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I segni dell’amore di Dio  (II parte)

 


Nasciamo in un universo che certamente non abbiamo fatto noi, ed è il primo segno dell’amore con cui Dio ha voluto dare l’esistenza a ciò che prima non esisteva. Noi stessi siamo un segno di questo amore che ci ha dato la possibilità di esistere e di vivere.

Ci troviamo tutti in una casa che non è nostra, ma di Dio, e tutta la nostra vita è un aggirarci, con intelligenza o senza, con giustizia o meno, con umiltà o con superbia, tra cose di Dio.

Ma se l'universo non è nostro, se tutta la casa è di Dio, tutto va da noi considerato secondo lo Spirito di Dio e non secondo altre intenzioni o altri fini. Qui sta la giustizia richiesta ad ogni uomo. E qui si rivela la fedeltà.

La nostra vita è tutta una questione di cose di Dio e bisogna tener molto presente che ciò che si chiede ad un amministratore è la fedeltà. Fedeltà nel pensare, nell'amare, nel vivere. Ogni uomo si distingue e caratterizza per il grado di fedeltà a Dio con cui vive tra le cose di Dio.

Dio affida ad ogni uomo una certa dotazione di beni: giorni da vivere con giustizia, con intelligenza, con decisione, soprattutto con fedeltà e amore, per giungere a conoscerLo e per imparare a vivere con Lui. Tutto infatti è lezione e pedagogia di Dio per formarci alla vita con la sua Verità e nella sua Verità, ed è in tale vita che dobbiamo sforzarci di entrare.

Siamo stati creati per conoscere Dio, ed è dalla tensione verso questa meta che nasce il significato di ciò che fa della vita umana un’avventura irripetibile per ogni uomo, e dà senso a tutte le cose.

Ma l'uomo può fare niente di tutto ciò: può dissipare i beni di Dio, come quell’amministratore della parabola di Gesù che fu denunciato come dissipatore dei beni del suo Signore. Ogni uomo può essere un tale amministratore infedele, ed è per questo che Gesù narrò quella parabola: una lezione di vita per ogni uomo affinché sappia quello che rischia di perdere se non tiene presente il Pensiero di Dio in tutto: può dissipare tutto ciò che Dio gli manda.

Dissipare significa sprecare, non tenere conto di qualcosa.  Si possono sprecare il tempo, il pensiero, la fede, l'amore, l’intelligenza; si possono sprecare il pensiero e la parola di Dio e tutte le lezioni che Egli ci ha dato dal principio del mondo e che continua a darci ogni giorno, segni meravigliosi  e  profondi  del  suo  amore  per   noi, poiché per noi  ha  fatto  e continua a fare tutte le cose nei cieli immensi e lontanissimi e sulla nostra terra; si può sprecare tutto, anche la nostra vita, in cose che valgono niente e che ci lasciano con niente.

Quando non si tiene conto di Dio si spreca in niente tutta la propria vita e si scava il vuoto nella propria anima. Questo accade perché senza Dio è niente tutto ciò che si fa e tutto ciò che si dice: né bastano i battimani, le lodi e le ricompense nel mondo, come non bastano tutte le ricchezze e tutte le parole degli uomini per riempire il vuoto che si scava nell'anima quando in essa viene meno la ricerca e la conoscenza di Dio.

Tutto il pensare, tutto il parlare, tutto l’agire e tutto il rumore degli uomini non può cambiare nulla nel mondo, non può far essere ciò che non è, non può rendere presente ciò che è assente. Se nel mondo nasce qualcosa o qualcuno che prima non c’era, non nasce senza l’intervento di Colui che ha fatto il mondo. Il rapporto qualcosa/nulla è un rapporto infinito e richiede l’infinito.

Il passaggio da ciò che non è a ciò che è reca il sigillo di Dio ed è opera di Dio, e solo di Dio: senza di Lui niente esiste di tutto ciò che esiste. L’esistenza, questo passaggio dall’assenza alla presenza, è un meraviglioso dono dell’amore di Dio. Ma il Regno di Dio, regno della presenza di Dio in tutto, come un amore offeso e trascurato, chiude le sue porte a chi non lo cerca prima di tutto, a chi non lo mette prima di tutto, a chi vive pensando a sé.

Allora l’uomo esperimenta il non essere anziché l’essere, la morte anziché la vita, l’assenza anziché la presenza. Allora si rimane in balia del provvisorio e dell’incerto.

Quel fattore infedele della parabola di Gesù curava i propri interessi e le proprie ambizioni anziché avere cura dei beni del suo signore. Pensava a se stesso anziché al suo padrone, e il padrone gli annunciò alla fine del suo posto di lavoro e di fiducia: «d’ora innanzi non potrai più tenere l’amministrazione». Ecco come la provvisorietà della vita e l’incertezza delle cose entra nell’animo dell’uomo a sconvolgere ogni sicurezza nella quale egli credeva di essersi trincerato proprio pensando più a se stesso che a Dio. Non tenendo conto di Dio e non cercando il suo Pensiero in tutto si arriva necessariamente ad un giorno in cui si scopre di non appartenere più alla casa di Dio.

 

 (articolo pubblicato il 20.09.1980,

sul settimanale Diocesano “La Fedeltà”, scritto da Luigi Bracco)

 

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