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Dispensa n°28

Incontro n°144

Domenica 30.7.1978

 

Gv 5,17:  «Il Padre mio opera fino a questo momento ed io pure opero».

 

“… ed io pure opero”

 

Pensieri tratti dalla conversazione:

 

Luigi: Oggi cercheremo di approfondire la seconda parte del versetto 17: “… ed io pure opero”, collegandola con la prima parte: “Il Padre mio opera fino a questo momento”.

Angelo: Nel mio vangelo è tradotto: “sempre”, non “fino a questo momento”.

Luigi: Sì, sempre”, Dio opera anche adesso. Questo Gesù lo dice in relazione al fatto che era sorta tutta la problematica del Sabato, giorno di riposo, perché “il settimo giorno, dopo aver compiuto la creazione in sei giorni, Dio si riposò”. Allora siccome qui accusavano Gesù di aver curato quest’uomo in giorno di Sabato e di avergli ordinato di portare quel lettuccio, per cui era un trasgressore del riposo, Gesù qui si giustifica dicendo: “Il Padre mio opera anche di sabato, e quindi anch’io opero”.

Intanto notiamo che la giustificazione di Gesù non è presso il mondo, con ragioni del mondo o altri motivi o interpretazioni della Legge, ma Lui trae la sua giustificazione nel Padre e insegna a noi che le vere giustificazioni le dovremmo sempre cercare nel Padre, in Dio. Non dovremmo mai muoverci su altri argomenti.

Eligio: Domenica scorsa hai detto che la Verità non si coglie in superficie, ma si annuncia in superficie e impegna noi ad un approfondimento. Poiché la Verità, Dio, opera con noi attraverso tutti gli avvenimenti che incontriamo nella giornata. Molti di questi noi li comprendiamo e ci è facile cogliere la volontà di Dio in essi; ma ce ne sono molti (e sono la maggior parte), dinanzi ai quali a noi non è possibile entrare in questo rapporto di dialogo con la Verità. Quindi, come ci è possibile approfondire ciò che non comprendiamo?

Noi cogliamo il segno e per fede lo accettiamo come mandato da Dio, autore del fatto, però l’approfondimento cui siamo chiamati come è possibile, se ce ne sfugge la ragione e il significato?

Luigi: In tanti avvenimenti o argomenti il Signore non ci fornisce dati a sufficienza, come per esempio tutti gli spettacoli quotidiani, gli avvenimenti del giorno sono tutte lezioni fratturate: per poco che approfondiamo, ci accorgiamo che dobbiamo arrestarci: sono lezioni di umiltà che il Signore ci dà, per farci toccare con mano la nostra povertà rispetto alla sua luce. Il problema non è tanto quello di approfondire, analizzare il fatto, quanto cogliere la direzione, il senso che il fatto reca in noi. Cioè ogni fatto arriva a noi attraverso i sei giorni della creazione e ci fa giungere alla sera del sesto giorno, cioè all’inizio di quel settimo giorno che dovrebbe portarci nella conoscenza del Padre. Ma tutti i nostri fallimenti arrivano nella sera del sesto giorno; cioè come l’uomo comincia ad essere fatto, incomincia a pensare a sé, e ad affermare sé. Il nostro io si caratterizza in quanto si differenzia, si separa. Invece in Dio, nella comunione con Dio, il nostro io si caratterizza unificando e armonizzando tutto (quell’armonia di tutto di cui parlammo domenica scorsa). Però l’unificazione e quindi la formazione del vero nostro io la si ha in Dio. Allora la funzione di tutte le opere di Dio, non è quella di farsi conoscere, ma quella di farci conoscere Dio, cioè di lanciarci verso Dio, perché è in Dio che noi abbiamo il principio di armonia e di unificazione, che è poi il principio della formazione del vero nostro io. Invece quando il nostro io è staccato da Dio, come comincia a percepire di esistere, “io sono”, incomincia a proiettarsi all’esterno, credendo di trovare la verità analizzandola.

Eligio: Però se l’io può mettere a confronto i propri argomenti con quelli di Dio, ne scopre la preminenza rispetto ai suoi, potendo in tal modo mettere a tacere i propri. Cioè se l’io è fatto per dialogare, quando scopre il carattere assoluto della Verità rispetto al carattere relativo dei suoi argomenti, dovrebbe mettere a tacere i proprio argomenti. D’altronde di fronte ad argomenti che sono incomprensibili (una tragedia, le Brigate Rosse, ecc.), se non ho elementi per dialogare con Dio, come posso approfondire certe verità che Lui mi annuncia attraverso questi fatti di cui non capisco niente? Per fede li posso accettare come proposte, ma come faccio ad approfondirli?

Luigi: Certo, li devi accettare come proposte, ma non puoi approfondirli. Il nostro io di per sé è portato a cercare di analizzare il fatto, a cercare tutti gli altri elementi per poter giudicare. Ma qui succede un altro fatto molto strano, ed è questo: se noi osserviamo un pochino qual è l’opera del nostro io, notiamo che il nostro io analizzando distrugge. È come se smontassi questo registratore per vedere come funziona: mi rimarrebbero davanti un mucchio di rotelle e di ingranaggi di cui non capirei niente. E la conclusione sarebbe che il registratore non l’avrei più senza aver capito. Questo succede con facilità anche nei riguardi della creatura: se amo molto una creatura, desidero conoscerla il più possibile, quindi devo “smontarla”, e ad un certo momento smontandola, che cosa mi rimane? Niente!

Senza accorgerci noi crediamo di conoscere analizzando, ma per analisi ci troviamo con niente, cioè non abbiamo più l’essere di prima. Ad esempio analizzando il diamante, non ci resta che il carbone e abbiamo perso il diamante.

Eligio: Non è che l’analisi distrugga la sintesi, perché io posso accettare quel fatto come voluto da Dio, pur senza capirlo. Ma se io sono di fronte all’esigenza di approfondire quel segno per giungere al significato, devo pur smontarlo un pochino. Da dove parto? E con quali argomenti?

Luigi: No, io direi che la grande legge è quella di guardare ma non toccare, cioè non smontare. Ecco, se ci troviamo soltanto col pensiero di noi stessi, necessariamente arriviamo a distruggere; distruggiamo e non abbiamo più il segno.

Eligio: Ma lo dobbiamo fare per capire la volontà di Dio.

Luigi: Per capire la volontà di Dio devi guardare e non toccare; non devi smontare.

Eligio: E come l’approfondisco se non capisco?

Luigi: La cosa di per sé, nella sua complessità, o nella sua unità o nella sua misteriosità, ti richiama Dio. Cioè il significato dell’opera di Dio non è quello di farti capire com’è strutturato un albero o un filo d’erba, ma è quello di farti alzare gli occhi dall’albero, dal filo d’erba a Lui. È in Lui che poi analizzerò (diciamo analisi, ma non c’è più l’analisi). Cioè è solo con Dio che hai la luce che ti fa vedere.

Eligio: E’ Dio che opererà l’approfondimento quando io sarò arrivato a Lui?!

Luigi: Si, solo con Dio, perché in caso diverso, se non ti unisci a Dio, distruggi la cosa che cerchi di conoscere. Desiderando di conoscerla, la distruggo.

Eligio: Quindi approfondire i segni vuol dire riferirli a Dio, innanzitutto, senza fermarsi ai segni in particolare?!

Luigi: Si, perché Dio è profondità. Quindi non andare all’analisi del segno, perché se mettiamo le nostre mani nel segno, perdiamo il segno e perdiamo anche la possibilità di capirlo. Invece la cosa va vista con i dati che il Signore ci fa arrivare. Cioè, anche i dati dobbiamo riceverli dal Signore, e con quello che Lui ci dà reca a noi un orientamento: ci fa alzare gli occhi dal segno all’Autore del segno. E’ qui che abbiamo la profondità.

La profondità è Lui che mi fa trascendere il segno. Il Pensiero di Dio mi fa trascendere il segno. Il pensiero dell’io invece mi immerge nel segno, credendo di poterlo capire; finisco di smontare il segno e perdo il segno, perché a un certo momento non l’ho più. Se smonto la creatura, ho qualche muscolo, ma ho perso tutto, non ho più la creatura. Cos’è la creatura? Dov’è? Io cerco l’anima della creatura, però il mio io ha visto soltanto la materia; ha smontato la materia e ha trovato niente, e resto con niente. E la creatura non l’ho più. E’ una lezione che il Signore ci dà per dirci “stai attento nel modo con cui cerchi”. Cioè, noi possiamo anche fregarcene del segno, non cercare, o cercare in modo sbagliato.

Eligio: Noi dobbiamo approfondire. Ma il problema è come possiamo approfondire un segno di cui non capiamo niente e non abbiamo nessuna possibilità di approfondimento.

Luigi: Sì, il processo di approfondimento è alzare gli occhi a Dio. Dio stesso è profondità. Però io devo partire da Dio, perché Dio è Principio; cioè non devo partire dal segno.

Dio già si annuncia a noi in sé con il suo Pensiero, con il suo Spirito e opera i segni, davanti, dentro, attorno a noi per richiamarci. È come quando ci troviamo in un paese straniero: sentiamo uno che ci dà una voce, non capiamo quella voce, però il fatto che ci dia una voce, ci invita ad avvicinarci. Capiamo che in quanto ci fa giungere un suo segno, ci invita. Ora, Dio opera dei segni, i segni li opera nel pensiero del nostro io, sono dei richiami, affinché noi alziamo i nostri occhi a Lui.

Eligio: Questo è l’approfondimento.

Luigi: Sì, perché Lui è profondità. Infatti Lui non è in superficie: si annuncia in superficie, ma non si fa vedere in superficie. Per vederlo noi dobbiamo staccarci: ecco la profondità. Noi dobbiamo staccarci dal segno. Il segno è sulla nostra superficie; se ci troviamo davanti a un bel panorama, se vogliamo pensare a Dio, dobbiamo chiudere gli occhi al panorama. Eppure il panorama ci ha annunciato qualche cosa, ci ha messi in movimento; ma adesso, se voglio arrivare a Colui che il panorama ci annuncia (e qui è profondità), dobbiamo staccarci dalla superficialità in cui ci trattengono gli occhi e i sensi. Quindi abbiamo un’operazione di annuncio nella nostra superficialità, cioè nel pensiero del nostro io e un richiamo di distacco dall’annuncio per arrivare all’Annunciatore, per prendere contatto con Lui.

Angelo: Cioè è l’atteggiamento di fede che deve portarci ad accettare senza pretendere.

Luigi: Sì, è il passaggio dal sesto al settimo giorno. Il settimo giorno il Signore si riposa, in quanto il settimo giorno non arriva senza di noi. Il sesto giorno arriva anche senza di noi. Cioè, senza di noi Dio ci presenta questo panorama, ma appunto perché senza di noi, non lo capiamo, non possiamo capirlo. Però è un annuncio, un richiamo che Lui fa al nostro io e ci invita ad alzare gli occhi all’Autore di questo annuncio. Ecco perché abbiamo il passaggio dal sesto al settimo giorno attraverso un tempo di riposo di Dio. Dio attende la nostra risposta. Ora, noi nel pensiero del nostro io possiamo sbagliare, nel senso che possiamo, guardando al segno, fermandoci al segno, distruggere il segno stesso. E quindi perdiamo anche l’Autore. Oppure possiamo interpretare nel senso di imitare Dio: Dio si è riposato, anch’io mi riposo; questo lo pensiamo nel pensiero dell’io. Ma Dio si è riposato non perché imitassimo quello che Lui fa. Lui entra nel riposo affinché partecipiamo e alziamo i nostri occhi verso di Lui, per conoscere Lui. Perché il riposo di Dio è un invito a conoscerlo. È la pausa dopo l’opera, affinché in noi maturi un orientamento verso il Creatore.

Eligio: È stato detto più volte che Dio dialoga attraverso le sue opere con noi.

Luigi: Sì, ma non soltanto opere, perché bisogna sempre tener presente che nel dialogo c’è Lui, l’opera e c’è il nostro io. Cioè abbiamo sempre un triangolo, e dobbiamo sempre tenerlo presente.

Eligio: E le sue opere sono una manifestazione di Lui.

Luigi: È un parlare: tutto avviene nel Verbo di Dio.

Eligio: Quindi l’unico modo di approfondire è trascendere i segni stessi, riferendoli a Lui, e non tanto il cercare il perché del segno.

Luigi: Sì, il perché del segno è il richiamo a Lui.

Eligio: E quindi basta accettare da Dio il fatto che non capisco per aderire al suo invito ad approfondire?

Luigi: Sì.

Eligio: Pensavo invece che fosse necessario una penetrazione del fatto per cogliere attraverso il fatto il significato. Invece tu mi dici di trascendere.

Luigi: Sì, trascendere il fatto, perché in Lui poi avrò l’illuminazione del fatto, ma in Lui. Arriverà il giorno in cui Lui mi farà capire, ma sarà Lui e non dipenderà da me, da una mia analisi. Verrà il giorno in cui mi dirà: “Vedi, quel giorno ti ho fatto giungere quel segno per questo”. Quanto più conosciamo Dio, tanto più Lui apre la nostra mente ad intendere le sue opere, cioè quello che Lui significava a noi attraverso quegli eventi. Ma gli eventi, quando Lui ce li ha fatti arrivare, ce li ha fatti arrivare affinché noi alzassimo gli occhi a Lui, perché Lui è la profondità. Noi vediamo il segno, Lui non lo vediamo, ma il segno avviene proprio perché cerchiamo Lui che non vediamo. Il settimo giorno è l’invito ad entrare là dove noi ancora non vediamo niente.

Eligio: Ti ho fatto questa domanda perché è stato detto più volte che Lui dialoga con noi con i mezzi che possiamo percepire. Ora mi trovo davanti ad una quantità enorme di messaggi che non percepisco assolutamente. Come devo fare? Mi hai dato la risposta: trascendi il fatto, sali a Dio.

Luigi: E in Dio, poi, avrai la luce sul fatto. Ma quando Dio vorrà, non quando vuoi tu.

Angelo: Non è che io debba cercare di capire il fatto.

Luigi: No.

Angelo: La nostra parte è solo quella di alzare gli occhi e riferire a Lui.

Luigi: Di trascendere e di guardare Lui.

Pinuccia B.: Cioè pensare a Lui?!

Eligio: Ma allora per quale ragione Lui parla a me attraverso una moltitudine innumerevole di fatti che non capisco assolutamente?

Luigi: Perché in continuazione ti separi da Lui. Stiamo andando verso una meta e continuamente sbagliamo strada; quindi in continuazione abbiamo bisogno che Lui, attraverso fatti diversi, segnali diversi, ci riconduca sempre sulla strada giusta. Perché noi nel pensiero dell’io, naturalmente, non siamo uniti a Dio; siamo creati in coppia con Lui, ma non restiamo in Lui. Noi ci allontaniamo, ci disperdiamo, e Lui ci sorprende in tutte le nostre dispersioni e ci riconduce in continuazione. Ogni creatura che Lui ci fa incontrare, ogni fatto è una voce sua che ci riprende da una nostra distrazione e ci converte a Sé.

Eligio: Una voce che personalmente invia a me?

Luigi: Personalmente, si capisce, perché Lui sta dialogando personalmente con ognuno di noi.

Eligio: E che io sistematicamente non capisco.

Luigi: Non capisci perché per capire il segno ci vuole lo Spirito di Colui che lo fa. Cioè io capisco il segno nella misura in cui capisco l’Autore del segno. Più sono in amicizia, in intimità con l’Autore del segno, e più capisco il segno; ma più sono lontano dalla conoscenza dell’Autore e meno ho la possibilità di capire i suoi segni. Arrivo al punto in cui non vedo l’Autore, ma vedo solo il segno, e qui distruggo il segno.

Nel pensiero dell’io, distruggiamo il segno. Il nostro io diventa un distruttore. Nel pensiero dell’io, non uniti al Pensiero di Dio, distruggiamo il segno che vorremmo capire.

Se tu vuoi capire, non toccare il segno, rispettalo, cerca soltanto di intendere il senso, il significato, cioè l’orientamento che il segno ti dà. Ad esempio se non capisci il segno, il non capire ti crea una situazione di umiltà, quindi il bisogno che uno ti illumini. Ecco, è quello che Dio vuole. Bisogna che noi alziamo gli occhi al Maestro che ci illuminerà, perché Lui è la conclusione di tutta la sua opera.

Dio non opera, né per farci lavorare, né per farci riposare. Dio opera in tutte le cose per rivelare Se stesso a noi. Quindi è Lui la conclusione dell’opera, di tutta la legge, di tutte le creature, di tutti i segni. Allora, se noi guardiamo a Lui entriamo nel settimo giorno, conclusione di tutta l’opera di Dio. Però non possiamo guardare a Lui, ed è l’argomento di oggi, senza il Verbo di Dio.

Qui apparentemente si direbbe che siano due operatori, perché “Il Padre mio opera ed anch’io opero”. Ma solo apparentemente. In realtà l’Operatore è unico, perché il Padre e il Figlio formano una cosa sola, un Essere solo.

Eppure il Figlio si giustifica dicendo: “Il Padre mio opera ed anch’io opero”. L’opera che fa il Figlio è proprio l’opera del Sabato, del settimo giorno, in cui completa ciò che il Padre ha iniziato. Infatti Gesù stesso dice: “Io sono venuto per compiere l’opera che il Padre ha iniziato”. Il Padre crea, dà l’esistenza alle cose, ma senza giustificarle. Noi ci troviamo in questa situazione. Il Verbo è quello che invece cerca la giustificazione di tutto nel Padre. E noi, se non siamo col Verbo di Dio, cerchiamo una giustificazione altrove, distruggendo le cose: annulliamo ciò che è fatto. Con il Verbo cerchiamo la giustificazione nel Padre. Cioè il Verbo di Dio portandoci al Padre ci porta alla conclusione dell’opera. Infatti la conclusione dell’opera del Cristo è la consegna al Padre attraverso la preghiera sacerdotale, con cui consegna al Padre tutti coloro che sono stati con Lui.

Ecco la conclusione: la consegna al Padre. Ciò vuol dire che Lui viene a prendere noi dalla nostra dispersione. L’importante è che noi restiamo con Lui, con il Verbo, perché è il Verbo che ci porta al Padre. È il Verbo che parla a noi del Padre. Per questo dico che è lo stesso Essere. Non abbiamo due esseri, perché il Verbo viene a noi soltanto parlandoci del Padre. Quindi è sempre il Padre che opera. Però l’opera del Verbo è distinta perché è l’opera di giustificare nel Padre.

Pinuccia B.: Che è la stessa opera del Padre?

Luigi: È lo stesso Essere, e sono due persone diverse.

Pinuccia B.: Ma il Verbo compie la stessa opera del Padre?

Luigi: È la stessa opera del Padre, perché la conclude.

Eligio: Ecco la risposta al problema che ponevo: noi da soli non dobbiamo analizzare. Da soli non approfondiamo ma distruggiamo. Noi approfondiamo solo se uniti al Verbo. Perché non potevamo dirlo domenica scorsa?

Luigi: Domenica scorsa ci siamo fermati sulla prima parte: “Il Padre mio opera fino a questo momento” e avevamo bisogno di giustificare i sei giorni e il settimo giorno (tutta l’opera dei sei giorni che si conclude nel settimo). Avevamo detto che tutta l’opera dei sei giorni si conclude con il desiderio del settimo giorno. Dio opera nei sei giorni ed opera quindi senza di noi per suscitare in noi il desiderio di conoscere Lui; ed abbiamo la vigilia del settimo giorno. Ora, noi corriamo un rischio: possiamo arrivare alla vigilia del settimo giorno soltanto col pensiero dell’io.

Abbiamo bisogno del Verbo di Dio che ci mantenga uniti al Padre. Abbiamo detto che tutte le opere di Dio arrivano a noi attraverso questi sei giorni, quindi noi al sesto giorno prendiamo coscienza: è la creazione che comincia a prendere coscienza di esserci; a questo punto siamo come Adamo ed Eva: ci possiamo separare e dire: “sono io”. Abbiamo questo rischio di separarci da Dio e di pensare soltanto a noi stessi e al bene della cosa o alla curiosità di essa; per cui ci lasciamo portare via soltanto dal segno, dalla curiosità del segno o dalla utilità che esso ci dà. Ed è metterlo solo in rapporto all’io.

Mettendo il segno in rapporto all’io, in un modo o nell’altro, sia che guardiamo all’aspetto utilitario, sia all’aspetto dell’intelligenza, distruggiamo il segno. E distruggendo il segno, naturalmente distruggiamo il supporto sul quale ci sostenevamo: tagliamo il ramo su cui eravamo seduti e cadiamo. Quel segno o quel ramo era per sostenere noi affinché alzassimo gli occhi a Dio. Invece staccandoci da Dio, dal Verbo di Dio, pensando solo a noi, senza accorgerci tagliamo il ramo dell’albero su cui siamo seduti e cade il ramo e cadiamo anche noi. Ecco l’importanza di mantenerci sempre uniti al Verbo di Dio!

Poiché noi ci troviamo di fronte alle opere di Dio, dobbiamo mantenerci uniti al Cristo, perché il Cristo ci parla del Padre. “Io sono venuto a raccogliere e a portare a compimento l’opera che il Padre ha iniziato”. Quindi il Padre inizia l’opera, quest’opera però non si conclude senza di noi. Ma proprio perché non si conclude senza di noi, reca a noi il rischio di separarci da Dio.

Eligio: Il Padre inizia l’opera è l’equivalente che la verità si annuncia in superficie?

Luigi: Sì.

Eligio: Dio dialoga con noi con i fatti, con la creazione, annunciandoci in superficie la sua presenza; per l’approfondimento dobbiamo incontrare il Cristo.

Luigi: Sì, è il Cristo che ci porta a conoscere il Padre. Non possiamo conoscere il Padre senza il Figlio. Quanto più noi conosciamo il Padre, tanto più nel Padre abbiamo la chiave per capire i segni. Magari un avvenimento che al nostro io interessava conoscere, il Padre ce lo riserva come conoscenza all’ultimo; mentre incomincia a farci conoscere tante altre cose, perché lavora sul nostro io per mantenerci uniti. Egli soddisfa meno quello che interessa il nostro io. Per cui mentre noi avremmo tanto desiderio di conoscere certe cose, quelle il Signore ce le chiude e invece ce ne fa conoscere tante altre. Questo sempre per farci capire che è Lui il Padre di noi, e che non siamo noi quelli che stabiliscono i tempi. Infatti noi corriamo anche il rischio di strumentalizzare Dio per la nostra soddisfazione. Invece dobbiamo imparare a vivere in tutto come figli del Padre. E quindi l’iniziativa è sempre del Padre in noi.

Nino: Tu dici rimanendo uniti al Verbo.

Luigi: Al Verbo che parla a noi del Padre, perché il Padre parla a noi in tutto.

Nino: L’unione col Verbo si fa attraverso la sua parola: “Se resterete nelle mie parole, conoscerete la verità”.

Luigi: Sì, nelle mie parole”: la caratteristiche è in quelle “mie”, implica la persona.

Nino: Quindi la nostra opera di approfondimento di ogni avvenimento, di ogni cosa, va fatto alla luce di queste sue parole.

Luigi: La luce che illumina è una luce che discende dall’Alto, non è una luce che sale dal basso. Cosa vuol dire discendere dall’Alto?

Quanto più in noi si forma la conoscenza di Dio, l’amicizia con Cristo, tanto più questa luce discende anche sopra gli avvenimenti, e a poco per volta ce li illumina. Ma non ci deve essere la pretesa di anticipare l’avvenimento nei riguardi di Dio, pur correndo tale rischio.

Eligio: E meno ancora di partire dai segni per cercare di capire cosa Dio vuol dirci.

Luigi: Perché distruggiamo il segno: perdiamo il segno e perdiamo Dio.

Eligio: Domenica scorsa è stato detto letteralmente così: noi dobbiamo approfondire quanto Dio in superficie ci annuncia, perché lì non cogliamo la Verità; soltanto attraverso l’opera di apprendimento la possiamo trovare. Quindi di fronte ad un avvenimento oscuro, da dove parto per capire la volontà del Signore? Sono fermo e non capisco niente.

Pinuccia B.: Tanto più quando i dati sono contrastanti, per cui le cause possono essere diverse.

Luigi: Ma questo non interessa. Interessa invece proprio il fatto che Dio ci mette di fronte ad un muro, ad un fatto che noi non possiamo analizzare e non possiamo giudicare. Ci mette cioè di fronte ad una situazione di povertà: “Signore, chissà che cosa mi vuoi dire”. Basta questo. Perché mentre dico: “Signore, chissà che cosa mi vuoi dire”, alzo gli occhi al Signore e compio la sua opera. E il Signore mi dice: “Ma era proprio questo che io volevo dirti: volevo metterti di fronte ad una cosa che tu umanamente non puoi capire minimamente affinché tu alzassi gli occhi a me. Alzati gli occhi tuoi a me è tutto fatto!”.

Eligio: Ci sono segni molto sconcertanti, come per esempio quello del filosofo Ardigò.

Angelo: Sono tanti gli avvenimenti che sconcertano.

Luigi: Certamente.

Eligio: Sono segni che in superficie mi annunciano una certa verità; l’approfondimento, certo, se parto dal segno, non ne capisco nulla.

Pinuccia B.: Tanto più quando i segni offrono dei dati contrastanti.

Luigi: Appunto perché il problema nostro non è capire i segni, ma è capire il senso dei segni, l’orientamento che essi danno a noi.

Nino: E capire attraverso i segni la volontà sua.

Luigi: La volontà di Dio è Dio stesso.

Eligio: Ma qui si voleva approfondire che cosa intendiamo per approfondire.

Luigi: Dio è la profondità. Non lo vediamo e naturalmente non lo vedremo mai in superfice, perché richiede il superamento di tutto ciò che vediamo. Si annuncia in superfice, cioè nella situazione in cui ci troviamo (mi trovo in America, Dio mi manda i suoi segnali in America). Ci manda il segnale dove siamo noi e ci chiama ad andare dove Lui è. Il suo segno non è Lui, ma è un segno suo. Il suo segno avviene nel pensiero del nostro io.

Io sono chiuso, fossilizzato nel pensiero di me stesso?! Lui si annuncia nel mio pensiero. Io sono nel peccato?! Lui si annuncia anche nel mio peccato.

Dio ha la possibilità di penetrare tutto di noi, perché è superiore anche al nostro peccato. Quindi Lui si annuncia dappertutto. “Se io scappassi anche nel seno della terra, Signore, tu là ci sei”. Ecco, Lui è dappertutto, si fa sentire ovunque, però non si fa vedere. Il che vuol dire che Lui manda a noi il rumore, ma non vediamo l’oggetto che provoca il rumore. Ora proprio quel rumore, quell’annuncio, quel segno che Lui ci dà, quella pietra che Lui ci lancia, ce la lancia perché abbiamo a chiederci: “Chi è che mi ha buttato la pietra?”.

Noi invece nel pensiero dell’io corriamo dietro la pietra, incominciamo ad osservare la pietra. No, dobbiamo guardare chi ci ha gettato la pietra. L’importante è questo.

Direi che tutte le cose che avvengono sono delle pietre che Dio ci lancia affinché abbiamo ad alzare gli occhi a Lui. Noi siamo lontani da Lui, dal pensare Lui, allora Lui continuamente ci richiama a Sé. E guardando a Lui, Lui ha qualcosa da dirci, non della pietra ma di Sé. La pietra ormai ha concluso la sua missione. Guardando a Lui il significato della pietra è soddisfatto. Compiuto.

Eligio: Sì, è come se uno arrivando ad una casa si fermasse al campanello.

Luigi: Succede questo: guardando Lui, la Verità, l’Amore, la vita che trovo, mi fanno capire l’amore che ha avuto nel mandarmi quella pietra, mi fa capire cioè il significato di quella pietra, ma dopo che ho trovato Lui. Cioè più noi entriamo nell’intimità con Lui e più allora capiamo anche tutte le opere sue e la profondità che c’è nei suoi segni.

Prima il segno arriva a noi per smuoverci, dopo invece intenderemo anche ciò che di Lui c’è nel segno.

Angelo: Quante volte le cose si intendono dopo.

Luigi: Si intendono dopo appunto per dirci che l’intelligenza non è opera nostra. Lui è la nostra intelligenza.

Nino: Dobbiamo anche essere pazienti.

Luigi: Ma quando si dice pazienti, non vs inteso come un invito del Signore: “Voglio che tu sia paziente”, per cui se ci arriva una mosca ce la dobbiamo tenere sul naso per dimostrare la pazienza. Dio non opera per farci diventare pazienti. La pazienza è soltanto determinata dal fatto che dobbiamo aspettare tutte le cose da Dio, perché dobbiamo dipendere da Dio. Il problema non è né di sudare e né di riposare. Il problema è quello di imparare a convivere con Lui, perché vita eterna è convivenza con Lui. Ma convivere con Lui vuol dire rispettare Lui come iniziatore di tutto. Per cui nella vita eterna faremo una cosa sola con il Verbo, il quale accetta sempre l’iniziativa del Padre e conclude nel Padre, riporta al Padre. Cioè il Figlio è Colui che in tutto riconosce il Padre e riferisce tutto al Padre, e dipende sempre in tutto dal Padre.

Attualmente non siamo figli, ma siamo chiamati a diventare figli e quindi a fare l’opera del Figlio. E qual è l’opera del Figlio? “Il Figlio non può fare niente se non lo vede fare dal Padre”! Ma come lo vede fare al Padre, lo riporta al Padre, perché lo attribuisce al Padre, per cui forma una cosa sola col Padre. Ecco per cui non abbiamo due principi operatori, ma un Principio solo. Però abbiamo due Persone, perché riportando al Padre nasce dal Padre, ha in se stesso la ragione della sua esistenza, nel Padre.

 

Eligio: Come concludere in Dio le proposte che Dio ci fa in superficie? Come cioè realizzare la situazione di figli?

Luigi: Il Figlio è già un essere che ha l’intelligenza del Padre, è già un essere che nasce dal Padre, ed è una situazione diversa dalla situazione nostra. Noi nasciamo dall’abisso, dal nulla, per cui le cose arrivano a noi e noi non capiamo niente.

Eligio: Però sappiamo che sono proposte, iniziazioni del Padre.

Luigi: Per questo noi riceviamo dalle cose il movimento verso Dio; ma è un movimento cieco, perché non capiamo il segno in sé, capiamo soltanto la pietra che ci viene lanciata e che ci fa alzare gli occhi a Dio. Qui non siamo nella situazione di figlio.

Eligio: Sono chiamato a diventare figlio.

Luigi: Si.

Eligio: Cioè la pietra devo riportarla al Padre.

Luigi: No, devo riportare me stesso, non la pietra (non devo fare come il cane che va a prendere la pietra e la riporta al padrone). La pietra la lascio andare, devo trascendere il segno.

Eligio: Ma con me stesso porto la pietra. Io naturalmente devo partire dal segno, non potrei partire da me stesso, non porterei me stesso al Padre. Senza questi segni che costituiscono la pedagogia di Dio, non potrei dialogare con Dio.

Luigi: Si, certo, ci mettono in movimento verso Dio. Ma Dio ci mette in movimento verso di Sé, affinché noi in Lui nasciamo da Lui. E’ qui che abbiamo la situazione del figlio, che abbiamo una nascita nuova. Noi, mantenendoci uniti al Figlio che discende a noi, che parla a noi del Padre e ci conduce al Padre, non siamo ancora figli, fintanto che non nasciamo dal Padre come Lui nasce. Qui abbiamo la nascita nuova, abbiamo un io nuovo.

L’io che riceve la sassata è l’io che nasce dalla notte, che nasce dalle tenebre, che nasce dall’abisso. Ed è quell’io vecchio che può staccarsi da Dio e può distruggere anche i segni. Se invece raccoglie il segno di Dio, cioè resta nel Verbo di Dio che lo porta al Padre, allora dal Padre nasce un io dall’Alto, un io dal Padre. Qui abbiamo un io che si conosce, un io illuminato.

Angelo: Questo sarebbe vedere fare tutto dal Padre?

Luigi: Si, ma prima di vedere fare tutto dal Padre, abbiamo l’io nostro che nasce dal Padre, cioè ci conosciamo come figli del Padre. Ma questo presuppone l’essere andati al Padre con Cristo. Cioè è per mezzo di Cristo che noi nasciamo ed entriamo nel regno di Dio in tutto.

Nino: E in questo secondo tempo, che funzione hanno i segni?

Luigi: Entrati nel regno di Dio in tutto, i segni cominciamo ad essere illuminati, hanno la funzione di dialogo: Dio che dialoga con noi. Abbiamo in noi stessi la luce. Prima avevamo una parola straniera, ora ci troviamo tra parole amiche, dello stesso paese della nostra anima. Faccio l’esempio di una lingua straniera: prima mi trovo con una persona straniera che parla a me; in quanto mi attrae, incomincio a guardarla. Guardandola nasco da lei con la sua lingua. Nascendo così, con la sua lingua, non parla più come straniera a me, ma parla come amica, sono della stessa sua casa, sono della stessa sua patria.

Per cui il Padre parlando mi illumina i segni che fa, allora c’è la gioia, lo Spirito Santo, la gioia della partecipazione. Perché Dio parlando rivela a noi i suoi disegni, e diventa tutto chiaro; cioè ci rende partecipi. E allora la sua parola diventa un’unione sempre più intima: qui siamo nella vita eterna. È comunione con Dio.

Pinuccia B.: Noi dobbiamo stare uniti al Verbo per giungere al Padre, senza sapere che Lui è il Verbo?

Luigi: Senza saperlo, non possiamo saperlo. “Mi conoscerete allora, nel Padre. Finora non potete capire chi io sono”. È dal Padre che viene a noi la luce sul Figlio. “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre”, lo dice anche a noi. Quindi vuol dire che anche noi non possiamo conoscere Lui. Però se abbiamo interesse per Dio (ecco il problema), se abbiamo amore per Dio, se siamo attratti dal Padre, questa attrazione del Padre ci mantiene uniti a Lui, perché nessuno ci parla come Lui di quello che sta a cuore a noi. A me sta a cuore Dio? Sono attratto da Dio? Mi unisco a colui che mi parla di Dio. Non mi unisco a colui che mi parla di cose vane, non saprei cosa farmene. Non so ancora chi sia Cristo, so però che mi parla di ciò che mi interessa.

Nino: Cioè so che è Lui, per via di fede.

Luigi: Beh, a posteriori lo sai così; però anche la via di fede non è quella conoscenza che noi avremo nel Padre. La conoscenza che avremo nel Padre è una cosa molto diversa.

Nino: Se noi oggi siamo qui è perché siamo convinti per fede che Lui è via, verità e vita.

Luigi: Certo, se no saresti altrove.

 

Pinuccia B.: All’inizio hai detto che Dio opera per...

Luigi: Dio opera per farsi conoscere. Dio non opera per farci lavorare, né per farci riposare; Dio opera per farsi conoscere. Domenica scorsa si è detto che ogni cosa non capita deve diventare in noi notte che invoca l’alba. L’alba del settimo giorno, la conoscenza di Dio. È proprio l’attesa dell’alba che ce la fa incontrare. Quindi tutti i sei giorni arrivano a noi per metterci nella notte che attende, che desidera l’alba.

Ora, come la nostra anima desidera l’alba, è arrivato al compimento dei sei giorni. Cioè i segni sono compiuti in questo desiderio dell’alba, desiderio del giorno di Dio. È la fame. Ma la fame si forma proprio attraverso questo portare con noi tante cose che non capiamo. Ecco, le cose che non capiamo ci portano nella fame. Ma la fame è poi la condizione per gustare il pane. Quindi Dio opera attraverso i sei giorni della creazione. Creazione che continua anche adesso (“Il Padre mio opera anche adesso”). Quindi i sei giorni sono in ogni cosa, sono l’opera per formare in noi la fame, che è la condizione per poter gustare il pane. E noi gustando il pane, nutrendoci di esso, cominciamo a vivere.

Eligio: Però si è anche detto che la parola non capita viene dall’io dispersa e distrutta.

Luigi: Certamente. Le cose di Dio vanno giudicate nel desiderio che infondono in noi. Non capita s’intende non desiderata capire; sia nel senso che la parola è trascurata, disprezzata, sia nel senso che ci trova occupati in altro e quindi con la mente e il cuore non disponibili. Se non teniamo conto di Dio che parla con noi, ci sentiamo ricchi, perché non c’è il problema di capire. Ma se teniamo conto di Dio, capiamo la nostra povertà, il nostro niente.

Eligio: Ma io so di essere povero, so di non capire, questo però non risolve il problema.

Luigi: No, uno è povero in quanto sente il bisogno.

Eligio: Il bisogno di approfondire e di incontrare qualcuno che lo illumini.

 

Lettura dell’ultima parte della conversazione di domenica scorsa:

 

Dio riserva a Sé la formazione dell’uomo: “Io stesso verrò…”. Il futuro indica quello che tu capirai domani, ma che già opera con te. Quindi se dice: “Io stesso verrò”, è perché Lui è con te. Se Dio opera ancora ora, tutto dobbiamo accogliere da Lui, ma questo non basta; dobbiamo capire il significato, orientandoci al settimo giorno, perché se ci fermiamo al sesto giorno, rimaniamo preda delle stesse opere di Dio.

Ecco, l’opera non compiuta non può essere trattenuta. Qui abbiamo la perdita, la parola è riassorbita. È l’azione di rigetto; il corpo diventa estraneo. Tutta l’opera di Dio era per muoverci verso la sua conoscenza, ma se noi non ci muoviamo in questo senso, diventiamo estranei a tutto l’universo. E l’universo ci rigetta. Abbiamo il processo di disgregazione, di aborto.

Dio è il Principio unificatore: se manca a noi questo principio, per quanto ci affatichiamo, non riusciamo ad unificare niente. Ecco allora la necessità di: “Cerca prima di tutto Dio”, quindi: “Supera sempre tutti i tuoi problemi, anche quelli che non sono risolti, supera tutto e guarda Dio; in Dio troverai la soluzione del problema”. “Tutto il resto ti sarà dato in soprappiù”.

 

Conversazione:

 

Eligio: Ero partito dalla tua esortazione sulla necessità di approfondire, non tanto di porre dei problemi e non tanto per capire il segno in sé, ma per sapere come collegarmi a Dio attraverso il segno.

Luigi: Sì, il segno ti collega in quanto ti mette in movimento verso Dio. È Dio che quanto più è conosciuto da noi tanto più ci unisce e ci fa una cosa sola. Ecco, anche se noi non volessimo volerci bene, in Dio non potremmo farlo, perché Dio ci unisce. Invece senza Dio, per quanto diciamo: “Vogliamoci bene!”, cinque minuti dopo litighiamo, non potendone fare a meno.

Eligio: Dio è il principio dell’armonia. E chi è unito a Lui è nella gioia perché è nell’armonia. Come mai allora Gesù ha portato molta sofferenza e tristezza nella sua vita?

Luigi: Ha preso su di Sé i nostri peccati.

Eligio: Ma Lui in Dio poteva anche vedere l’esito buono delle sue sofferenze. Eppure era triste.

Luigi: Non è detto. Non è automatico. Il Cristo è morto, ma noi non siamo salvati automaticamente. Morendo ci ha dato la possibilità della salvezza.

Eligio: Ma perché Gesù pur avendo una visione universale del male morale che c’è nel mondo, pur sapendo che questo male avrebbe avuto in Dio un esito buono, era triste? Eppure sapeva che il Padre avrebbe utilizzato tutto per un fine buono.

Luigi: Si, Lui vedeva il fine buono, ma l’esito non è automatico.

Nino: Gesù ci vede nel rischio.

Luigi: Certo, ci vede nel rischio, perché l’esito non è automatico.

Eligio: Ma allora chi è in armonia con Dio e quindi con tutto, non può avere un sentimento di gioia?

Nino: Gesù è una persona particolare.

Luigi: Gesù è venuto a raccogliere quello che si disperdeva. Però ha visto anche la possibilità del rifiuto, perché Lui ha preso si di Sé il nostro peccato. Non è stata una gioia per Lui morire. La condizione per offrirci questa salvezza è stata quella di mettersi nelle nostre mani. Perché quando uno ama, si mette nelle mani dell’altro. Abbiamo fatto l’esempio di un regalo fatto ad una persona rozza: quanto più il regalo è nobile, tanto più corre il rischio di essere disprezzato, calpestato, distrutto.

Ora, non è che Dio abbia fatto un regalo extra. Dio ha donato Sé stesso nelle mani dell’uomo, e quindi ha subito tutte le conseguenze di questo dono. Dio creandoci si è messo Lui in noi, e noi lo trascuriamo. E trascurare, non tener conto, vuol dire uccidere.

“Non per gioco – dice il Signore - io vi ho amati”. Non è stato un gioco, non è stato un divertimento: si è veramente dato. Noi non ci rendiamo sufficientemente conto che effettivamente noi portiamo il dono di Dio in noi. Dio si è veramente dato a noi! E questa è la condizione assolutamente necessaria per aprirci alla vita eterna. Ma non automaticamente arriviamo alla vita eterna.

Eligio: Ma chi è unito a Dio, che è in armonia con Dio, prova un sentimento di gioia, no?!

Luigi: La gioia è armonia.

Eligio: Mi ha stupito molto allora questa espressione: “Gesù non ha mai riso”. E allora noi?

Luigi: Ma noi non siamo capaci di portare il carico di Gesù.

Pinuccia B.: Però la gioia è un dono di Dio.

Luigi: Sì, anche il dolore è dono di Dio. Anche Gesù ha avuto della gioia, perché esultò di gioia: “Padre ti ringrazio…”. Altre volte disse: “Non ho mai trovato tanta fede in Israele…”, quindi ha avuto qualche soddisfazione.

Nino: Ha avuto l’amicizia.

Luigi: Certo, Lui ha ringraziato anche i suoi discepoli, all’ultimo, per essere stati con Lui nella prova. Quindi ha avuto conforto. Però nello stesso tempo ha avuto momenti di grande tristezza. Certo, non ha mai riso; non ha mai raccontato barzellette, per esempio. Lui portò una missione molto grave. E noi non abbiamo certamente il suo spirito, la sua intelligenza, la sua grandezza e l’amplitudine della sua mente. Noi siamo molto difettosi, per cui di fronte ad una inezia (magari vicino abbiamo un abisso) ridiamo e scherziamo, facciamo dell’umorismo e non ci accorgiamo di quello che ci sta attorno. Lui no!

Eligio: Però dobbiamo riferirci a Lui.

Luigi: Certo, è logico.

Eligio: Come mai noi che siamo creature imperfette proviamo un senso di gioia, mentre Lui prova un senso di pena?

Luigi: Facciamo l’esempio: stiamo scivolando sulla neve in montagna verso un burrone che non vediamo e ridiamo contenti. Dio che vede dall’alto dice: “Che disgraziati, stanno scivolando verso la morte e dicono che è bello scivolare giù”. Lui vede il precipizio verso cui stiamo andando, mentre noi non lo vediamo. È una gioia di superficialità.

Eligio: Ma San Paolo parla di gioia vera.

Angelo: Lo Spirito è gioia.

Luigi: Lo Spirito Consolatore, lo Spirito di Verità. Gesù dice: “Quando verrà lo Spirito di Verità vi darà una gioia che nessuno più vi potrà togliere”; questa è la gioia dello Spirito Santo. Quando si è nello Spirito Santo siamo nella salvezza. Qui, con Cristo siamo in un processo di tragedia.

Nino: Gesù dice che il suo giogo è leggero, però Lui aveva altri problemi dai nostri.

Pinuccia B.: Però quando dice: “Affinché la mia gioia sia in voi”, parla della sua gioia. Dice chiaramente che Lui ha la gioia.

Luigi: Sì, certo, la gioia del Padre. E’ la gioia come Persona, Figlio del Padre. Ma in quanto Lui ama noi, quindi si incarna per noi, prende su di sé noi; e qui abbiamo la croce. Noi siamo una croce per Lui: siamo molto più croce che gioia. Si capisce, il giorno in cui arriviamo a Pentecoste, entriamo in un'altra fase, la fase della gioia, in quanto abbiamo superato il periodo critico. Perché fintanto che noi siamo dispersi da tutte le cose…

Pinuccia B.: …siamo causa di croce per Lui.

Luigi: “Fino a quando vi sopporterò?” dice Gesù. E lo dice ai suoi apostoli, non lo dice ai nemici. “Fino a quando vi sopporterò? Siete anche voi senza intelligenza, non capite niente?”. E Lui con pazienza sempre a spiegare con parabole; e loro a fargli la questione “chi è il primo? Chi è il secondo? Ci manca il pane! Come faremo qui? Come faremo là?”. Insomma: “Fino a quando vi sopporterò?”. Era un motivo di tristezza, perché la tristezza non si riceve dai nemici. La vera tristezza si riceve dagli amici, cioè dalle persone da cui uno si aspetta molto di più, perché in esse ha confidato di più. “Io vi ho chiamato amici perché vi ho fatto conoscere tutto ciò che ho ricevuto dal Padre mio”. E sono amici che nel momento critico scappano. Tutti se ne vanno. Il primo di tutti addirittura arriva a dire: “Io non l’ho mai conosciuto! Non so nemmeno chi sia!”.

Ti rendi conto di cosa vuol dire questo? Non è gioia prevedere tutto questo.

Ora, Lui ha preso su di Sé tutto questo, perché quando risuscita, dice: “La pace sia con voi!”. E a chi lo dice? Proprio a quello che due giorni prima aveva detto: “Io non conosco quell’uomo!”. Eppure Gesù ritorna. E come fa a dire: “La pace sia con voi”?

Perché è morto per noi. E in quanto è morto, ritorna e può dare la pace. Solo Lui può darla. Però la sofferenza c’è stata. Indubbiamente come Figlio di Dio non è morto. Lui è morto in quanto si è fatto figlio dell’uomo, cioè si è messo nelle mani dell’uomo. E l’uomo l’ha ucciso. E questo non è gioia.

Ora teniamo presente che Cristo è rivelatore di quello che avviene nella nostra anima con Dio. Cosa vuol dire che Cristo si è dato, si è fatto figlio dell’uomo?

Vuol dire che Cristo si mette nelle nostre mani. Dandoci la vita, dandoci l’esistenza, dandoci la possibilità di pensarlo, Dio stesso si mette nelle nostre mani. E noi lo trascuriamo, lo uccidiamo. Cristo ci rivela questo mistero, ci ha rivelato una volta per tutte quello che avviene nella vita di ognuno di noi. Siamo miliardi che compiono tutto questo. Eppure è necessaria questa morte, perché proprio attraverso questa morte la creatura si apre alla conoscenza di Dio.

Eligio: Nell’unione con Dio penso sia possibile accogliere con gioia un fatto drammatico. Sant’Ignazio di Antiochia è andato incontro ai leoni con gioia.

Luigi: A volte noi pensiamo che il grande dolore sia quello fisico. Anche Sant’Ignazio di Antiochia se avesse visto un’anima dannarsi non l’avrebbe accolto con gioia, ma avrebbe provato sofferenza, molta, molta di più che l’essere sbranato dai leoni. Perché ad un certo livello, il fisico conta pochissimo. Anche Cristo ha sofferto molto di più nel Getzemani, e fu tutto un dolore morale.

 

Angelo: A me è rimasto come pensiero l’importanza della conoscenza di Dio.

Luigi: Ma è necessario il superamento di tutti i segni; ci vuol sempre questa trascendenza. Quindi non fermarti nemmeno ad analizzare i segni: non è questo il problema. È necessario prendere contatto con Dio.

Angelo: Quindi non mi deve tanto importare di arrivare a conoscere il significato dei segni, quanto quello di pensare subito al Signore.

Luigi: Certo, perché nell’analisi del segno è il nostro io che si afferma. È il nostro io che diventando assoluto vuole assorbire tutto. Perché il nostro io, come si stacca da Dio, prende subito il posto di Dio, diventa un assoluto. E allora non può sopportare il mistero. E deve analizzare. Di lì viene la necessità di fermarsi al segno e di analizzare, e non si accorge che lo distrugge. Invece con Dio noi possiamo sopportare. Con Dio sopportiamo il mistero e lo superiamo.

Silvana: Quindi riferiamo a Dio e abbiamo il pensiero a Dio, e poi?

Luigi: In Dio la preoccupazione diventa conoscere Lui per scoprire la sua Presenza.

Silvana: In quei segni?

Luigi: Bisogna dimenticare il segno. Il segno è servito soltanto per lanciarci. L’esempio della pietra mi sembra che aiuti. Il segno è la pietra lanciata. Dio ci lancia la pietra affinché guardiamo a Lui, perché ci eravamo dimenticati di Lui. Dio ha cose nuove da dire a noi. Non vuole spiegarci la pietra che ci ha lanciato, ma qualcosa di Sé.

Silvana: Le cose hanno due aspetti: l’aspetto che si riferisce a noi e l’aspetto eterno, che si scoprirà nella vita eterna.

Luigi: Più noi siamo in amicizia con Dio, più noi abbiamo la possibilità di vedere ciò che di Sé Dio ci significa in tutto. Chi dà a noi la possibilità di vedere l’aspetto eterno di tutte le sue opere è Dio stesso. Senza Dio noi vediamo soltanto l’aspetto orizzontale, tra il nostro io e la cosa. Più conosciamo Dio e più abbiamo la capacità di vedere. Ecco perché Gesù dice: “Cercate prima di tutto Dio”. C’è un panorama bellissimo: non fermarti, cerca prima di tutto Dio. È Dio che lo sta facendo. È Dio che ti sta parlando in questo momento, davanti ai tuoi occhi; è una pietra che ti lancia perché tu alzi gli occhi a Lui. Lui ha qualcosa più importante dell’erba o del panorama che è già tanto bello. Più noi conosciamo Lui e più intendiamo che cosa di Sé ci significa in noi attraverso queste cose. Ma è l’amicizia con Lui, soprattutto la scoperta della sua Presenza in noi. Perché Lui è in noi che parla e crea le cose, è dal di dentro di noi.

Silvana: Supponiamo che io riesca a farlo …

Luigi: Non è che tu ci riesca. È Lui che può riuscire in te.

Nino: Io penso che la conoscenza dei segni sia progressiva e nella misura in cui chiediamo la luce, Lui non si nega mai e qualcosa ce lo fa capire subito.

Luigi: Si, può anche essere… Ma non è sufficiente dire: “Devo chiedere la luce su questo …”. Lui ha qualcosa di più importante da comunicarci che non l’avvenimento in sé e il perché di esso. Certo, può chiarirlo, ma l’essenziale è al di sopra del segno.

Nino: Quando chiediamo luce, avendoci già elevati al suo Pensiero, a me sembra che ci dica immediatamente qualcosa che poi col tempo si chiarifica sempre di più.

Eligio: Se il denominatore comune di ogni fatto è quello di riportarci a Lui, per quale ragione Dio mi manda tanti segni diversi?

Luigi: Perché noi continuamente ci separiamo da Dio. Se Lui ripetesse soltanto lo stesso segno, lo stesso segno ripetuto non farebbe più presa, non sarebbe più valido in noi. Per questo ci manda segni diversi. È la molteplicità della creazione che sotto un certo aspetto denuncia la molteplicità delle nostre distrazioni da Lui. Ogni nostra distrazione chiede a Dio un segno nuovo, perché il segno nuovo ci riporta a Dio, il segno vecchio non ci riporta più. Se Lui fosse monotono, nella monotonia diremmo: “Questo è una storia vecchia!”, non vi faremmo più caso. Non premerebbe più su di noi. Invece Lui ci sorprende. I fatti sono dono di Dio. Lui arriva fino al dono totale di Sé.

Come Lui dona se stesso, il tempo è finito. Non abbiamo un tempo infinito. Dio arriva a donare tutto Se stesso. Incomincia con segni elementari per arrivare a donare il suo stesso Pensiero. Ma sono sempre fatti nuovi che ci sorprendono, gravi o meno gravi. Quante volte noi abbiamo bisogno di essere scioccati proprio da cose grandi, come un terremoto?! Proprio perché siamo tanto lontani, abbiamo bisogno di essere sollecitati con prove dolorose: tanti nostri fratelli che devono morire per risvegliare la nostra anima, perché la nostra anima è diventata molto ottusa, molto dura. E allora ha bisogno di avere dei richiami molto forti.

E’ come l’uomo abituato a vivere per mangiare: ad un certo momento non c’è più nessun cibo che lo attragga e ha bisogno di caricare il sapore con delle droghe, sempre maggiori, fino a che si avvelena. Noi abbiamo bisogno di essere caricati, perché ci induriamo molto nelle nostre distrazioni da Dio. Ogni allontanamento da Dio aumenta lo spessore che ci separa; e questo spessore richiede da Dio un’opera imponente per essere rimosso, per richiamarci.

Eligio: Si, però è anche vero che Dio, fa la stessa opera per chi è già unito a Lui.

Luigi: Ma quella è un’altra cosa. Lì abbiamo il dialogo, dialogo intelligente, dialogo illuminato, attraverso cui la creatura non è più scioccata, non è più presa a sassate. Abbiamo Dio che parla affabilmente con la creatura, facendo vedere le opere sue, l’amore che Lui ha in tutto. Ad esempio, questi argomenti che stiamo trattando, se li trattiamo ponendoci il Pensiero di Dio, questi ci illumina le sue parole. Sarebbe una cosa diversa considerarli senza il Pensiero di Dio. Col Pensiero di Dio si crea dell’armonia tra la nostra anima e Dio. D’altronde perché sentiamo il bisogno di queste cose di Dio?

Tenendo presente Dio ci accorgiamo che si crea dell’armonia e quindi della gioia, della pace tra noi e Lui; scopriamo qualcosa di più intimo di Lui, scopriamo l’amore suo.

E perché abbiamo bisogno di scoprire l’amore suo?

Perché più noi scopriamo l’amore suo e la sua Provvidenza e più ci fidiamo. E più ci fidiamo e meno facciamo conto su altre cose e quindi meno ci lasciamo portare dalla paura, dalle dispersioni. Quindi la tanta conoscenza di Lui ci porta a far conto su di Lui. Ma più io faccio conto su di Lui, e più sono libero da tutte le altre cose. È la grande liberazione. È Lui il Liberatore. Ma è il Liberatore nella misura in cui si fa conoscere da noi.

 

Silvana: Non c’è mai la possibilità di riportare tutto a Dio, perché riportando tutto a Dio così, non si sarebbe mai presenti a quello che Dio ci propone continuamente.

Luigi: Si, ci fermiamo.

Silvana: Perché Dio ci propone continuamente molte cose e non si può essere presenti a tutte. Pensavo ad esempio sul lavoro: addirittura non potrei nemmeno più farlo.

Luigi: Certo.

Silvana: Però se fossi già a quel livello, Dio mi metterebbe in un ambiente diverso.

Luigi: Si, però dovrebbe anche essere che Dio chiami.

Eligio: Eppure mi trovassi anche in una somma grossa di fatti, se io fossi rivolto al Signore, perché non potrei riferire tutto a Lui?

Luigi: Si, ma bisognerebbe avere un’intelligenza molto grande, perché indubbiamente nella molta amicizia con Dio, nulla può farti perdere l’unione con Lui. Anzi, Dio ti illumina il significato di ogni cosa che stai facendo, per cui quasi gioisci con Dio che ti sta parlando attraverso queste cose. Questo deriva dalla tanta conoscenza e dalla tanta amicizia con Dio. Perché Dio comprende tutto. Non c’è niente che ci distacchi, che ci separi da Dio. Però ci sono tante cose che quando uno ha trovato Dio non le fa più. Ad esempio tante vanità che noi sottolineiamo, che descriviamo, che accontentiamo, naturalmente con Dio non si fanno più. E diventa liberatorio anche in questo senso: non ti concede più di fare certe cose e ti rende invece molto disponibile per altre cose. Si arriva al punto in cui non racconti neppure una barzelletta, perché Dio ti occupa a tempo pieno in un altro campo che è molto più valido, molto più importante, molto più comunicativo delle barzellette stesse.

Pinuccia B.: Allora la risposta che ha dato Silvana alla domanda che si poneva è giusta?

Luigi: No, lei dice: “Dio mi libera”. Può anche darsi che Dio presentandole certi problemi la inviti ad un certo distacco, ad un certo superamento. Non è detto. “Dio mi fa cambiare”; certo, è Lui che fa cambiare; però Lui fa anche delle proposte di cambiamento.

Pinuccia B.: Mettendo un desiderio, per esempio.

Luigi: Mettendo un desiderio o mettendoci nella possibilità di cambiare. Però c’è sempre un rischio, perché si può vedere la possibilità di un passaggio, in un lavoro per esempio più liberatorio, che rende l’animo più disponibile a Dio; ma si può anche vederlo nel pensiero dell’io, e quindi di vedere quello che si sta perdendo, perché magari pagano di meno, o perché la mia vanità è soddisfatta meno. Si resta in gioco tra l’io e Dio. C’è il rischio che Dio faccia la proposta e che non si accetti il passaggio, o che non veda il passaggio. E allora diciamo: “Dio non mi ha liberato”. Invece Dio mi dirà: “Io ti avevo offerto la possibilità, però ti avevo chiesta la partecipazione”. Vedi, Dio non opera in modo automatico. Dio opera sempre rispettando, quindi facendo proposte a noi. Quando dice: “Non preoccuparti del mangiare o del vestire, ma cerca prima di tutto il regno di Dio”, è una proposta che ci fa, non è un’imposizione.

Nino: Noi dobbiamo pagare la prova d’amore di Dio, rinunciando a qualcosa di noi stessi.

Luigi: Sì, Lui ci dà una certa somma di denaro, che dobbiamo spendere per possedere il suo campo.

Nino: Ma il fatto è che noi abbiamo paura di rinunciare a noi stessi e c’è addirittura gente che non legge il Vangelo per non impegnarsi.

Luigi: Ma anche quando uno legge il Vangelo, con facilità trova giustificazioni per non impegnarsi in quell’unica cosa necessaria. Cristo invece ci libera continuamente proprio richiamandoci a quest’unica cosa necessaria. Cosa vuol dire fare l’unica cosa necessaria se non fare un salto mortale? Ecco, supera il segno.

In quanto ci dice “Una cosa sola è necessaria”, ci dice: “Supera i segni!”. C’è il rischio del mangiare e del vestire, del dormire. “Supera, supera! Ci penso io! Occupati di me!”. Perché ci invita a questo? Perché Lui è uno che ci impegna molto, perché ha tanti doni da dare di Sé a noi e che non li può dare se la nostra anima non è disponibile. Non è che Lui voglia che non ci preoccupiamo del mangiare o del vestire perché Lui vuole che ci riposiamo o lavoriamo diversamente. Non è quello. È perché Lui ha dei doni che esigono disponibilità. Tutto quest’universo noi diciamo che è molto bello, ma è niente in confronto ai doni che Dio ha da dare a noi per la rivelazione di Sé; però questi doni, che sono i doni del settimo giorno, non li può dare senza la nostra disponibilità.

Bisogna quindi che la nostra anima si renda disponibile. Se uno ha da parlare a me di cose molto importanti, ma io continuamente sono occupato in questo e in quell’altro, quelle cose importanti non me le può dare. Quindi continuamente mi manderà tanti richiami: “Ma senti, vieni a parlarmi, guarda che ho delle cose importantissime da dirti!”. Ecco, il giorno in cui io morirò, scoprirò che quel tale aveva un tesoro enorme da darmi, che mi avrebbe trasformato la vita, ma io non ho mai avuto tempo.

I richiami Dio ce li manda (siamo in superficie), ma se non ci rendiamo disponibili, non possiamo ricevere i doni veri. Sentiamo parlare tanto di essi, ma non li riceviamo, perché per ricevere bisogna che l’anima sia disponibile. Soprattutto la mente deve essere disponibile.

Si accennava ora che Dio è un Essere Unico in tre Persone. Noi non ci rendiamo conto quale importanza abbia sapere questo. Però quanta disponibilità di mente e di cuore ci deve essere per poter accogliere certe verità. Altrimenti arriviamo a dire: “Che differenza fa che Dio sia Uno in tre Persone o che non sia così?”. Eppure se Dio lo annuncia è perché il suo dono, la conoscenza di questa verità, deve essere di un’importanza enorme per la nostra vita. Però magari richiede cinquant’anni di deserto (nel senso di disponibilità di animo per quello), e noi i cinquant’anni di deserto magari non li faremo mai. E il Signore ci chiederà: “Come mai io ti ho mandato tanti richiami. E tu?”. E noi risponderemo: “Ma io avevo bisogno di mangiare, di lavorare, di fare bella figura davanti agli altri!”. E Lui: “Ma io ti avevo detto che io avrei pensato a tutto!”. Allora questa è sfiducia: facevamo più conto su di noi, sulle nostre forze, sulle nostre capacità, che su Dio. In fondo c’è una mancanza di fede.

Se noi fossimo sicuri di avere un padre che è potentissimo, che è ricchissimo, e noi stessimo a faticare, a lavorare, e Lui ci dicesse: “Lascia stare, ci penso io a tutto, vieni solo ad ascoltare quello che io ho da dirti!”, e se noi rispondessimo: “Se vengo da te non mangio più.”, che offesa gli recheremmo? Abbiamo paura che Lui non provveda, e intanto non andiamo ad ascoltare quello che Lui ci vuol dire.

Ora, Dio sta adoperando questo linguaggio in tutte le cose: “Non preoccuparti, già tutto è fatto; la tavola è pronta, sta tranquillo; i vestiti sono già pronti su misura per te”. E noi continuamente a chiederci: “Come faccio a vestirmi? Come faccio a mangiare?”. E intanto non ci accorgiamo di quello che perdiamo, perché non ci rendiamo disponibili.

Cina: E la vita passa.

Luigi: E la vita passa. Perché è Lui la vita, e noi non ci accorgiamo che perdiamo la vita. Preoccupati del mangiare e del vestire per vivere, perdiamo la vita.

Pinuccia B.: Noi ci preoccupiamo, mentre il Signore ha già fatto tutto un suo piano.

 

Teresa: I segni ci sono dati per farci alzare gli occhi a Lui.

Luigi: “Alzati e cammina”.

Teresa: Cioè riferire tutto a Lui. Ma se noi andiamo a Lui, già non ci interessano più i segni. Magari adesso siamo preoccupati di conoscere i segni, perché nel pensiero del nostro io vogliamo sapere il perché e il come, ma una volta che guardiamo a Dio, essi non ci devono più interessare, perché essi erano solo per farci alzare lo sguardo a Lui.

Luigi: In Dio e con Dio, Lui continua a parlare, le sue parole ci mantengono in comunione.

Teresa: Ma tante cose non ci interessano più.

Luigi: Certo, perché tante cose sono relative soltanto al nostro io sbagliato. Per cui quando si è con Dio non se ne ha più bisogno, sono superate. Quando si ama una persona, se si è lontani si ha bisogno di tanti segni, ma quando si è vicini non si ha più bisogno di essi, non interessano più, perché c’è qualcosa di più. Si continua a comunicare anche nel silenzio. Ci sono dei segni diversi. I segni sono rapportati sempre ad una nostra situazione.

Il segno è segno in quanto è abbassamento al livello in cui ci si trova. Quindi è sempre Dio che si adegua. Naturalmente cambiando noi, cambia anche il segno. L’Iniziatore però anche nella comunione è sempre Dio; cioè è Dio che ci mantiene uniti a Sé, non siamo noi che ci manteniamo uniti. È Dio che parlando a noi ci unisce. Senza di Lui noi non possiamo restare uniti.

La molteplicità di tutti questi segni (noi diciamo infinito), è opera di Dio che ci parla per non lasciarci cadere nel nulla; ci sorprende nella nostra povertà, nella nostra miseria, perché abbiamo bisogno di una materialità così. Eppure guarda che mondo bellissimo, che universo stupendo sta facendo a livello nostro, per richiamarci a Sé. E sono tutti i segni che sono opera di Dio a livello della nostra povertà, della nostra incapacità.

Teresa: Quindi i segni dopo avranno un altro valore.

Luigi: Certo.

Pinuccia B.: Ci portano a una maggiore conoscenza di Lui.

Luigi: Creano una maggiore comunione. Adesso i segni ci richiamano a qualche cosa; di fronte a uno spettacolo come questo siamo richiamati a Dio che fa, a Dio che opera, che disegna, ma sono richiami che richiedono da parte nostra una certa fatica, un certo sforzo. E’ la difficoltà che abbiamo a restare con Dio. Continuamente ci allontaniamo.

Nino: Sono parole di uno di cui non conosciamo la lingua; dopo saranno parole di uno di cui si conosce la lingua.

Luigi: Eppure anche in questa estraneità, in questa nostra lontananza, Dio dice delle parole che hanno una loro bellezza; e che proprio perché hanno una loro bellezza con facilità ci mettiamo a correre dietro alle creature e dimentichiamo il Creatore. Perché indubbiamente in tutti i segni Dio pone qualcosa di Sé. Perché Lui non fa altro che significare Se stesso.

Teresa: Quando per la strada uno mi fa un cenno, capisco che mi vuole parlare, ma non so ancora quel che mi vuol dire.

Luigi: Certo, e tu puoi fermarti o non fermarti.

Teresa: Arrivo a sapere ciò che mi vuole dire solo se mi fermo.

Luigi: Ma il più delle volte noi non siamo capaci a fermarci, perché abbiamo fretta. E poi nel giudizio il Signore ci dirà: “Ero io!”, “Ero io!”, “Ero io!”; e ci ripeterà all’infinito: “Ero io!”, “Ero io!”, “Ero io!”.

Teresa: Non abbiamo fiducia in chi ci alza la mano per fermarci.

Luigi: Non abbiamo fiducia e abbiamo troppa fretta. Ora, nel tempo di riflessione personale, fermiamoci su questo: “Anch’io opero”, cioè cerchiamo di vedere in che cosa consiste l’opera del Figlio. Gesù stesso dice: “Io sono venuto per portare a compimento l’opera che il Padre ha iniziato”. Qui si tratta di approfondire questo: “Il Padre mio opera e anch’io opera”. Non si tratta di due Principi operatori, ma di uno stesso Essere Operatore; perché il Verbo di Dio opera e ci fa capire che l’opera del Padre è un inizio che ci mette in movimento e che non si compie senza il nostro io, ma l’io unito al Verbo di Dio che ci parla del Padre.

Pinuccia B.: Unito al Cristo, perché uno non sa ancora che il Cristo è il Verbo.

Luigi: Si, unito al Cristo. Però il Cristo è la parola di Dio a noi; è parola del Padre, ci parla del Padre. Perché tu segui il Cristo? Segui il Cristo perché ti parla di Dio.

Tu potresti seguire il Cristo anche se hai il pallino della rivoluzione, perché credi che Cristo sia un rivoluzionario, non perché ti parla del Padre. E allora tutte le pagine in cui Lui parla del Padre le trascuri, e guardi invece alle parole: “Guai a voi ricchi”, “Guai a voi che siete soddisfatti”; esalti queste parole e distruggi le altre. Allora sei attratta da altri motivi, non sei attratta dal Padre. In questo caso tu credi al Cristo, ma non segui il Cristo, segui te stessa, il tuo problema. “Soltanto chi è attratto dal Padre può venire a me”.

Quando noi leggendo il Vangelo dobbiamo superare certe pagine, non possiamo raccogliere certe parole, vuol dire che in noi non c’è il vero problema di Dio, ma c’è un altro problema. Se invece c’è in noi il problema di Dio, tutte le parole del Cristo sono valide e devono essere raccolte con tanta attenzione perché ci parlano del Padre.

L’argomento è questo: “Anch’io opero”. In che cosa consiste questo operare del Figlio in giorno di Sabato?

Pinuccia B.: Va visto anche riferito ad ognuno di noi?

Luigi: Cristo parla e opera per ognuno di noi. Opera per portarci al Padre, per non lasciarci in queste cose non comprese. Il Padre opera senza dimostrarci le cose; il Figlio invece ci porta la dimostrazione.

Pinuccia B.: E riferito a noi questo: “Anch’io opero”, significa che devo unirmi al Cristo per portare a compimento l’opera del Padre, per entrare nel settimo giorno?

Luigi: Si, per entrare nel compimento. Non possiamo arrivare al compimento senza di Lui: “Nessuno può conoscere il Padre senza di me”. Anzi: “Senza di me non potete fare niente”, il che vuol dire che: “Senza di me fate niente”. Cioè senza di Lui noi distruggiamo tutto, facciamo niente e perdiamo anche i segni. Noi vogliamo trattenere i segni, proprio perché siamo interessati, sotto qualche aspetto, e trascuriamo Dio. Ma trascurando Dio, ci accorgiamo di arrivare anche a perdere proprio quei segni per i quali abbiamo trascurato Dio. Perdiamo Dio e perdiamo i segni. E’ la conclusione di tutto. “Io preferisco la creatura al Creatore credendo con ciò di trattenere la creatura per me”, ma trascurando il Creatore, si perde anche la creatura, per cui non abbiamo più il Creatore e non abbiamo più la creatura. Questa è la conclusione ultima. “Vi sarà tolto anche tutto quello che credete di avere”.

Quindi è proprio un lavoro di intelligenza il fatto di lanciarci subito in Dio. Cioè: “Portati subito in alto! Ecco, andando in alto, vedrai bene; dal basso non puoi vedere bene!”. Abbiamo già visto l’opera del Padre, ora vediamo in che cosa consiste l’opera del Figlio.

Pinuccia B.: E l’operare dello Spirito Santo lo vediamo poi? Cioè nel settimo giorno?

Luigi: Certo.

Nino: Chiederci in che cosa consiste l’operare del Figlio equivale a chiederci chi è Gesù per noi? È una domanda belle e interessante.

Luigi: Lui dice: “io pure opero”. Qui abbiamo una distinzione tra l’opera del Padre e l’opera del Figlio.

Pinuccia B.: Ed è la stessa opera?

Luigi: È la stessa opera.

 

Luigi: Sembra semplice dire “Cerca prima di tutto il regno di Dio”. Ma proviamo un po’ a cercarlo veramente prima di tutto e vedremo cosa succede nella nostra vita.

Prima abbiamo bisogno di essere ammoniti, poi dobbiamo separarci da tutto il resto per cercare prima di tutto il regno. E una volta messo prima di tutto Dio, quale panoramica di vita nuova entrerebbe in noi! Una conoscenza nuova, una nascita nuova. Eppure mettere prima di tutto il regno di Dio è solo il primo passo, è il portico che fa entrare nel tempio, ma è solo il portico. Non si entra nel tempio se si sottomette tutto a Dio, cioè se non si mette prima di tutto Dio.

  

 

II PARTE

 

Cina: Non ho capito bene la differenza dell’opera del Padre e dell’opera del Figlio. Penso che il Figlio non operi mai disgiunto dal Padre, ma che siano veramente una cosa sola.

Luigi: Certo, però Gesù stesso dice: “Io sono venuto a portare per compimento ciò che il Padre ha iniziato”, vuol dire che c’è una differenza. Cioè il Padre inizia un’opera la quale può essere compiuta solo per mezzo del Figlio. Il significato sta lì.

 

Teresa: Dio ci ha preparato l’orecchio per l’ascolto. Perché qualcuno poi ci parlasse. Ed è il Cristo che ci parla e parlando ci rivela il Padre. Quindi la sua opera non è disgiunta da quella del Padre.

Luigi: No, non è disgiunta, è un Essere solo.

Teresa: Se il peccato è non tener presente Dio, Cristo guarendo in giorno di sabato, ci fa capire che ci guarisce spiritualmente ricollegandoci al Padre.

Luigi: Si, viene a riportarci al Padre in quanto siamo staccati, separati dal Padre. E anche quando siamo attratti dal Padre, Cristo adempie la sua opera, perché ci porta a compimento nel Padre. Noi possiamo anche essere attratti dal Padre, ma non è sufficiente per arrivare al Padre; perché per quanto noi sentiamo il desiderio, il bisogno di conoscere Dio, noi da soli non possiamo.

Si tratta di precisare l’opera del Figlio e la diversità che c’è tra il nostro bisogno di conoscere Dio e l’opera che il Figlio fa con noi, portandoci là dove noi desideriamo arrivare. Perché noi da soli non possiamo arrivare, abbiamo bisogno del Figlio.

Teresa: Cristo porta a compimento l’opera del Padre, in quanto il Padre ci vuol dare la vita (“La vita vera è conoscere Te, o Padre”). La vita l’abbiamo attraverso la Parola, il Verbo, Cristo che porta a compimento.

Luigi: Si, porta a compimento l’opera che il Padre ha iniziato.

Teresa: Il Padre ha iniziato l’opera formando l’orecchio e continua a formarlo; il Figlio parla e quindi ci porta al Padre.

Luigi: Si, in quanto il Padre opera, opera per rivelare Se stesso, però c’è bisogno dell’opera del Figlio, perché noi corriamo un rischio nell’opera del Padre. L’opera del Padre si conclude in noi con la formazione del desiderio di conoscere il Padre, la verità. Ma il rischio che corriamo è quello di restare nel desiderio di conoscere come bisogno nostro e quindi disuniti da Dio.

Pinuccia B.: Come sarebbe: “Come desiderio nostro”?

Luigi: È quello di cui abbiamo parlato prima. Noi ci fermiamo al desiderio di conoscere e proiettiamo questo desiderio di conoscere sul segno e finiamo di analizzare il segno, di penetrare nel segno. Perché noi, sentendo il bisogno di conoscere, questo bisogno di conoscere lo proiettiamo su ciò che abbiamo bisogno. Perché il bisogno di conoscere si forma in quanto Dio parla a noi attraverso i segni. I segni sono misteriosi e provocano in noi una situazione di povertà. Nella situazione di povertà noi cerchiamo di supplire a questa povertà, cercando di penetrare i segni. Ma penetrando i segni perdiamo Dio e perdiamo i segni, perché i segni più che penetrati vanno superati, cioè capiti nell’orientamento che infondono in noi, nella nostra anima. Anche noi siamo chiamati a diventare figli, ma noi nasciamo dal nulla, dal mondo, per opera di Dio.

C’è una differenza sostanziale tra il Figlio di Dio che nasce da Dio e noi che nasciamo dal mondo e siamo chiamati a diventare figli di Dio. E proprio in quanto nasciamo dal mondo, corriamo il rischio, nel desiderio di conoscere (opera del Padre), di proiettarci sul mondo e quindi di perdere Dio e di perdere il mondo. Ecco, allora abbiamo bisogno del Figlio di Dio che discenda: “Nessuno può salire al cielo se non Colui che discende dal cielo”. È il Figlio quindi che discende dall’Alto, che nasce da Dio, che ci può riportare a Dio. Per Figlio noi intendiamo Colui che nasce da Dio. Colui che nasce da Dio può dare la mano a noi che nasciamo dal mondo e che ci apriamo alla fame e al desiderio di conoscere Dio; ma con questa fame non possiamo arrivare a conoscere Dio, perché abbiamo bisogno di essere raccolti. Ecco il Verbo di Dio che discende da Dio. Lui ha la possibilità di portarci in alto, quindi raccoglie la situazione in cui ci troviamo. Può essere una situazione di peccato, come può essere una situazione di bisogno di Dio, di attrazione per Dio. In che cosa consiste questa saldatura? Come e quando avviene questa saldatura tra Lui che discende e noi che saliamo? E che salendo possiamo arrestarci a metà strada e quindi rifletterci sopra l’elemento mondo, perdendo quindi naturalmente Dio e perdendo il mondo?

Pinuccia B.: Se ho capito bene allora dobbiamo alimentare il bisogno di Dio, ma non fermarci al bisogno di conoscere i segni di Dio.

Luigi: Il bisogno di Dio in noi è Dio stesso che lo alimenta, però noi possiamo proiettare questo bisogno su quell’elemento misterioso che si presenta a noi, che è il segno. Perché il segno di Dio indubbiamente per noi è misterioso. Tutte le opere di Dio sono misteriose.

Pinuccia B.: Perché è Dio che è misterioso.

Luigi: No, sono misteriose perché si illuminano solo in Dio e con Dio.

Pinuccia B.: Però Dio è un mistero per noi.

Luigi: Dio indubbiamente per noi è mistero, ma è un mistero che vuole donarsi, vuole rivelarsi. Dio vuole farsi conoscere a noi con più facilità di quello che si fanno conoscere le creature. Per noi è più facile, per l’opera di Dio, conoscere Dio che conoscere le creature. Noi crediamo di conoscere le creature ma non le conosciamo. A noi sembra sia più facile conoscere le creature, ma non è così.

Nino: Si, perché per conoscere le creature dobbiamo conoscere Dio e attraverso Dio arriviamo a conoscere le creature.

Luigi: Noi crediamo di conoscerle, perché le rivestiamo di noi. Apparentemente ci sembra di conoscerle.

Eligio: Però Dio è un Infinito, la creatura un relativo, per cui dovrebbe essere più facile conoscere la creatura.

Nino: Ma noi non sappiamo mai cosa passa nella mente della creatura.

Eligio: Meno ancora sappiamo quello che passa nella mente di Dio.

Pinuccia B.: Ma Dio vuol farsi conoscere.

Luigi: Siccome Dio mi lancia la pietra, è più facile che io conosca Colui che mi lancia la pietra, che non la pietra che Lui mi lancia.

Nino: Non è che noi conosciamo tutto di Dio, ma di Dio noi abbiamo una rivelazione attraverso Gesù.

Luigi: E poi abbiamo tutta l’opera del Figlio stesso che vuole farci conoscere il Padre.

Nino: Quindi di Dio possiamo conoscere qualcosa, ma delle creature che ne sappiamo?

Luigi: Si, ci sfugge l’elemento essenziale della persona.

Nino: Non sappiamo ciò che passa nella nostra mente quando vorremmo pensare a Dio, e tanto meno possiamo sapere ciò che passa nella mente degli altri.

Luigi: E poi c’è questo: Dio vuole rivelarsi e non vuole che noi invece conosciamo i suoi segni. Cioè nella conoscenza di Dio noi abbiamo la sua opera positiva per farci conoscere Se stesso, e quindi c’è la sua grazia. Non altrettanto c’è la sua grazia per conoscere i segni, perché Lui vuole che intendiamo il senso della sassata, ma non la sassata. Per questo i segni vanno superati e non dobbiamo preoccuparci di conoscerli, perché più noi ci preoccupiamo di conoscerli e più noi li perdiamo. Perdiamo l’Autore e perdiamo il segno. Perdiamo tutti e due. Ecco allora la necessità del superamento. Cioè restiamo nel clima proprio del messaggio cristiano: “Supera tutto e guarda al tuo Signore”.

Pinuccia B.: Raccogliere tutto in Dio, vuol dire cogliere il significato di tutto.

Luigi: Il significato è il senso, l’orientamento.

Pinuccia B.: Raccogliere allora vuol dire cogliere l’orientamento?

Luigi: Il significato; l’orientamento è ciò che mi mette in evidenza: qual è il significato della sassata?

Pinuccia B.: Guarda in su.

Luigi: Ecco, allora io raccolgo il significato della sassata, se guardo al Creatore. Se mi fermo a correre dietro al sasso e lo prendo e lo esamino, non colgo il significato della sassata.

Pinuccia B.: Quindi quand’è che posso dire che i segni sono raccolti?

Luigi: Quando guardo a Dio, quando sento il desiderio di Dio.

Pinuccia B.: Anche se non intendo il significato specifico che ogni segno porta in sé?

Luigi: No, sarà Lui che mi rivelerà il significato di quel segno, quello che Lui ha voluto dirmi quel giorno. Ma è Lui. Lui è la luce sulle sue opere. Lui è la luce delle sue opere. Le sue opere non illuminano Lui. Lui illumina le sue opere. Ma le sue opere non illuminano Lui; le sue opere annunciano Lui.

Nino: E poi le sue opere illuminate da Lui, ci portano a Lui.

Luigi: Certo, ma siamo in un altro tempo. E allora crea la comunione. Abbiamo l’intelligenza dell’opera, cioè Dio ci fa capire tutto quello che ha voluto dirci.

Nino: È sempre vero questo “Cerca prima di tutto Dio”; da Lui ti deriva tutto il resto.

Luigi: Qui si può rispondere bene all’argomento di ieri sera: non possiamo giudicare le persone, ma dobbiamo coglierne il significato. Quindi non dobbiamo fermarci ad analizzare l’avvenimento, ma cercare di cogliere l’orientamento che infonde. È sempre il segno della sassata. Gli avvenimenti sono sempre sassate, quindi hanno sempre un senso buono, come richiamo.

Nino: Quindi alla base c’è sempre: “Cerca prima di tutto Dio”.

Luigi: “Cerca prima di tutto Dio”, si. Perché conoscendo Dio siamo salvati da Dio. Ma se conoscessimo anche tutto il mondo, il mondo non ci salverebbe nella vita eterna. Conoscessimo tutte le scienze del mondo, “Se avessi anche la fede da spostare le montagne, se conoscessi tutte le scienze dell’universo”, questo non basterebbe per essere salvarti. Se conosco Dio, sono nella carità di Dio, sono nella contemplazione di Dio, e quello mi salva, perché è il principio di tutto.

Nino: Alla base di tutto c’è sempre l’amore. “Ama e fa ciò che vuoi”.

 

Amalia: Tra il Padre e il Figlio c’è comunione profonda di vita, c’è la Vita stessa vita; per cui Gesù dice: “Il Padre mio opera, anch’io opero”. Però c’è una differenza perché il Padre dà la vita, genera, e il Figlio l’accoglie, la riceve. Allora il Padre opera per rivelare Se stesso attraverso la sua parola. E il Figlio è Figlio in quanto è in questo atteggiamento di dipendenza totale, di ascolto, per poter ricevere questa vita, per lasciarsi formare. Gesù è la parola fatta carne. Noi abbiamo bisogno che il Signore scenda per poterlo accogliere.

Luigi: Però corriamo il rischio che in quanto il Padre opera per farsi conoscere, cioè forma in noi il problema, di ritenere che il problema sia nostro, di essere quindi soli con il nostro problema: cioè di capire quello che il Padre dice. Cioè c’è il rischio di avere il desiderio di conoscere il Padre come problema nostro. Il Figlio praticamente ci rivela che il problema di conoscere il Padre è ancora Dio. Non siamo soli. Cioè io sento il problema, non conosco Dio. Non conosco Dio perché Dio parla per farsi conoscere. Però in conseguenza di qualche cosa non lo conosco e non sono capace di conoscerlo, allora questo problema mio mi isola, come problema mio. Il problema se è mio, staccato da Dio mi fa ripiegare soltanto più sul mondo.

Amalia: Però se l’ascolto è vero, si dovrebbe superare questo pericolo, no?

Luigi: Ma per essere nell’ascolto vero dovremmo essere senza peccato, cioè dovrebbe esserci sempre il colloquio con Dio. Ma come viene il “non più colloquio con Dio” (basta che ci sia una non più intelligenza di qualcosa di Dio), immediatamente ci si stacca da Dio. Per cui io sento la mia povertà, la mia non intelligenza di Dio come problema mio. Ma il Figlio di Dio mi dice: “No, questo è ancora problema di Dio”, cioè il Figlio di Dio è quello che mi riporta a Dio; perché il Padre parlando a noi, se non viene intelletto, crea in noi, proprio con la sua parola, una separazione da Lui. Il Figlio scende in questa separazione per farci capire che anche il non capire è ancora Presenza di Dio tra noi. È Lui che dà la comprensione di quello che noi desideriamo. Altrimenti senza di Lui crediamo che il problema sia solo nostro, e da soli non possiamo uscirne. E si crea quindi un isolamento. L’isolamento nostro da Dio ci fa proiettare il nostro problema sopra le cose, sopra i segni, per cui credendo di dover risolvere questi segni ci sfugge l’essenziale.

Nino: Noi corriamo il rischio di non far conto su Dio in quello.

Luigi: Certo, perché lo riteniamo che sia una deficienza nostra il fatto di non capire.

Pinuccia B.: Invece è naturale.

Luigi: No, non è naturale. Il Cristo stesso scendendo a noi dice: “Io sono presente con te anche nel tuo non capire, anche nella tua incapacità a capire”.

Nino: Anche lì i tempi sono suoi.

Luigi: I tempi sono suoi. Ma qui è il Verbo. Il Padre parlando a noi crea separazione da Sé quando le sue parole non sono capite. L’opera di Dio è fatta da parte di Dio per unirci, ma se non è intelletta la stessa sua opera di Dio crea disunione. Ma la disunione (noi sappiamo che Dio opera) la riteniamo tutta soltanto opera nostra. Qui abbiamo l’opera del Figlio. È soltanto Colui che discende dall’alto che ci può riportare in alto. Noi che saliamo dal basso non possiamo, perché salendo dal basso siamo dispersi da quelle cose che non capiamo e allora ci ripieghiamo sulle opere stesse, con l’analisi e quindi la distruzione stessa dell’opera, nel pensiero dell’io.

Pinuccia B.: Senza di Lui disperdiamo.

Luigi: Soltanto che disperdendo, disperdiamo anche noi e troviamo la nostra morte. Ecco l’opera del Figlio. È Lui il ponte tra la nostra dispersione e il Padre, per cui anche noi nella nostra povertà, nella non intelligenza del Padre, ci troviamo col Figlio, non siamo soli. Se non siamo soli allora, uniti a Dio, abbiamo la possibilità di non ripiegarci più.

Pinuccia B.: Sarebbe un punto di appoggio.

Luigi: Un punto di appoggio sul divino. Ora, questo punto di appoggio ci riporta al Padre. Mantenendosi unito a noi, ci mantiene uniti al Pensiero del Padre; mentre noi da soli, nella nostra incapacità di conoscere, ci chiudiamo nel pensiero dell’io. Ma è anche la condizione di morte del Cristo, perché Lui facendosi figlio dell’uomo, si mette nelle nostre mani. Però ci mantiene il divino, cioè non ci lascia più soli. Il Padre, diciamo, è Colui che resta in casa ad aspettare il ritorno; il Figlio è quello che viene nella nostra lontananza per riportarci alla casa del Padre. Il Padre non esce di casa. Il Figlio esce di casa e giunge nella nostra dispersione.

Pinuccia B.: Esce però rimanendo.

Luigi: Va bene. Lui lo può perché discende. Noi invece che saliamo non possiamo. Noi saliamo dal mondo per diventare figli di Dio. Il giorno in cui il Signore ci darà la grazia di diventare figli suoi, allora potremo anche discendere, cioè “uscire” senza perdere l’unione. Invece salendo dal basso non possiamo prenderci il lusso di entrare e di uscire, perché ogni uscita per noi diventa dispersione. Diventiamo figli delle nostre opere, figli della nostra dispersione.

 

Silvana: Non riesco a capire: hai detto che è il Padre che suscita il desiderio della sua conoscenza. Ma non è il Verbo che già parla e che suscita il desiderio di conoscere Dio? Non è già lì l’opera del Verbo?

Luigi: Si.

Silvana: Perché già in tutta la creazione è il Verbo di Dio che opera, giusto?

Luigi: Si.

Silvana: Quindi è già il Verbo nell’Antico Testamento, il Verbo nel Nuovo Testamento, è sempre il Verbo. Allora quand’è che parla Dio? Sarà lo Spirito Santo che è la Presenza del Padre e del Figlio?

Luigi: Si, la parola del Padre è già il Verbo di Dio. Se uno ti parla, in te si può creare o l’intelligenza di ciò che ti si dice o la non intelligenza di quello che ti si dice. Se tu hai l’intelligenza di ciò che ti si dice, resti unita al pensiero di colui che parla con te. Ma se tu non capisci quello che ti si dice, che cosa succede che le parole stesse che l’altro ti dice diventano motivo per testimoniare che tu sei separata da colui che ti parla: sono un motivo di separazione. E questa separazione ti crea un isolamento. Tu non attribuirai la colpa a colui che parla, perché colui che parla ha intenzione di farsi capire, ma dirai: “La colpa è tutta mia perché non capisco”. Quindi attribuirai questa separazione e incapacità, povertà, miseria, a te stessa; in tal modo crei l’isolamento nel tuo io.

Ma questo isolamento del tuo io (sei staccata da Dio perché non lo capisci), ti fa proiettare sulle creature, cioè ti rende schiava delle cose. Qui da sola non ne puoi uscire, perché questa povertà non fa altro che riflettersi sempre su di te, perché ti fa constatare: “La colpa è mia!”.

Ora è soltanto il Figlio di Dio, Colui che discende da Dio che può vestirsi della nostra povertà e farci capire che questa nostra incapacità, che questa nostra povertà, è ancora Presenza di Dio in noi. Cioè, se noi non capiamo Dio (ed è questo che noi non riusciamo ad intendere), noi non dobbiamo attribuire questa povertà a noi stessi, ma è ancora questa un segno di Dio, forse per realizzare in noi quella disponibilità d’animo capace per poter arrivare ad intendere; perché in noi c’è qualcosa che ci impedisce di arrivare a capire quello che il Padre parla a noi.

C’è Colui che parla ed evidentemente nella Parola abbiamo il Verbo di Dio. E’ il Padre che parla e genera il Verbo di Dio. C’è Colui che parla e abbiamo coloro che sono chiamati ad intendere la Parola, e questi siamo noi. Però noi possiamo non capire. Ed è in questa fase che subentra il Figlio di Dio. Per questo Gesù dice: “Io sono venuto a portare a compimento ciò che il Padre ha iniziato”. È una parola da tener presente, è parola di Vangelo, parola di Gesù: “Io sono venuto…”, non dice: “Il Padre è venuto…”. Dice: “Io sono venuto a portare a compimento ciò che il Padre ha iniziato”. Allora il Padre inizia un’opera, il Figlio la porta a compimento. Prima abbiamo detto che il Padre è Colui che parla, quindi dà l’esistenza alle cose, ma Colui che comprende l’opera, l’opera del Padre, che la fa discendere dal Padre, che la riporta al Padre e quindi la fa derivare dal Padre, è il Figlio.

Il Figlio è Colui che attribuisce tutto al Padre. Per cui il Padre opera, ma a noi manca Colui che attribuisce tutto al Padre.

Quando dico: “Sono io che non capisco”, attribuisco a me la mia non intelligenza. Il Figlio mi dice: “No, guarda che la tua povertà la devi attribuire al Padre. E’ il Padre che ti fa toccare con mano questa povertà, perché hai bisogno di passare attraverso di essa, questo tuo niente, per poterti aprire ad intendere”.

Qui abbiamo un’opera successiva a quella del Padre. Il Padre parla per farsi conoscere, però in noi si realizzano condizioni di non conoscenza.

 

Pinuccia B.: Se l’opera del Padre è quella di portarci al settimo giorno, cioè alla vita eterna, l’opera del Figlio è identica. Il Padre opera nei sei giorni della creazione e il Figlio pure opera nei sei giorni della creazione.

Luigi: È quello che diceva Silvana: è sempre tutta parola di Dio. I sei giorni della creazione sono parola di Dio.

Pinuccia B.: Infatti leggiamo nel prologo: “Tutto è stato fatto per mezzo di Lui”. In questi sei giorni l’opera del Padre e l’opera del Figlio è fatta senza di noi. Dopo il sesto giorno l’opera del Padre e l’opera del Figlio continuano, ma con noi. Gesù dicendoci che il Padre opera anche di sabato, ci fa capire che il riposo del Padre nel settimo giorno va inteso come una chiamata a noi ad entrare nel suo riposo, nella sua conoscenza; ci fa capire quindi che questo riposo del Padre è ancora un operare per noi, chiamandoci a compiere la sua opera dei sei giorni, invitandoci ad entrare nel settimo giorno, a raccogliere cioè in Lui tutta l’opera che nei sei giorni Egli ha fatto per noi per mezzo del Verbo di Dio. Questo passaggio al settimo giorno da soli non lo possiamo fare. Ce lo dice il prologo: “Senza di Lui tutto ciò che è fatto (nei sei giorni) diventa niente”; rimane un aborto.

Luigi: Il rischio è proprio questo: al sesto giorno possiamo annullare tutta l’opera di Dio, cioè possiamo dare luogo all’aborto. Dio attraverso i sei giorni ci ha portati alla concezione, ma noi la sera del sesto giorno possiamo abortire. Perché siccome si chiede la nostra partecipazione (non si entra nel settimo giorno senza di noi), si chiede l’attenzione, che è dedizione nostra, questa può non avvenire. Ed è lì che comincia l’opera del Figlio.

Pinuccia B.: Ma è già iniziata prima, nei sei giorni col Padre.

Luigi: Si, ma lì è sempre il Padre che opera, perché il Padre operando, genera il Figlio. Ma qui abbiamo l’opera del Figlio che subentra a raccogliere una situazione di distacco che si è creata in noi. Per tener presente Dio tra noi, il Figlio di Dio si fa figlio dell’uomo. Il Padre non si fa figlio dell’uomo.

Il fatto è questo: in un modo o nell’altro noi abbiamo bisogno della presenza di Dio. Se non c’è la presenza di Dio tutto fallisce in noi. Questa presenza di Dio, quando in noi viene meno l’intelligenza dell’opera di Dio dei sei giorni, si perde. Allora abbiamo bisogno di Dio che discenda per restare con noi in qualche modo, per dirci: “Guarda che tu non sei solo”; perché soltanto se ce lo dice in qualche modo, dà a noi la possibilità di superare il pensiero del nostro io. Altrimenti l’opera è finita con il nostro distacco.

Pinuccia B.: “Subentra l’opera del Figlio”, dà ad intendere che il Padre riposa e attende la nostra risposta.

Luigi: Si, perché nel settimo giorno non si entra senza di noi. È quel “con noi” che in noi difetta. Perché fintanto che Dio opera senza di noi non c’è il difetto. Ma è quando l’uomo, l’Adamo, incomincia a percepire che ha la possibilità di pensare a se stesso, che nasce il difetto e incomincia la frattura. Perché Adamo, percependo il pensiero del suo io, dovrebbe, come con tutte le opere di Dio, riportarlo a Dio. È come il bambino che prima non è capace a camminare ed è portato in braccio dalla mamma, poi ad un certo momento si accorge che riesce a camminare da solo. Ecco, il dramma comincia quando l’uomo si accorge che può restare in piedi da solo. Prima era portato in braccio e adesso incomincia ad accorgersi che può camminare da solo: è lì che dimentica la madre e cade.

Pinuccia B.: Però questo riposo del Padre, che è l’attesa del Padre, bisogna vederlo ancora come un suo operare, perché è una chiamata di Dio.

Luigi: È logico. È lì che Gesù dice: “Il Padre mio opera ancora”, opera ancora perché l’opera non è finita, è imperfetta. Ma è imperfetta non in quanto è partita dal Padre imperfetta, ma perché attende da noi l’adesione, cioè il portare a Dio anche il pensiero del nostro io, questo frutto che è maturato attraverso i sei giorni. Dio non ci ha creato il sesto giorno, cioè quando leggiamo: “Dio ha preso del fango…”, perché questo è soltanto un simbolo; ma ha cominciato a crearci dal momento che ha detto: “Sia fatta la luce”.

Quando Dio disse: “Sia fatta la luce” già pensava all’uomo, perché la luce è stata fatta in funzione dell’uomo. Quando ha creato la luna, le stelle, pensava all’uomo. Le ha create in funzione dell’uomo, quindi stava già facendo l’uomo. Soltanto che al sesto giorno l’uomo ha cominciato a stare in piedi. Ed è al sesto giorno, quando l’uomo comincia a prendere coscienza di sé (ecco la creazione che comincia a prendere coscienza di sé), che può difettare, perché non porta il pensiero di sé a Dio, ma comincia a ritenersi autonomo. Allora incomincia a guardare le creature che sono belle, che sono buone in quanto le riferisce a sé e non più a Dio. Invece noi non dovremmo fare la distinzione tra la luna, il sole e le stelle e il pensiero del nostro io. Il sole, la luna, le stelle le riceviamo da Dio; altrettanto dovremmo ricevere da Dio il pensiero del nostro io e riferirlo a Dio; e non ritenerlo un ente a sé, staccato, perché come lo riteniamo staccato si proietta subito sulle creature e comincia a sfruttare le creature in funzione di se stesso, “belle, buone”, e allora si stabilisce il rapporto orizzontale tra il nostro io e la creatura e dimentichiamo Dio. E questo comincia a crearci la notte, le tenebre.

Nino: È bello pensare che anche il nostro io riportato a Dio può diventare buono come tutto il resto.

Luigi: Certo, è creatura di Dio!

Nino: Noi fino adesso pensavamo solo ad uccidere il nostro io, invece il nostro io può essere riportato a Dio.

Luigi: Il nostro io è creatura di Dio, e non solo può, ma deve essere riportato a Dio, perché è Dio che ha fatto il nostro io.

Nino: È un modo di valorizzarlo, di dargli vita.

Luigi: è l’unico modo, perché in Dio noi diventiamo delle vere persone.

Pinuccia B.: Quindi, senza di Lui tutto diventa niente. Rimane un aborto. Per questo: “Il Verbo si fece carne”. “Sono venuto a raccogliere ciò che era disperso”. Questo è l’operare del Figlio: raccoglierci dalle nostre dispersioni, orientarci al Padre, orientarci al settimo giorno parlandoci del Padre, facendoci così passare dal pensiero dell’io e del mondo relativo all’io (l’opera dei sei giorni) al Pensiero del Padre, al mondo invisibile, al settimo giorno, cioè alla vita eterna.

“Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”. E Lui lo rivela a chi ascolta le sue Parole e rimane nelle sue Parole. Lo promette: “Se conoscerete le mie parole, conoscerete la verità”, il Padre. In questo senso Cristo è venuto a compiere l’opera del Padre: “Chi raccoglie con me, riceve mercede di vita eterna”, cioè entra nel settimo giorno (perché la vita eterna è conoscenza del Padre). “Chi non raccoglie con me disperde”. E come richiamo personale questo versetto è un invito ad unirmi all’opera del Figlio, per portare a compimento in me l’opera del Padre.

·        È un invito all’ascolto, a raccogliere tutto nel Padre;

·        È un invito a fermarmi molto e a restare nelle parole di Gesù.

Questo è l’operare della creatura nel settimo giorno, poiché la creatura deve aderire all’opera del Padre e del Figlio, poiché l’opera del Padre e del Figlio nel settimo giorno non avviene senza l’operare della creatura. Quindi è un invito a fare anche noi ciò che fa il Figlio, per diventare anche noi figli. Lui dice: “Il Padre opera e pure io opero”, quindi anch’io devo poter dire “anch’io opero”, ma nel senso in cui lo dice Gesù.

Gesù opera compiendo, portando a compimento l’opera del Padre. Cioè Lui non opera se il Padre non ha iniziato l’opera, se non è mosso cioè dal Padre. “Il Figlio non fa nulla se non lo vede fare dal Padre”, cioè se il Padre non lo inizia. Così dovrebbe essere per noi: non muoverci se non dietro iniziativa del Padre, e con Cristo portarla a compimento, ma attendere che la inizi il Padre. Cioè, come Cristo, bisogna avere nell’operare del Padre la giustificazione del nostro operare: “Il Padre mio opera ancora ora, ed io pure opero”.

Luigi: Quello che si chiede a noi è camminare nelle parole del Figlio e non parlare noi. Il Figlio in un primo tempo dice le parole del Padre, poi in quanto si fa figlio dell’uomo, dice a noi parole per noi: “Non preoccupatevi del mangiare e del vestire; cercate prima di tutto il regno di Dio”, le dice a noi, ci parla nel pensiero del nostro io.

Il Padre ce lo aveva già detto. Noi dovevamo essere intelligenti, ma non lo siamo stati, non abbiamo capito che tutta la creazione era per dirci: “Guarda che il Signore è un altro, non sono le creature, quindi alzati dal guardare le creature”.

Con il Figlio abbiamo il Verbo che si fa uomo, che prende su di Sé il nostro difetto, il nostro peccato e ci dice: “Non devi preoccuparti del mangiare e del vestire: cerca prima di tutto il regno di Dio”. Ce lo dice in quel linguaggio che ci diceva già prima, ma lo dice adesso all’io, all’io che si è separato da Dio, all’io disperso, all’io che si presuppone si stia preoccupando del mangiare e del vestire.

Altrimenti, fossimo stati intelligenti a riferire tutto a Dio, non ci sarebbe stato bisogno, perché il Verbo lo portavamo già dentro di noi e ce lo diceva. Ma quello prevedeva l’intelligenza. Venendo meno l’intelligenza l’io si separa, non entra più nel settimo giorno. Ora, siccome nel settimo giorno non si entra senza di noi, si crea la frattura. Allora abbiamo l’aborto, cioè la dispersione. “Sei polvere e polvere ritornerai”.

Nino: Cos’è che ha fatto venir meno l’intelligenza?

Luigi: È il pensiero del nostro io, è quell’io che come nascendo deve essere portato a Dio come tutte le cose. È il bambino che è portato in braccio e a un certo momento si accorge che può camminare da solo e non guarda più la madre, mentre ha ancora bisogno di lei. Anche se è capace a stare su coi suoi piedi, ha ancora tanto da maturare, quindi ha ancora bisogno di guardare la madre. Invece noi crediamo di essere già fatti. Quindi come nasce il nostro io diciamo: “Ci sono! Sono fatto!”. No, sei in gestazione, non sei ancora fatto. Allora diventiamo non più intelligenti, perché la nostra intelligenza è Dio, non siamo noi. Noi siamo intelligenti nella misura in cui ci rapportiamo a Dio, riferiamo a Dio.

Nino: Quindi quando si dice “Dio è l’uomo”, è il massimo dell’infantilismo.

Luigi: Certo, perché si ritiene che l’uomo sia un essere autonomo a sé, capace di essere intelligente, capace di fare. Il bambino con un semplice rumore, con un segno, crede di fare tutto, di fare la guerra, di vincere le corse. E noi facciamo lo stesso: è un piccolo rumore quello il Signore ci dà la possibilità di fare e noi crediamo di dominare tutto, di essere autonomi.

Tu credi di essere autonomo? Di dominare tutto? Ma guardati attorno: tutto l’universo non è nelle tue mani, anche in te stesso. E’ assurdo dire: “Noi siamo padroni del nostro ventre!”. Osservati: il tuo cuore, i tuoi polmoni, il tuo cervello funzionano per opera tua? Tu non sai niente e vuoi dire: “Io sono padrone del mio ventre!”?

È ridicolo, perché il Padrone nostro è un Altro. Quindi dobbiamo in tutto comportarci nel rispetto dell’Altro. È l’Altro che ci sta facendo. Noi invece cominciamo a fare un piccolo rumore crediamo già di essere padroni, autonomi cioè isolati, staccati. È quello l’errore. Noi non siamo mai staccati, perché l’Essere Autonomo è Dio. Noi viviamo per partecipazione e siamo formati da Lui. Ecco, il nostro vero io si forma in quanto si mantiene partecipe dell’Autore, della Madre.

Nino: Come il tralcio.

Luigi: È lo stesso. Quindi il tralcio deve sempre mantenersi unito alla vite. Come il tralcio si vanta, secca, è finito. Quello è infantilismo, ed è logico. Fa un po’ di rumore e crede di essere padrone di tutto quello che fa. “Arrivo io!”. Ecco l’errore grosso. No, cerca Dio, Dio scioglierà i tuoi problemi. Non credere tu di poter fare qualcosa.

 

Eligio: A me pare di scorgere due tempi diversi nel lavoro di redenzione, attraverso due Persone diverse: il Padre e il Figlio che operano nello Spirito Santo. l’Iniziatore è il Padre che si annuncia a noi con la creazione e con il risveglio nell’anima di tutti i valori che l’anima stessa vorrebbe realizzare per sé in assoluto: la verità, l’amore, la bellezza. Dio inizia in questo modo, perché noi non potremmo desiderare queste cose se il divino non fosse in noi.

Luigi: Dio inizia in quanto parla a noi, però l’intelligenza delle sue parole non è in noi, ma in Lui.

Eligio: Noi avvertiamo questi annunci di Dio. Se fossimo uniti a Lui, noteremmo che Egli dialoga attraverso di questi, ma se non aderiamo a Dio ci appropriamo di essi, li strumentalizziamo, li riferiamo a noi. In tal modo la creazione concepita in unità e armonia da Dio, viene dalla creatura lacerata e disarticolata, rivolgendosi contro l’uomo, creando confusione nell’uomo. L’uomo, staccato da Dio, trova l’inferno. Ma questo avviene per richiamare l’uomo al rispetto del piano di Dio. L’uomo da solo per natura non può mantenersi in adesione al Creatore. Di qui nasce la necessita dell’invocazione di una guida, del Cristo. Ecco qui il secondo tempo dell’opera di Dio. Cristo portandosi al piano di dispersione della creatura, si inserisce nell’opera del Padre e insegna a noi a riportare a Lui i suoi doni, la sua opera, raccogliendo così dalla nostra dispersione. E come opera?

“Il Figlio non fa nulla se non lo vede fare dal Padre” dice Gesù, insegnandoci che non dobbiamo fare nulla in veste di protagonisti e in autonomia. Se stiamo attenti al Padre non c’è situazione in cui non si possa vedere in Lui l’Iniziatore. E a questo punto, in continuità di adesione, operare pure noi, portando a compimento nel suo Spirito, uniti al Figlio, l’opera da Lui iniziata.

Ecco i due tempi, le due Persone, lo Spirito che unisce il Padre e il Figlio.

Luigi: Non so se sia chiaro, ma il fatto è questo: il Padre operando, opera per farsi conoscere, per farsi capire da noi. Però siccome l’intelligenza delle cose sue non è in noi, ma nel Padre stesso, per poter capire quello che Lui dice, sarebbe necessario che noi riportassimo sempre a Lui le opere sue; ma tra queste opere sue c’è anche il nostro io e se noi non lo riportiamo a Lui, si forma in noi la non intelligenza, e la non intelligenza ci disperde tra le cose di Dio. Perché l’intelligenza non è in noi ma è in Dio, cioè nel Padre. È in questa situazione, in questo secondo momento che subentra il Figlio, perché subentra in una situazione di non più intelligenza. Nella non intelligenza restiamo schiavi delle cose, guardiamo soltanto più alle cose. Ma la chiave di volta sta lì: l’intelligenza delle opere del Padre, delle cose di Dio, non è in noi ma è nel Padre stesso. Ora, siccome è nel Padre, si richiede da noi sempre questo riferire tutto al Padre.

Eligio: Cioè si richiede a noi l’unione al Figlio per riportare tutto al Padre.

Luigi: Certo, perché l’opera del Figlio è quella di riportare al Padre tutto quello che viene dal Padre. Il Figlio si riconosce in questo, a differenza di noi. Egli non dice: “io sono”, ma fa derivare il suo essere dal Padre, lo riconosce dal Padre, mentre invece noi diciamo: “io sono”. Lui lo riferisce al Padre, e quindi riconosce anche la sua esistenza come opera del Padre; questa è l’opera del Figlio che in noi non avviene. Dovrebbe avvenire, siamo chiamati a questo, ma in noi non avviene. Per cui il Padre è quello che parla, soltanto che parlando a degli esseri che non riportano a Lui (quindi non sono intelligenti), l’opera stessa del Padre crea separazione di noi a Lui.

Un essere che da me non è capito, quanto più parla a me, tanto più mi crea separazione, perché la sua stessa parola diventa motivo di distacco.

Dio è l’intelligenza di tutte le sue opere (questo è il punto chiave); ma perché sia intelligenza di tutte le sue opere in noi, richiede da noi un riferire tutto a Lui, anche e soprattutto il pensiero del nostro io. Se questo non avviene, ci separiamo. Ora siccome il Padre opera così, parlando a noi, se noi non colleghiamo con Lui, non giungiamo all’intelligenza.

Non si arriva al settimo giorno senza di noi, perché è necessario che noi riportiamo tutto di noi a Lui, tutto quello che arriva a noi del Padre. Per cui diciamo: il Padre opera ma non giustifica, perché è Lui la giustificazione. Il Figlio invece è colui che giustifica.

 

Nino: Per me l’opera di Cristo è tutta un’opera di riportare al Padre, sia che Lui si riveli, sia che Lui si carichi del nostro peccato facendoci vedere dove ci porta il nostro distacco dal Padre.

Luigi: Sia che Lui si consideri nella Trinità, da solo; nella Trinità di Dio l’opera del Figlio è sempre quella di riportare al Padre. L’Iniziatore è sempre il Padre. La caratteristica del Figlio è quella di attribuire sempre tutto al Padre. E quindi è il Generato dal Padre, in tutto. E’ sempre generato in quanto attribuisce tutto al Padre. Noi invece non siamo sempre generati, perché non riferiamo tutto al Padre; siamo però chiamati a diventare generati dal Padre. Non possiamo diventare generati dal Padre se non per mezzo del Figlio, cioè se non per mezzo di Colui che è generato. Per cui noi da soli non possiamo essere generati dal Padre. Per opera del Figlio possiamo diventare figli di Dio, generati dal Padre. Ma è il Figlio che ci fa. “Nessuno può venire al Padre se non per mezzo di me”.

Eligio: Ecco allora come diventa chiara la differenziazione delle Persone, pur nella loro unità.

Luigi: Volevo appunto arrivare a mettere in evidenza questo.

Pinuccia B.: Non possiamo essere generati dal Padre senza l’opera del Figlio, ma dobbiamo aderire al Figlio.

Luigi: Certo, soltanto che il Figlio scende al livello nostro, mentre il Padre no. Il Padre è sempre Colui che, parlando, richiede intelligenza, eternamente. Il Figlio invece non chiede nemmeno la nostra intelligenza: scende alla nostra stoltezza.

Pinuccia B.: E lo Spirito Santo completa.

Luigi: Lo Spirito Santo viene a recarci la gioia della Presenza del Padre e del Figlio.

 

 

N.B.: Il testo, tratto da registrazione

non è stato riveduto dall'autore e mantiene lo stile discorsivo.

 

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