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Mercoledì 7 ottobre 2020

(Tratto dalla cassetta del 10 ottobre 1990)

 

Signore insegnaci a pregare

(Lc 11, 1- 4)

 

 

Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed Egli disse loro: «Quando pregate dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore, e non ci indurre in tentazione».

Parola del Signore

 

 

Maria: La preghiera del “Padre nostro” ci può aiutare lungo la strada, però la vera preghiera è chiedere la conoscenza del Padre.

Luigi: L’essenza della preghiera è l’ascolto, bisogna lasciar parlare Lui. È Lui che parla, ed io ascolto: qui entro in preghiera, prima no. È vero che fintanto che sono in cammino posso esortarmi con delle parole; mi preparo a pregare, non sono ancora entrato in preghiera. Entro in preghiera quando, finalmente, incontro l’Altro, metto a tacere il mio io e lascio parlare l’Altro. Perché la vita mi viene dall’Altro, dalle parole dell’Altro. “L’uomo vive di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Quindi devo mettermi a tacere e lasciar parlare Dio, altrimenti non c’è sintonia, non c’è comunicazione.

 

Giorgio: Chi sono i nostri debitori nel campo dello spirito?

Luigi: Più noi pensiamo a noi stessi e più sono in tanti ad esserci debitori, perché i rapporti di diritto o di dovere crescono man mano che si afferma il pensiero del nostro io. Se il pensiero del nostro io si annulla, constati che non ci sono più debitori, cioè non c’è nessuno che deve a noi qualche cosa. Invece più pensiamo a noi stessi e più vantiamo dei diritti. Addirittura vantiamo il diritto di essere salutati, del salario, ecc.. Per cui il perdono del quale ci riteniamo creditori è l’inizio del superamento del pensiero del nostro io. Tutte le liti che si scatenano nel mondo sono la conseguenza del fatto che ognuno pensa a se stesso: “Io ho diritto alla paga, io ho diritto all’eredità, io ho diritto a questo e a quello”. È tutta una conseguenza del pensiero dell’io. Anche al tempo di Gesù, quel tale che disse: “Fammi giustizia perché mio fratello è un egoista, non vuole dividere con me l’eredità”, parlava nel pensiero dell’io. Quindi è il pensiero dell’io che stabilisce questi diritti e doveri tra noi. Mentre il vero dovere è nei riguardi di Dio.

Giorgio: Quindi passando attraverso Dio non esistono i debitori.

Luigi: Anzi, chi vede le cose dal punto di vista di Dio, constata che tutto è grazia di Dio, tutto è dono, tutto è adorabile. Guardando tutto da Dio, ricevi tutto da Dio. Ricevendo tutto da Dio, non puoi prendertela col fratello, perché nel fratello c’è Dio che ti parla. Se anche il fratello ti pesta un piede, devi dialogare con Dio. Non puoi dire che Dio ti sia debitore, perché se Dio opera in questo modo, ha una ragione. “Signore, cosa mi vuoi dire mandandomi un fratello che mi pesta un piede?”. Per entrare in preghiera è necessario non parlare noi, ma dimenticare noi, superare il pensiero del nostro io. Il fatto di vantare dei diritti, fa un rumore immenso dentro di noi, per cui non possiamo fare silenzio per ascoltare Dio che parla. Siamo sempre noi a parlare, e tutto questo nostro parlare ci impedisce l’ascolto di Dio. Non c’è sintonia tra il nostro parlare e il parlare di Dio.

E’ essenziale il superamento dell’io, far tacere tutto di noi, perché soltanto superando il pensiero del nostro io, anche il rapporto con il prossimo comincia a diventare silenzioso, non fa più rumore dentro di noi. In sostanza sperimentiamo di non essere più offesi se l’altro ci pesta un piede. Invece quando ci sentiamo offesi, il fatto di aver subito un’ingiustizia ci urla dentro, e non possiamo più entrare in preghiera.

 

Elisa: Anche il superamento dell’io è grazia di Dio.

Luigi: Tutto è grazia di Dio. Umanamente non possiamo superarci. Da sola non puoi dimenticare te stessa. Per quanti sforzi tu faccia, non fai altro che girare intorno a te stessa. Anche se ti facessi i propositi: “Voglio dimenticarmi; voglio dimenticarmi”, pensi sempre a te.

Elisa: Qual è il collegamento con la parabola della zizzania?

Luigi: Quella parabola ti invita a non preoccuparti di togliere la zizzania da te, perché ciò che ti dà la possibilità di superare il male è pensare Dio. Quindi soltanto pensando a Dio, Dio ti libera dal pensiero del tuo io. Ma se tu non guardi Dio, per quanti sforzi tu faccia, cerchi soltanto di togliere la zizzania dal tuo campo, ma non ci riesci, anzi danneggi il grano. Il problema non è quello di cercare di togliere il male da noi, il problema non è morale. Il problema è elevare la nostra mente a Dio, il problema è guardare Dio. È la presenza dell’Altro che ci fa superare il pensiero del nostro io.

 

Pinuccia A.: Ma come facciamo a sapere che Dio ci ha veramente perdonati?

Luigi: Quando desideriamo essere perdonati.

Pinuccia A.: Tutto lì? Non può essere solo un mio pensiero?

Luigi: Il peccato sta proprio in questo: credere che sono io che penso Dio. Se desidero essere perdonato è perché Dio mi ha già perdonato. Il mio desiderio è opera di Dio. È Dio che muove in noi il volere e il fare. E se desidero essere perdonato è Dio che mi fa desiderare di essere perdonato. E se Dio mi fa desiderare di essere perdonato, mi ha già perdonato. Sono io che pensando a me stesso (ecco la fregatura dell’io), mi carico di dubbi e non ne esco più. Se sono convinto che Dio è il Creatore e guardo ogni cosa da Dio, allora anche il desiderio di essere perdonato lo devo vedere da Dio, perché è Dio che me lo fa sentire. E se Dio me lo fa sentire, vuol dire che mi ha già perdonato. Nella Realtà, chi desidera essere perdonato è già stato perdonato, perché appartiene già all’amore. Il desiderio di essere perdonati è già una risposta ad un perdono che si è ricevuto. Ma questo lo capisce solo se uno parte da Dio Creatore. Se invece uno pensa a se stesso è finito, perché non ha ricevuto il perdono. È la fregatura dell’io: Dio ci inonda di grazie e noi ci tormentiamo perché non abbiamo la grazia. Come dire che io desidero un garofano e tutti gli altri mi inondano di rose, e sono tutti atti d’amore, ma mi sento offeso perché non mi danno il garofano. È l’io. Ecco perché bisogna portarci a vedere tutte le cose dal punto di vista di Dio. E questo già per fede, perché nessuno di noi può ignorare che Dio è il Creatore, che non siamo noi i creatori. Noi per fede siamo tenuti, atto di giustizia, a guardare tutte le cose dal punto di vista di Dio Creatore; se facciamo così, Lui ci libera da tutti i complessi che il nostro io forma dentro di noi, e che ci rende la vita insopportabile. Mentre la vita ci viene da Dio.

Margherita: Perché nel versetto dell’Alleluia, San Paolo dice: “Avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”. perché dice: “Figli adottivi” e non sono “figli”?

Luigi: Perché non siamo figli, siamo vocati, siamo destinati a diventare figli, ma non lo siamo ancora. Il Figlio di Dio è Unigenito, è Uno solo. Il Cristo è il Figlio di Dio Incarnato, ma il Figlio di Dio è il Verbo, è il Verbo Eterno, è il Pensiero stesso di Dio; ed è Unigenito. Quindi noi siamo figli adottivi in quanto siamo chiamati a fare una cosa sola; ma lo possiamo diventare soltanto se attraverso il Figlio di Dio giungiamo a partecipare alla generazione del Figlio dal Padre. Perché è nella partecipazione della generazione del Figlio dal Padre che noi siamo fatti una cosa sola con il Figlio.

Margherita: Quindi è nella comprensione di questa generazione che diventiamo figli adottivi.

Luigi: Certo, perché è lì che il Padre ci fa scoprire che facciamo una cosa sola con il Figlio.

 

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