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versetto precedente

 

Dispensa n°9

Incontro n° 124

Domenica 19.03.1978

Domenica delle Palme

 

 

Gv  5,9: “Subito quell’uomo fu guarito e, preso il suo letto se ne andava. Ora, quel giorno era sabato…”

 

La guarigione dell’uomo

 

Luigi: Stasera ci fermeremo sul versetto 9 (e lo terremo presente meditando sulla Passione di Cristo e sentendo i riassunti): “Subito quell’uomo fu guarito e, preso il suo letto se ne andava. Ora quel giorno era un sabato”. Quel paralitico fu guarito per la parola di Gesù.

Nella meditazione sulla Passione di Gesù, vediamo quello che è costato a Gesù guarire l’uomo. Perché qui dice una semplice parola: “Levati”, cioè “alza il tuo sguardo e per questa parola l’uomo fu guarito. Adesso guardiamo questa parola che il Verbo di Dio dice per guarire l’uomo, in quali profondità attinge per poter recare all’uomo la guarigione. A noi sembra che dicendo “levati”, l’uomo sia subito guarito; ma siccome Dio in ogni cosa che opera e parla dice a ognuno di noi “levati, alza il tuo sguardo a Dio”, noi dovremmo essere tutti guariti. Sembra una parola semplice e facile, invece c’è qualcosa di molto profondo in essa, perché sprofonda nella Passione di Gesù, nella sua morte in Croce. E’ proprio attraverso la sua morte in Croce che si compie in noi questa parola che ci fa alzare gli occhi al di sopra del nostro mondo, al di sopra di noi stessi, verso quella verticalità, verso quell’altezza, quella vita di Dio, in cui ritroviamo la nostra vita. Per questo cerchiamo di vedere quanto è costata a Gesù questa parola per guarire l’uomo.

 

 

  PASSIONE DI CRISTO  …e fisseranno lo sguardo in Lui che hanno tradito e crocifisso”.

 

Introduzione: La passione di Cristo è la vicenda in cui noi tutti siamo implicati, poiché essa si inizia, si sviluppa e si compie, via, via che la nostra vita si svolge tra i nostri affari e i nostri interessi, tra i nostri lavori, i nostri affetti e le nostre scelte. Noi stessi siamo i personaggi della sua Passione. Là, su quel monte, ci siamo tutti. La passione di Cristo è la passione stessa della nostra anima, di quella parte di noi più pura più sincera, più vera; di quel desiderio di fermare questa macchina che sta prendendo tutto di noi e di sederci al margine della strada per pensare, per amare, per capire o semplicemente per guardare qualcosa del Mistero che ci sta attorno e penetra dentro: un desiderio che inchiodato tra cielo e terra preme sempre di più alla nostra porta quanto più il mondo ce lo soffoca. Stiamo vivendo la Passione di Cristo e non ne sappiamo niente; né vi facciamo caso. Ma che cosa è ciò che veramente sappiamo? Quello che accadde allora fu rappresentato davanti a noi affinché prendessimo coscienza di quello che accade nella nostra vita. Perché qualcosa accade.

 

Getsemani: notte. Hanno messo le loro mani su di Lui; hanno messo le loro labbra su di Lui, oltre il torrente Cedron, in quell’orto; l’orto della sua agonia nel mondo. Sono venuti a cercarlo con le loro lanterne. Lo hanno trovato, lo hanno scrutato, lo hanno esaminato. Lo hanno illuminato con esse, con le loro lanterne, perché Lui era nella notte, per loro. Lo hanno misurato con il loro metro ed hanno capito chi era: Gesù di Nazareth. Hanno capito? Lo hanno preso. Le loro mani si sono imbrattate di sangue, sangue innocente, sangue di Dio. Lo hanno preso e condotto via. Iniziavano la vigilia della loro Pasqua, la grande loro festa in onore di Dio, per rendere gloria a Dio. Le festa del mondo si aprono sempre con un tradimento nella vigilia, un delitto: perché per far festa bisogna prima mettere fuori dal nostro cuore chi ha qualcosa da dire. Credevano di amare ed hanno tradito; credevano di rendere gloria a Dio ed uccidevano Dio. Tutto avvenne per farci prendere coscienza di quello che accade nella nostra vita. “Io sono venuto per invitare tutti ad entrare nel Regno di Dio, a cercare prima di tutto questo regno. Andate su tutte le strade e quanti incontrate invitateli dicendo: tutto è pronto”. Tutto è stato fatto per questo; anche l’uomo è stato fatto per questo e non per guadagnare denaro o per litigare per un pezzo di terra. Ma chi non vuole intendere la strada del suo destino, non può entrare, non può amare e deve tradire. Dovrà tradire ed uccidere. L’amore fedele è opera di Dio. Il tradimento è opera dell’uomo. “Il mio Regno non è di questo mondo”. Ma nessuno pensi di essere al sicuro da questo tradimento: Lo ha tradito colui che conosceva il suo cuore, colui che passò con Lui lunghe ore di confidenze, di silenzio, di preghiera.

 

Davanti ai tribunali: Ora terza. Lo hanno schiaffeggiato. Lo hanno insultato. Lo hanno deriso. Le voci del mondo hanno soffocato la voce di quel suo meraviglioso silenzio. Lo hanno condotto ai loro tribunali e l’hanno interrogato. Interrogavano il loro Dio. Volevano che si giustificasse, davanti a loro. Perché ci turbi? Perché sei così esigente? Perché non sei come gli altri? Perché fai vedere che le nostre opere sono cattive? Perché ci fai nascere? Perché ci fai soffrire? Perché ci fai morire? Perché ci dai l’esistenza? Volevano che si giustificasse. Volevano che desse un segno “Faranno di Me tutto quello che vorranno”. Viene l’ora, per ogni uomo, in cui Dio si dà nelle sue mani e gli dice: fa di me tutto quello che vuoi. Cominciarono a sputargli in faccia. Gli bendarono gli occhi. Lo colpirono con pugni. Lo flagellarono. Ecco l’uomo. “Conosci te stesso” si era detto l’uomo nella sua sapienza. Ma non poteva conoscersi.

Ora gli è stato dato uno specchio per guardarsi e per conoscersi. Gli misero anche una corona sul capo per farlo re, perché gli uomini non hanno difficoltà a lodare coloro che hanno deciso di tradire nel loro cuore. Gli misero una corona di spine ed un manto regale e lo schernirono piegando il ginocchio davanti a Lui: salve o nostro Re.

No, non condannateli. Nessuno li condanni. Furono essi degli attori per noi, per dire a noi quello che noi stessi facciamo. Nessuno li condanni: condanneremo noi stessi.

All’ultimo lo condannarono: a morte! Non potevano sopportare il suo amore; non potevano sopportare di essere amati da Uno che non apparteneva al loro mondo, da Uno che non era come gli altri. Non potevano sopportare ch’egli regnasse su di loro, che regnasse con la Sua Verità e la Sua carità tra i loro affari, tra i loro interessi, tra i loro pensieri. Lo caricarono di una croce: la sua croce. E lo avviarono al Calvario.

Ora di sangue sono intrisi i sentieri, le pietre, la terra. Anche il fango è fango di sangue pestato da tutti coloro che passano. Gli uomini non scendono dalle loro macchine e non si tolgono i calzari perché non sanno che la terra su cui camminano è intrisa di sangue e sangue di Dio. E’ terra santa. Non è terra di traffico, di lotte, di commercio, di denaro. E’ sangue e silenzio.

 

Calvario: Tutto è solo segno di un’agonia senza lotta, senza speranza. Agonia di una carne contro lo spirito che l’abbandona, che l’ha già abbandonata. E tutto è solo una folla che urla. Una folla che è uno e nessuno, perché attende che le si adatti un volto, e potrebbe anche essere il nostro. Là in mezzo, era Lui. Sulla croce. Sospeso tra cielo e terra. Inchiodato, come la nostra anima, inchiodato tra cielo e terra. Silenzio e urla. Moriva nel suo sangue, vittima del mondo. Come la nostra anima, come questa nostra anima battuta, straziata, lacerata, derisa, soffocata, tradita dal mondo. Egli è lassù, come la nostra anima, tra una folla urlante dentro e fuori: vittima del mondo, vittima di ogni uomo. Ma il mondo grida: non ci sono vittime, non vogliamo sentir parlare di vittime. Fu Lui, Lui, Lui a voler morire. Pazzo, esaltato, sognatore. L’abbiamo esaminato alla luce delle nostre lanterne e l’abbiamo capito. Potevamo forse ubbidire a uno come Lui? Mettere in gioco tutta la nostra vita, il nostro avvenire, il nostro benessere per Lui? Per Uno che non aveva una pietra su cui posare il capo? Credeva di accendere in noi un fuoco, un amore, una dedizione pura; parlava di Verità e di rinnegamento di noi stessi. Abbiamo altro da fare. Il nostro tempo è denaro. Ecco il nostro re.

Non ci sono vittime: noi non volevamo avere altro re che Cesare e Lui lo sapeva. Vortici di urla crescenti attorno a quel dolore muto, sempre più muto, sempre più chiuso, sempre più assente. E la terra era il sangue. E il cielo era di sangue: il cielo su di loro che non avevano amato, che avevano avuto paura di amare, che avevano tradito. Colui che lo amava, Lo ha consegnato alla morte. Colui che ti amava, ti ha consegnato alla morte. Le tracce del suo sangue venivano portate lontano nei secoli dalle acque del mondo.

 

Ora sesta del giorno: La loro opera è finita. Lo spirito del Signore aveva detto: “Se vi pare giusto, datemi la mia mercede”. Gli pesarono trenta monete d’argento e gli diedero la croce. Così l’amore è rimasto inchiodato. Amore offerto, amore tradito, amore esposto, amore deriso, amore sparso, amore disprezzato, amore crocifisso.

Golgotha: amore spogliato. Era giunta la sua ora. Era l’ultima sua Pasqua. Nella sua agonia tutte le cose del tempo ritornavano presenti per essere raccolte con Lui nell’eterno. Rivedeva altre Pasque: allora, nel tempio, tra i dottori, quando per la prima volta aveva rotto il suo silenzio per entrare in discussione su gli argomenti del Padre. E poi, sotto i portici e nelle strade di Gerusalemme, sempre in discussione con i Farisei di ogni tempo per far trionfare ovunque la Verità del Padre, il fuoco che lo consumava. Rivedeva gl’incontri notturni con i maestri, con Nicodemo, una lunga notte di dialogo e di rivelazione e la lotta con i mercanti, i sacerdoti, e la difesa delle anime tradite, calpestate, distrutte: la samaritana, l’adultera, Maria di Magdala, creature deboli portate lontane da venti impetuosi, strette tra le maglie di ferro dei mercanti della carne.

“Dio mio… Dio mio…”

Risentiva le acclamazioni e i trionfi e le minacce e le congiure e le calunnie. Quante Pasque sudate per far compiere alle anime la loro Pasqua! Era l’ora di mezzogiorno: e Gesù rivedeva l’incontro al pozzo di Giacobbe con quella povera creatura che era venuta per acqua. Sì, tanta acqua; sorgenti di acqua viva. Ho sete! Sitio sitio!”. E’ un soffio, una voce, un urlo che giunge su ogni strada e penetra ovunque, in ogni angolo di tempo o di uomo, anche in ogni cuore che in luogo dell’amore preferisce pagargli trenta monete d’argento.

E’ una voce che t’arresta e t’impedisce di andare oltre. E’ la voce di un povero lacerato, a piaghe aperte, intrise di terra e di sangue, con su il peso di tante agonie e di tante viltà.

E gli diedero aceto. Il mondo ha compassione delle sue vittime quando esse non possono più ribellarsi e più nulla, soprattutto esigere. Allora si prodiga in atti di generosità e di commiserazione; allora eleva i suoi lamenti per la crudeltà di un destino che si è accanito su una povera creatura, non del tutto come gli altri, e vorrebbe far dimenticare che quella è la sua vittima. La maggior parte dei suoi amici ed apostoli se ne sono andati. Anche allora, in quel mezzogiorno, gli apostoli erano andati al paese per il pane, ed Egli solo, stanco, seduto sul muricciolo del pozzo, attendeva. Attendeva ciò che l’amore attende sempre, anche se inchiodato, come ora. Attendeva qualcuno, un’anima, una sola, per poterle dare tanto, dare tutto, il tutto di quest’ora, il frutto di tutta la sua vita ad un’anima, chiunque essa possa essere, fosse anche quella di un condannato dal mondo che in un soffio dica: “Maestro ricordati di me…., Sì, sì, oggi tu sarai con me in Paradiso”.

Anche allora era venuta un’anima, aveva sete. E vide. Oh come vide! Poi era partita di corsa, dimenticando persino la brocca dell’acqua, poiché quando si trova tutto si può dimenticare tutto. Ed aveva trovato tutto anche lei, che pure aveva già avuto sei mariti.

 

“Donna, ecco il tuo figlio. Figlio ecco la madre tua”. E rimase solo, solo del tutto, perché era sul Golgotha: luogo dello spogliamento.

Ora, anche sulla sua veste hanno posto la sorte, il caso. Hanno giocato ed hanno vinto. Gli uomini possono andarne orgogliosi. Sono riusciti a liberarsi di Lui e si sono accaparrati gli abiti. Ora trafficano e si divertono. Trafficano le vesti di Uno di cui avevano stretta la mano benedicente e baciato il segno che portava sulla fronte. Tutto diventò così prezzo di tradimento, anche le cose più semplici del mondo. E tutto incominciò a portare macchie di sangue. Sangue che nessun detersivo al mondo potrà mai lavare, poiché quel sangue ha un volto ed è il nostro stesso, perché Lui ci ha amati fino alla fine, e nella fine, come opera d’amore, ha assunto il nostro volto ed ha ripetuto la nostra sete. Per questo, da allora, non fu più necessario essere santi, essere puri, essere buoni per incontrare il Cristo, poiché da allora ogni uomo, ogni creatura, anche la più abbandonata e la più avvolta di fango dal mondo stesso, trova il Cristo che le stende la mano e le dice: vieni.

 

Ora nona del giorno“Tutto è compiuto”. Il velo della notte e della morte si stende su tutto e su tutti. Il velo della morte, “perché avete ucciso l’autore della vita”. Avete ucciso la vostra vita. No, no, non vogliamo morire. Si accendano i fuochi, tutti i fuochi della vita e si faccia luce su questa notte. Gli uomini invocano la presenza di qualcuno che sia vivo. Ora sono essi che hanno sete. Ora sono essi che muoiono di sete. Incominciano a capire cosa volesse dire avere sete. Ma non c’è più acqua che acqua frammista a sangue e non disseta più. E chi la beve ne è bruciato.

All’uomo non è più possibile, dopo la morte di Cristo, sostare davanti alle acque del mondo senza avere la visione di quella vittima che aveva sete e che esigeva purificazione. Non c’è luce nel mondo che possa illuminare la loro notte e giustificare il loro delitto.

 

Sera sul Golgotha – La notte scende sempre più cupa sul monte, sempre più fonda nell’anima. Angoscia dell’anima davanti a quella tristezza che niente più ora trattiene dall’essere morte aperta su un mondo chiuso, perché la Sua morte è la morte di tutti.

“Avete ucciso l’autore della vita”. E quanto più accendono fuochi per ridarsi vita, tanto più illuminano la loro vittima. Questa rimane l’unica cosa illuminata sì che sarà assolutamente necessario fissare i nostri occhi nei suoi, i suoi spenti ed assenti. Il velo si è squarciato. Ora sono le voci di tutti quelli che ci hanno preceduto che si levano ad accusare: perché non avete udito la sua voce che noi vi avevamo annunciata? Avete elemosinato l’amore ed avete rifiutato l’Amore. Avete cercato la luce ed avete rifiutato la Luce. Perché? Perché avete rifiutato di dargli ciò che era suo? E cos’era mai vostro da urlare tutta la notte contro le ombre che passavano? Voi dovevate amare! Non udirete più la sua voce se non farete risuscitare Colui che avete ucciso.

 

Notte nei secoli – Così tutto fu compiuto. Poi alla sua croce hanno costruito palazzi, elevato monumenti, offerto doni preziosi, pur di far tacere quel grido che si ripercuoteva di pietra in pietra, di anno in anno. Hanno continuato a dargli trenta monete d’argento. Hanno sostituito la tradizione all’amore. E’ stato fatto anche questo: hanno recato profumi ad un morto affinché restasse in pace, più morto.

Ma quanti bagliori di fuoco ora lo avvolgono nei secoli!

 

 

 

Pensieri tratti dalla conversazione:

 

Luigi: Sentiamo Cina, che impressione ne ha da tutto questo?

Cina: Nella passione di Gesù c’è una vita così profonda. La passione è per la vita di ogni creatura.

Luigi: La Croce è la parola che Dio spende per dare a noi la vita, per restare con noi. Ma siccome noi siamo delitto, Lui si lascia uccidere per restare con noi; cioè si fa figlio delle nostre opere. Però Lui morto dà a noi la possibilità di vivere, perché resta con noi. E’ la sua presenza con noi, che dà a noi la possibilità di superare noi e di trasferirci in Lui, di amarlo. Quindi Lui è sorgente di vita, per cui Lui morto, restando con noi, da a noi la possibilità di pensarlo. E pensare Lui morto è risuscitarlo, ed è ritrovarci nella vita nuova.

La sua Parola che dà vita (questo paralitico che guarisce quanto costa a Dio!) ci rivela quindi la sua passione. Il Signore per guarire noi deve passare attraverso il crogiuolo di passione e di morte, tanto l’uomo è complicato, chiuso nel suo io. Non è facile curare, guarire l’uomo, come non è facile creare l’uomo.

Cina: Tutto questo da parte nostra è un abisso di non conoscenza e di conseguenza di ingratitudine.

Luigi: Difatti facciamo di Lui un malfattore, lo accusiamo, lo condanniamo, ecc. Non comprendiamo l’amore che Lui ci porta per darci la vita. E Lui tace, perché sa che noi senza di Lui moriremmo veramente. Se Lui non restasse tra noi e non si lasciasse (infatti si è chiamato “figlio dell’uomo”) fare da noi tutto quello che noi vogliamo, ci priverebbe della vita, perché Lui è la vita.

Lui resta con noi per dare a noi la vita. Quindi non resta con noi per debolezza sua: noi lo accusiamo di debolezza (“scendi dalla croce”) e non capiamo invece perché Lui rimane in croce. Accusiamo Lui di debolezza per il fatto di non scendere dalla croce. Il giorno in cui capiremo, capiremo il guaio nostro fosse sceso dalla croce. Perché avrebbe tolto a noi la possibilità di trovare la vita. E’ questa la parola che Dio dice a noi, per dirci; “Alzati, prendi il tuo letto e cammina”.

Pinuccia B.: Oppure: “Va, tuo figlio vive”…

Luigi: A noi sembrano parole magiche. La realtà è la Parola viva che vuole restare con noi.

Cina: E’ accompagnata da una morte.

Luigi: Ed è necessaria questa morte, altrimenti noi non ci apriremmo a Dio.

Pinuccia B.: E’ una parola senza parola.

Luigi: Ecco perché questa parola è un segno di quella più grande parola che è la sua Passione e Morte. La vera Parola tra noi. Ed è quello che avviene nella vita di ognuno di noi e di cui noi non ci rendiamo conto. Come non ci rendiamo conto che Dio per dare a noi l’esistenza (in cui poi ci darà questa vita) abbia creato tutto l’universo per noi. Ma una volta data l’esistenza, bisogna che ci dia la vita, in modo che impariamo, che conosciamo la via della vita e dove essa sta, cioè avviarlo alla comunione. Ed è un lavoro ancora più profondo, più difficile di quello che Dio dovette affrontare per dare l’esistenza ad ognuno di noi. Perché una cosa è dare l’esistenza e una cosa è avviare l’uomo alla comunione. Ora, per dare l’esistenza Dio non dovette sacrificarsi. Per avviare l’uomo alla comunione Dio deve sacrificarsi, deve giungere a morire in noi. “Senza spargimento di sangue non c’è redenzione possibile”, perché c’è il male in noi, c’è questo io che pensa a se stesso.

Pinuccia B.: Perché dici che è difficile l’opera della creazione?

Luigi: Noi non ci rendiamo conto in quale profondità si celi un’opera del genere. Dio prende su di sé il nostro nulla, poi i nostri pensieri dispersi le nostre lontananze; altrimenti noi non prenderemmo coscienza di niente, né di essere. Il che vuol dire che Dio, per dare a noi l’esistenza, si deve sottomettere alla nostra incapacità di restare con Lui in comunione, e quindi creare tutto un universo in questa nostra debolezza.

L’uomo è capace di restare con Dio una frazione di secondo, in questa frazione di secondo Lui deve creare tutto un universo per dare all’uomo la possibilità di capire che esiste.

Pinuccia B.: Spezza il pane.

Luigi: Tutto l’universo è pane spezzato in relazione alla nostra debolezza, perché in questa frazione di secondo possiamo prendere consapevolezza che Lui esiste. Per avere consapevolezza di esistere devi avere la possibilità di fare.

Ci rendiamo conto cosa vuol dire in Dio avere la possibilità di fare?

A noi sembra una cosa facile, banale. Invece richiede la collaborazione di tutto l’universo, e quindi di una sottomissione di Dio alla nostra volontà.

Pinuccia B.: Però la nostra esistenza fisica, non è soltanto una significazione per farci prendere coscienza della realtà spirituale in cui viviamo?

Luigi: Certo, e la realtà spirituale si accende in noi con una scintilla, con cui diciamo: sì, no. Perché tutto il nostro parlare è, in sostanza, soltanto questo: sì, no, a Dio. E per poter dire questo “sì” o questo “no” è necessario tutto l’universo. A noi sembra impossibile che per fare dire ad un bambino “sì” debbano esistere delle selle lontanissime miliardi di anni luce; eppure Dio per far dire ad una sua creatura un “sì” o un “no” ha creato tutto questo.

 

Emma: Sono di fronte a cose talmente più grandi di me, che resto senza parole. Pensavo alla Passione: Gesù deve morire per farci capire questo amore immenso.

Luigi: Gesù deve morire per farci capire la necessità della comunione con Lui, perché dalla comunione viene la vita. Se noi non possiamo stare in comunione, moriamo veramente. E’ una vera morte, che non è annullamento, perché l’uomo non si può annullare essendo voluto da Dio. Dio è più forte della creatura, per cui dal momento che ci ha dato l’esistenza non possiamo più ritornare nel nulla, lo volessimo anche con tutte le nostre forze. Non possiamo distruggere niente, se per distruzione intendiamo annullamento totale, perché tutto è opera di un Altro, di un Essere superiore a noi. Però noi possiamo morire. La nostra morte è dispersione, è non più attrazione per Dio. E’ lontananza dalla vita. Per formare in noi la convinzione che la nostra vita viene dalla nostra comunione con Lui, è necessaria la passione e morte di Dio in noi, per offrire a noi la vita; non per Sé (Lui non ha bisogno di noi), ma perché noi abbiamo bisogno di Lui.

La vita è comunione con-, è permanenza in questa comunione; è amore, quindi è dialogare continuamente con Dio; è restare continuamente in ascolto di Dio; è riferire e riportare tutto sempre a Lui. Ora per convincerci di questo è necessario che Dio venga a morire in noi.

Il morire di Dio in noi vuol dire far esperienza di solitudine, cioè di “non più Lui”, di Lui morto per causa nostra, Lui che non pensa più a noi. Ecco, in questa solitudine noi tocchiamo con mano la nostra morte, poiché “abbiamo ucciso l’autore della nostra vita”. Uccidendo Lui sperimentiamo la sua assenza, e sperimentando l’assenza, scopriamo l’importanza di Lui per noi, scopriamo che la vita ci viene da Lui.

Soltanto quando ci muore una persona molto amata che scopriamo ciò che era per noi. Fintanto che è presente, non ci rendiamo conto della vita che ci dà. E’ sempre necessario che qualcuno muoia perché noi rinsaviamo, o affinché prendiamo consapevolezza. Anche questo è un segno. Noi scopriamo, arriviamo sempre dopo.

Emma: Ci troviamo in mezzo ai doni e non ci rendiamo conto del donatore.

Luigi: Ad esempio i bambini credono di avere diritto a tutto, non si rendono conto che tutto è dato loro dai genitori; ma il giorno in cui mamma o papà muoiono, allora incominciano a rendersi conto, perché tutto comincia a mancare. Mancando una presenza, tutto un mondo viene a mancare.

Ecco, noi dobbiamo sperimentare l’assenza di Dio per scoprire la presenza di Dio.

Dio si offre ad essere ucciso, affinché sperimentiamo cosa vuol dire non avere più Lui. Allora siamo senza provvidenza, soli, senza più nessuno che pensi a noi, nessuno che ci ami, nessuno che ci conosca. E’ in questa esperienza di “non più Dio con noi”, che noi prendiamo consapevolezza che la vita non è in noi, ma in Lui.

E’ poi da questa consapevolezza che, risorgendo, non lasciamo più Dio, perché ormai abbiamo capito. Allora diciamo “Signore, noi ti ringraziamo per la tua gloria immensa!”. E’ questa la vera gloria attraverso cui Dio ci rivela il suo Essere, quello che Lui è nel Padre, è nel seno del Padre.

 

Pinuccia B.: Quest’uomo fu guarito per la presenza di Gesù e per la sua parola. Per guarire è necessaria la presenza di Dio; per questo Lui rimane presente anche morto, perché così lo possiamo pensare.

Luigi: Certo, anche l’assenza è una presenza.

Pinuccia B.: Cioè quando ci rendiamo conto di un’assenza è perché c’è una presenza in noi.

Luigi: L’assenza è una presenza: noi non esperimenteremmo l’assenza se non ci fosse la presenza.

Pinuccia B.: Non sperimenteremmo l’assenza di Dio se non sapessimo chi è Dio?

Luigi: Certo, se non sapessimo chi è Dio. E’ lì la meraviglia. Ecco perché la redenzione dell’uomo è una cosa difficile, più della creazione. Dio ci fa sperimentare l’assenza della sua presenza; perché Lui non è che in Sé muoia. La Verità non muore.

Pinuccia B.: E’ in noi che muore.

Luigi: E per morire in noi, Dio si offre, si fa figlio nostro e si lascia uccidere da noi fino a farci esperimentare la sua assenza. Dio si deve far figlio nostro, cioè deve annientare in noi e per noi la sua divinità.

Dio, che non è figlio nostro, si fa figlio nostro, in modo da farsi opera nostra, e fa noi figli delle nostre opere. Per cui abbiamo la possibilità di sperimentare l’assenza di Colui che abbiamo ucciso, affinché sperimentando l’assenza comprendiamo quello che c’è con la sua Presenza.

Pinuccia B.: E poi diventando figli delle nostre opere, una volta capito questo, abbiamo la possibilità di diventare figli di Dio?

Luigi: Figli delle nostre opere noi lo siamo sempre. Perché l’essere consapevole, di per sé diventa figlio delle sue opere. Soltanto facendo Dio che diventiamo figli di Dio. Per questo dobbiamo essere convinti della Verità e della Vita che è in Dio, altrimenti ci riteniamo autonomi. L’essere consapevole è un essere che ha la possibilità di affermare la sua autonomia da Dio. Affermando la sua autonomia, precipita nella morte.

Dio, prima che la sua creatura precipiti nella morte, si fa figlio della creatura, affinché essa rinsavisca. Bisogna meditarlo molto questo.

Pinuccia B.: La morte in croce ci rivela quello che già avviene nella nostra vita, per cui il nostro sforzo sarebbe quello di trovare il Cristo morto in tutte le esperienze della nostra vita, in cui sperimentiamo l’assenza di Dio?

Luigi: Per ritrovarlo, dobbiamo sempre riferirci al Cristo. Cristo è rivelatore di quello che avviene. Perché se noi ci fermiamo alla nostra vita, sperimentiamo l’assenza di Dio, ma non ci rendiamo conto del significato. Perché il rivelatore è il Cristo. Altrimenti non ci sarebbe stato bisogno del Cristo. Tutti gli uomini, prima ancora del Cristo sperimentavano la morte di Dio, l’assenza di Dio dalla loro vita.

Cristo è il rivelatore di quello che avviene nella nostra vita. Per cui attraverso Cristo giungiamo a capire, ad intendere, a tradurre, quello che avviene nella vita di ognuno di noi. Perché noi, in realtà, uccidiamo Dio in noi.

Facendo fuori Dio dalla nostra vita, lo uccidiamo; perché, spiritualmente parlando, noi uccidiamo sempre colui di cui non teniamo conto.

Non tener conto vuol dire far fuori dal proprio pensiero, dal proprio amore, dalla propria vita, quindi “far fuori” vuol dire uccidere, “per me è morto”.

Una persona che non entra nella mia vita, per me è come se non ci fosse. Ora questo avviene nei riguardi di Dio quando non teniamo conto di Lui. Però non lo sperimentiamo, non ci rendiamo conto che questo sia uccidere. Cristo è rivelatore di questo mistero. Ecco perché è necessario fermarsi a meditare molto sul Cristo; più ci fermiamo a meditare su di Lui, più capiamo quello che avviene nella nostra vita. Altrimenti lo attribuiamo a fatti naturali, a fatti sociali, a vecchiaia, malattia, a tante altre cose.

Non ci rendiamo conto che tutto è in relazione a Dio.

Cristo è il rivelatore. In Cristo tutto è compiuto. Nel “tutto è compiuto” c’è la rivelazione. Difatti si dice che con Cristo tutta la rivelazione è finita, compiuta. Ma se la rivelazione è lì, allora dobbiamo fermarci lì per intendere. Quindi il processo di salvezza avviene in tutto l’universo, anche in quelli che non conoscono il Cristo.

In Cristo possiamo intendere il significato di quello che avviene nell’uomo. Ma questo avviene anche nell’uomo pagano, nell’uomo lontanissimo dal Cristo. Avviene in tutti, però non tutti intendono. La chiave per intendere è il Cristo.

Con Cristo possiamo intendere quello che avviene, perché Dio opera per salvare tutti.

Pinuccia B.: Per cui il pagano…?

Luigi: Il pagano è in questo processo di salvezza da parte di Dio, perché Dio vuole che tutti si salvino.

Pinuccia B.: E incontrerà il Cristo…

Luigi: Certo, perché tutti apparteniamo a questo “tutto unico”; e in questo “tutto unico” ad un certo momento arriviamo a Lui, che è il centro, il punto fisso di riferimento.

Pinuccia B.: Non sappiamo come, ma lo incontra.

 

Eligio: E’ solo quell’“alzati” che è efficace. Non considerare queste cose, ma considera Dio e Dio ti libererà da queste cose. Questo ha un vero valore liberatorio per l’anima e per il pensiero.

Mi ha colpito l’ultimo pensiero su quello che hai letto: cioè quelle luci che il nostro pensiero autonomamente accende e che ci fanno vedere il cadavere di quel Dio che abbiamo ucciso. E’ terribile come esperienza spirituale, ma la ritengo necessaria. Il più delle volte un grande amore nasce da una grande offesa di cui si prende coscienza di aver arrecato a chi ci vuole bene. Dio è una Realtà che è tutto amore. Quando apriamo gli occhi e comprendiamo quanto abbiamo fatto per non accettarla, mentre Lui si donava tutto, soltanto da quel momento, possiamo iniziare quel processo di amore che ci porta a spegnere le luci dell’io.

Luigi: Quanto più noi accendiamo luci per noi, tanto più Lui si illumina. Ma “Lui morto in croce illuminato dalle nostre luci o dai nostri fuochi” è quell’ “alzati. E’ la stessa cosa. Anzi è la realtà di quella parola. Perché alzati” è una parola, la Croce è la realtà di quella parola, è la sostanza di essa, è il Verbo.

 

Pinuccia B.: “Alzeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto”.

Luigi: E già. E tutti quanti fisseranno lo sguardo in Lui. Anche il serpente di bronzo innalzato nel deserto era salvezza per quanti, avvelenati, alzavano gli occhi a guardarlo. Ecco questo alzare per guardare. L’uomo è guarito dallo sguardo verso. Ecco la croce di Cristo.

La Croce tra cielo e terra, sospesa lì, con tutte le luci che convergono su di essa; anche le nostre luci più malsane si incentrano lì. E’ l’unica realtà che rimane, perché è l’unica opera che abbiamo fatto in tutta la nostra vita.

L’unico “verbo” che l’uomo dice è questo: “Crucifige”, mettilo in croce. Ma siccome è l’unico verbo che l’uomo dice in sostanza, se andiamo a fondo è l’unica opera che fa, e siccome diventa figlio delle sue opere, è l’unica opera in cui lui resta fisso col suo sguardo, da cui non si può distogliere.

Certo, se noi andiamo a dire, mentre uno chiacchiera: “l’unica opera che tu fai in questo momento, l’unico verbo che tu dici, è “crocifiggilo””, l’altro ci dice: “tu hai le traveggole!”. Invece è proprio quello che avviene.

 

Eligio: Se non entriamo nella dinamica dell’alzati, del superamento, della contemplazione della realtà di Dio, noi ripetiamo il “crucifige!”.

 

Emma: Invece l’unica opera che fa Gesù è quella di guarire. “Io ho fatto un’opera sola…”?

Luigi: Sì, è l’unica, quella di donarsi, di farsi figlio dell’uomo, affinché l’uomo diventi figlio di Dio.

 

Eligio: Fortunatamente le luci dell’io si esauriscono e man mano che si esauriscono si illumina sempre più la luce di quel Dio che abbiamo ucciso.

 

Pinuccia B.: Un altro pensiero (sulla Fedeltà) mi ha colpito: “Gli uomini non possono perdonare a Dio di essersi messo nella loro vita”. E’ forte…

Luigi: Sì, perché fintanto che Dio resta fuori, bene; ma quando entra in casa nostra, nei nostri interessi, si crea l’urto, e non lo accettiamo più.

                                      

 

Lettura dei riassunti:

 

Pinuccia B.:  Continuazione del riassunto dell’11/XII sull’argomento: Voi se non vedete miracoli e prodigi non credete”.

        L’episodio del funzionario si collega con l’episodio della piscina sotto diversi aspetti: ad esempio: il funzionario partì sulla parola e suo figlio guarì; qui, il primo che si buttava nell’acqua era guarito. “Se voi non vedete miracoli e prodigi non credete”

Credere vuol dire partire sulla parola, buttarsi, camminare. Noi possiamo sprecare la vita cercando segni che già ci sono stati dati o conferme di segnalazioni e non ci decidiamo a camminare. Cerchiamo sempre dei motivi nuovi per credere e non crediamo mai. Per questo Gesù ci rimprovera: Se non vedete cose nuove (miracoli e prodigi) non credete” Per questo dobbiamo chiederci: “Voglio veramente arrivare a Dio? Perché se veramente lo voglio, cammino sulla strada che mi è stata indicata, se no perdo tempo a cercare le strade, mentre non mi interessa arrivare alla meta. Quindi camminare vuol dire approfondire la parola che Lui ci dice.

Luigi: L’abbiamo visto domenica scorsa: “Alzati prendi il tuo letto e cammina”. Camminare è approfondire fino ad arrivare alla conoscenza di quello che è eterno, che è vita, cioè la presenza di Dio.

Pinuccia B.: Sì, la meta è arrivare a conoscere Dio come Lui ci conosce, ad amarlo come Lui ci ama. L’importante quindi è approfondire, restare. Ci sembra più facile cercare sempre presso altri motivi nuovi per credere, ma intanto non ci impegniamo, non camminiamo, perché il camminare richiede un impegno personale. Siamo sempre lì: “mangiare è facile, vivere è difficile”. Vivere vuol dire dedicarci, restare, scavare, approfondire, perché Dio non abita nelle cose superficiali. “Sforzatevi di entrare in questa profondità”. Richiede fatica, perché noi per natura siamo superficiali. La forza, per questa fatica, è l’amore, l’interesse per Dio. Quindi non dobbiamo correre a destra o a sinistra per informarci se quella è la strada giusta, ma impegnarci ad approfondire ciò che già ci è stato dato. Alla luce di questa frase Gesù “Se voi non vedete….non credete”.

       

Si era sentito il riassunto della domenica 16/ X: “Lo pregò di discendere”. E si era cercato il collegamento tra questi due argomenti. Il tema era quello della preghiera. Che cos’è la preghiera? Perché è necessario pregare sempre? Quand’è che si prega?

La preghiera è ascolto, ritorno a Dio. Nella preghiera il Signore forma in noi il desiderio di vedere la sua gloria, di vedere che tutto è suo. Per questo si invoca che “discenda” a fare tutto suo. Quindi alla luce della frase Gesù che abbiamo visto (Voi se non vedete... non credete”), pregare è camminare verso. La fede ci dice che Lui è presente, e allora: “cammina, finché non Lo vedi presente”. Per questo è necessario pregare sempre, camminare sempre, perché bisogna giungere a questa meta. E dove camminare? Sulle sue parole. Infatti: nessuno può andare al Padre se non per mezzo Mio”. Quindi cammina dietro di me, cioè assimila le mie parole, approfondiscile. Ma per conoscere Lui, bisogna unificare le sue parole in un solo pensiero e non passare da una parola all’altra. Per questo ora abbiamo cercato di collegare l’argomento della preghiera (“lo pregò di discendere”) con questa frase di rimprovero da parte di Gesù (“Se non…..credete”). Poiché è uno solo Colui che parla e che dice tutte queste parole. Se le unifico faccio un passo nella conoscenza di Dio. Gesù ci dice parole diverse, apparentemente contradditorie per farci camminare, ma è sempre lo stesso Spirito che parla, tanto nelle gioie come nei dolori, tanto quando ci dà i doni, come quando ce li prende. Sempre per non farci sostare ma per farci camminare. Dio opera per metterci in movimento. Ci toglie un gradino di sotto il piede per farci salire sul gradino che sta più in alto. Bisogna stare sulla sua parola, ma con la preoccupazione di conoscere Lui. Per cui devo cercare di capire perché oggi parla così e domani parla così, per arrivare alla “sintesi”, per conoscere il suo Spirito che parla così: questo è camminare. E’ un lavoro, questo, che facciamo sempre quando abbiamo interesse di conoscere una persona che ci sta a cuore: si raccolgono tutte le sue parole, segni, manifestazioni sue, per poterla conoscere di più. Così dobbiamo fare con Dio, finchè non arriviamo alla sua presenza.

Sapendo che Dio è presente, nasce il desiderio di vederlo; sapendo che ci conosce, nasce il desiderio di conoscerlo. Non dobbiamo sostare finchè non lo vediamo: è necessario quindi pregare sempre, camminare sempre. “Non darò pace alla mia anima, fintanto che non arriverò a vedere il Tuo Volto”, cioè fino alla scoperta della sua Presenza, sapendo che Lui è presente. L’anima è “desiderio”, quindi è preghiera; perciò non dobbiamo soffocare la nostra anima, cioè questo desiderio di vedere, ma camminare fino a giungere alla vetta su cui si vede.

Possiamo passare la vita correndo dietro a tutti quelli che ci dicono che dalla vetta si vede un panorama meraviglioso, ma non salire verso di essa; cerchiamo sempre novità per credere, ma intanto non crediamo mai. Non sono le tante creature che ci parlano, ma è Uno solo che parla in tutto e ci dice: “parti, sali sulla vetta”. Se non ubbidiamo, andiamo a cercare altre creature perché ci dicano la stessa cosa e nelle quali troviamo di nuovo quell’Uno che ci ripete: “sali, parti”.

Il bambino, che è semplice, non ha bisogno di sentire molte persone per credere. C’è qualcosa di complicato in noi se non ci bastano le segnalazioni ricevute, ma andiamo a cercarne altre. Camminiamo come possiamo, ma camminiamo. E non perdiamo tempo a cercare altri motivi, altre segnalazioni, come giustificazioni per non impegnarsi mai.

Luigi: Quel “cammina come puoi”, coincide con: “Prendi il tuo letto e cammina”. Cioè, cammina e non rinviare il camminare a quando ti sarai liberato dal letto. Quindi: “non puoi liberartene? Cammina con i mezzi che hai, con quello che puoi, ma non aspettare domani, perché certamente il domani non è nelle tue mani. Quindi se tu oggi sei pieno di altri impegni, non scusarti per rinviare la partenza, ma parti subito oggi”.

Eligio: Direi che il “non puoi liberartene”, va preso come volontà di Dio da parte nostra di tollerare quel peso che Dio ci accolla, perché ne abbiamo ancora bisogno.

Luigi: Sì, perché l’importante è, anche se non te ne puoi liberare, che tu cominci ad alzare gli occhi. Stai lavorando, sei pieno di impegni, parli con persone?! Ecco, non immergerti soltanto in quelle cose, incomincia subito ad alzare gli occhi; non aspettare ad alzare gli occhi allo Spirito domani, quando sarà cessato il tuo impegno.

Eligio: Non è mai la creatura che per sua iniziativa può liberarsi dai pesi, ma è Dio che la può liberare, vero?

Luigi: Sì, però qui risponde allo stesso problema che c’era nella parabola della zizzania e del grano: non preoccuparti tanto di togliere il male, la zizzania. L’importante è preoccuparsi che cresca il bene, che cresca il grano. Ora per crescere, alzati, guarda in alto. Se non puoi in un modo o nell’altro raccoglierti nel silenzio a meditare, incomincia soltanto ad elevare il tuo pensiero verso Dio. Ecco, cammina come puoi, ma cammina, non rinviare. L’importante è questo: non rinviare. Poi la meraviglia avverrà, perché man mano che tu guardi in alto, la vita si trasforma. Ad un certo momento Dio ti fa scoprire che sei libero. Ma che cos’è che ti ha liberato? Ti ha liberato Lui dall’alto, in quanto tu guardavi Lui.

Eligio: Quindi la nostra attenzione non va incentrata sui pesi o sulle remore che abbiamo, ma in Dio, che a sua volta ci libererà dai pesi e dalle remore.

Luigi: Sì, è proprio questo che va fatto. E’ questo l’importante, perché altrimenti noi, nella preoccupazione di togliere il peso, ecc. non vediamo più l’essenziale.

Eligio: Non solo, ma facciamo sempre degli errori: se io fossi in un altro ambiente, se fossi in quella situazione, se avessi quell’età, quella mentalità, ecc.

Luigi: No, comincia subito a guardare in alto.

Eligio: Guarda Dio e Dio ti libera da quella mentalità, da quell’ambiente, da quel lavoro, ecc.

Luigi: Cioè, non fermare la tua attenzione sugli ostacoli, sul male, sul voler togliere il male, ecc. Perché intanto non lo toglierai mai; alza i tuoi occhi. Ecco, vedi, l’aspetto positivo, al quale ci volge il Signore. Per cui, in qualunque situazione uno si trovi, fosse anche immerso nel fango, deve cominciare ad alzare gli occhi. Il Cristo passa e ti invita ad alzare gli occhi dalla situazione in cui ti trovi verso di Lui. Alza gli occhi perché è Dio che ti libera. Non sei tu che ti liberi.

 

Pinuccia B.: (continuazione lettura): Questa frase di Gesù: “Se voi non vedete miracoli e prodigi non credete”, coincide con quel proverbio: “na grama lavandera trova mai na buna pera”. La segnalazione che dobbiamo seguire è questa: “Io sono presente, sono Colui che parlo con te, quindi parti”. Cioè ogni sua parola ci fa desiderare ciò di cui ci parla, ci sollecita a partire, a superare noi stessi. Ecco la fatica. Partire dal nostro io in cui Dio si annuncia e camminare dietro questa parola, finchè non arriviamo a vedere. Questo partire sarebbe alzare gli occhi, guardare in alto. Si arriva a vedere Dio con Dio, non nel pensiero dell’io. Se ti superi vedrai Colui che parlava con te. Tutto il problema della tua vita è avvicinarti a Colui che parla con te. E Lui parla con te adoperando tutti.

Luigi: Cioè, tutto questo presuppone che noi, in qualunque situazione ci troviamo, per quanto siamo immersi nel male, l’avere sempre la possibilità di alzare lo sguardo a Dio. E’ il punto immacolato che c’è in noi, che permane in noi nonostante tutto. All’atto profetico, questo cosa significa? Che l’uomo ha la possibilità, in qualunque situazione si trovi, di alzare gli occhi al cielo, cioè di alzare gli occhi a Dio, di guardare Dio.

Alza gli occhi a Dio, Dio ti modificherà, purificherà, libererà. Guarda Lui.

Eligio: Per cui non posso dire: “se ti superi”, ma è solo Dio che ci fa superare noi stessi. Non è la creatura che prende l’iniziativa di superarsi.

Luigi: Certo, è Dio. Non mi potrei superare se non ci fosse Dio in me. E’ la presenza di Dio in noi che ci dà la possibilità di pensarlo. E Lui resta con noi anche se lo uccidiamo. Resta con noi in qualunque situazione ci troviamo. Quel “resta con noi” ci dà la possibilità di guardarlo, cioè di superarci. Questa possibilità presuppone che Lui rimanga, perché è Lui che ci dà la possibilità. Ecco, non vincere il male con il male, non lottare contro il male, guarda il bene, il bene ti libera.

 

Pinuccia B.: (continuazione lettura riassunti): Chi pensa a Dio forma una sola cosa con Dio, perché fintanto che pensiamo ad altro, siamo divisi da Dio. Anche la coscienza dell’io è una creazione di Dio e va riportata a Dio, ringraziandolo. Mai essere autonomi. Siamo tutt’altro che adulti. L’essere cosciente riferisce se stesso a Dio, entra in un dialogo, arriva al Tu; e man mano che la coscienza cresce tende a convogliare tutto al rapporto tra Dio e l’io. Dio ci ha creati per questo.

Si arriva al Tu di Dio attraverso la conoscenza, al desiderio di isolarci con la Persona amata; sapendo che Lui parla in tutto, anche se vediamo altri parlare. Nasce quindi il desiderio di unificazione, di vedere tutto sotto lo stesso Pensiero; per cui si invoca che Dio discenda. Tutto ci conduce alla fede; la fede ci introduce alla preghiera, e la preghiera ci porta a desiderare che Dio discenda. Se noi non cerchiamo la Presenza, ci accontentiamo di rumori. Allora il Signore opera per bloccare la stasi (la paralisi) in cui ci troviamo. Altrimenti Gesù ci rimprovera: “andate sempre a cercare a destra e a sinistra nuovi motivi per credere, a cercare miracoli e prodigi, mentre Io sono davanti a voi, sto parlando con voi; la strada è davanti a voi. E voi invece passate la vita a cercare e interrogare qual è la strada e a cercare sempre fuori di voi delle conferme a quella verità che ha la sua conferma dentro di voi. Cioè, cercate sempre delle scuse per non credere, per non impegnarvi, per non camminare”.

Bisogna custodire, raccogliere, unificare: ma ci vuole l’interesse per la Persona (se no si diventa delle biblioteche). Non c’è bisogno di miracoli strepitosi per credere, perché già tutto è miracolo. E tutti i segni, tutti i miracoli sono già per darci la fede: anche il sole, una persona che incontriamo è un miracolo. Non c’è differenza tra un filo d’erba che cresce e un morto che risuscita: è tutta opera di Dio. E la nostra superficialità che non ce la fa vedere. Cerchiamo giustificazioni (miracoli, segni, prodigi) per giustificare la nostra assenza, il nostro disimpegno. Anche l’approfondimento è dono di Dio. Fintanto che facciamo conto su noi, Dio ci fa sperimentare la nostra povertà.

 

  Riassunto dell’incontro n.111 del 18/XII (presso De Bortoli). Mezza giornata di ritiro sulla frase di Gesù: “Va tuo figlio vive”.

Quand’è che Gesù disse tali parole a quel funzionario? Quand’è che Gesù dice a noi tali parole? Che significato può avere per la nostra vita personale? Quel funzionario dimostrò di invocare la vita, non un segno per credere. E poiché invocava la vita, Gesù gliela diede. Dio non concede segni a chi li chiede per credere; ma se uno chiede la vita, gliela concede. E’ la Parola di Dio che ci dà la possibilità di vivere. La Parola di Dio ci impegna al superamento del nostro io e del nostro mondo. Quando chiediamo un segno per credere, ci impediamo di vivere, poiché ci impediamo il rapporto personale con Dio, che richiede la donazione di tutto di noi a Dio (= silenzio in noi di ogni altro argomento che non sia Dio).

 

Riassunto dell’incontro n.112 del 25/XII (presso De Bortoli)

“Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e se ne andò”. Gesù dicendogli: “va”, l’aveva invitato a passare dalla fede nella presenza fisica alla fede della Parola: lo aveva aperto cioè alla Presenza spirituale ed universale. Quell’uomo aveva pregato Gesù, e Gesù l’aveva rimproverato e quindi purificato. Poi quell’uomo aveva supplicato e Gesù l’aveva licenziato. Gesù non era disceso con lui a guarirgli il figlio: non aveva ascoltato la sua preghiera, ma l’aveva impegnato maggiormente proponendogli una fede maggiore: credere non al suo intervento, ma alla sua Parola. Ma invitandolo a credere alla sua parola gli faceva rischiare di trovare il figlio morto.

Quell’uomo voleva che Gesù lo seguisse; Gesù l’aveva impegnato a seguirlo. La Parola di Dio ci impegna in una realtà che ancora non conosciamo, e quindi ci fa correre un rischio. Dio ascolta la nostra preghiera e proprio perché l’ascolta ci impegna ad una fede più viva, più pura, più libera da tutti i condizionamenti umani; ci invita a camminare con uno spirito diverso. E’ una trasformazione di qualità: “Lasciate le vostre reti…”.

 “E se ne andò…” dove andò?  A vedere ciò che la Parola di Dio gli aveva annunciato. E’ il tema della notte di Natale: “andate a vedere il Verbo che è stato annunciato”. Chi crede ascolta e ascoltando va a vedere. Chi non crede, ascolta e non va a vedere. La fede che non cerca di vedere ciò che le è annunciato, fede senza interessi, non è fede. Credere è andare a vedere. Allora vedendo ciò che ci è stato annunciato, si trova la Realtà del Verbo; troviamo il miracolo. Quel funzionario trovò suo figlio vivo.

 

Pre incontro

Introduzione:

 

Luigi: Nel campo dello spirito ci vuol sempre il superamento del segno, sia esso in latino o in italiano, per passare al significato; anzi tanto più il segno è un idioma astruso, tanto più deve invogliare a capire. Le vecchiette che pregavano in latino senza capire niente, avevano però il loro pensiero con Dio, e ciò che importa è questo.

Perché si dicono delle preghiere vocali? Per rendere attento il nostro pensiero a Dio; che poi uno dica una parola o un’altra, in un modo o in un altro, importa poco. Quello che importa è il pensiero. Per cui anche se una vecchietta storpiava il Pater noster pensando però a Dio, la sua preghiera era validissima.

Esempio: significato della parola “tabernacolo”: deriva dal latino e vuol dire tenda. Dio è venuto a mettere la sua tenda in mezzo alle nostre tende. La tenda ha il senso del provvisorio, quindi Dio ha messo la sua provvisorietà in mezzo alla nostra provvisorietà. Allora non basta fermarci alla parola italiana “tabernacolo” per poter dire di capirla, anzi proprio la parola italiana ci confonde il significato vero, per cui per poter dire di capirla bisogna superare il segno italiano per coglierne il significato.

-           Significato dei fatti odierni: non servono le nostre sicurezze umane. Anche se camminassimo con cinque guardie di scorta e con le macchine protette, non serve. E’ molto meglio fidarsi del Signore. E’ sempre la lezione di Dio: fidati di me”, non fidarti mai né di te né dei mezzi umani. Per noi le guardie del corpo possono essere la salute, il denaro, l’assicurazione, la mutua, la pensione. Ma neppure di questo dobbiamo fidarci; “fidati di Me”, dice il Signore. Dobbiamo imparare a fidarci soltanto del Signore.

-           Significato di “vita lunga”, promessa dal Signore a chi non si preoccupa. Un santo può avere vita corta fisicamente, ma vita lunga spiritualmente. Spiritualmente la “vita lunga” è la vita con Dio, poter restare molto con Dio, perché la vita viene dal permanere molto con Dio; mentre noi constatiamo la nostra intermittenza nello stare con Dio, quindi la nostra volubilità, la difficoltà a restare, ed è “non vita”. Se Dio è la vita, il non restare con Dio è non vivere. Se non restiamo a lungo con Dio, non viviamo a lungo. Stiamo un momento e poi cadiamo giù. Invece vivere a lungo è restare a lungo con Dio, poter contemplare, poter guardare il suo volto, poter restare con la sua Presenza.

-           Significato di “agonia” = lotta.

-           Significato di “altare”: (per esempio quando si fa la comunione spirituale: “credo Gesù mio che Voi siete realmente presente nel SS. Sacramento dell’altare”). Secondo S. Agostino, l’altare è la nostra mente, è dentro di noi, quindi Dio è veramente presente dentro di me. Vedete allora che efficacia acquista la comunione, per cui non Lo pensiamo più esteriormente, ma ci ricollega interiormente con la Sua Presenza. Il SS. Sacramento è dentro di noi, sul vero altare.

I significati materiali sono i primi a cogliersi, ma sono questi che ci mettono in contraddizione (es. S. Teresina è vissuta poco, mentre la Bibbia promette vita lunga a chi cerca Dio). E’ Dio stesso che ci mette in contraddizione, per sospingerci a cercare il significato spirituale, quello vero, perché nella Verità non c’è più la contraddizione. Tante volte noi diciamo: “non è vero, perché la realtà non coincide”. Ma Dio ci dirà: “no, guarda che la realtà che intendevo io era questa. Quella che intendevi tu era solo un segno”. Per cui nei segni c’è la contraddizione. E la contraddizione Dio ce la mette per sospingerci in avanti, per invitarci ad approfondire.

 

 

N.B.: Il testo, tratto da registrazione

non è stato riveduto dall'autore e mantiene lo stile discorsivo.

 

 Descrizione: http://www.pensierisudio.com/flrw11.gif

 

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