UtUnumSint
Abbiamo trovato il Messia
C'è un altare dentro di noi che Dio ha riservato per Sé e sul quale non
si compiono offerte e sacrifici senza di noi. Un altare deserto, trascurato e
ignorato dagli uomini, che non vedono l'essenziale della loro vita o per la loro
vita, per cui tutto in essi resta incompiuto. Vivono in un tempio e non vedono
l'altare ch’è al centro di esso, né capiscono che cosa debbano fare su di esso.
Tutto ciò che è nostro va portato
sull'altare di Dio e va offerto a Dio, se vogliamo che in noi si formi
l'attenzione a Dio. E' qui che nasce
la luce eterna sul nostro mondo. Fintanto che non portiamo a Dio ciò che è
nostro, questo è per noi motivo di tristezza e di schiavitù e di solitudine e
di paralisi. Tutto ciò che è nostro, è nostro carcere, è nostra notte:
ci impedisce di vedere la realtà di Dio e del suo Regno; ci impedisce di
entrare e di trovare e di toccare il Messia; ci rende paralitici nel mondo
dello spirito. E' la rottura tra noi e Dio.
La rottura del legame interiore che
unisce l'uomo a Dio provoca anche la rottura del legame che unisce l'uomo alla
natura ed a tutti gli altri uomini. Allora l'uomo non sente più alcuna presenza.
La rottura con la presenza di Dio ci porta alla rottura con tutte le altre
presenze.
Vero altare è la nostra mente in cui
tutto va riportato a Dio, riunito a Dio, perché tutto è di Dio. Senza questa
riunione a Dio non c'è giustizia interiore; e senza questa giustizia interiore
invano speriamo in una giustizia esteriore e in un mondo migliore; invano
cerchiamo e attendiamo una salvezza ed una liberazione; invano viviamo. «Se non crederete che io sono - dice il
Signore - morirete nel vostro peccato».
Morirete, dice, e lo dice Colui ch'è venuto per salvare e dare la vita agli
uomini, colui che ha tanto amato gli uomini da voler restare con loro fino alla
morte ed alla Morte di Croce. Dunque c'è il rischio di morire senza poter
uscire dal nostro peccato.
Se noi non crediamo all'Essere che si
annuncia in noi, non possiamo credere all'Essere che si annuncia tra noi: non
possiamo cioè trovare il Messia. Se non crediamo che Dio esiste, non possiamo
credere all'opera di Dio. Resta il nostro peccato.
Il nostro peccato sta nel non
credere a Colui che si annuncia e parla a noi. Credere all'Essere che si annuncia a noi, vuol dire mettere del
silenzio per ascoltare Dio, per raccoglierci in Dio e raccogliere in Lui tutto
di noi e tutto ciò che giunge a noi. E' questa l'offerta che dobbiamo fare
sull'altare ch'è in noi.
La luce e la forza, la formazione della
persona, la sicurezza della Verità e la disponibilità per ciò che più vale,
nascono dentro e stanno dentro, di noi, nell'attenzione interiore a Dio.
Per l'uomo è essenziale la vita
interiore: la meditazione sul Mistero di Dio che porta in sé, nella sua vita, e
che gli si annuncia in tutto. «Medita con serietà, perché chi vede chiaro è
l'uomo interiore. L'uomo invece che si spande al di fuori è vittima di
allucinazioni successive che lo tengono attaccato a quella sedicente realtà che
sta agli antipodi della Verità» scriveva Sertillanges.
Senza questa attenzione interiore a
Dio, nascono i miti, e più grave di tutto nasce il mito che tutto sia mito,
il mito cioè della demitizzazione, questo dubbio supremo, questa ombra del
nostro io su tutto, che ci paralizza in tutto e ci impedisce di camminare sulla
via della Verità e di trovare il Messia e di credere in Lui e di essere salvati
da Lui.
Solo se abbiamo ascoltato Dio in noi (“Chi ha ascoltato il Padre viene a Me”
dice Cristo), e quindi solo se abbiamo
in noi il desiderio di Dio, che nasce da Dio, possiamo incontrare Dio tra noi,
il Cristo, Colui che ci libera dal
nostro peccato: e ci fa camminare nel mondo spirituale.
Il trovare, lo scoprire il Cristo è il
punto d'incontro di due amori, di due desideri che nascono tutti e due da una
stessa fonte: Dio. Sono il desiderio in
noi di trovare Dio e il desiderio di Dio di farsi trovare.
Da parte dell'uomo dev’essere
attiva la ricerca di Dio. Incontriamo
Dio nella misura in cui facciamo attenzione a Dio. E se non abbiamo tempo interiore per questa
attenzione?
«Tu devi batterti per l'anima tua»,
cioè devi batterti per avere disponibilità interiore per Dio, per riportare a
Dio ciò che è di Dio. «A che vale
conquistare anche tutto il mondo se perdete la vostra anima? …Voi non entrate e impedite agli altri di entrare nel
Regno». Restiamo paralizzati: una paralisi che ci conduce a morte.
Il non potersi occupare di Dio, non
poter essere disponibile per ciò che è l'unica cosa necessaria, è una vera
paralisi dell'uomo. L'uomo deve battersi per l’anima sua, per cercare Dio, ma
lo sforzo personale, necessario, non è decisivo. Decisivo è l'intervento di Dio
che si rende presente e ci libera dal male. Dobbiamo dunque restare sempre
attenti a Dio con la coscienza della nostra povertà e del nostro niente: perdutamente bisognevoli della tua
misericordia, Signore, e del tuo perdono.
-VI parte -
(articolo pubblicato il 14.02.1973
su “La Fedeltà”,
scritto da Luigi Bracco)