto della sua Parola, del suo Verbo. Le complicazioni e le distorsioni avvengono nel modo con cui l'uomo riceve la Parola. È qui che tutto si complica e l'uomo incomincia a brancolare nelle tenebre ed a morire: conseguenza di una distorsione o di una perdita di ascolto.

Ascolto di Dio: è questo l'inizio della straordinaria avventura che ci conduce alla conoscenza della Verità ed a vivere in essa; avventura che ci fa scoprire il significato e lo scopo della nostra esistenza e ci illumina il mondo.

Chi ci apre gli orecchi all'ascolto ci illumina il mondo. Quando Gesù guarì quell'uomo sordo e muto, dopo averlo tratto in disparte dalla folla, «gli mise le sue dita nelle orecchie e gli toccò la lingua con la sua saliva».

Ecco, per formarci all'ascolto bisogna lasciarci toccare da Cristo; dobbiamo lasciare ch'Egli metta le sue mani nella nostra vita.

Se Dio è il Verbo che parla all'uomo, Dio è anche Colui che viene a curare l'uomo quando questi perde l'uso dei suoi orecchi e non è più capace di ascoltare, perché il suo cuore è altrove.

 

 

Dove è il tuo cuore?

 

Quando il nostro cuore è altrove da Dio, è perché il centro dei nostri interessi non è più Dio.

Dove è il nostro interesse, ivi è anche il nostro cuore, e quindi anche il nostro orecchio. Così accade che Dio non ci attragga più.

L'uomo che non è attratto da Dio è un malato che ha bisogno di essere curato; è un uomo che ha perso la coscienza dei valori e non sa riconoscere ciò che più vale per la sua vita, non sa più che sia vivere, né sa dove andare: non ha più fiducia in niente. Se Dio non venisse a lui, egli morirebbe nel suo male. Importante è lasciar fare a Dio.

Se dobbiamo imparare a fare attenzione a Dio, perché Egli stesso dice: «saranno tutti istruiti da Dio», dobbiamo anche lasciarci curare da Dio: perché Dio viene, Dio opera, Dio ci conduce, Dio ci cura e ci libera e ci guarisce: se noi Lo lasciamo fare.

Per lasciarci curare dobbiamo essere umili. Dobbiamo quindi accantonare la nostra superbia, la nostra vanità, la nostra ambizione, il nostro modo di vita che non è vita. Non c'è proprio ragione per essere superbi quando si è smarrita la strada.

 

 


Ritornare bambini

 

«Se non ritornerete come bambini, non entrerete», cioè non troverete la strada.

«Essere bambini è riconoscere il proprio nulla, sperare tutto da Dio, come un bambino attende tutto dal suo babbo», scriveva s. Teresa del Bambino Gesù.

Riconoscere il proprio nulla, sperare tutto da Dio: ecco la cura per guarire ogni uomo, ecco le parole che dovremmo avere sempre davanti ai nostri occhi!

Cristo è Dio che viene a noi proprio quando non siamo capaci di andare a Lui. Egli infatti viene per i malati, i poveri, i paralitici, i sordi.

Bisogna lasciare ch'Egli ci porti in disparte dal mondo e curi i nostri orecchi e metta in essi la sua mano.

Cristo cura i nostri orecchi mettendo in noi Dio al posto che Gli spetta, dentro di noi: nella nostra mente, nel nostro cuore.

La ricostruzione dell'uomo all'ascolto incomincia dall'interno dell'uomo stesso, poiché la capacità di ascoltare deriva da ciò che abbiamo nel cuore. Qui Cristo mette Dio al suo posto e noi al nostro; mette cioè Dio al centro e noi alla periferia, Dio prima e noi dopo.

Dobbiamo accettare di mettere Dio prima e noi dopo. In questo le parole non valgono, non contano; vale ciò che noi «facciamo» dentro di noi. Bisogna fare la Verità dentro di noi; bisogna mettere Dio al suo posto: è la condizione per imparare ad ascoltare Dio e giungere alla Luce.

 

 

Il posto di Colui che parla e il posto di colui che ascolta

 

Non dobbiamo sottomettere Dio a noi: ci precluderemmo la via all'ascolto e non saremmo attratti dalla Verità. Dobbiamo invece sottomettere noi a Dio e tutti i nostri ragionamento a Dio: questa è semplice giustizia.

E questo è ciò che Cristo fa con noi quando mette le sue mani nella nostra vita: mette in noi Dio in alto. Che significa ciò? Significa che in noi Dio deve essere Colui che parla e noi coloro che ascoltano. Così si ristabilisce in noi la giustizia del Principio: «In Principio, dice il Vangelo di s. Giovanni, era il Verbo, e Dio era il Verbo».

Noi non siamo il Verbo, non siamo coloro che parlano; siamo coloro che ascoltano. E coloro che ascoltano debbono essere al disotto di Colui che parla: non possiamo parlare di nostra autorità, non siamo noi il principio della Verità.

Chi parla è Dio; il Verbo è Dio. Noi siamo coloro che sono fatti per ascoltare il Verbo e per ripetere ciò che hanno udito. Se vogliamo che i nostri orecchi si aprano all'ascolto dobbiamo ristabilire in noi questo rapporto. Questa è la giustizia che dobbiamo «fare» dentro di noi. Ché se non la facciamo, inutile invocare, inutile dire «Signore, Signore!»: ci sentiremmo nella coscienza le parole di Dio che ci rimproverano: «Vano è il vostro culto».

È necessario «fare» il silenzio sulle nostre labbra e la Verità dentro di noi. È questa l'opera più grande per cambiare noi e il mondo.

Il mondo non cambia, perché Dio non lo cambia, se il cuore dell'uomo non cambia. La speranza del mondo è rifugiata nel cuore dell'uomo.

 

 

Signore, parla!

 

Ogni giorno Dio parla all'uomo e lo chiama per nome ad ascoltare ed intendere le sue lezioni di vita; lezioni ch'Egli riserba personalmente per ogni uomo, perché Dio sa ciò che passa nella mente e nel cuore di ognuno, e quindi sa ciò di cui ognuno ha bisogno. Ma ognuno deve disporsi all'ascolto.

Vi è nella Bibbia, Antico Testamento, una pagina carica di significati profondo per la nostra formazione all'ascolto, in cui tutto questo ci è presentato in una scena notturna in Silo, dove era allora il Santuario con l'Arca Santa:

«Il giovinetto Samuele serviva il Signore in presenza di Eli, gran sacerdote in Silo, e la parola del Signore era rara in quei giorni... Ora una notte, mentre Eli, che aveva gli occhi tanto offuscati da non poter vedere, era coricato al suo posto e Samuele, prima che la lampada di Dio fosse spenta, dormiva nel tempio del Signore, il Signore chiamò Samuele, il quale rispondendo disse: Eccomi! E corse da Eli dicendo: Eccomi, mi hai chiamato. Eli rispose: Non ti ho chiamato; ritorna a dormire. E Samuele se ne andò a dormire.

E il Signore tornò di nuovo a chiamare Samuele. Egli alzatosi andò da Eli e disse: Eccomi, mi hai chiamato. Eli rispose: Figliuol mio, io non ti ho chiamato, ritorna a dormire.

Samuele non conosceva ancora il Signore e la parola del Signore non gli era ancora stata rivelata. Il Signore tornò di nuovo a chiamare per la terza volta Samuele. Ed egli si alzò e andò da Eli e disse: Eccomi, mi hai chiamato.  Eli allora comprese che il Signore chiamava il giovane e disse a Samuele: Va' e dormi; e se ancora ti chiamerà, tu dirai: parla, o Signore, che il tuo servo ascolta».

Così quella notte quando il Signore ancora chiamerà Samuele, Samuele risponderà: «Parla, o Signore, che il tuo servo ascolta»: disposto ad ascoltare la parola che il Signore vorrà dirgli.

 

 

Quella notte Samuele imparò che il Signore parla

 

Dio parla e chiama; ma l’uomo, che non conosce ancora il Signore, crede sia la creatura e si volge ad essa.

L'uomo invece deve capire che in tutto c'è Dio che gli parla e lo chiama, e deve disporsi all'ascolto; deve cioè rendersi disponibile e attento per Colui che gli parla, e non guardare altro.

Principio infatti dell'ascolto è guardare Colui che parla.

La Parola che dà vita è quella che procede dalla bocca di Dio. Bisogna cioè attingere la Parola alla bocca di Dio. Bisogna bere l'acqua alla sorgente.

Come i fiumi nascono nel silenzio degli alti nevai delle nostre montagne, così la Parola di Dio procede dal silenzio dell'Essenza divina, e noi dobbiamo sforzarci di attingerla nel suo Principio. Sforzarci, perché questo richiede un superamento di ciò che naturalmente vediamo.

Naturalmente noi vediamo le creature, non Dio. Samuele naturalmente andava da Eli, suo maestro e sacerdote.

Samuele non conosceva ancora il Signore e credeva che fossero solo gli uomini a parlare. Ma quella notte imparò che il Signore parla e che bisogna disporsi ad ascoltarLo.

E in questa umiltà attenta, è in questo silenzio che Dio dice a noi la sua Parola viva, essenziale, creatrice, la Parola che trasfigura la nostra vita e il nostro mondo, e crea nuovi cieli e nuova terra in cui si vive liberi figli di Dio.

Il mondo non cambia se il cuore dell'uomo non cambia; ma il cuore dell'uomo non cambia se l'uomo non si pone, con il suo cuore, in ascolto di Dio: se cioè non riconosce questa giustizia nell'intimo di sé, giustizia con la quale mette Dio prima e se stesso dopo, si mette cioè umilmente in ascolto ai piedi di Dio.

«Ascolterò quello che dentro di me dirà il Signore Dio», così i padri antichi insegnavano la via della Sapienza ai loro figli.

 

 


Solo Dio può cambiare l'uomo

 

Solo Dio può cambiare il cuore dell'uomo e quindi l'uomo e il mondo. E solo Dio dà l'intelligenza per capire che solo in Lui è il rinnovamento e la ricostruzione della nostra vita: «Io ti darò l'intelligenza, dice il Signore, io ti insegnerò la via».

Per questo Dio ci fa errare nel deserto e nella solitudine, anche nel centro delle nostre metropoli e nel pieno del benessere materiale, fintanto che non ci convinciamo di ciò che dobbiamo mettere prima di tutto e sopra tutto in noi. «Ma noi a sperare nei nostri carri ed a far conto sui nostri cavalli... !».

Dio guardando il nostro benessere e le nostre ricchezze osserva: «Il loro paese è pieno di cavalli, i loro carri sono senza numero! Il loro paese è pieno di idoli. Son pieni di idoli come in antico. Hanno adorato l'opera delle loro mani».

Ecco, paese di ogni uomo è tutto ciò in cui ha riposto le sue sicurezze.

Ed ecco anche la Parola di Dio che ci rivela il vero volto delle nostre sicurezze: «Non si salva il re per il suo numeroso esercito, né il gigante è salvo per la sua grande forza.  Impotente è il cavallo a porre in salvo, né ci può essere scampo nella sua forza». Non servono per ciò di cui l'uomo ha bisogno. «Non per la sua forza l'uomo sarà forte».

Dove dunque riporremo la nostra fiducia; su che cosa faremo conto per la nostra vita? La Sapienza antica ci risponde: «Riconoscete che il Signore è Dio: Egli ci fa e non già noi stessi».

 

 


Il pensiero del nostro io ci impedisce l'ascolto

 

Mentre erano in cammino, Gesù aveva parlato ai suoi discepoli della sua passione e morte: «Il Figlio dell'uomo, aveva detto, sarà abbandonato nelle mani degli uomini che Lo uccideranno ma Egli risusciterà il terzo giorno». I suoi discepoli non avevano capito le sue parole.

Come mai non capivano?

Quando giunsero a casa, Gesù li interrogò: «Su che cosa discutevate per strada?». Ma essi non osavano dirlo, perché per strada avevano discusso su chi tra loro fosse il primo. Ecco perché non avevano potuto capire le parole del loro Maestro! Il loro pensiero era altrove! E quando il pensiero è altrove è impossibile capire le parole che ci giungono.

Ecco allora perché non possiamo capire le parole di Dio e le lezioni ch'Egli ci dà ogni giorno: siamo sempre occupati a pensare a noi stessi, a discutere tra noi chi sia il primo; sempre occupati attorno alla nostra figura, al nostro prestigio, al nostro nome, a ciò che gli altri possono dire di noi.

Principio dell'ascolto è non pensare a noi, ma guardare Colui che parla, avere tutta la nostra anima attenta a Lui.

L'umiltà diventa principio di vera intelligenza. Bisogna essere umili per imparare ad ascoltare; bisogna saperci accogliere con la nostra povertà e il nostro niente, con il peso forse anche del fallimento di tutta una vita; con il peso di tutte le sconfitte subite e di tanta strada sciupata; bisogna saperci accogliere e sopportare con il peso di tanti doni e grazie sprecati.

Se vogliamo restare aperti all'ascolto bisogna che ci sappiamo accogliere con tutta questa nostra povertà, sapendo che Dio, che crea dal nulla tutte le cose, e noi stessi, ha sempre la possibilità di fare del nostro niente una nota preziosa nel concerto del suo universo e della vita eterna.

Ma bisogna far conto su Dio, porre in Lui la nostra fiducia, far dipendere tutto da Lui. Noi con tutto il nostro pensare a noi non facciamo altro che chiuderci in una prigione sempre più stretta e soffocante. È l'Altro che ci fa essere. Colui che parla è Dio; Colui che ci fa essere è Dio; Colui che ci libera è Dio.

Non dobbiamo allontanarci mai dalla sorgente del nostro essere, dallo sguardo dell'Altro, dalla Parola dell'Altro. «L'uomo vive di ogni parola che procede dalla bocca di Dio», dice Gesù.

Dio parla; la Verità di Dio è annunziata e testimoniata. Ma ciò che è annunziato richiede attenzione e ascolto per entrare; richiede disponibilità. Chi non si rende disponibile con tutta la sua anima, non può giungere ad intendere.

Maria, la Madre di Gesù, è la grande Maestra in questa disponibilità che intende. Essa infatti «raccoglieva, custodiva e meditava nel suo cuore tutte queste cose».  È la scuola dell'amore, e chi ha imparato ad amare sa ascoltare, sa custodire, sa fare silenzio.

 

 


La scuola dell'amore

 

Il silenzio che ascolta, custodisce e medita, è il gran mezzo per dare alla nostra vita tutta la sua fecondità. Ci fa ritrovare il senso del divino e ci ritorna l'amicizia, l'accordo con tutte le cose. Nasce in noi la certezza della Verità; scopriamo la componente spirituale delle cose e degli avvenimenti; scopriamo il pensiero; gustiamo l'infinito.

Imparando ad ascoltare sentiremo che la Verità entra dentro di noi a poco a poco ed inaugura il suo Regno in noi.  Con la Verità entra la scoperta di un mondo in cui tutto è carico di significato.

Imparare ad ascoltare vuol dire: mettere ogni giorno un po' di tempo, anche solo qualche minuto, per raccogliere nel solo Pensiero di Dio sapendo ch'Egli è presente. Un raccoglimento in cui tutto il mondo taccia e taccia tutto ciò che è in noi; tacciano tutte le nostre voci, tutte le nostre parole, tutti i nostri argomenti, tutte le nostre questioni, tutti i nostri problemi. Tutto taccia per ascoltare solo Dio, anche se Dio tace e non ci dice niente; niente, apparentemente secondo noi che, abituati ad ascoltare parole che sono rumore, riteniamo sia parola solo ciò che fa rumore.  Invece i silenzi di Dio sono una sua Parola efficacissima in noi e su di noi.

Se vuoi imparare ad amare, metti dunque ogni giorno qualche minuto di pura attenzione a Dio, senza alcuna parola né tua, né di altri, senza alcun tuo proposito, senza alcun altro pensiero.

Per giungere a questo devi imparare a lasciar morire dentro di te tante parole che vorresti dire, che senti il prurito di dire. Dice la Bibbia: «Non riportare una parola cattiva o dura: non ne patirai alcun danno se la lasci morire dentro di te. Hai udito una parola contro il tuo prossimo?  Muoia dentro di te: sta tranquillo, non ti farà scoppiare. Lo stolto per una parola che deve tenere va in doglie come una donna che deve partorire, e soffre e geme fintanto che non trova il modo di metterla fuori. L'uomo saggio invece non soffre affatto a tacere, anzi il suo silenzio gli accresce la luce e l'amore verso Dio e verso il prossimo».

Ecco perché molte volte il Signore raccomanda il silenzio dopo un suo dono, una sua grazia: è per accrescere in noi la luce e l'amore ricevuti.

Non dobbiamo allora aver paura del silenzio, delle parole che non diciamo. Le parole che diciamo, restano parole; ma le parole che non diciamo, diventano preghiera, amore; diventano spazi di silenzio per la nostra anima che ha bisogno di ascoltare Dio.

 

 


Se qualcuno vuole essere il primo

 

Quando i discepoli di Gesù gli dissero che l'argomento che li aveva occupati lungo il cammino era stato chi tra loro fosse il primo, rivelando così, più che a Lui, a se stessi, dove avevano il loro cuore e cos'era quindi in essi che impediva loro di capire ciò di cui Egli aveva parlato loro, Gesù, che sempre li raccoglieva con una pazienza infinita da tutti i loro errori e da tutte le loro deviazioni e dispersioni per riportarli nel pensiero del Padre, Principio di ogni valore buono e vero, li chiamò tutti attorno a Sé e disse: «Se qualcuno di voi vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti».

Ecco, quando l'uomo non è capace di ascoltare deve essere ricondotto a ciò che più vale; quando esce dalla sua dimensione, deve esservi riportato. È la scuola dell'amore.

Poi, siccome non erano capaci di fermare i loro orecchi sulle sue parole, il pensiero del nostro io ci indurisce l'orecchio fino a renderci incapaci di ascolto, Gesù cercava di fermare almeno i loro occhi e, preso un fanciullo, lo collocò davanti ad essi e, dopo averlo abbracciato, disse loro: «Chi riceve uno di questi fanciulli riceve Me e chi riceve Me, riceve Colui che mi ha mandato».

 

* * *

 

Per imparare ad ascoltare bisogna imparare a fare attenzione, cioè bisogna imparare a guardare.

Guardare vuol dire fermarsi, vuol dire cessare di correre dietro alle cose.

Quando si corre e si passa velocemente da una cosa all'altra, si ha l'impressione di guardare molto e quindi di un aumento di vita, ma è solo un'impressione superficiale, epidermica; sostanzialmente si riceve meno, fino a non scorgere più nulla: è una diminuzione di intelligenza, e quindi una diminuzione di vita.

Per un accrescimento di vita bisogna fermarsi e pensare.

Noi siamo un movimento continuo: il nostro io è un principio di separazione, quindi di movimento, di instabilità, di volubilità: «non è capace di restare».

Se il nostro io è fonte di instabilità, nulla è più disastroso per la nostra vera vita che incontrare il pensiero su noi stessi: niente disperde e svuota tanto la vita dell'uomo quanto il pensare a sé.

L'uomo che pensa solo a sé e che parla solo di sé, è la cenere che il fuoco dell'autosservazione ha lasciato bruciando attorno al pensiero del suo io tutto ciò che aveva per dare un significato alla sua vita.

L'uomo non è al mondo per autosservarsi, ma per osservare. Niente di più errato del «conosci te stesso» della filosofia antica. L'autosservazione porta ad un vuoto nel significato della vita su cui attecchiscono poi tutte le forze disgregatrici delle facoltà spirituali dell'uomo: soprattutto distrugge nell'uomo l'amore.

 

* * *

 

Come l'uomo non è al mondo per pensare a sé, così non è al mondo per parlare di sé, per dire ciò che gli piace o ciò che non gli piace, per criticare, per affermarsi, ma per concedersi, per dedicarsi, per offrirsi a conoscere, ad ascoltare, ad amare.

Ogni uomo è al mondo per vivere per un Altro.

 

 


La misura dell'uomo è la misura con cui si dimentica

 

Ogni uomo diventa uomo soltanto nella misura con cui ama, cioè con cui si dedica ad un Altro. Per questo Gesù dice che più grande è colui che serve.

Invece pensando a sé, l'uomo esalta la sua instabilità, e si distrugge. L'instabilità infatti dà luogo ad una diminuzione nella nostra capacità di amare e di ascoltare, ci rende meno recettivi, meno partecipi all'Altro: sostanzialmente è una diminuzione di vita.

Di qui l'insoddisfazione di fondo, e quindi la tristezza, l'angoscia, di chi vive pensando a sé, che spingono l'uomo a formulare giudizi sull'inutilità, sull'assurdità dell'esistenza. L'uomo è condotto così a costruirsi la verità sui suoi sentimenti malati, e qui sta l'errore cui conclude l'io con il suo autosservarsi.

È lo stesso errore che si farebbe se in un giorno grigio di nubi dicessimo che il sole non esiste. Le nubi ci tolgono certamente la vista del sole; ciò nonostante, il sole esiste.

I dubbi, le contraddizioni, gli errori, i mali, soprattutto le delusioni nelle nostre attese e nelle nostre speranze, possono oscurare in noi il significato della vita e i valori dell'esistenza al punto di non lasciar più scorgere nulla per cui la vita sia degna di essere vissuta. Ma, come la nube non ci deve far dimenticare che il sole esiste e, soprattutto, non ci deve far dire che il sole non esiste, così la pena, la tristezza, il fallimento di un giorno, o anche di tutta una vita, non ci debbono far dimenticare che Dio esiste e che tutto, in Lui, ha un significato, anche i nostri fallimenti, e che Egli, se Lo lasciamo fare, può ricondurci da tutti i luoghi in cui il nostro io ci ha dispersi e ci trattiene schiacciandoci nella disperazione.

 

 


Dio, il vero amico dell'uomo

Nei nostri problemi oggi c'è un dato mancante, c'è un vuoto che aspetta di essere riempito, senza il quale tutti i problemi sono insolubili. Il dato mancante è Dio. Dove lo mettiamo nella nostra vita? Nei nostri problemi? Nelle nostre scelte? Dio è il grande assente in tutte le nostre questioni. Teniamo conto di tutto e di tutti: non teniamo conto di Lui. Tutte le nostre soluzioni sono infirmate di errore e quindi destinate al fallimento più clamoroso.

Dio è la chiave di soluzione dei problemi, il dato fondamentale che non può essere trascurato, la pietra senza la quale nessun edificio può stare su.

Dietro la facciata dei sintomi delle nostre malattie economiche, sociali, politiche, morali, bisogna scoprire le cause spirituali. Bisogna cioè sempre guardare dietro la facciata dei problemi e scoprire l'uomo nei suoi bisogni spirituali, soprattutto per ciò che si riferisce al significato della sua vita. Perché l'uomo può essere malato di cancro, può essere nella miseria, può trovarsi al centro di un uragano di disgrazie e di sofferenze e di ingiustizie e di inganni, sopporterà tutto, ma non può sopportare di essere privato del significato della sua vita. Cioè da tutti i luoghi l'uomo anela ad una vocazione metafisica, anela a trovare Dio, all'amicizia con Dio.

Dio è fedele, e proprio perché è fedele rimane in comunicazione con il povero facendogli sentire la sua voce e dandogli appoggio e aiuto e amicizia, cose che l'uomo che confida in se stesso o nei mezzi umani, non può assolutamente avere, perché Dio rompe la comunicazione con l'uomo che fa conto su un altro o su altri. Il ricco può telefonare a Dio, ma la comunicazione è interrotta ed egli non fa altro che sentire l'eco della sua stessa voce che cade nel vuoto, perché Dio rigetta il ricco. Se invece il povero telefona a Dio, sente che all'altro capo del filo c'è una Voce che gli risponde.

Proprio per questo, solo il povero ha le basi della più incrollabile certezza possibile: la certezza assoluta che Dio è presente, che Dio gli è amico.

 

 


Non mettete inciampi tra l'uomo e Dio

 

Non scandalizzate i poveri, questi piccoli che accolgono ogni cosa dalla mano di Dio; non fateli «contare su altro», «sperare in altro»; non soffocate la speranza che abita nei loro cuori; non trasportateli in una ricerca ansiosa di sicurezze umane, da cui domani saranno traditi e abbandonati: maledirebbero un giorno il momento in cui vi hanno incontrati. Non tradite il sangue del giusto che crede e spera in Dio; non fategli perdere il significato dell'esistenza.

Tenete presente che si può avere l'oro, il comando, il potere, la gloria, il benessere e tutte le ubriacature con cui gli uomini si ubriacano, ed essere disperati, e non avere la capacità di esistere. Il povero ha la capacità di esistere; il ricco no! Il ricco ha il vuoto dentro che cresce a dismisura fino ad inghiottire tutto di lui.

Meglio la sofferenza, la tribolazione e la fame, ma poter restare con Dio, ma sentir la sua amicizia, il suo dialogo, la sua Parola che consola e sostiene, che ti dice: «Non temere, Io sono con te».

Meglio un pezzo di pane duro in mezzo alla strada con Dio, che un pranzo in una casa d'oro con la solitudine e il vuoto dentro.

C'è un vuoto, una solitudine interiore che nessuna festa del mondo, nessuna presenza esteriore possono colmare.

Se l'uomo abbandona il Centro che unifica tutta la sua vita, si disintegra e cessa di esistere. Resta la parvenza, la facciata; ma dietro non c'è più niente; la vita non c'è più.

Bisogna quindi stare molto attenti a non svuotare l'uomo dal di dentro.

 

 


Lo sdegno di Gesù

 

Quando a Gesù volevano presentare dei fanciullini affinché li toccasse, toccare Dio è trovare la liberazione e la vita, i suoi discepoli si opponevano e sgridavano coloro che li presentavano. Gesù, vedendo ciò se ne sdegnò, dice il Vangelo.

Ecco, lo sdegno di Gesù non fu verso coloro che Lo cercavano, e forse Lo importunavano e Lo stancavano, ma verso coloro, ed erano i suoi stessi discepoli, che impedivano ai piccoli di andare a Lui.

Una lezione che dovremmo seriamente meditare. Gesù, ci dice il Vangelo di s. Marco, se ne sdegnò e disse loro: «Lasciate che i fanciulli vengano a me e non glielo impedite, perché il Regno di Dio appartiene a coloro che li rassomigliano». E poi aggiunse: «In verità vi dico: chi non riceverà il Regno di Dio come un fanciullo, non vi entrerà».

La vita, quella vita che riempie la nostra anima e dà senso e gusto a tutte le cose grandi e piccole, è nel Regno di Dio, non nel regno di altro. E il Regno di Dio viene a noi, entra nella nostra casa, invade ed occupa ogni cosa di noi.

Il Regno di Dio viene non per opera nostra, ma per opera di Dio. Pure, se noi non siamo attenti e disponibili alla sua venuta, se non siamo piccoli e poveri, non entriamo in esso, non entriamo nella vita.

La Verità di Dio è annunziata e testimoniata: la sua Parola giunge a noi attraverso tutte le cose, tutti i fatti vicini e lontani: ci circonda, ci penetra dappertutto: noi siamo letteralmente immersi in essa. Ma ciò che è annunciato richiede attenzione e ascolto per essere capito, per entrare nella nostra anima.

 

 


Il più grande dono che Dio ha fatto all'uomo

 

«Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono in Me, meglio per lui sarebbe se gli attaccassero al collo una macina da asino e lo gettassero in mare». Così Gesù ha bollato coloro che distolgono i suoi poveri, «questi piccoli», dallo sperare in Dio, dal guardare a Dio, dal ricevere tutto da Dio, anche i mali.

Il più grande dono che Dio ha fatto all'uomo è di poterLo guardare, di poterLo pensare, di potergli essere amico.

L'uomo può pensare Dio, può parlare con Dio, può confidare in Dio, può interrogarLo, può ascoltarLo, può sostare con Lui. Quale dono meraviglioso Dio ha voluto dare ad ogni uomo! Anche il più povero, anche il più piccolo uomo di questa terra, il più dimenticato, il più cattivo, sì, anche il più cattivo, in qualunque luogo si trovi, può dialogare con il suo Signore ed averlo come amico.

 

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Ma chi sono questi piccoli che Gesù difende così strenuamente?  Sono coloro che credono in Lui, coloro che accolgono ogni cosa, beni e mali, dalla mano di Dio, perché sanno che Dio è presente in tutto, che parla e opera in tutto per formarli alla vita eterna per la quale vivono e sopportano ogni cosa: sono coloro che sperano in Dio e attendono tutto da Lui.

Nessuno è più lontano da Dio e più nemico dell'uomo di colui che cerca di distoglierlo dal credere e dallo sperare in Dio per gettarlo nella passione e nella lotta per le cose del mondo; di colui che toglie dagli occhi dell'uomo il Volto di Dio e dal suo cuore la preghiera della fede e dalla sua vita il senso e il valore eterno della sofferenza; di colui che insegna a non vedere più Dio nelle cose e nelle creature e negli avvenimenti, ma uomini e leggi e strutture e classi.

Gesù si era sdegnato con i suoi discepoli perché impedivano ai piccoli di avvicinarlo e di toccarlo; ma quante volte noi, credendo di difendere la verità e la giustizia, impediamo ai più poveri, ai più piccoli, ai più umili e più semplici, e quindi alla parte più sana e più genuina dell'umanità, di avvicinare Dio e di toccarlo e di entrare nel suo Regno! «Guai a voi che non entrate, e che impedite agli altri di entrare!», dice il Signore.

 

 


Tutto appartiene al grande mistero della croce di Cristo

 

Tutto è sacro perché in tutto c'è la mano di Dio che forma l'uomo alla conoscenza della sua Verità e della Vita.

Tutto è sacro e tutto va rispettato con umiltà e attenzione, anche la povertà e il dolore, soprattutto la povertà e il dolore, perché in essi vi è un grande mistero di salvezza che opera nel mondo, incluso nel grande mistero della Croce di Cristo.

Non è vero che la povertà e il dolore siano dei fattori negativi per la vita, per la formazione della mente e del cuore dell'uomo, poiché se ancora c'è qualcosa di genuino, di autentico nel mondo è proprio qui.

Fattori negativi, e quindi privativi e distruttivi delle facoltà più nobili che il cuore dell'uomo porta in sé, sono le passioni per i beni terreni, sono le lotte e le liti per contendersi una fetta della torta del mondo: un po' di soldi, un po' di terra, qualche pietra; sono le invidie per le cose degli altri; sono le guerre a livello individuale, sociale o politico per avere un po' di potere in più: uno spettacolo sempre desolante sulla piazza dell'umanità.

Nulla è più formativo della sofferenza e del dolore accettati con umiltà dalle mani di Dio. Nulla è più deturpante il volto umano che questo mangiarsi a vicenda, questo strapparsi gli abiti gli uni di dosso agli altri.

Per questo il Signore dice:

«Non contendere né per l'abito, né per il soprabito: se qualcuno vuol litigare con te per avere la tua tunica, tu lasciagli anche il mantello. E se qualcuno vuol costringerti a fare un miglio con lui, tu va con lui per altri due.

Da' a chi ti chiede, e non reclamare il tuo da chi te lo vuole togliere. Accontentatevi della vostra paga, e se avete due pani datene uno a chi non ne ha. Date via quello che avete, perché la vita non viene dall'abbondanza delle cose che si hanno.

Non giudicate, non condannate, perché sarete misurati con la stessa misura con la quale avete misurato. Perché guardi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello e non badi alla trave che sta nel tuo occhio?

Non accumulatevi tesori in terra, dove la ruggine e il tarlo li consumano e i ladri li dissotterrano e li rubano; accumulate invece tesori nel cielo, dove né la ruggine né il tarlo li consumano, e dove i ladri non li dissotterrano né li rubano, perché dove è il tuo tesoro quivi pure sarà il tuo cuore».

Ecco quello che dice Dio ad ogni uomo affinché non abbia a venirgli meno la luce negli occhi per vedere la strada, e l'amore nel cuore per intendere ciò che più vale per sé e per il suo fratello.

Non c'è stortura di logica umana, non c'è grossa, non c'è parola, non c'è sovrastruttura e tradizione che abbiano potuto offuscare la chiarezza, la nettezza e lo spirito di queste parole; parole che noi possiamo dire pazze e utopiche, ma che possono anche accusare noi di pazzia e di utopia a vivere in modo diverso, poiché sono proprio esse che hanno formato le più grandi anime e i cuori più nobili dell'umanità.

 

 


Le cose che più valgono nel fare l'uomo

 

Nella scala dei valori presso Dio, e quindi dei veri valori che formano l’uomo, il posto del povero è più alto di quello del ricco; quello di chi soffre è più alto di quello di chi sta bene; il posto di chi patisce è più alto di quello di chi agisce; quello di chi prega è più attivo di quello di chi lotta, e il posto di chi piange è più fecondo di quello di chi contesta. Nella scala dei veri valori l'uomo che serve è superiore a quello che comanda; l'uomo che ascolta è superiore a quello che parla.

Queste sono le grandezze secondo Dio, cioè le vere. Il punto poi più alto, e quindi di massima efficacia nel mondo per la liberazione e la ricostruzione dell'uomo, è sulla croce: dove tutto si accetta dalle mani di Dio, anche la morte. Qui è il vertice di massima fecondità per la salvezza del mondo. Ma quante cose debbono passare nella vita di ognuno, e quanti delitti debbono essere commessi, prima che l'uomo scopra questo punto di massima fecondità e se ne convinca!

Perché presso Dio è così importante il povero, è così grande il bambino? Perché presso Dio colui che serve è più in alto di colui che si fa servire, e colui che ubbidisce è più in alto di colui che comanda?

Bisogna tener presente che solo le grandezze presso Dio sono le vere grandezze anche qui in terra; le altre sono fittizie, apparenti, destinate quindi non solo a tramontare, ma ad ingannare quanti si appoggiano ad esse.

Forse che Dio fa cose fittizie, apparenti, per ingannare l'uomo e ridere di lui quando questi, appoggiandosi ad esse come ad un ramo secco di pino che si rompe al primo contatto, cade? No certamente, poiché Dio è vero amico dell'uomo e vuole che si salvi e non ama vederlo cadere; ma è l'uomo che inganna se stesso quando anziché appoggiarsi su Dio preferisce appoggiarsi sul mondo e sulle sue risorse.  Far conto su altro anziché su Dio evidentemente è un errore che accieca poi in tutto: di qui ogni inganno, anche in buona fede.

 

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L'uomo per vedere ha bisogno della luce: non gli bastano gli occhi e da solo brancola nel buio anche se tiene gli occhi bene aperti. La luce di cui l'uomo ha bisogno è Dio; per cui le vere grandezze che non ingannano, si vedono solo con Dio e in Dio; ma da solo, l'uomo, se non ha presente Dio, deforma il valore delle cose che vede e le rende quindi fittizie, false: così avviene ch'egli si appoggi a cose e creature che non lo possono sostenere, che anzi egli deve sudare per sostenere perché non soltanto non lo sostengono, ma non si reggono nemmeno da sole: così finisce per essere tormentato da quelle stesse cose alle quali egli chiedeva conforto, aiuto e sostegno.

Questo ci fa capire come veramente le grandezze presso Dio, secondo Dio, di cui parla Cristo, non sono soltanto grandezze in cielo, ma sono anche vere grandezze in terra, nel nostro stesso mondo. D'altronde Dio è dappertutto, e ciò che è vero presso di Lui, è vero dappertutto. Il fondamento dei veri valori, della speranza e della certezza che mantengono il nostro spirito al disopra delle acque in cui naufraga il mondo, sta proprio qui, nel fatto che Dio è presente qui e ora, e che qui e ora Egli sta creando e operando ogni cosa per la nostra liberazione e il nostro rinnovamento, per renderci capaci della vita eterna. «Tutto è fatto per mezzo di Lui e senza di Lui nulla è fatto di ciò che è fatto», leggiamo nel primo capitolo del Vangelo di s. Giovanni.

 

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In conclusione: più uno è attento a Dio e guarda a Dio, più percepisce le vere grandezze e non si lascia deviare da quelle apparenti, fittizie, di cui si parla nel mondo.

Coloro che non hanno ricchezze nel mondo, che non hanno qui, e non lo cercano, un loro punto di appoggio, più facilmente sono portati a rivolgersi a Colui che è il fondamento di ogni certezza e di ogni speranza, e quindi sono più vicini alla loro salvezza: per loro il Regno di Dio è vicino. Per questo i più poveri, i più sprovveduti, i più piccoli secondo il mondo, hanno maggiore possibilità di accedere al vero significato della vita, e possono evitare di consumare la loro vita in cose che valgono nulla e che li lasceranno con nulla: cosa che non possono evitare coloro che fanno conto su ciò che hanno, o che desiderano ciò che gli altri hanno.

Ne deriva che la vita del povero, la vita di chi soffre, di chi piange, di chi serve, è tutto fuorché immeritevole di essere vissuta. Immeritevole di essere vissuta è la vita del ricco, o di chi desidera la ricchezza. Presso Dio infatti sia il ricco, sia colui che desidera la ricchezza sono la stessa cosa, poiché Dio guarda l'uomo nelle sue intenzioni: in ciò che desidera. Per questo ha dato un comando: «Non desiderare la roba degli altri». Ricco quindi non è soltanto colui che ha ricchezze terrene, ma anche colui che le desidera. Tutti e due sono schiavi della stessa cosa e non possono entrare nel Regno di Dio.

 

 (la prossima e  ultima parte verrà proposta il 15.08.2020 

 - Assunta - )

 


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