UtUnumSint
Pensieri su Dio
Parte terza
Nel paese
della nostra anima
Se tutto
è parola di Dio,
noi viviamo tra le parole di
Dio:
e Dio è il paese della
nostra anima.
Se il seme non muore...
Siamo come
un'acqua che si filtra lungo tempo sotterra in attesa di giungere alla luce. La
vera tristezza degli uomini non ha le sue cause nella mancanza di qualche cosa
della terra, ma nella mancanza di qualche cosa del cielo, che essi non trovano;
un pane che nessuno spezza loro. La loro tristezza ha un solo nome: non hanno
trovato la Verità di Dio; non hanno toccato qualcosa di Lui; non hanno
scoperto il suo Volto.
In fondo ad
ogni tribolazione, ad ogni pena, ad ogni tristezza, c'è questo bisogno
insoddisfatto.
La nostra vita
in questo mondo è tutta un'attesa sofferta della rivelazione di Dio. E' questa l'anima di ogni sofferenza; il
sospiro di ogni creatura. «Giorno e notte mio pane sono le mie lacrime,
mentre attorno mi si dice: dove è il tuo Dio?». La nostra vita
è questa veglia in attesa di Dio.
* *
*
L'uomo si trova
nell'universo come in un deserto dove ovunque vede tracce incerte di sentieri,
orme confuse di passi.
Tutte queste
tracce, tutte queste orme sono rivolte verso un unico punto, un unico luogo; ma
l'uomo non sa, non vede, e si aggira con ansia or sull'una or sull'altra.
Importante sarebbe seguirne qualcuna, non importa quale, ma seguirla fedelmente
e non passare tutta la vita saltando da una traccia all'altra.
Camminiamo
giorni e notti lungamente in mezzo a cose incerte, equivoche, contorte; cose
che sono luce e tenebra nello stesso tempo; cose che sembrano e non sembrano
nello stesso istante, senza che mai ci sia un segno certo o da una parte o
dall'altra. Tutte le cose che accadono attorno a noi, e i pensieri che sorgono
in noi, hanno sempre due volti: dentro e fuori tutto è sempre alla
stessa distanza. Si vive nell'ambiguità. Restano i dubbi e manca un nome
da dare alle cose.
Poi un giorno
improvvisamente scopriamo in noi qualcosa che ci illumina tutto e tutto diventa
chiaro: i sentieri sono diritti, le orme hanno un senso.
Abbiamo ora un
nome da dare alle cose. E tutti i dubbi si sciolgono, talvolta dolorosamente,
ma si sciolgono e tutto combacia perfettamente.
Perché
noi, comunque siamo, siamo un bisogno di far combaciare, di giustificare, di
unificare, e il nostro spirito non si dà pace fino a tanto che si trova
tra cose che non può giustificare. Le nostre più gravi sofferenze
sono spirituali.
* *
*
Come l'acqua si
filtra lungo tempo sotterra prima di affacciarsi alla luce del giorno su di un
fianco roccioso del monte, così la nostra vita.
E' necessario
lavorare molto dentro di noi, in profondità, per semplificare i nostri
pensieri, le nostre intenzioni, il nostro cuore, le nostre scelte, prima di
giungere a quel giorno in cui saremo presentati alla luce di Dio che
esaminerà la nostra capacità di essere fedeli. E' attraverso
molte prove e tribolazioni che si entra nel Regno di Dio.
Quanto
più lungo è il cammino dell'acqua sotterra, tanto più
limpida essa sarà alla sorgente; tanto più forte sarà la
nostra fedeltà nell'amore.
Come
l'infedeltà è effetto di superficialità e di
immaturità, così la fedeltà è effetto di
profondità sofferta. Solo chi ha provato molto la notte sa gustare la
luce.
Siamo come
un'acqua che si filtra in un cammino nascosto agli occhi degli altri; siamo come
un'acqua che faticosamente sale verso la sua sorgente.
Nel paese della nostra anima
Noi oggi non
possiamo ancora capire come la sofferenza sia condizione necessaria per la
nostra salvezza e come il dolore e la morte, soprattutto la morte a noi stessi,
accettati, si trasformino in luce: sappiamo però di non essere mai soli
e che dobbiamo quindi, per rispetto di Colui che è presente tra noi in
ogni cosa, accettare tutto ciò che Egli fa su di noi, sapendo che sta
operando per formare in noi un anima capace di vedere la Verità e di
restare in essa.
«Se non
ti laverò, non avrai parte con Me» diceva Gesù a Pietro. E
quel che Gesù diceva allora, è la stessa cosa ch'Egli dice ogni
giorno a noi: «Capirai dopo».
Capiremo anche
noi un giorno, se l'avremo lasciato fare, se Gli avremo cioè lasciato
costruire quell’essere capace d’infinito ch’Egli vuole fare
di noi: quel giorno sarà grande per noi, un giorno di gioia piena,
perché scopriremo e constateremo l’amore con cui siamo stati amati
da sempre e accompagnati in ogni passo.
È per
questa presenza di Dio in tutto che tutto dev’essere rispettosamente
accettato, perché “quivi è Dio”. È per questa
presenza di Dio in tutto, che tutto è “adorabile”.
Siamo su di una
terra che è di Dio e non nostra, un terreno sacro; ed in questo
rispetto, in questa accettazione totale su di noi sta il principio della nostra
fede e del mantenimento in noi di essa; per cui, se vogliamo restare nella
fede, dobbiamo per prima cosa accogliere tutto dalle mani di Dio, come s.
Francesco che lodava e ringraziava il suo Signore «per aere et nubilo et
sereno et omne tempu»
* *
*
Il Cristo passa
continuamente in mezzo a noi e parla ed esorta, rimprovera e rincuora. Anche noi siamo in Galilea, in Samaria,
in Giudea, come allora; anche noi Lo incontriamo sulle nostre strade, nel
nostro lavoro, nelle nostre case; anche noi Lo udiamo discutere con i nostri
pensieri, le nostre scelte; rimproverare la nostra durezza di cuore,
capovolgere la nostra mentalità e le nostre tradizioni; e quante volte
proviamo scandalo nelle sue parole e non ci rendiamo conto che Dio sta parlando
con noi!
Anche per noi
vi è un pozzo di Sicar, una Bethania, un mare di Galilea con una Cafarnao, una
Tiberiade, una Decapoli; anche per noi vi è
una Gerusalemme con accanto un Monte degli Ulivi ed ivi un Orto… Sono
luoghi della nostra vita, sono paesi della nostra anima. Ciò che
è avvenuto allora fu per farci prendere coscienza di ciò che
avviene in noi, in ognuno di noi, via via che la nostra vita passa.
Che il Signore
ci faccia degni del suo paese! Che tutto in noi resti fedele a quella
Verità che un giorno anche per noi splenderà in tutta la sua
gloria ed in cui conosceremo tutta la nostra povertà e l'immensa
ricchezza di Dio, il nostro nulla ed il suo Tutto!
Sono parole
queste che spesso sentiamo ripetere o leggiamo, ma di cui ben difficilmente ci
rendiamo conto, altrimenti ce ne staremmo sempre ed ovunque a guardare Lui,
come l'amante l'amato, ed a fare solo ciò che piace a Lui, perché
qui è la nostra pace, e proveremmo già fin d'ora l'immensa gioia
di vivere nel Pensiero di Dio.
Dio è
un’immensa ricchezza trascurata, ignorata; un tesoro nascosto agli occhi
di noi uomini che oggi viviamo e ci affanniamo e ci consumiamo logorando la
nostra vita dietro e in ben altri tesori, ignari del suo Regno.
Dio è in
tutto, anche se noi non Lo vediamo. Dio opera in tutto, anche se apparentemente
sembra che operino altri e che regnino altri. Dio pensa continuamente a noi,
anche se ci sentiamo soli ed abbandonati, perché anche la solitudine e
l’abbandono sono un momento della sua conversazione con noi, sono una
parola per invitarci a dirGli tutta la nostra fede ed
a confermarGli tutto il nostro amore. Dio parla
continuamente con noi, anche se non lo udiamo perché troppo distratti da
altre parole. Ci muoviamo, viviamo e siamo in Lui, il quale creandoci ci ha
assegnato il compito di cercarlo, di scoprirlo, di conoscerlo, e ci ha dato la
possibilità di pensarlo e di contemplarlo. Qui sta tutta la nobiltà
dell'uomo. Qui sta il senso della nostra vita.
E ogni giorno,
se vogliamo restare nel senso di questa vita ed evitare di inoltrarci in una
giungla di sentieri confusi che precipitano nel vuoto e nell’angoscia,
comunque e dovunque siamo, per colpa nostra o per colpa d’altri, dobbiamo
renderci disponibile per pensare Dio, per raccoglierci in Lui, per meditare
sulle sue parole, per conoscere qualcosa di Lui, perché la vita eterna,
cioè la nostra vita vera, sta nel conoscere Dio, quel tutto ch’Egli
è per noi.
Dio regna tra noi
Per la presenza
di Dio in tutto, nulla
è insignificante. Tutto è parola di Dio. Tale parola talvolta
è limpida e trasparente, semplice e accessibile a tutti. Altre volte
è carica di mistero, lontana e avvolta nell'oscurità, incerta e
severa, perché è necessario farci superare certe nostre stasi,
certe convinzioni e tradizioni che c'impediscono di proseguire sulla strada del
nostro fine ingannandoci con l'illusione di essere nel vero e nel giusto
perché siamo approvati dai più o da coloro che per noi più
contano. «Vi è un strada che agli occhi degli uomini sembra giusta
e porta alla perdizione».
Dio attraverso
tutte le cose, belle e brutte, buone e cattive, piacevoli o no, tiene a noi le
sue lezioni. Ma la nostra vita non riesce oggi ad accordarsi con i pensieri ed
i desideri dell'anima che sente i richiami di Dio; non conosciamo più il
nostro paese. L'amore all'interesse ed al benessere materiale sta minacciando
paurosamente l'integrità interiore dell’uomo.
Se
l’unità dell’uomo interiore è minacciata, tutta la
vita la sua vita è minacciata.
Se l’uomo
dentro è diviso, la morte ha già posto il suo seme in lui e
presto tutto di lui sarà disfatto e disperso. Abbiamo bisogno di sentir
parole che raccolgano la nostra vita nell'unità del nostro fine, parole
che ci portino in alto, là dove tutto si semplifica, e diano respiro
alla nostra anima.
«
Le mie
parole sono spirito e vita, dice il Signore: venite a Me voi tutti che siete
affaticati ed oppressi».
Abbiamo bisogno
di sentir parlare il Signore, di vederlo camminare sulla nostra terra ad
annunciare a quei prigionieri che siamo noi, la liberazione, a noi ciechi la
luce, a noi oppressi la fiducia, a noi sordi l’udito, a noi poveri la
Buona Novella. Abbiamo bisogno di restare lungamente con Lui: se Egli parla, un
grande ordine si fa in noi, una grande calma.
* *
*
Quando allora
sulla spiaggia delle anime era passato Lui, il Figlio di Dio, il mondo che dava
vita ad ogni giorno (oh! anche allora una povera vita fatta di mangiare,
lavorare e dormire) si era ritirato in fretta dai cuori; un vento nuovo si era
levato dalle acque di quel lago, il mare di Galilea, e gli occhi degli uomini,
improvvisamente pieni di luce, guardavano stupiti il niente in cui così
presto erano decadute le cose che ieri ancora affannavano ed affaticavano.
Era venuto
sulla loro spiaggia un Pescatore diverso che vinceva le tempeste ed i flutti
con un semplice gesto della mano e raccoglieva quantità di pesci nel
mattino con una sola parola, mentre per tutta la notte gli altri si erano
affaticati invano.
Rovesciati i
pensieri, come rovescerà gli affari nel Tempio; capovolti i valori di
tutto il loro mondo, le sue parole facevano sorgere davanti agli occhi di
quanti ascoltavano, panorami nuovi di vita; erano orizzonti pieni di luce;
erano strade aperte all'infinito.
Gli uomini
avevano perfino dimenticato la fame del corpo ora che Qualcuno, facendo gustare
loro altro cibo, aveva risvegliato la fame dello spirito, che un troppo lungo
digiuno aveva fatto dimenticare. Così da tre giorni molta gente aveva
seguito Gesù.
Galilea,
Cafarnao, Tiberiade, strade e città del nostro mondo, luoghi da cui
s'elevano le vere nostre invocazioni alla vita piena, libera, di quella
pienezza e libertà per la quale siamo
stati fatti; là dove la nostra povertà dice tutta se stessa e
mostra tutte le sue piaghe per non poter e non voler più mentire. Anche
nella nostra vita c’è un mare di Galilea con le sue notti in cui
ci affatichiamo invano per prendere qualcosa. È notte per noi quando il
Signore non parla.
Anche per noi
ci sono i mattini in cui stanchi sulle nostre spiagge desolate dobbiamo
confessare a noi stessi l’inutilità delle nostre fatiche e il
nulla che troviamo nelle nostre mani di tutta la nostra vita. Ma proprio allora
viene Uno che parla parole nuove.
La gente allora
lo seguiva, perché incontrando Gesù si dimentica se stessi e le
cose proprie e ci si sente d'un subito meravigliosamente liberi, mentre con
stupore ci si interroga dicendo: Com'è che non ci siamo accorti prima di
questa vita nuova? Anche i nostri interessi ed i nostri diritti ora non contano
più, ora che abbiamo incontrato questa ricchezza meravigliosa. Adesso la
gioia che canta nella nostra anima dice anche a noi: «Se qualcuno vuol
muoverti lite per l'abito, dagli anche il mantello».
Se dunque
questo è l'effetto di essere con Dio, è forse segno che non siamo
con Lui quando siamo legati alle cose nostre e ci preoccupiamo di noi, della
nostra figura, dei nostri diritti e litighiamo per i nostri interessi ed
abbiamo paura per il nostro domani? È segno che non siamo con Lui.
Noi perdiamo
ogni cosa proprio nell'istante in cui ne vantiamo la proprietà. Questa
notte stessa, dice il Signore, i tuoi conti saranno annullati. E che ci sia una
notte per ognuno di noi che annulla tutti i nostri conti, quanto 'è
vero! Non abbiamo ancora capito le prime parole che Gesù disse venendo
tra noi: «Cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia e
tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù». Non abbiamo capito
perché non tocchiamo con mano che sia così; e non tocchiamo con
mano perché non crediamo a quelle parole. Abbiamo più fiducia
nelle nostre. Così la terra ci produce triboli e spine a non finire e ci
convince che il soprappiù non viene e che ognuno di noi deve
preoccuparsi per oggi, domani e domani l'altro.
Ma quanti
credettero allora e lo seguirono per
tre giorni nel deserto, tre giorni di distacco dal mondo, per possedere
ciò che avevano incominciato ad amare, toccarono con mano «il
resto dato in soprappiù».
Una giornata con Lui
Era un meriggio
di primavera e c'era tanta aria di eternità intorno là, con
Gesù, sull'altra sponda del lago di Galilea. Il Regno di Dio aveva ormai
affascinato tanti cuori e le genti avevano finalmente trovato Colui che da tanto aspettavano: il solo che, fra tutti, aveva parole
di vita eterna.
Nessun uomo
aveva mai parlato come Lui.
Primavera anche nei cuori: ampi pascoli verdi si stendevano davanti ai
loro sguardi ed era vicina la Pasqua.
Gesù
aveva voluto che quanti erano venuti con Lui si adagiassero in terra.
«Fate riposare gli uomini» aveva detto. Una cosa molto difficile,
riposare, per gli uomini oggi.
Allora
stettero, a gruppi, tutti in attesa di Lui.
Il sole era al
tramonto; solitudine e pace regnavano intorno.
Gesù prese i pochi pani ed i pesci che un
fanciullo aveva portato con sé, e, reso grazie a Dio Padre, ne
distribuì quanto vollero: diede ad ognuno secondo la sua fame e fece
raccogliere poi i frammenti avanzati.
Non aveva voluto licenziare quella folla che da giorni
lo aveva seguito e mandarla a procurarsi il cibo. Anzi aveva detto ai suoi:
«Date voi a loro da mangiare!». Voleva che chi più gli era
vicino avesse dato da mangiare a chi più era lontano. Non avevano capito
poi. Dopo duemila anni non abbiamo ancora capito e ci domandiamo come mai tanti
muoiono di fame e dubitiamo della Provvidenza o la neghiamo, mentre è la
Provvidenza di Dio che nega noi, che sta dando a noi una dura lezione di vita
mettendo tutto di noi in crisi, perché quelli muoiono per le ricchezze
che noi abbiamo e che non vogliamo lasciare.
Non abbiamo capito che il nostro problema non sta nel
cercare di avere o di produrre o di fare proseliti o di metterci in gruppo, ma
nel riuscire a vincerci ed a dare via quello che abbiamo. Un'altra cosa molto
difficile. Pure il problema della fame degli altri sta qui, in casa nostra,
dentro di noi, nella nostra paura del domani, nella nostra mancanza di fede in
Dio. E Dio stesso che scrive fuori
di noi, nel mondo, la miseria che portiamo dentro di noi. Il nostro legame ai
beni materiali rivela che non abbiamo altro bene su cui fare assegnamento. E la
nostra miseria interiore che ci costringe ad accumulare ricchezze senza fine, e
casa su casa, e c’impedisce di dare via quello che Dio ci dà.
Così l’amore non nasce e non unisce.
Nasce invece la fame: spirituale in noi e materiale nel mondo. La fame
materiale degli altri rivela e testimonia una ben altra fame che dentro di noi
sta portando a vecchiaia ed a morte tutti i nostri pensieri per non aver dato
loro la possibilità di raccogliersi in Dio e conoscerLo.
Tutto ciò che accade nel mondo esteriore è Parola di Dio che si
fa spettacolo per dirci quello che noi siamo nei suoi riguardi.
Ma se noi fossimo capaci di non prolungare
all'infinito il pensiero di noi stessi caricandoci di paure che c'impediscono
di riposare anche quando dormiamo, con sorpresa scopriremmo quante cose abbiamo
da dare al nostro vicino di casa o al povero che troviamo sulla nostra strada.
Quanti poveri abbiamo ancora da scoprire! Allora il pane si moltiplicherebbe ed
avrebbero da mangiare gli altri e noi in sovrabbondanza, perché Colui
che fa i cieli e la terra non è avaro con i suoi doni. Basta guardare la
fioritura a primavera.
Non aveva forse
detto il Signore: «Cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua
giustizia e tutto il resto vi sarà
dato in soprappiù»?
Ci aveva
rivelato che il problema del mondo è strettamente dipendente dal
problema di Dio e che inutilmente cerchiamo di costruire la nostra città
in terra se non costruiamo la nostra città in cielo nella Verità
di Dio.
Abbiamo voluto
risolvere i nostri problemi individuali e sociali senza tener conto di Dio,
principale protagonista di tutti i fatti, ed abbiamo pestato nel benessere la
persona umana saturando di paura persino l’aria che inspiriamo e
l’acqua che beviamo. Trascurando Lui ci siamo talmente caricati di paura
da renderla razionale, tanto che, anche tra noi che diciamo di credere, riteniamo
giusto ricevere ma non dare, e consumare la vita per accumulare ricchezze:
ragionevole e giustificato, mentre consumare la vita per vedere un po' di luce,
pazzia. Così il mondo si fa sempre più arido e deserto e gli
uomini sempre più rari.
Non abbiamo
capito che nel Regno di Dio tanto riceviamo quanto sappiamo dare: chi sa dare
solo ciò che gli è superfluo, riceve solo ciò che gli
è superfluo. Chi sa dare amore, riceve amore. Chi sa dare vita, riceve
vita. E chi sa dare tutto se stesso, riceve Lui, Dio, la Verità, che si
dona senza misura a coloro che Lo cercano senza misura. Ma chi vuol trattenere
tutto per paura di perderlo, perde veramente tutto.
Educazione all'ascolto
Se Dio parla,
l'uomo ha il compito, ed è il compito principale, di ascoltare e
capire. E l'uomo è stato
fatto per ascoltare e capire; accade però ad un certo momento della sua
vita, ch'egli si ripieghi su se stesso, ad ascoltare solo il pensiero di
sé, e il suo udito si indurisce, si sclerotizza ed egli non può
ascoltare più niente di Dio.
Quando
condussero a Gesù un sordo e muto, uno che non poteva sentire né
parlare, e non poteva parlare perché non poteva intendere quello che
giungeva ai suoi orecchi, conducevano a Lui l'uomo nella sua situazione matura,
in cui ha ancora orecchi, occhi, lingua, ma non gli servono più,
perché non è più ricettivo, né può
più custodire niente nella sua mente, né intendere.
Per sentire non
basta avere gli orecchi e per e per parlare non basta avere la lingua, come per
vedere non basta avere gli occhi. Ognuno vede, intende e parla secondo la sua
fede, secondo ciò ch’egli cerca ed ama. Chi crede nella materia,
vede secondo la materia ed intende solo ciò che viene dalla materia; chi
crede nello spirito, vede le cose secondo lo spirito ed intende le cose dello
spirito. Per ascoltare e vedere la Verità, bisogna avere presente Dio.
L'uomo non
è principio di verità: egli opera in quanto conosce; dà in
quanto riceve; ama in quanto è amato e parla in quanto e per quanto ascolta.
Ma per conoscere, ricevere,
ascoltare, dev'essere unito a Colui che parla, attento a Lui; deve avere
orecchi per intendere! L'uomo in conflitto invece è preso dal pensiero
di sé, ascolta sé e parla di sé, quindi è chiuso
all'ascolto, perché l'ascolto è dedizione, offerta di sé,
ed è quindi già soluzione di conflitto, elezione di un amore. Chi
ascolta ha già fatto tacere in sé ogni altra voce, ha fatto
silenzio in sé. Ascoltare è amare; per questo è molto
difficile saper ascoltare.
* *
*
Certamente
anche il conflitto testimonia la presenza di Dio nell’uomo; anzi è
Dio stesso la sorgente di tale conflitto, perché è proprio la sua
presenza che lo suscita e lo scatena. Infatti, questo conflitto interiore,
questa frattura nell’uomo, indica che nella sua casa di uomo egli non
è solo, ma vi è un Altro con Lui, un Altro con una volontà
ben chiara, che non è la volontà degli uomini, comunque essi
siano. L’uomo pensa, agisce e soffre sempre con Dio, per Dio e davanti a
Dio, ovunque e comunque sia, né ci sono masse e società o mondi
che tengano, e il suo conflitto interiore ha la sua origine nella presenza e
per la presenza di Dio, anche se egli non lo sa o lo attribuisce ad altro. Se
ha la sua origine qui, ha anche la sua soluzione qui, anzi: ha solo la sua soluzione
qui. Dio è il principio e il termine, la nostra pena e la nostra gioia,
il nostro conflitto e la nostra pace.
Il
conflitto di ogni uomo ha la sua soluzione nel Vangelo, il quale proprio per
questa soluzione che offre, è detto «Buona Notizia», perché
l'annuncio della fine del conflitto, l'annuncio della pace per l'uomo, della
pace non tra di noi, ma dentro di noi. La Parola di Dio cura l'uomo nella causa
delle sue malattie e, al contrario di come opera il mondo, guarda sempre prima
al pensiero, al cuore, guarda al didentro dell'uomo sapendo che il difuori ne
è una conseguenza. Ed è necessario giungere a questa Parola che
non ha bisogno degli uomini per essere vera perché essa porta in se
stessa il sigillo della Verità, mentre sono gli uomini che hanno bisogno
di essa per essere veri se o vogliamo finalmente incominciare a sentire ed a
parlare cose vere, perché i veri sordomuti che hanno bisogno di essere
portati a Cristo siamo noi.
Ecco
perché tutte le cose dell’universo, essendo fatte bene, sono un invito
a cercare il Signore, a pensarlo, a conoscerlo e ci portano a Cristo, a questa
parola di Dio che per farsi dialogo con l’uomo è entrata nella
tomba di lui; ci portano a Colui che, solo, può aprire i nostri orecchi
all’ascolto e sciogliere la nostra lingua a parlare la Verità.
Colui che ci ha
creati dal nulla, ha ancora la possibilità di perfezionarci e
d'impedirci di ricadere nel nulla. Dio non solo è necessario per
l'esistenza dell’uomo, ma anche per mantenerlo in vita, orientato verso
la luce, aperto alla Verità, capace di ascoltare e di intendere. Dio
è soprattutto necessario all'uomo per evitargli di ripiegarsi su se
stesso.
* *
*
Veri sordo-muti
sono tutti gli uomini nel mondo, davanti ai quali Dio fece rappresentare la
scena di quel sordo-muto guarito da Cristo, affinché prendessero
coscienza di quello che sono e cercassero Colui che apre gli orecchi
all'ascolto sciogliendo il conflitto che li tiene incatenati alle ambizioni del
mondo, al pensiero degli altri, agli interessi conformistici e, liberi, li fa
andare sui sentieri della Verità, in cui Dio parla e la creatura ascolta
e intende.
E come Cristo
formò all'ascolto quel sordomuto che rappresenta ogni uomo? «Lo
prese. Lo condusse in disparte. Lontano dalla folla. Mise le sue dita negli
orecchi di lui e con la saliva gli toccò la lingua. Poi alzati gli occhi
al cielo, sospirò e disse: Ephphatha, che
significa: Apriti! ».
Dio è l'impegno
dell'uomo
Non siamo noi
che facciamo il Regno di Dio, poiché esso è già: splende in
tutto, domina in tutto, opera in tutto ed è la ragione di tutto. La
terra tutta dà gloria al Signore, ma la nostra vita vera inizia solo
quando tutto in noi fa silenzio per ascoltare Dio, Colui che parla.
Riconoscere la
Voce di Colui che parla a noi in ogni cosa e ci chiama e invita, è
iniziare un cammino nuovo che ci dà un nome ed una gioia: la gioia di
vivere e di amare e di vedere e di intendere; perché quanti vanno dietro
all'invito giungono al Padre della luce, alla conoscenza di Dio, e vedono
ciò che non è possibile vedere con gli occhi pieni di mondo e
intendono ciò che non è possibile intendere con gli orecchi
assordati dai rumori di un mercato in cui tutti gridano per riempirsi le mani
di guadagni.
Gesù
paragona il Regno di Dio ad una grande cena ed a tanti inviti.
La cena
è la conoscenza stessa di Dio cui ogni uomo è destinato e
chiamato, e negli inviti la prova dell'amore; perché invitare è
proporre una scelta ed è nel momento della scelta che ogni cuore si
rivela.
Ma proprio qui
molti dicono: Non abbiamo tempo, io ho il lavoro, io i campi, io i buoi, io la
casa, io la moglie! Rifiutano l'amore; non hanno capito il momento della loro
verità. E viene intanto la sera e scende la vita eterna e tutto diventa
freddo e solitario mentre quella voce che invitava consuma ogni cosa e spoglia
l'uomo di tutto per lasciarlo solo e nudo di fronte alla Parola di Dio come di
fronte ad una parete.
La
Verità è vita, e la vita è amore, e l'amore è
vocazione, è scelta.
Chi non sceglie
non ama. E chi non ama non vive, né può giungere a vedere la
Verità. «Non gusteranno la mia cena» dice Gesù.
Chi non si
sforza di entrare oggi nella vita eterna, non entrerà domani, e chi non
si sforza di entrare qui, non entrerà là poiché il
là è già qui e il domani è già oggi e tutto,
qui o là, è alla stessa distanza: quella che separa il pensiero
del nostro io dal Pensiero di Dio. Una distanza che può essere superata
solo quando l'invito giunge al nostro cuore. Poi gli invitati non gusteranno
più le cose di Dio, non le desidereranno più, non sentiranno
più attrazione per esse. Ma
forse ci sono invitati e non invitati al Regno di Dio? Di quel Dio che vuole
che tutti giungano a vedere la Verità?
Tutti sono invitati da Dio,
ma alcuni si credono invitati ed amati, altri no. Altri si battono il petto e
dicono: Non sono degno.
Ora è
molto facile che i primi restino fuori e gli ultimi entrino, perché
è la lontananza che fa sorgere il vero amore e lo prova. Così
molti che si credono vicini, invitati, chiamati, non assaggeranno nemmeno la
sua cena.
Quando si viene
alla Verità, si viene sempre da lontano, con un'anima nuda e povera,
poiché senza povertà, senza smarrimento non c'è
invocazione, non c'è ricerca.
Scopriremo
anche noi un giorno la nostra lontananza, la nostra povertà, il nostro smarrimento,
il nostro nulla? Ci sentiremo anche noi un giorno indegni di essere invitati,
amati? Sarà quello il giorno
in cui il Regno di Dio ci passerà vicino e ci offrirà la grazia
di amare e di sentirci amati.