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Gv 6,53-II: «Altercavano allora i giudei dicendo: “Come mai costui può
darci da mangiare la sua carne?”»
La carne di Cristo
Conversazione:
Luigi:
Siamo sempre allo stesso argomento:
«Altercavano allora i giudei dicendo: “Come mai costui può
darci da mangiare la sua carne?”». “Altercavano
tra loro” cioè discutevano tra
loro, perché quando la parola non è capita in Dio, diventa motivo di
conflitto dentro di noi e anche fuori di noi; perché diventa motivo di morte,
semina morte, quindi divisione in noi e fuori di noi.
Quello che viene capito in
Dio diventa motivo di unificazione, quindi principio di vita. La divisione in
noi si sperimenta come conflittualità; per cui abbiamo presente un pensiero, e
subito dopo un altro contrario: non c’è luogo di pace.
La pace è data dall’armonia
ma di armonia soprattutto interiore, armonia di pensieri. Quando abbiamo presente un
pensiero, ma ne abbiamo subito un altro che lo contraddice, non abbiamo pace in
noi; perché le contraddizioni le portiamo dentro di noi, i pensieri ci
dominano, noi non siamo liberi di scacciare i pensieri come vogliamo.
Soltanto se abbiamo presente
la Verità, con la Verità abbiamo la possibilità di armonizzare ogni cosa in
essa, perché nella Verità tutto è giustificato; in Essa abbiamo la
giustificazione. Ma se non abbiamo presente la Verità, i pensieri continuano ad
esserci, però sono uno in conflitto con l’altro e subiamo lo strazio.
Quando il pensiero del nostro io si è affermato, impedisce a noi
di conoscere Dio; anche se non lo può scacciare. Il nostro io non può
allontanare Dio, però non lo può comprendere, non lo può conoscere. E allora
abbiamo la conflittualità; conflittualità che si ripercuote su ogni pensiero,
su ogni cosa; per cui ogni cosa diventa per noi motivo di inquietudine, di
dubbio, di incertezza; non si trova riposo in niente.
Invece con Dio tutto diventa motivo di armonia, di
giustificazione, quindi tutto diviene luogo di pace. La pace è una conseguenza
dell’armonia, e l’armonia è la conseguenza di aver unificato, di aver raccolto
in Dio.
Pinuccia B.: Avevamo già trovato un
versetto in cui si diceva c’era discordia tra i giudei
Luigi: Nel capitolo settimo al
versetto 43 si dice: “A motivo di lui ci fu grande discordia tra loro”. Gesù aveva affermato, durante la festa: “Chi ha sete
venga a me e beva”; allora alcuni dissero:
“Questo è un vero profeta”, invece altri dissero: “Sarà lui il Cristo”, altri:
“No il Cristo non viene dalla Galilea”, per questo tra la folla nacque una
grande discordia tra loro”.
Pinuccia B.: Fosse possibile
approfondirei quella frase di cui abbiamo parlato ieri sera: tutte le volte che
facciamo la Comunione, anche se cerchiamo di lasciarci assimilare da Lui, cioè
con il desiderio di morire a noi stessi, cercando di capire quello che Lui vuol
dirci, nonostante questo Lui viene a morire in noi. Se Gesù dice: “Fate questo in memoria di me”, questa “memoria” vuole dire prendere consapevolezza di quello che Lui fa. Quindi
se Lui viene a morire in me, io devo prendere consapevolezza che Lui viene a
morire in me. Però viene sempre a morire in me, non soltanto nel momento in cui
faccio la Comunione? Ho sempre pensato la Comunione come un atto d’amore, non
come un atto di morte, che Lui viene a morire in me. La morte è prima, nella
consacrazione; nella comunione ho già la resurrezione. È così?
Amalia: Fintanto che non arrivo a
Pentecoste manderò sempre a morte il Cristo.
Luigi: No, bisogna morire a noi
stessi per arrivare a Pentecoste.
Amalia: Ma fintanto che non siamo
arrivati a Pentecoste non c’è in noi la morte totale.
Luigi: Infatti abbiamo tutto il cammino
della Risurrezione, dell’Ascensione al cielo; c’è già tutta una vita che
introduce, che precede la Pentecoste. Abbiamo San Paolo stesso che afferma
questo, nella sua Prima lettera ai Corinzi 11,26: “Tutte le volte
che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunciate la morte
del Signore finché Egli venga”.
Pinuccia B.: Io ho difficoltà a
capire la Messa, la Comunione. Non si potrebbe approfondire? È un argomento
importante.
Luigi: La Comunione non è altro
che la comunicazione a noi di ciò che è stato consacrato, di ciò che Dio ha
fatto suo.
Pinuccia B.: Io credevo che la
consacrazione mi portasse il dono della sua Presenza.
Luigi: Certo, la Consacrazione è
Lui che dice: “Questo è mio”. Ma è logico: non ci sarebbe la morte se Lui non avesse detto: “Questo è mio”.
C’è morte proprio perché a un certo momento dice: “Questo
è mio”. Se il Verbo di Dio non
si fosse incarnato… Cosa vuol dire che il Verbo si è incarnato? Che ad un certo
momento Dio ha detto: “Questo è mio”.
Pinuccia B.: Allora tutto ciò che
noi riportiamo in Dio e che Dio fa suo, annuncia la sua morte?
Luigi: No. Non potrebbe esserci la
morte del Cristo se il Verbo di Dio non avesse fatto “suo” qualche cosa. Se
il Verbo di Dio non si fosse incarnato non ci sarebbe stata la morte del Cristo.
Ora, incarnato vuol dire che a un certo momento Lui si è presentato con un
corpo e su questo corpo ha detto: “Questo è mio”.
Il corpo, la carne, è quel mezzo sensibile attraverso il quale un
essere si rende manifesto a noi. Qui abbiamo il Verbo di Dio che si manifesta
in una carne. Cosa vuol dire? E cosa ha detto? Ha detto: “Questo è mio”.
In un modo in cui non lo possiamo contraddire, non possiamo dire: “È sbagliato!
Lì c’è un errore!”.
Ma proprio dicendo: “Questo è mio”, lo offre alla morte. Perché proprio in quanto si incarna e si
sottomette all’uomo, dà all’uomo (dopo aver detto “Questo
è mio”) la possibilità di dire
“Questo è mio”. E quindi l’uomo scrive su di esso. Per questo non può esserci
la morte del Cristo se non su ciò che Cristo ha consacrato, cioè su ciò che
Cristo ha fatto suo.
Pinuccia B.: Ciò che non mi è chiaro
è questo: è vero che Dio si sottomette all’uomo dicendo “Questo è mio”,
perché dà la possibilità all’uomo di dire “Questo
è mio”, ma nell’ipotesi
migliore, in cui la creatura riconosca la Presenza di Dio e non dica “Questo è mio”,
ma riconosca che quello è di Dio, annuncia lo stesso la sua morte?
Luigi: La creatura può arrivare a
riconoscere la Verità di Dio solo dopo aver ucciso quello che Lui ha
consacrato; altrimenti non può. Soltanto dopo aver consumato il delitto, dopo
aver annunciato la sua morte, può risorgere. La creatura non può superare il
pensiero di se stessa e risorgere se non dopo aver ucciso il Cristo.
Nino: Se fosse possibile quello che
tu Pinuccia ipotizzi, non ci sarebbe stato bisogno dell’incarnazione.
Luigi: È
necessario che il Figlio dell’uomo sia mandato a morte. E’ necessario! Questo “è necessario”, lo dice per ognuno di noi; altrimenti qualcuno di noi potrebbe dire:
“Io sono innocente di quel sangue”. Nessuno di noi può dire: “Io sono innocente
di quel sangue”.
Pinuccia B.: Ma dopo averlo capito
una volta, dopo essere stati perdonati, che tutte le volte che faccio la
Comunione, Cristo venga a morire in me mi risulta ostico da capire.
Nino: Ma tu sei certa di non
ricadere nel tuo io dopo aver fatto la Comunione? Oppure ti è già successo che
dopo la Comunione tu non abbia più pensato a te stessa?
Pinuccia B.: No, per carità!
Nino: E’ per questo che Lui è
costretto a ri-morire in noi.
Pinuccia B.: Ma che venga a morire
in me, proprio nel momento in cui faccio la Comunione… è quello che non
capisco!
Nino: Quello è il momento in cui ne
prendi più coscienza.
Pinuccia B.: Nella Messa sì, ma
proprio nella Comunione…
Luigi: Perché dici “Messa” e
“Comunione”? Capisci che cosa è la Comunione? La Comunione è la Messa.
Ciò che è stato consacrato ti viene dato. Non c’è distinzione tra la Messa e la
Comunione.
Pinuccia B.: Mi è sempre stato
spiegato che al momento della Consacrazione si rinnova il mistero del
sacrificio del Cristo.
Luigi: Allora se ritieni valido
quello che ti è stato spiegato, tieni valida quell’affermazione.
Pinuccia B.: Mi è più comprensibile
che si rinnova il sacrificio del Cristo nel momento della Consacrazione che non
nella Comunione. Vorrei capire da che cosa è motivato questo cambio di visione
che mi viene proposto.
Nino: Non ti basta sapere questo: ho
fatto la Comunione una volta, ho preso coscienza della sua morte in me, però
questo non è stato un atto definitivo da parte mia, perché sono ricaduta a
farlo morire un’altra volta. E Lui mi fa riprendere coscienza un’altra volta.
Sennò sarebbe valida una Comunione una volta per tutte, non avresti più bisogno
di ripeterla.
Luigi: Qui San Paolo dice: “Il Signore
Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e dopo aver reso grazie
lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo che è per voi; fate questo in memoria
di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: “Questo è
il calice della nuova alleanza nel mio sangue; fate questo ogni volta che lo
bevete, in memoria di me”; ogni volta infatti che mangiate di questo
pane e bevete di questo calice, voi annunciate la morte del Signore finché Egli
venga”.
Pinuccia B.: Questo “annunciate la morte del Signore”, vuol dire che Lui viene a morire in me?
Luigi: Non so come si possa
intendere diversamente. “Ogni volta che
mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunciate la
morte del Signore finché, fino a che, Egli venga”. Quindi fintanto che Lui non verrà, io continuo ad annunciare la
sua morte, o meglio, Lui continua ad annunciare la sua morte.
Nino: “Finché
Egli venga” è la presa di
coscienza della dimora del Padre e del Figlio in noi.
Luigi: Certo, è la seconda venuta, la Pentecoste. E
in noi Cristo continua a venire a morire perché non facciamo altro che scrivere
il pensiero del nostro io, di noi stessi, continuando a parlare di noi.
Nino: Noi continuiamo come se la sua
morte non ci fosse stata, come se fosse stata una cosa vana. Sennò non avremmo
bisogno di fare la Comunione tutte le volte che la facciamo.
Pinuccia B.: Mi è più facile capire
che Cristo viene a morire in me quando faccio un atto di egoismo o di superbia,
non quando vado a fare la Comunione.
Nino: Ma tu degli atti di egoismo ne
fai solo una volta alla settimana o ne fai anche uno ogni giorno.
Pinuccia B.: Posso farne anche cento
al giorno, purtroppo, però in quel momento Cristo viene a morire in me.
Nino: Ma te ne fa prendere
coscienza, perché se non te ne facesse prendere coscienza, non faresti l’atto
di egoismo.
Pinuccia B.: Posso prenderne
coscienza un momento prima della Comunione. Questo significato capovolge il
concetto di Comunione.
Luigi: Comunque è la parola di Dio
che dice che è così.
Eligio: Ma il problema è quello di
cercare di capire, proprio per cambiare la mia vita, come l’umanità di Cristo,
quindi come la carne del Cristo, si prolunga nella mia vita, attraverso i fatti
e le persone che incontro. San Paolo dice: “La
passione di Cristo si prolunga nell’umanità”, cioè si manifesta nella nostra vita.
Luigi: E’ Pascal che dice che la
Passione di Cristo si prolunga fino alla fine del mondo. La Passione di Cristo
continuerà, il Cristo continuerà a morire fino alla fine del mondo; cioè fintanto
a che c’è del mondo in me. Conferma quello che dice San Paolo, conferma quella
frase con altre parole. Fintanto che c’è del mondo Cristo deve morire.
San Paolo dice: “Io completo in me quello che manca alla
passione di Cristo”. Come Spirito è
giusto.
Nino: D'altronde se noi accettiamo
l’idea che tutte le volte che affermiamo il nostro io lo rifacciamo morire…; è
la stessa cosa, è evidente.
Eligio: Quella è un’altra
affermazione che mi è abbastanza difficile capire.
Pinuccia B.: Per me è il rovescio,
io non riesco ancora ad intuire che in un atto d’amore Cristo venga a morire in
me.
Eligio: Partiamo dai segni: Cristo
ogni volta che è stato rifiutato, non è stato mandato a morte ogni volta, non è
stato ucciso ogni volta. Noi vediamo una somma innumerevole di rifiuti e di
tentativi di Cristo per far capire il messaggio, di far valere la sua divinità.
Noi vediamo i farisei, i giudei che non è che ogni volta lo uccidano. Quindi
c’è una preparazione in noi che indubbiamente sfocia nel Calvario, che sfocia nella
croce.
Luigi: Prima di tutto perché c’è
l’intenzione, e Gesù stesso lo rivela: è sufficiente non tener conto di Lui,
delle sue parole, che già noi lo uccidiamo in noi. Però non è sufficiente
che avere l’intenzione di uccidere perché Lui si lasci uccidere.
Oltre il resto, Lui vuole anche farci capire che quando noi lo
uccidiamo questo avviene per dedizione sua, è per dono suo; perché Lui opera in
tutto per farci capire che è tutto un dono d’amore, per convincere noi. Allora,
noi possiamo fare qualcosa? Non possiamo farlo, ma è Lui che fa. Allora, prima
ci fa passare attraverso dei tentativi non riusciti, per farci sperimentare che
la cosa non dipende da noi. Però intanto Lui dice: “In voi c’è
l’intenzione di uccidermi; anche se voi non ne siete coscienti” (Gv 7,37). “Tu sei un
indemoniato, chi cerca di ucciderti?”, “Voi cercate di uccidermi perché le mie
parole non penetrano in voi”.
Questo ci fa capire che quando noi non siamo aperti ad accogliere
o abbiamo difficoltà ad accogliere è perché in noi prevale il nostro mondo, il
nostro io; quindi abbiamo il rifiuto di Dio, in noi è già maturo il delitto, il
deicidio.
Non basta però che in noi ci sia l’intenzione perché la cosa
avvenga, perché la sua ora è Lui che la determina e non noi.
Eligio: Comunque, che io non lo
uccida ogni volta, ma che in fondo io abbia in me ben chiara che la conclusione
sarà la crocifissione, sostanzialmente la cosa non cambia.
Nino: Per Lui è valida la nostra intenzione,
per cui è come se l’avessimo ucciso.
Luigi: Ah, certo!
Eligio: In noi deve maturare la
presa di coscienza, perché fintanto che io non sono cosciente di ucciderlo,
posso anche essere convinto di fare una buona azione.
Luigi: Ma perché maturi questa presa
di coscienza è necessario che Lui si conceda e si lasci uccidere.
Eligio: Il mio problema è questo:
come la passione di Cristo si prolunga in ognuno di noi, finché non matura
questa presa di coscienza, questa consapevolezza, dalla quale nascerà poi
l’uomo nuovo, con lo Spirito del Cristo. La sua carne è stata distrutta,
tenendo presente questo, stento a capire come si prolunghi l’offerta del Cristo
in mezzo a noi e a me personalmente. Sul piano spirituale non ho difficoltà a
capirlo ma sul piano operativo non lo capisco. È vero che “per fede, l’umanità
di Cristo c’è in tutti coloro che mi stanno attorno, che si offre a me”. Il mio
problema è quello di cogliere questa umanità e di sapere che lì Cristo offre
qualcosa di sé a me.
Luigi: La consapevolezza non la puoi
prendere attraverso le creature, pur essendo tutte le creature “corpo e sangue”
del Cristo, perché la rivelazione ce l’hai in Cristo, proprio in quanto ti
metti a contatto, nella sintesi, con Lui. Nel Verbo abbiamo la luce, nel
fine abbiamo la luce che illumina e ci fa capire quello che avviene in ogni
altra azione.
In tutto è sempre Lui, però la rivelazione l’abbiamo soltanto in
Lui, cioè nella sua carne.
Soltanto conoscendo questo, poi, per estensione, lo Spirito mi
conduce a capire che ovunque è sua carne, che ovunque è Lui che parla con me,
ovunque è Lui che si offre a me, perché altrimenti io non potrei minimamente
esprimere un mio pensiero di egoismo, di orgoglio, di ambizione. Perché sarei
ridotto all’impotenza, muto, se Lui non si concedesse a me. In altre parole, se
non ho della carta su cui scrivere, posso essere pieno di pensieri, ma non ho
la possibilità di esprimerli. Ora, la carta è in mano sua, quindi se Lui non mi
dà il foglio io non posso scrivere.
Eligio: Mi è facile capire questo,
attraverso il dolore dell’innocente, ma mi è difficile vedere l’umanità del
Cristo nel male che ricevo da una creatura.
Nino: Nel Padre nostro,
quando diciamo rimetti a noi i
nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, mi sono accorto che io non ho niente da rimettere a nessuno,
anzi, tutti sono stati dei segni di Dio. Posso dirlo alla luce di tutto quello
che stiamo approfondendo.
Luigi: Tutto è opera di Dio.
Eligio: Ma se Cristo ci fa dire
quelle parole nel Padre nostro, presuppone che ci sia qualcuno da perdonare!
Nino: Ce le dice perché le dobbiamo
approfondire.
Luigi: Più noi moriamo al nostro
io e più naturalmente vediamo solo più l’opera di Dio, il “tutto opera di
Dio”. E quando vediamo questo, nessuno può più farci del male, nel senso che
vediamo che tutto è bene, perché “tutto è da Dio”. San Paolo è riconoscente
verso amici e nemici, perché tutti hanno contribuito a fare di lui quello che è. È
riconoscente verso tutti.
Eligio: In quel contesto anche il termine
nemici è improprio, perché in Dio sono tutti amici.
Luigi: Certo.
Nino: Perché Lui si incarna e spezza
il pane …
Luigi: Adeguato alla nostra capacità
di capire.
Nino: Se approfondisci il Padre nostro,
ogni volta che lo leggi, ti dice qualcosa di nuovo.
Eligio: Siccome Lui dice “Il pane che Io do è la mia carne”, non posso non vedere la sua carne, quindi la sua umanità
prolungata, vivente attorno a me.
Luigi: Se uno ha capito bene il Cristo,
dopo aver capito il Cristo, può vedere il Cristo attorno a sé. Certo!
Eligio: Approfondendo la necessità
che il Cristo debba venire a morire in noi, affinché noi prendendo coscienza
della morte che procuriamo a Lui, possiamo vedere proiettate su Lui morto le
colpe che hanno causato quella morte?!
Luigi: Le intenzioni.
Eligio: Le intenzioni, le scelte che
conducono Lui a morte. Leggevo in San Atanasio, che è il più grande teologo
della scuola Alessandrina, un’interpretazione diversa: lui vede l’incarnazione
e la necessità che il Cristo muoia per la deificazione della natura umana.
Quindi la necessità della morte del Cristo lui la vede in funzione della
possibilità della resurrezione.
Luigi: Sì, sostanzialmente è giusto,
il concetto è giusto.
Amalia: La chiave è quella di capire
il Cristo perché tutto il resto è una conseguenza.
Luigi: Sì, perché è il Cristo che fa
luce.
Amalia: Il fatto di poter vedere il
Cristo fuori è la conseguenza dell’incontro personale col Cristo.
Luigi: Certo, la Luce ci viene
sempre da questo rapporto col Cristo. Perché il Cristo è la sintesi, in quanto
è sintesi è Luce, quindi si rivela. Di conseguenza dobbiamo osservare anche
tutti gli altri fatti illuminati dal Cristo. Ma fintanto che non abbiamo capito
il Cristo, e per capire il Cristo lo dobbiamo conoscere nella sua morte in
croce, perché altrimenti noi ci illudiamo di aver conosciuto il Cristo, fintanto
che non abbiamo assimilato, mangiato la sua carne, capito la sua morte in
croce, non possiamo capire.
Nino: Senza la sua morte in Croce
non abbiamo visto niente.
Eligio: Come fare per acquisire la
consapevolezza della presenza dell’umanità del Cristo nelle persone con cui noi
abbiamo a che fare? Oltre la fede.
Luigi: La consapevolezza la
acquistiamo attraverso il Cristo stesso, essendo Cristo il Verbo di Dio.
Luigi: Dobbiamo convincerci che è
soltanto approfondendo bene il mistero del Cristo che viene a morire tra noi, e
come Egli viene a morire tra noi, in che cosa consiste questo suo venire a
morire tra noi, soltanto così siamo condotti a percepire questo suo venire a
morire in ogni cosa, in ogni avvenimento; perché effettivamente in ogni
cosa c’è la mano di Dio, c’è l’opera di Dio che opera per concessione. Ecco,
dovremmo approfondire in cosa consista questo suo operare per concessione, da
parte di Dio. Dio si concede al nostro nulla, lascia che noi scriviamo i nostri
rudimenti di conoscenza che abbiamo di Lui, e scriviamo in tutte le sue opere.
E questo è necessario per far maturare la consapevolezza della necessità del superamento
del pensiero del nostro io. Perché il posto di blocco sta lì.
Siamo tutti fermi a questo posto di blocco: il pensiero del nostro
io.
Fintanto che in noi non matura questa necessità, non abbiamo la
consapevolezza dell’urgenza. Magari abbiamo capito che tante cose le dobbiamo
superare; ad esempio da bambini giochiamo a birille e
poi capiamo che dobbiamo superare il fatto di giocare a birille;
poi arriviamo a capire che dobbiamo occuparci di cose più importanti, e così
via; ci sono tante cose che si superano nella vita. Ma c’è il rischio di
arrivare a novant’anni e siamo ancora fermi a questo posto di blocco, che è il
pensiero dell’io. E questo succede perché non siamo convinti. Ed è difficile
convincersi che questo pensiero dell’io diventa delitto, diventa omicidio,
diventa suicidio.
Eligio: Mi è più facile capire che
il Figlio di Dio è venuto a morire per me, per fortificarmi nel suo Spirito.
Nino: Ma quel “per me” può voler
anche dire: il Cristo è venuto a morire per colpa mia.
Luigi: Sì, si sottomette.
Nino: Ha un doppio significato: uno
è che viene a vantaggio mio, e l’altro è che viene a morire per colpa mia.
Eligio: Sì, viene per uno e per
l’altro motivo.
Luigi: Se andiamo ancora più a fondo
scopriamo che quel “per” è unico. Ma è necessario che noi affermiamo quello che
siamo, cioè la morte che portiamo in noi con il nostro io autonomo; nel senso
che dobbiamo avere la possibilità di manifestare attorno a noi per constatarla;
perché se noi non possiamo affermarla non la constatiamo.
Attualmente constatiamo le cose per riflesso: in quanto ho questo
pensiero, lo posso attuare, di riflesso lo percepisco. Ma se io non potessi
attuarlo non potrei percepirlo. Però per attuarlo bisogna che il Creatore si
sottometta a me, perché altrimenti io non attuo proprio niente.
Eligio: Come si sottomette a me il
Creatore? Attraverso le altre creature.
Luigi: Attraverso la sua creazione;
cioè dà a me la possibilità di manifestare, di esteriorizzare ciò che porto
dentro di me; ma se Lui non mi dà questa possibilità io non esteriorizzo
assolutamente niente, e non esteriorizzando non posso prendere consapevolezza.
Ci sono due modi di prendere consapevolezza:
-
o la contemplo in Dio, ma per far questo devo aver messo Dio al di
sopra di tutto, quindi devo aver superato il pensiero del mio io;
-
o altrimenti devo avere la possibilità di esteriorizzare in qualche
cosa davanti a me, in modo che si rifletta su di me e che io la constati.
Certo, questa è una constatazione difettosa, perché è soltanto per effetto
esterno; perché non è la contemplazione, non è la consapevolezza di Dio, non ho
la ragione di quello che avviene; però constato.
Perché se davanti a me ho una creatura che parla, che è viva, e se
io a un certo momento con un coltello la uccido e me la trovo morta, non parla
più, allora subisco, riporto su di me e quindi prendo consapevolezza di quello
che era prima, di quello che ho fatto e di quello che è adesso: in mezzo c’è il
mio io. E allora mi chiedo: “Ma cosa ho fatto?”. Qui nasce la consapevolezza.
Se però quella creatura non si fosse concessa alle mie mani,
assolutamente non avrei potuto ucciderla; allora non avrei potuto constatare il
delitto; ma il delitto lo portavo già dentro di me. Lo portavo dentro, però non
potevo esserne consapevole; per esserne consapevole devo contemplarlo in Dio.
Ma se non sono unito a Dio, e non sono unito a Dio perché porto il
delitto dentro di me, l’unica via per poterlo constatare è che io possa
realizzare quello che porto dentro di me. Devo poter realizzare nel mio mondo
reale, ma il mio mondo reale non è Dio, il mio mondo reale è quello che vedo e
quello che tocco, quello che è in relazione a me, in quanto posso spaccare
qualche cosa. Prima c’era questo registratore, adesso la lascio cadere per
terra, l’ho rotto, non registra più; però ho avuto l’intenzione di buttarla per
terra. Allora c’è l’opera prima che andava bene, il registratore funzionava;
poi ho avuto l’intenzione di buttarlo per terra, allora constato le conseguenze
dell’intenzione che avevo dentro di me.
Eligio: La difficoltà a recepire
questo ragionamento viene dal fatto che noi non vediamo concretizzato
l’omicidio. Però c’è questo, che ad un certo livello, facendo questo
ragionamento, diciamo che interiormente questo fenomeno si verifica. Ma una
cosa è se si verifica in chi ha delle passioni violente, in chi è abituato ad
affermare il proprio io…; però penso a quelle creature angeliche, come quella
signorina che è mancata pochi giorni fa, che abbiamo conosciuto: anche per loro
è valido questo discorso?
Luigi: Certo. Comunque quando
abbiamo la possibilità di approfondire, di meditare soprattutto questi fatti
che avvengono attorno a noi, dobbiamo sempre tenere presente che tutto si
sintetizza sulla croce del Cristo. Dobbiamo meditare sul mistero del Cristo che
muore sulla croce, su questa carne data.
Eligio: Se l’alimento che Lui mi
offre è la sua carne, io mi devo alimentare adesso, non posso aspettare a
Pentecoste.
Luigi: Certo, Lui in quanto me lo
dice, me lo dice adesso. Lui mi propone a capire la sua incarnazione.
Eligio: Però tante volte abbiamo
detto che questo lo potremo capire solo quando dedurremo tutto dal Padre.
Luigi: Certo. Però già adesso Lui
parla per sollecitarmi ad approfondire, a capire quello che mi dice. Certo, la
luce, la grande luce, la consapevolezza, l’avrò soltanto allora; però già
adesso, ricevendo le parole che Lui dice, appoggiandomi su queste parole, ho la
possibilità di intuire. Prima lo accetto per fede, e poi cerco di
ragionare, di meditare, di custodire, di approfondire, e a poco per volta si
arriva alla Luce; in cammino non arriva la luce piena, perché la luce piena c’è
quando arriva lo Spirito Santo. Però qui c’è un fatto che si illumina, là c’è
qualche cosa che si armonizza, incomincio a capirlo di più. E’ tutto un mosaico
che, una tessera qui, una tessera là, a poco per volta, si compone, e
incomincia a delinearsi qualche figura.
Comunque penso che dobbiamo molto approfondire il mistero del
Cristo. Più noi approfondiamo quello che è avvenuto in Lui, quello che Lui ha
offerto a noi, quello che noi abbiamo scritto su di Lui, questa profondità ci
rende capaci di intuire, di vedere l’incarnazione, la sua carne. Ma la
capacità di vedere dipende dalla profondità che portiamo in noi di Cristo.
Per cui non è tanto lo sforzo che dobbiamo fare, per ricordarci o per vedere
quello che succede attorno a noi; ma è importante approfondire il mistero del
Cristo.
Quanto più in me si forma la profondità o la verticalità, tanto
più questa mi illumina l’avvenimento. E’ la profondità che illumina
l’avvenimento. Quindi l’impegno è sempre lì, nel vertice, nel tempo che è
compiuto in Cristo. Bisogna capire bene quel mistero, quello che è avvenuto lì.
Perché lì abbiamo proprio il Verbo di Dio che ha unito a sé; l’ha unito a sé in
modo che noi non lo possiamo più disgiungere.
Gli avvenimenti noi li possiamo disgiungere, cioè possiamo dire
“Qui c’è l’uomo, lì c’è il caso, là c’è la natura”; “Quello lì non si è
comportato bene verso di me”. Invece qui abbiamo il Verbo di Dio che ha unito a
sé una carne in modo che da nessuna creatura può essere disgiunto. Ed è proprio
questa unione che dà l’intelligenza, se mi fermo molto a meditare per cercare
di capire. Bisogna cercare di capire:
-
perché Dio ad un certo momento ha preso una carne?
-
perché questa carne si è presentata all’uomo?
-
perché a un certo momento, dopo aver parlato il Verbo di Dio nella
carne, l’ha offerta all’uomo?
-
perché l’uomo la uccide, la mette in croce?
-
perché tutto questo?
Bisogna cercare la ragione presso Dio di questo.
Più approfondiamo questo mistero e più diventa luce, che ci
illumina in estensione gli avvenimenti, tutti i fatti. Siccome quello è Verbo
di Dio, quello che è avvenuto lì è quello che avviene in tutto; perché il Verbo
di Dio parla in tutto.
Eligio: Ma questo lo deduci per
fede?
Luigi: No! È logico! È logico perché
tutto è voluto da Dio, tutto è volontà di Dio; quindi essendo tutto volontà
di Dio in tutto c’è il Verbo di Dio.
Però il Verbo di Dio che parla in tutto non è illuminante come
è illuminante il Verbo di Dio fatto carne, il Cristo. Però se in Cristo
qualche cosa mi si illumina, quello che mi si illumina si estende su tutte le
opere di Dio.
Eligio: Ecco, questo è già un
passaggio più difficile.
Luigi: Tutto è volontà di Dio. In
Cristo, tutto quello che è avvenuto è volontà di Dio. La volontà di Dio è
universale, quindi quello che si illumina in Cristo, mi illumina anche tutta la
volontà di Dio universale; ha un’estensione per ogni tempo e per ogni luogo.
Perché se non fosse Dio non lo potrei estendere, ma lo limiterei a quel tempo,
a quel luogo, a quel corpo. Ma essendo Dio, la parabola che Lui mi dice è una
parabola che mi dice tutti i giorni, in tutte le cose; appunto perché è Parola
di Dio, ed essendo Parola di Dio, Dio non cambia certo la sua Volontà da un
giorno all’altro, da un tempo all’altro, da un luogo all’altro.
Quindi Lui ha detto questo allora, ma questo Lui allora non me lo
ha illuminato, perché quello che impedisce a noi la posterità della luce è il
pensiero del nostro io, cioè il pensiero del nostro io impedisce a noi di
intendere.
Quello che illumina noi è la presenza di un altro Io,
un Io che abbia la Luce.
Per cui l’altro Io mi incatena, mi rende attento.
Quando uno di noi parla, cosa fa parlando? Concentra l’attenzione
degli altri sul suo pensiero. E concentrando cosa fa? Crea un grande deserto.
Se noi fossimo capaci di vederci, quando qualcuno parla a noi, se parla con
della luce, crea un gran deserto, di ogni altro pensiero, e concentra tutte le
nostre facoltà unicamente su di sé, e noi lì cogliamo la luce, ci trasmette la
luce. Che cos’è che ci impedisce di accogliere la luce? E’ la tanta
distrazione. E quello che ci distrae è il pensiero del nostro io. Per cui siamo
incapaci. Quello che maggiormente ci rende attenti è la presenza della
persona. La persona è un centro di grande attrazione. Quando una persona
parla con me, o io non capisco niente, cioè penso a me, oppure devo fare
attenzione; ci deve essere tutta dedizione all’altro, ma dedizione all’altro
vuol dire che essere condotti a capire il pensiero dell’altro.
Quindi la persona è il massimo centro di attrazione. Cristo tra
noi è il massimo centro di attrazione come Persona. Per cui se io sono
attento a Lui, Lui mi fa vedere, mi fa capire le parabole sue, le lezioni che
mi dà. Appunto perché è Persona, concentra su di Sé tutta la mia attenzione e
mi illumina. E una volta che ho ricevuto l’illuminazione, ho la possibilità di
estenderla su tutto.
Ad esempio: se ho capito la legge della gravità, il perché la mela
sia caduta, posso estenderla su tutto, posso cioè verificare in senso
universale. Incontrerò delle contraddizioni, va bene, ma qui invece è Dio. Se
Dio mi ha concentrato su di sé e mi ha illuminato su qualcosa, adesso mi dà la
possibilità di leggere, quindi di intendere ogni suo parlare in tutte le cose,
perché Lui non fa altro che ripetere su tutto: “Ecco, hai capito il mio Spirito
in questo avvenimento?”, “Si”, “Adesso estendilo su tutti gli avvenimenti,
perché il mio Spirito è sempre uguale; parla sempre con te”. Questo è il
sillabario per leggere gli avvenimenti. Quindi più io studio il sillabario e
più ho la capacità di leggere gli avvenimenti. Ma leggere gli avvenimenti
cosa vuol dire? Vuol dire vedere il dono, la sua concessione, la sua carne,
vedere il Verbo di Dio che si fa carne in tutto; vedere il Verbo di Dio che
prende forma, in modo da dare a me la possibilità di significare qualcosa di me
e di darmi la possibilità di prendere consapevolezza, di superarmi.
Eligio: Partendo sempre
dall’insegnamento dei padri antichi, la persona la vedo come una unità. San
Atanasio spiega proprio il passaggio dall’unità alla universalità.
Luigi: Ma l’universalità è proprio
data dal fatto che Cristo è Dio; perché se Cristo fosse soltanto uomo, non sarebbe
servito assolutamente a niente, appunto perché sarebbe localizzato. Quando
uno è localizzato io non lo posso certamente estendere; cioè la posso
estrapolare, però noto delle contraddizioni. Molte volte noi facciamo delle
universalizzazioni: scopriamo un fatto, un fenomeno, una legge, la
universalizziamo, però abbiamo le contraddizioni, perché non possiamo
sostenerlo. In matematica si dice “estrapolare”: prendi un fenomeno e lo
universalizzi, lo allarghi e fai l’estrapolazione. Se il Cristo fosse stato
soltanto uomo, la universalizzazione sarebbe una estrapolazione con tutti i
difetti che reca con sé. Invece Gesù, essendo Dio, e solo Dio può dare a me
questo, dà a me la possibilità; poiché Dio non è soltanto Colui che ha parlato
allora, ma parla in tutto, opera in tutto, e tutto è opera sua, dal momento
che in un punto dell’universo Dio ha detto “la mia volontà è questa”, dà a me
la possibilità di leggere la sua volontà in tutto. Anche in quello in cui
io non capisco niente, che non riesco a capire. Perché Lui mi ha detto: “La mia volontà è questa; vedi? In questo punto qui la mia
volontà è questa”. Me l’ha fatto
capire. Ma la sua volontà è assoluta, è fuori dal tempo. Quindi dal momento
in cui mi fa capire la sua Volontà, io posseggo tutto l’universo. Perché la
sua volontà è tutto.
Dio non è uno che cambia. San Paolo dice che Dio non è uno che
dice “sì” e poi dice “no”. Noi prima diciamo “si” e poi diciamo “no” e allora
abbiamo le contraddizioni. Ogni creatura è fatta di “si” e di “no”. Dio dice
soltanto “Sì” e lo dice in tutte le cose, perché il suo parlare è fedele.
Eligio: Dobbiamo illuminare la sua
Persona umana, la sua Persona dell’Io Divino.
Luigi: Certo, dobbiamo sempre tenere
presente che l’Io è Divino. Ecco perché qui “I
giudei altercavano tra loro dicendo: ma come può costui darci la sua carne da
mangiare?”, appunto perché non
vedevano la Persona divina. Lui invece proponeva la Persona divina. Perché
quando dice “la mia carne”…, se lo dice una
creatura non ha senso. Perché se uno di noi desse la sua carne, non servirebbe
a niente. Ma Lui dicendo “La mia carne”, dice “La carne della
mia Persona”, quindi propone di
assimilare la carne della sua Persona, cioè propone la sua Persona. Perché
quello che ci porta nella vita è il suo Io, cioè la sua Persona. Perché è la sua Persona che è sorgente
di novità.
Abbiamo detto che quello che ci rende statici, annoiati, morti è
il distacco da questa sorgente di novità, che è la Persona divina. Ora, Lui
venendo morire a noi, pur morendo, viene a presentarci la sua Persona, il suo Io, che è una
sorgente di novità continua; non fosse altro la sua morte, è una novità per
noi.
La sua concessione è una novità per me, e la novità mi impegna a
capire. E in quanto mi impegna a capire, mi impegna in una novità.
Noi invece tendiamo a trasformare la sua novità nella nostra
vecchiaia; “Come può costui pretendere di
darci da mangiare la sua carne?”.
Cioè cerchiamo di far entrare quello che Lui ha detto nel nostro io, nella
nostra conoscenza, nella nostra visione; anziché trascendere, superare noi
stessi per capire il suo Io che si incarna.
Eligio: Vorrei capire come Lui
continua a darsi a me dopo duemila anni.
Luigi: Perché Lui è Dio. Lui
dicendo qui: “Il pane che io
do è la mia carne”, ci invita a
scoprire la sua divinità.
Eligio: Sento che pecco di
materialismo.
Luigi: Siamo tutti molto materiali,
come qui i giudei. Come la samaritana; quando Lui le parla dell’altra acqua,
lei risponde: “Dammi sempre di
quest’acqua affinché io non abbia più ad attingerne”. È la creatura che tende sempre a calare lo Spirito nella sua
materialità, a spegnere lo Spirito. La creatura tende per natura a spegnere lo
Spirito. E lo Spirito invece si concede per accendere in noi lo Spirito
stesso.
Eligio: Non è che non vogliamo
spiritualizzare ma...
Luigi: In tutte le cose non dobbiamo
mai separare niente da Dio. Anche Cristo non dobbiamo mai separarlo da Dio.
Dobbiamo sempre tenere presente il triangolo: Dio - io – e l’avvenimento. Ad
esempio: Dio – Cristo - io; e partire sempre da Dio. Per cui se Cristo mi dice:
“La mia carne che io do per la vita del
mondo”; abbiamo Dio che ci
presenta queste parole. “Che cosa mi vuoi dire?”; allora si entra in questo
dialogo con Dio. “Che cos’è questa carne che viene data per la vita del mondo?
Che cosa mi vuol dire?”. Devo interrogare, mai vederlo in senso orizzontale.
Il problema è che noi non partiamo dal Principio. Il principio
fondamentale è sempre questo: Dio è Colui che opera in tutto. Dio è il creatore.
Tutte le cose vanno sempre considerate così: Dio è Colui che opera in tutto.
Quindi anche qui, magari non abbiamo ancora scoperto che Gesù sia Dio, però è
Dio che me lo presenta. “Cosa mi vuol dire? Cosa mi vuole significare?”. È
attraverso questo dialogo, ricevendo tutto da Dio, che sono impegnato a cercare
di assimilare, a cercare di capire queste parole eccezionali, così strane, che
nessuna creatura può mai dire.
Pinuccia B.: Quindi il vero
raccogliere è una Messa?!
Luigi: E’ la prima parte.
Pinuccia B.: Poi riporto in Dio per
scoprire in Dio il Pensiero suo, non più il mio. Quello è il momento della
consacrazione, che richiede la morte del mio io. Dio dice “Questo è mio”,
Dio lo fa suo.
Luigi: Quello che io ho messo a
disposizione lo fa suo.
Pinuccia B.: Dicendo “Questo è mio”,
mi fa scoprire la sua Presenza, il suo Pensiero. Quindi è Presenza?!
Luigi: Certo.
Pinuccia B.: E poi c’è la Comunione:
cioè quello che Dio ha fatto suo, il suo Pensiero, mi unisce a Lui.
Luigi: Certo.
Pinuccia B.: Se il superamento
dell’io è addirittura nell’offertorio, quando Dio mi comunica il suo Pensiero,
quindi la sua Presenza e mi unisce a Lui, non viene a morire in me, ma è già
morto prima.
Luigi: Viene a morire nella
Comunione. San Paolo dice: “Ogni volta che
mangiate di questo pane…”.
Pinuccia B.: Anche quando
raccogliamo le cose?
Luigi: No.
Pinuccia B.: Non c’è il parallelo
lì?! Si è detto che quello che avviene in Cristo avviene in tutto l’universo,
in tutte le cose…
Luigi: Noi abbiamo l’opera di Dio
che “fa suo” qualche cosa; ha fatto suo un corpo che ha messo a disposizione
della Vergine. Ma può far suo qualunque cosa. Quindi abbiamo l’opera di Dio che
“fa suo” qualche cosa. Dopo aver detto “Questo
è mio”, lo offre a me. Lui
prima se ne appropria, dice “Questo è mio”…
Pinuccia B.: In realtà è già suo,
però in me lo fa suo.
Luigi: Siccome c’è il mio io che si
sta appropriando di tutto, perché il nostro io è un centro di appropriazione, Lui
prende una parte, qualche cosa (o glielo dò o Lui se lo prende) e dice: “Questo è mio;
lo riservo per Me”. Dopo aver detto “Questo è mio”, lo dà a me. E fintanto che io non muoio a me stesso, non faccio
altro che annunciare la sua morte.
Pinuccia B.: Però la consacrazione
avviene solo se io ho superato il mio io.
Luigi: La Consacrazione avviene
quando Lui dice “Questo è mio
corpo”.
Pinuccia B.: Però la condizione è
che io abbia già superato il mio io.
Luigi: Questo Lui lo afferma, sia
che io abbia superato il mio io, sia che io non abbia ancora superato il mio
io. Perché Lui questo lo afferma al di sopra di me. Quando Lui dice: “Questo è mio”,
io posso urlare, gridare, piangere, ma quello resta suo. Tutto è suo, tutto è
opera di Dio, però purtroppo succede che noi, nel pensiero dell’io, questo non
lo riconosciamo. Noi riconosciamo tutto opera del caso, della natura, della
creatura, dell’io. Sostanzialmente cosa facciamo? Succede che noi tendiamo ad
appropriarci di tutto l’universo; e nell’universo vediamo solo più l’uomo, non
vediamo più Dio. Allora Dio per salvarci, prende una fogliolina d’erba, prende
una pietruzza, un acino d’uva e dice: “Questo
è mio”. Un giorno Lui lo dirà
su tutto e noi saremo chiusi fuori.
Pinuccia B.: Non è nell’offertorio
che superiamo il nostro io?
Luigi: Nell’Offertorio Dio chiede
che noi mettiamo a disposizione qualche cosa di noi. La nostra offerta è del
pane, ed è poi su questo pane che Lui afferma “Questo
è mio”. Lui ci chiede di
offrirgli qualche cosa, poi su quello che gli abbiamo offerto dice: “Questo è mio”.
Non siamo noi che diciamo: “Questo è mio”, non è la creatura che dice: “Questo
è mio”. È Lui che lo dice. E
dopo aver detto “Questo è mio”, ce lo dà da assimilare. Ma fintanto che nell’assimilazione noi
non moriamo a noi stessi, non facciamo altro che annunciare la sua morte. Nell’assimilazione
noi dovremmo essere assimilati a quello che Lui ha fatto “suo”; allora
dobbiamo sparire, dobbiamo morire a noi stessi. Ma fintanto che questo non
avviene, non facciamo altro che annunciare la sua morte perché lo assorbiamo in
noi. Dopo aver fatto la Comunione, sono io che vivo, non è Lui vive. Che cosa
succede? Io continuo a parlare di me, continuo a parlare degli avvenimenti,
della natura. Ma allora chi è che è venuto a morire lì? Sono venuto io a morire
o è venuto Lui a morire?
Se dopo aver fatto la Comunione guardi male la tua vicina, o
litighi col tale, vuol dire che vedi l’uomo, vedi la natura e non vedi Dio. Chi
è che è morto lì?
Fintanto che noi non moriamo a noi stessi, e morire a noi stessi
vuol dire vedere tutte le cose con l’occhio di Dio, noi non facciamo altro che
annunciare la sua morte.
Pinuccia B.: E quando uno è morto a
se stesso?
Luigi: Vede solo Dio in tutto, è in
comunione con Dio.
Pinuccia B.: Però farà anche la
Comunione. Un’anima che è arrivata alla Pentecoste, facendo la Comunione, vede
ancora il Cristo che viene a morire in lei?
Luigi: Se fa la Comunione,
continuerà a ricordarle quello che è avvenuto allora. Cioè quello che Lui ha
fatto, che è venuto a morire. Anche nella vita eterna riconosceremo che
Cristo è Colui che è morto per noi. Lo ricorderemo, non dimenticheremo mica
niente. Vedremo sempre il Cristo che è venuto a morire per portarci nella vita.
Infatti dice: “Fate questo in
memoria di me”. Però fintanto che
nella Comunione noi non moriamo a noi stessi, non possiamo fare altro che far
morire Lui. Per cui nella Comunione Lui viene a morire in noi.
Fermati su quella parola di San Paolo. E’ parola rivelata. Lui
dice che “Tutte le volte che mangiate il
suo corpo e bevete il suo sangue non fate altro che annunciate la sua morte
affinché, cioè fino a che Egli venga”.
Fintanto che uno non arriva a Pentecoste non fa altro che annunciare la sua
morte. Prendiamo come fondamento questa parola e mettiamola insieme a quello
che abbiamo detto.
Eligio: Annunciamo la morte che si
ripete in Cristo o la morte che si ripete in noi?
Luigi: La morte che si ripete in
noi.
Pinuccia B.: Non capisco la
differenza di quando Cristo viene a morire in me per un atto di orgoglio e
quando Cristo viene a morire in me perché ho fatto la Comunione.
Luigi: Pensaci.
Nino: Puoi anche non capirlo facendo
la Comunione.
Luigi: Ah certo. Pensa bene a quelle
parole di San Paolo: “Tutte le volte
che mangiate la mia carne e bevete il mio sangue, annunciate la mia morte”.
(1h
13min 10sec)
Gv 6,53-II: «Altercavano allora i giudei dicendo: “Come
mai costui può darci da mangiare la sua carne?”»
Conversazione:
Luigi: O il Divino assorbe
noi o noi assorbiamo il Divino.
Eligio: Lo Spirito dà la
possibilità alla carne umana di essere divinizzata.
Luigi: In realtà noi non
siamo assorbiti dal Divino se prima non assorbiamo il Divino, cioè se è prima
non mandiamo a morte il Divino. Nella realtà di ognuno di noi prima dobbiamo
passare attraverso la morte del Cristo, per poi risorgere noi. In caso diverso
non ci divinizziamo. La carne di Cristo viene data a noi, in quanto data è necessario che il
Figlio dell’uomo sia mandato a morte.
Evidentemente Lui parla sempre in termini di
eternità, di vita, di salvezza; in quanto è necessario per la salvezza di ogni
uomo, che il Figlio dell’uomo sia mandato a morte. Quindi c’è questa situazione
di necessità attraverso cui ognuno di noi passa, deve passare. Nessuno di noi
può dire: “Non sono io che ho ucciso il Cristo”, oppure: “Io sono innocente di
quel sangue sparso”. No! “Tu sei responsabile e devi arrivare a toccare con
mano, perché fintanto che non arrivi a toccare con mano la tua responsabilità
in quel sangue sparso, tu non hai conosciuto il Cristo”. Perché la nostra
nascita in Cristo avviene soltanto nel momento in cui noi incominciamo a
renderci conto che siamo responsabili di quel sangue versato.
Eligio: Spiritualmente, è facile
capirlo, però sono fermo all’interpretazione della carne.
Luigi: La carne di Cristo è segno,
quindi è rivelazione per farci capire ciò che avviene nello Spirito, perché
noi, secondo la carne, non capiremmo quello che avviene nei nostri rapporti con
Dio. La carne, questo dato esteriore a noi, è segno, quindi è rivelazione, è
segno rivelatore di quello che avviene nei nostri rapporti tra la nostra anima
e Dio. È rivelazione.
Ora, tu dici: “È facile capire spiritualmente”; ma quello che ti
impegna a capire spiritualmente è proprio quello che avviene nella carne;
perché nella carne, in realtà, Cristo è morto.
Eligio: Tutti i personaggi del
Vangelo, con le loro scelte, Erode, Pietro, Caifa,
sono specchio di quello che faccio io nella mia anima, e che dunque producono
su Cristo gli stessi effetti di quella scena storica.
Luigi: Ecco, questo è già una
conseguenza; perché noi dobbiamo sempre riportare tutto a Dio; non possiamo mai
disgiungere Cristo e quello che è avvenuto in Cristo, da Dio.
Ora, in questo corpo, in questa carne di Cristo, in cui parla Dio, parla in un modo talmente
caratteristico che se non lo intendiamo in Dio, non intendiamo. Come questi
Giudei, che litigano tra loro perché trovano il suo parlare incomprensibile, a
tal punto che se ne andranno via tutti. Ma perché il suo parlare risulta loro
incomprensibile?
La parola di Dio che parla in Cristo è talmente caratteristica che
fintanto che noi non la intendiamo nello Spirito di Dio, per noi è
incomprensibile. Ma proprio perché è incomprensibile ci mette in movimento, ci
mette in crisi; è parabola.
Abbiamo detto che noi possiamo o essere fuori o essere dentro al
parlare di Dio. Se siamo fuori, non possiamo assolutamente capire i misteri del
regno di Dio, e quindi del suo operare, siamo fuori. Però, proprio in quanto
non capiamo, quello ci turba; cioè ci sollecita a prendere coscienza che siamo
fuori. “Sono fuori di questo parlare”. Per noi questo parlare è astratto, è
incomprensibile. Proprio perché notiamo che siamo fuori, che questo parlare è
incomprensibile, questo ci deve sollecitare, ci fa prendere consapevolezza che
siamo lontani dallo Spirito. Devo prendere consapevolezza: “Che cosa devo fare
per entrare? Che cosa devo fare per capire?”.
Gesù dice invece: “A coloro che
sono dentro è dato di conoscere i misteri del regno di Dio”.
Allora, la Parola di Dio che arriva a noi ha sempre due aspetti:
fuori e dentro. Fintanto che non riusciamo ad entrare nello Spirito di Dio e
quindi a capire il linguaggio di Cristo, questa frase, questa parola: “Questa mia carne che è data per la vita del mondo”, non la possiamo capire. Però capiamo che siamo fuori.
Eligio: Ma “questa mia carne”
non lo dice con un linguaggio naturale, con un linguaggio umano.
Luigi: Certo, non è un linguaggio
umano, per questo entrano in contraddizione.
Eligio: Che interpretazione dai al
termine carne?
Luigi: La carne è un segno
sensibile attraverso cui un essere si manifesta. Anche noi abbiamo una
carne attraverso cui ci manifestiamo l’uno all’altro. A cosa serve questa
carne? La carne è soltanto un mezzo. Siccome noi non siamo capaci a comunicare
con lo Spirito di Dio, attraverso lo Spirito di Dio, Dio transitoriamente mette
a disposizione questa carne; che è sua carne, non è nostra, perché un giorno ce
la toglierà. Per cui non sempre questa “mia carne” esprimerà me stesso; se
mi affretto, attraverso questa mia carne ad esprimere Dio, questa mia carne
esprimerà Dio. Ma arriverà presto un giorno che questa mia carne non
esprimerà me stesso, perché non è mia. Però attualmente è data così, in
amministrazione; per cui attraverso di essa noi possiamo manifestare il nostro
pensiero, i nostri sentimenti l’uno all’altro. Perché anche l’altro non riesce
a capire il mio pensiero se non attraverso la carne. E la carne è quel dato
sensibile che è talmente malleabile al pensiero, allo spirito, che riesce a
scrivere, a manifestarsi all’altro.
Il Figlio di Dio, il Verbo, assume anche Lui una sua carne. Visto che noi
non siamo più capaci di intendere le cose nello Spirito di Dio, Dio assume una
carne per rendersi sensibilmente presente; e dice: “Questa è la mia carne; questo è il mio corpo, attraverso
cui io parlo con te”. È un dato
sensibile, e proprio perché è dato sensibile è offerto all’altro. Perché per
essere sensibile bisogna che sia sottomesso all’altro, altrimenti l’altro non
lo sperimenta. È sensibile in quanto l’altro lo può sperimentare. Lo sperimenta
perché è sottomesso, è dato all’altro.
Per cui la carne diventa un mezzo in comune tra il Verbo di Dio e
il mio io: è un dato comune. Ma se è un dato in comune, in un primo tempo il
Verbo di Dio parla in essa a me, ma poi in questa carne io posso scrivere me
stesso; per cui ad un certo momento la sua carne diventa la mia carne. È
qui che io scrivo la mia morte nella sua carne; è qui che io posso appropriarmi
della sua carne. Perché se non potessi appropriarmi della sua carne, la sua
carne non sarebbe più un dato sensibile, resterebbe per me un dato intoccabile,
che non posso scalfire, che non posso metterci niente del mio io. Ma se non
posso mettere niente del mio io, Lui non può entrare in comunione con me, non
può dire a me qualche cosa.
Perché uno possa dire a me qualche cosa, deve sotto un certo
aspetto scendere al mio livello, scendere al piano mio. Ma se scende al piano
mio vuol dire che io posso esprimere me stesso. Allora noi abbiamo un dato che
è in comune, un punto in comune: Dio e noi, in cui Dio può scrivere in quello
ma anche noi possiamo scrivere in quello. Allora in quel punto Dio scrive la
novità, la vita è Lui; parla parole di Dio, non parla parole di uomo. Quindi
nella sua carne Dio parla parole di Dio. Nella sua carne abbiamo la Persona Divina che parla a noi; questa Persona Divina
è un io, quindi è vita per noi, perché è novità. Se noi l’ascoltiamo superiamo
il pensiero del nostro io e incominciamo a vivere nell’amore suo, incominciamo
a vivere in Lui e per Lui.
Se invece non ascoltiamo, non intendiamo le cose dello Spirito, su
quella carne scriviamo il nostro io. Ma il nostro io non è vita, il nostro io
è morte, allora scriviamo la nostra morte, quindi annunciamo la sua morte. Scrivendo
la nostra morte annunciamo la sua morte.
Sotto un certo aspetto, Lui dà a noi un cibo da mangiare, da
assimilare; questo cibo, se lo assimiliamo restiamo uniti a Lui, se non lo
assimiliamo, affermiamo noi sul cibo stesso. Ma affermando noi sul cibo non
cambiamo. Se invece assimiliamo il cibo cambiamo noi, siamo cioè liberati dalla
nostra morte; Ma se non assimiliamo questo cibo, lo assimiliamo a noi e
assimilandolo a noi restiamo noi e quello muore.
È l’esempio che facevo ieri sera; quando noi facciamo la
Comunione, e uscendo dalla Messa ci accorgiamo che continuiamo a pensare a noi,
che continuiamo a vedere le creature in funzione del nostro io, chi è che è
morto? Non siamo morti noi, è morto Lui.
Quindi fintanto che io mangio la sua carne, mangio Lui, ma non
muoio a me stesso, faccio morire Lui, annuncio la sua morte. È Lui che si
concede a me; ma in quanto il mio io non muore, non faccio altro che annunciare
la sua morte.
Eligio: Cos’è che dà vita?
Luigi: Il suo Io, la sua Persona.
Non è la carne, è la sua Persona. Ma sia ben chiaro: Lui non dà la carne per la vita, ma
dà “la sua carne”, questo sua è l’Io.
Eligio: Quindi la carne come elemento
di vita si salda al suo Io. Per cui la carne che Lui mi dà è il suo Io, è lo Spirito di
Dio, è il suo Pensiero.
Luigi: Attraverso la carne.
Eligio: Quindi quando diciamo che
fintanto che non ci rendiamo conto di avere le mani sporche del sangue di Cristo
non abbiamo capito nulla della morte del Cristo, ci riferiamo al fatto che…
Luigi: Non è che noi attraverso la carne arriviamo allo
Spirito, ma è attraverso lo Spirito che arriviamo alla carne. Senza lo
Spirito di Dio noi non possiamo intendere la carne. Tant’è vero che qui altercano perché non capiscono. L’uomo
senza lo Spirito di Dio tende a materializzare. E materializzando non è che
capisca: non capisce niente!
Lo Spirito è sempre protagonista, soltanto che Cristo parla in
modo tale che fintanto che noi non leggiamo le sue parole con lo Spirito di
Dio, non le capiamo; e il fatto di non capirle ci fa capire che non siamo con
lo Spirito di Dio. Perché le parole di Dio possono essere intese solo con lo
Spirito di Dio. Parole di Dio, anche la carne, perché la carne è anche una parola di Dio. Tutto è parola di Dio. Ma la parole di
Dio, quindi anche la sua carne, è intelligibile solo con lo Spirito di Dio. È l’interiore che
illumina, è lo Spirito che illumina il segno, non è il segno che illumina lo
Spirito. Però la parola di Dio, segno, arriva a noi anche se non abbiamo lo
Spirito di Dio; succede che ci fa capire che non capiamo, che siamo fuori, che
siamo lontani dallo Spirito. Allora ci impegna a riprendere contatto con lo
Spirito. Per cui: “Fintanto che non riprendi giustamente il contatto con lo
Spirito, tu non puoi capire le mie parole; per questo le mie parole sono di
scandalo e tu mi devi uccidere”.
Eligio: Quindi in linea col pensiero
di Sant’Atanasio: l’incarnazione quindi l’apparizione all’umanità della
personificazione di Dio, ha dato a me la possibilità di capire questa lezione
che hanno rifiutato i giudei.
Luigi: E’ rivelazione, per farti
prendere consapevolezza di quello che avviene spiritualmente. Ha quel valore: è
rivelazione.
Eligio: Quindi Gesù ha detto: “La vita che Io ti do è la mia carne”.
Luigi: No, Gesù ha detto: “Io do la mia carne per la tua vita”.
Eligio: La sintesi della sua carne è il Calvario.
Luigi: Sì, assume la sua carne data,
per farmi toccare con mano la morte che porto dentro di me quando non penso
Dio.
Pinuccia B.: Quindi assumo su di me
la sua morte spirituale quando…
Luigi: Non tener conto di una
persona è sempre uccidere. Però noi di questo non ne siamo consapevoli.
Addirittura quando non tengo conto delle parole di una persona la faccio fuori
dalla mia vita; la uccido, per me è morta. Quando sono indifferente verso una
persona, per me quella persona è morta, non è un motivo di vita. Invece la vita
è in quanto ho attenzione per quella persona, in quanto mi sento accolto, in
quanto custodisco quello che mi dice quella persona; allora per quella è motivo
di vita.
Ora, tutto è segno di quello che avviene nei nostri rapporti con
Dio. Non tener conto del Pensiero di Dio, il non tener conto delle parole di
Dio, è fare fuori Dio dalla nostra vita. “Ecco,
se noi lo facciamo fuori poi siamo liberi”. Ma questo “fare fuori” vuol dire uccidere. Noi non ce ne rendiamo conto, ma Gesù lo
dice: “Voi cercate di uccidermi perché le mie
parole non penetrano in voi”.
Chi mai può pensare che non accogliere le parole del Cristo vuol dire uccidere
Cristo? In realtà Lui ha ragione, perché dopo poco tempo lo mandano a morte. Ma
perché lo mandano a morte fisicamente? Perché non lo possono sopportare. Ma
perché non lo possono sopportare? Perché prima non avevano accolto le sue
parole.
Quindi in quanto noi non accogliamo lo spirito di uno, perché
nelle sue parole c’è lo spirito, già ci rendiamo insopportabile quell’uno. E se
quell’uno si ripresenta noi dobbiamo trovare il modo di farlo fuori.
Pinuccia B.: Se davanti alla morte
fisica del Cristo io prendo consapevolezza di questa morte che avviene in me
quando lo trascuro, di conseguenza devo dedurre che io sono responsabile di
quella morte fisica?
Luigi: Certo.
Pinuccia B.: Perché anche se è più
grave la morte spirituale, se non vedessi la morte fisica del Cristo non mi
sentirei responsabile.
Luigi: Non potresti fare il
passaggio da quella morte alla morte spirituale se in qualche modo non ti
vedessi responsabilizzata.
Pinuccia B.: Devo arrivare alla
conseguenza che anche fisicamente sono io che l’ho fatto?
Luigi: Soltanto “io” l’ho fatto,
prima di tutto perché Cristo è al centro dell’universo…
Pinuccia B.: Spiritualmente ci credo
che sono responsabile, ma fisicamente? Una volta colto il valore del segno,
sono comunque io che faccio quel segno?
Luigi: Certamente, altrimenti non
cogli il valore del segno. Se tu non ti senti legata a quel segno.
Pinuccia B.: Ma è opera di Dio quel
segno.
Luigi: Proprio perché la vedi come
opera di Dio…; altrimenti vedresti l’opera di Pietro, vedresti Caifa. Se Dio ti presenta quella scena, è Dio che ti
lega responsabilmente a quella scena. Dio non si diverte a presentarti
delle scene.
Nino: Tutti i santi si sono proclamati
colpevoli dell’uccisione del Cristo.
Luigi: Certo. Ma non solo, come dice
San Paolo: “Ogni volta che mangiamo di
questo pane e beviamo di questo sangue annunciamo la morte del Signore finché
Egli venga”, cioè fintanto che noi
siamo nel pensiero dell’io, non facciamo altro che richiamare alla nostra
memoria l’uccisione del Cristo. Abbiamo ucciso il Cristo. Ed è necessario
questo!
Pinuccia B.: Ecco quello lo credo
per fede.
Luigi: Sì, per fede dici: “So che
Cristo è morto per causa mia” e poi però dici: “io in quella morte non
c’entro”.
Pinuccia B.: Vorrei capirlo in senso
materiale. In senso spirituale è facile capirlo.
Luigi: Se tu dici che non hai capito
il deicidio materiale ma hai capito quello spirituale vuol dire che non hai
capito neanche quello spirituale. Perché nel più ci sta il meno.
Eligio: Se io sono onesto mi accorgo
che mi comporto esattamente come si sono comportati i giudei che hanno mandato
a morte Gesù.
Luigi: Qui ci rivela che fintanto
che noi partecipiamo al Cristo, ma non moriamo a noi stessi, al nostro io, noi
non facciamo altro che annunciare la sua morte; perché o moriamo noi o muore
Lui. Proprio in quanto Lui ci dà la sua carne, ci mette in un dilemma
terribile, da cui non ne usciamo. Perché lì, in questo dilemma, siccome la
carne è data, o io muoio a me stesso e faccio vivere Lui, oppure vivo io e
faccio morire Lui.
Amalia: Quindi fino alla
Pentecoste...
Luigi: Sì, fino a che Egli venga.
Noi non possiamo fare altro che annunciare che Lui è morto per me. “Io sono la
causa della sua morte”; “Io sono causa della sua morte”; “Io sono causa della
sua morte”. Sempre così, fintanto che Egli
venga. E lo fa per salvarmi,
perché io porto in me un germe di morte. Altrimenti non mi renderei conto della
mia morte, camminerei con la morte addosso senza rendermene conto, credendomi
vivo. È Lui che mi fa sperimentare questa morte. E fintanto che non capisco, e
lo capisco nel rapporto diretto, non soltanto storicamente, non ho incontrato
il Cristo. Fintato che io non capisco la sua morte in questo rapporto diretto:
“Tu morto a causa mia e il mio io” (e non ci sono altri, non c’è un Pilato, non
c’è un Pietro, non c’è nessuno, ci siamo soltanto io e Dio; ma io con la mia
morte e Lui davanti a me morto), non ho capito il Cristo; mi illudo, ma non ho
conosciuto il Cristo. Il Cristo lo conosco solo in un rapporto a tu per tu
personale.
Luigi: Non so se vi è chiaro questo
concetto: “La mia carne data per la vita
del mondo”; e anche questa impossibilità
da parte degli uomini di capire questa sua affermazione fintanto che non
entrano nello Spirito. “La carne è
data per la vita del mondo”,
affinché il mondo possa sperimentare la morte che porta addosso; e possa
toccare con mano in che cosa consiste la vita.
L’importante
è toccare con mano che la nostra vita è Lui. Allora Lui dà a noi la sua carne in modo che noi
la possiamo uccidere, la possiamo soffocare, la possiamo distruggere, per
rivelarci che la nostra vita è Lui. Non la carne di per sé, ma la “mia carne”.
Cioè la sua carne è la carne in cui Lui parla, è la carne in cui parla il suo Io; perché la
nostra vita è il suo Io. Ma il suo Io richiede da parte nostra il superamento del nostro io. Invece fintanto
che noi viviamo per il nostro io, noi non possiamo fare altro che far tacere
Lui, e allora uccidiamo la sua carne. E tutto questo avviene per misericordia di Dio, per far capire a
noi che nel nostro io seminiamo la morte.
Però
questo linguaggio, “mia carne”, è un linguaggio essenzialmente di Verbo di Dio. Per cui fintanto
che noi le cose non le intendiamo nello Spirito di Dio, non possiamo intendere
questo linguaggio. Ecco allora i giudei che altercano tra loro: “Come può costui darci da mangiare la sua carne?”.
Non
possono capirlo; perché per capirlo si richiede di capire l’incarnazione del
Verbo; perché la sua carne è l’incarnazione del Verbo; cioè io debbo partire dal Verbo di
Dio, debbo credere in Dio; incarnazione del Verbo di Dio, sua carne.
Allora posso arrivare a capire cosa vuol dire: “La sua carne data per la vita del mondo”. Ma se non parto da Dio, se non intendo le cose nello Spirito di
Dio, non posso capire cosa vuol dire quando Lui dice: “La mia carne data per la vita del mondo”.
Loro avevano perfettamente capito che Lui non voleva dire: “Voi
dovete essere dei cannibali e mangiare me, la mia carne”, avevano capito che
“mangiare” vuole dire “capire”. Ma cosa vuol dire “capire la mia carne”? Cosa vuol dire
capire la carne di uno? Per cui Lui sta parlando come Figlio di Dio, e quando
dice “mia carne”, lo dice come Figlio di Dio. E allora cosa succede? Che se Lui mi
parla della sua carne come Figlio di Dio, se non conosco Lui come Figlio di
Dio, cioè se non parto da Dio e non intendo le cose con lo Spirito di Dio, non
intendo assolutamente la sua carne. Per cui dopo devo scappare dal suo linguaggio, e ad un certo
momento se ne vanno via tutti. Però Lui mi sta parlando una parola che
intenderò quando la rivedrò nello Spirito.
Per cui il suo linguaggio o mi mette in fuga o mi sollecita a
cercare lo Spirito. Perché altrimenti mi rende la sua parola
incomprensibile e sono tagliato fuori. Però il fatto che sono fuori, ad un
certo momento mi porta ad ucciderlo, perché non lo sopporto. Perché finché
posso scappo, ma poi arriva un momento in cui non posso più scappare e lo devo
affrontare, e lo devo uccidere.
Eligio: Soprattutto la sua
incarnazione e la sua morte.
Sono venuto a conoscenza di questa morte che porto dentro di me,
dell’uccisione che io faccio a Cristo, della quale non mi rendevo conto.
Luigi: Il fatto di non capire la
parola di Dio è rivelazione di uno stato di morte. Noi siamo in una
situazione di morte rispetto a Dio.
Nino: Ma il non prendere coscienza
di questo non può anche essere dato da un rifiuto inconsapevole del nostro io
di accollarsi il peccato?
Luigi: Ah si!
Il nostro io si ritiene sempre autonomo e assoluto. Infatti continuamente
andiamo a cercare i difetti degli altri; per cui se io soffro la colpa è
dell’altro, non è mai mia. Andiamo sempre alla ricerca di altri. E non ci
rendiamo conto che questi altri sono carne di Cristo; è misericordia di Dio che si sottomette al nostro “io
giusto”. Infatti i giudei dicono a Gesù: “Noi
ti condanniamo perché tu che sei uomo ti fai Dio! Sei un bestemmiatore!”. Loro erano giusti... Erano tanto giusti che per non macchiarsi
alla vigilia di Pasqua, non entrano nel Pretorio, perché dovevano mangiare la
Pasqua; e intanto lo condannano a morte. A che punto arriva la giustizia...
Eligio: Però per noi adesso è facile
vedere in Cristo, il Figlio di Dio.
Luigi: Non è mica facile! Lo diciamo
per sentito dire, ma facciamo gli stessi errori di allora; noi crediamo che sia
facile...
Eligio: Vedevo nel fratello il
prolungamento della carne di Cristo.
Luigi: Però il fratello non mi
illumina. Chi mi illumina è il Cristo. Soltanto se io mi fermo a meditare sul
Cristo, allora posso capire che nel fratello…; perché il fratello è questa
lunga mano che posso vedere, intendere solo se…, perché il fratello è sempre
difettoso rispetto al Cristo. Per cui nel fratello riesco a vedere dei, per cui
mi giustifico: “Eh, il tale mi ha fatto perdere la testa; ma lui è un
delinquente, è un furbo”. Quindi soltanto se io ho conosciuto il Cristo, il
Cristo mi condurrà a vedere la sua presenza nel fratello; in caso diverso no!
Non posso passare dal fratello al Cristo. Soltanto conoscendo il più riesco a
vedere il meno.
Eligio: Ma io parlavo di un
prolungamento del Cristo nel fratello.
Luigi: Fintanto che non ho
conosciuto il Cristo, non posso. A maggior ragione non posso trovare il mio
difetto nel fratello. Vedo il difetto del fratello, non vedo il mio difetto nel
fratello, non vedo la mia colpa. Tant’è vero che il parlare naturale degli
uomini è sempre quello di giustificare le loro sofferenze in base ad altri.
Abbiamo sempre bisogno di esteriorizzare su altri, di dire: “La colpa è del
tale, del talaltro”, dobbiamo trovare qualche capro espiatorio; una testa di
legno su cui scaricarsi.
Comunque la cosa veramente importante è conoscere il Cristo, non
conoscere il mondo, i fratelli; è conoscere il Cristo, è lì la grande
rivelazione, perché Lui è il centro di tutto; e il renderci conto del perché
questa carne muore, questo Cristo che muore.
Fintanto che non conosciamo Lui, fintanto che non conosciamo
questo mistero, che cosa c’è che si racchiude in questo mistero, nel Cristo che
muore, non possiamo estenderlo su tutto. Altrimenti pasticciamo perché non
riusciamo; perché l’abbiamo solo sentito dire, appartiene a un luogo comune ma
non è trasformante, non è vita.
Eligio: Comunque questo mistero si
rende palese dentro di me, di cui non ne ho coscienza.
Luigi: È soltanto attraverso il
Cristo che ne puoi prendere coscienza.
Eligio: Quindi la carne del Cristo
intesa come lo Spirito del Cristo, intesa come la vita del Cristo; e la vita
del Cristo è il Pensiero del Padre, perché la vita è in Dio, è Dio stesso, mi
dà la possibilità di vedermi _____?______ nella sua
morte.
Luigi: Certamente. E fintanto che
noi non arriviamo a comprendere questo e a morire a noi stessi, possiamo fare
tutte le Comunioni e non fare altro che annunciare la sua morte. Noi non
facciamo che ripetere, annunciare “Lui viene a morire in me”, “Lui viene a
morire in me”, “Lui viene a morire in me”.
Nino: E fintanto che noi non abbiamo
capito questo, possiamo fare mille Confessioni, ma la Confessione non serve.
Luigi: No, la Confessione è un’altra
cosa. Anche la Comunione non dico che non serva.
Cina: Vorrei tanto essere cosciente di
questo delitto che compio nei confronti del Cristo.
Luigi: Ma la coscienza viene da Lui.
Noi non siamo coscienti, infatti ci crediamo giusti, sani; la vera coscienza
ci viene solo da Dio e ci viene nella misura in cui ci confrontiamo sempre con
Lui, ci misuriamo con Lui; ci viene proprio dal metterci alla sua presenza,
dal metterci di fronte a Lui per meditare le sue parole. Lui è la vera
coscienza, Lui è l’Essere cosciente; noi siamo coscienti soltanto per
partecipazione. Ma “partecipazione” vuol dire partecipare; più siamo vicini a
Lui e più siamo coscienti delle cose, di ciò che Lui è, di ciò che noi siamo e
anche di ciò che sono le cose che sono attorno a noi: le opere, i segni di Dio.
Ma più siamo lontani da Lui e più siamo incoscienti, perché Lui è l’Essere
cosciente. Allora essendo incoscienti scambiamo una cosa per l’altra. Allora
crediamo di camminare su una via giusta e camminiamo su una via sbagliata,
scambiamo il bianco per nero e il nero per bianco, il buono per cattivo e il
cattivo per buono, la luce per tenebre e le tenebre per luce, perché la nostra
coscienza è Dio. Quindi per renderci consapevoli delle cose, dobbiamo metterci
a rapporto diretto, a contatto diretto con Dio. È questa la vera preghiera. Ed
è soltanto nella vera preghiera che noi prendiamo coscienza di quello che
veramente siamo, in caso diverso ci illudiamo.
Eligio: A volte prendiamo delle
abitudini senza rendercene conto.
Luigi: Noi non ci rendiamo conto che
molte volte, quando parliamo di coscienza, riteniamo che la “mia coscienza” sia
una voce che sentiamo o che non sentiamo; per cui sono tranquillo perché non
sento niente, perché la coscienza non mi rimorde. Invece la mia coscienza è
Dio, deve essere Dio, è il Pensiero di Dio. La coscienza viene a me da questo
mettermi in rapporto personale a tu per tu con Dio, a confronto con Dio. Questo
sotto l’aspetto della consapevolezza, ma poi c’è il problema della vita: la
nostra vita è Dio. Quindi la vita in noi la riceviamo per partecipazione:
più siamo vicini a Dio e più partecipiamo della vita di Dio e siamo in vita. Ma
più siamo lontani da Dio e più perdiamo vita. Anche qui non ci rendiamo conto,
perché perdiamo vita inconsciamente. E questa perdita di vita la attribuiamo a
tante cause: alla società, agli affari, alle persone che abbiamo incontrato;
invece subiamo la perdita di vita solo perché siamo lontano da Dio. E
così la pace, e così la luce. La nostra luce è Dio. Più siamo vicino a Dio e
più partecipiamo della luce di Dio, più siamo lontani da Dio e più navighiamo
nelle tenebre. E magari la chiamiamo intelligenza o non intelligenza.
La tua intelligenza è Dio, se ti avvicini a Dio, Dio ti inonda di
luce. E allora vedi una vecchietta analfabeta che ha una sapienza infinita e
uno che ha studiato teologia per tutta la vita che diventa uno stolto. Perché?
Perché la luce è Dio. Si richiede questa preghiera personale, questo rapporto
personale. È questo che trasforma l’uomo, che rende l’uomo consapevole, rende
l’uomo vivo, sapiente, illuminante, giusto. Fino a che diciamo: “Ecco, solo Tu
sei il mio bene. Tutto mi viene da Te”. Sta nello scoprire questo!
Nino: Ma quando svaniranno tutti i
beni che abbiamo messo prima di Dio, constateremo la fuga della vita.
Luigi: D’altronde noi non possiamo
fare la diagnosi. La noia, la tristezza, la routine, sono già tutte forme di
privazione di vita; solo che noi non ce ne rendiamo conto, perché non
possiamo farne la diagnosi, perché per fare la diagnosi bisognerebbe essere
nella Luce. Allora subiamo.
Amalia: Una mia amica, che
umanamente ha tutto, mi diceva che è triste anche se non le manca proprio
niente.
Luigi: Fintanto che non troviamo
Dio, possiamo possedere tutto il mondo e tutte le creature ma non basta; invece
uno può non avere niente, ma se ha Dio, quello canta di gioia, perché in Dio ha
tutto.
Nino: Anche la paura di invecchiare
e di morire con Dio si trasformano.
Luigi: Per questo dicevo che se
noi sapessimo il tesoro di vita, di ricchezza che portiamo in noi, con la
possibilità di pensare Dio, resteremmo sempre in questo Pensiero; non ci
allontaneremmo mai da quello, perché è un tesoro di vita. Più pensiamo a Lui e
più partecipiamo della vita. Pensa che Lui viene a morire in noi e per noi
per darci la possibilità di accettare questo suo dono. Hai capito fino a
che punto: siccome noi non lo scopriamo, addirittura, per darci la possibilità
di scoprirlo, Lui viene a morire per opera nostra.
Nino: Quando ho ascoltato per la
prima volta che la possibilità di pensare Dio è dono di Dio, è Dio che si fa
pensare, è stato difficile comprendere. Eppure se Dio è creatore…
Luigi: Basta pensare che Lui è il
Creatore e noi siamo le creature; essendo creature, non soltanto all’inizio, ma
in continuazione, ogni giorno, tutto quello che facciamo è tutto opera sua, è
Lui il Creatore.
Ad un certo momento avviene un fatto meraviglioso: siccome Lui non
riesce a convincere noi, si sottomette a noi. Per cui è come se ci dicesse: “Visto
che Io non riesco a convincere te, fa di me quello che vuoi; adesso dì
tu quello che vuoi”. Dio lascia
dire alla creatura quello che vuole; lo dice apertamente: “Faranno di me tutto quello che vorranno”. Prima Dio parla, è il Verbo, quindi parla e dice: “Scegli la vita”.
Ma visto che noi non accettiamo, dice: “Adesso parla tu”. Lui tace e lascia che
parli la creatura.
Abbiamo due tempi: il primo tempo è Dio che parla; nel secondo
tempo la creatura che parla, e la creatura che parla lo mette in croce.
C’è sempre questo tempo nella nostra vita, viene sempre quest’ora. C’è il tempo
in cui parliamo noi e Lui tace. Senza il suo Spirito noi non facciamo
assolutamente niente.
Noi crediamo solo per sentito dire. Dobbiamo sempre partire da Dio
per arrivare a Dio. “Nessuno può
venire a me se non è attratto dal Padre”,
se in noi non c’è questo Spirito del Padre, se in noi non c’è questo desiderio
di conoscere Dio, nemmeno la sua morte in croce possiamo capire. Attribuiamo al
fatto storico, accaduto duemila anni fa, affermiamo che noi non c’eravamo, lo
attribuiamo ad altri, ma non possiamo assolutamente capire.
“Nessuno può venire a me se non è attratto dal Padre”. Quindi se in noi non c’è questa fede, fede che è passione per
conoscere Dio, se non c’è questa passione per conoscere Dio, non possiamo
assolutamente capire qualcosa del Cristo, soprattutto sulla sua morte in croce.
Bisogna mettere bene a fuoco le cose, perché le cose sono legate tra loro, sono
dipendenti. Bisogna camminare con questi termini ben chiari, altrimenti
incominciamo a confondere, ad oscillare e non capamo
più niente.
Eligio: Devo rendermi conto che se
non ho passione per Dio e siccome Cristo mi parla solo di Dio, io uccido il
Cristo. Devo capire quali motivazioni mi portano ad uccidere il Cristo.
Luigi: Se vuoi capire questo devi
partire sempre da Dio, devi avere questa attrazione per il Padre, altrimenti
non puoi arrivare; lo metti in croce ma non capisci, e ti ritieni innocente di
quel sangue. Devi avere in te questa fede iniziale, questa passione per
conoscere Dio. Se non c’è interesse per conoscere Dio non possiamo arrivare.
Eligio: Poco per volta Lui ci rivela
questa morte che portiamo nel cuore.
Luigi: La morte viene fuori, ma non
viene fuori la vita. Se non accetto Dio la vita non viene fuori.
Eligio: Mi rivela la morte, ma Lui
mi rivela anche il Padre.
Luigi: Lui mi rivela il Padre se io
sono attratto dal Padre.
Nino: Sennò constato solo la morte.
Eligio: Ma se non fossi attratto dal
Padre già non mi metterei alla scuola del Cristo.
Luigi: Ma noi possiamo anche crederci
cristiani, senza avere interesse per il Padre, perché si accavallano in noi
motivazioni tanto diverse: il sentito dire, la famiglia a cui apparteniamo, le
istituzioni, la consacrazione, la comunità a cui apparteniamo; e non abbiamo
desiderio, non abbiamo interesse per Dio. A un certo punto la regola prende il
posto di tutto, e quello ci impedisce di capire tutto del Cristo.
Eligio: Io credevo che bastasse
mettersi davanti a Dio.
Luigi: Bisogna che in noi ci sia
come fede come passione, come desiderio, come interesse, il conoscere Dio. Ci
vuole l’attrazione del Padre; senza questa attrazione del Padre, possiamo anche
appartenere ad una trappa e non capire assolutamente niente del Cristo. Perché
su di noi prevale la regola, il modo di essere e quello ci acceca; ci fa
ritenere giusti, santi, ma non possiamo entrare nel mistero della vita. La
chiave di tutto è questo: “Nessuno viene a
me se non è attratto dal Padre”.
Rina: E’ il desiderio di conoscerlo.
Luigi: Questo desiderio di conoscere
Dio viene ancora da Dio, viene a noi da Dio. Più ci fermiamo a pensare Dio e
più si forma in noi questo bisogno di conoscerlo; ma più ci allontaniamo da
quello e più si spegne la nostra anima. La nostra anima si può perdere, questo
desiderio di conoscere Dio si può spegnere. Resta sotto le macerie di tutti gli
argomenti umani.
Vediamo come le parole degli uomini ci invadono la nostra vita,
dal mattino alla sera. Noi siamo invasi dalle parole degli uomini, non dalle
parole di Dio. Tutto questo mucchio pesante di materia, perché il parlare degli
uomini è un parlare materiale, soffoca il desiderio di conoscere Dio.
La lezione fondamentale di questi giorni è: “Alzati, prendi il bambino e sua madre e va nel deserto”. Ecco l’uomo deve avere questa preoccupazione. Hai scoperto
che Dio è con te, che Dio è in mezzo a te, che Dio è nella tua vita?! Adesso
prendilo con te e prendi anche sua madre e va nel deserto, perché il mondo
cerca di ucciderlo, di portartelo via. Quindi preoccupati di difenderlo, in
modo che Lui possa crescerlo al punto da diventare tutta la tua vita. Bisogna
che ci sia questa azione di protezione, di difesa. Hai scoperto che Dio
esiste?! Adesso non lasciartelo portare via, ritirati nel silenzio, nel
deserto, fai crescere questa creatura divina nella tua anima in modo che
diventi totalmente la tua vita. E quando è diventato tutta la tua vita non c’è
nessuna cosa al mondo che te lo possa portare via.
Non basta scoprire che Dio è tra noi. A Natale scopriamo che Dio è
tra noi e poi il giorno dopo il mondo ce l’ha già portato via, con i suoi
argomenti, con i suoi problemi, e siamo di nuovo dispersi nel mondo.
E’ importante scoprire che Dio è tra noi, ma quando l’hai
scoperto, scappa nel deserto; cioè comincia a coltivare questo seme in modo che
possa crescere, che non sia soffocato, portato via dalle parole degli uomini,
dagli argomenti degli uomini.
Pinuccia B.: Quando abbiamo iniziato
questi incontri sul Vangelo, ricordo che abbiamo approfondito molto la frase di
Gesù: “È necessario che io me ne vada”, che per me era una novità e non la capivo. In questi giorni
abbiamo ribadito il concetto di mangiare la carne, cioè assimilare l’incarnazione. Stavo pensando all’importanza
dei due momenti; ma forse questo dovrebbe precedere l’altro, perché l’altro argomento,
approfondito prima di questo, ci porta alla dis-incarnazione.
Luigi: Infatti Cristo dice “È necessario che io me ne vada” dopo aver parlato. Il Verbo di Dio incarnato, in un primo tempo
parla a noi, perché se Lui non ci parlasse non ci comunicherebbe la vita. Lui
parla a noi per primo, poi in un secondo tempo lascia parlare noi, lascia
scrivere la nostra morte su di Lui. Quindi Lui parla a noi, poi ad un certo
momento dice: “È necessario
che io me ne vada”. Come presenza
fisica Lui se ne va, “altrimenti lo
Spirito non può venire in voi”.
-
Per cui è
necessario essere attratti dal Padre per poter ascoltare la sua parola;
-
ascoltando la sua parola, Lui prepara la nostra anima al punto tale da poter
ricevere lo Spirito di Dio.
Attualmente noi viviamo in una realtà che non è Spirito, quello
che ci domina è la realtà di corpi, le presenze fisiche. Invece dobbiamo
arrivare a scoprire che la vera realtà è lo Spirito, perché Dio è Spirito, è quella la
Realtà che opera tra noi, che parla con noi. Ma per arrivare a quello è
necessario che tutto il mondo materiale passi, in un modo o nell’altro; cioè
passi per azione violenta da parte mia, in quanto prevalgo io, per cui mi mette
in crisi; o passi perché, seguendo Lui, mi ha talmente preparato che adesso
posso essere affidato al Padre. Però è necessario che la presenza fisica, il
dato fisico, passi altrimenti lo spirito non può venire in voi.
Quindi abbiamo tre tappe:
-
La prima tappa è l’attrazione del Padre, l’Antico Testamento, che ha lo scopo di
portarci a questa giustizia essenziale: “Metti
Dio al centro della tua vita”.
Se metti Dio al centro della tua vita, entri in questa attrazione per il Padre,
ti rendi conto dell’importanza per te è il conoscere Dio. Se sei entrato nella
consapevolezza dell’importanza che per te è il conoscere Dio.
-
La seconda tappa è quella in cui si è aperti alla lezione del Cristo, all’incontro
col Cristo.
-
Seguendo il
Cristo si matura per la terza tappa, che è ricevere lo Spirito Santo, la
fase del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, verso cui maturiamo e ad un
certo momento capiamo che veniamo inseriti nella Vita Trinitaria.
Alcuni pensieri conclusivi:
Cina: Se il Signore mi dà un po’ di
luce, ho bisogno di difenderla, di coltivarla.
Luigi: Soprattutto ho bisogno di un
po’ di luce per capire che Cristo è morto sulla croce per me. Cristo viene a
morire per me. Lo vedremo in seguito: Lui ci propone di capire questo suo
venire a morire “per me”; di capirlo, perché soltanto comprendendo noi abbiamo
la vita. Lui ce lo dirà chiaramente: “Se non mangiate
la mia carne e non bevete il mio sangue non potrete avere in voi la vita”. Questo mangiare vuol dire capire la sua incarnazione, altrimenti non possiamo
avere in noi la vita. Per avere la vita dobbiamo capire questo suo morire “per
me”. Non morire così, anonimamente per tutti, perché il rapporto è personale.
Amalia: Devo approfondire molto la
realtà Cristo che si sottomette alla morte per opera mia, per donarsi.
Luigi: Per rivelarmi che Lui è la
mia vita, per non lasciarmi nella morte. Lui si sottomette alla mia morte
per rivelarmi che Lui è la mia vita, affinché io non abbia a restare nella
morte. Lui si sottomette alla mia morte per rivelarmi che Lui è la mia vita
affinché io non abbia a restare nella morte.
Ma sono parole che hanno bisogno di essere capite personalmente. E
capire personalmente vuol dire capirle con lo Spirito di Dio. Perché è
soltanto con lo Spirito di Dio che noi possiamo veramente prendere
consapevolezza. Invece noi ci basiamo sul sentito dire, ma il sentito dire
serve a niente. Il sentito dire ci ammonisce e ci dice: “Guarda che devi
scavare qui, il tesoro è qui”. Ma solo personalmente si può scavare: sei tu che
devi scavare, perché il rapporto è sempre personale.
Nino: Vedendo quanto siamo amati da
Dio sentiamo il bisogno di rispondere.
Luigi: Scoprendo l’amore diventiamo
capaci di amare. Perché il nostro amore, la nostra capacità di amare è
soltanto una conseguenza, una risposta. Noi non abbiamo l’iniziativa
dell’amore. Chi ama è Dio; l’iniziativa è sempre di Dio, è Dio che è amore. Noi
possiamo conoscere Dio, conoscendo Dio scopriamo l’amore suo e scoprendo
l’amore suo ci sentiamo amati e allora siamo capaci di amare. Ma se non
conosciamo Dio non scopriamo l’amore, e non scoprendo l’amore non ci sentiamo
amati. Se non ci sentiamo amati non siamo capaci di amare. E allora nasce
l’amore possessivo.
Quando uno non è capace di amare pretende di sottomettere a sé,
perché ha bisogno, perché non è capace di donare. Amare vuol dire donare.
Quando uno non è capace di amare, tende ad assorbire e allora diventa amore
possessivo. Di conseguenza nasce l’egoismo, l’orgoglio; e nasce per difetto di
conoscenza.
Eligio: Sono grato al Signore per avermi
dato la possibilità di approfondire l’argomento della morte del Signore, di
prenderne consapevolezza della sua nascita ma soprattutto della sua morte.
Luigi: Prendendo consapevolezza
siamo guariti.
Pinuccia B.: Devo fermarmi sul
mistero dell’incarnazione, perché in questo versetto Dio mi propone; sennò può
succedere in me questo conflitto, questo altercare dei giudei.
Luigi: Infatti il tuo problema di
questi giorni è questo altercare dei
giudei.
Pinuccia B.: Voglio capirlo, non è
che lo rifiuto. Se lo intuisco vero, mi piacerebbe anche vederlo.
Luigi: Ma se tu sei materiale, la
tua materialità ti fa cadere nell’errore di questi giudei, perché “Come può costui darci da mangiare la sua carne?”, cioè: “Come posso io essere responsabile del sangue di Cristo?”.
Pinuccia B.: Se mi si dice che non
posso capirlo, che devo intenderlo spiritualmente, sono a posto. A me basta
quello.
Luigi: Stiamo parlando della
necessità di prendere consapevolezza. Perché in quanto Lui ci dice: “La mia carne offerta per la vita del mondo”, ci presenta una parola da capire. Capire vuol dire diventare
consapevoli di quello che Lui dice. Dobbiamo arrivare a capire. Fintanto
che non arriviamo a capire dobbiamo altercare, perché la parola non capita divide,
ci fa diventare materialisti. Perché tendiamo a capire la parola di Dio su un
nostro piano materiale. E naturalmente non possiamo capire niente.
Pinuccia B.: Ma io voglio intenderla
nel senso giusto.
Luigi: Ma tu capisci che questa è
parola di Dio?! La parola di Dio può essere capita solo con lo Spirito di
Dio. Non può essere capita con la nostra mentalità materiale. Va capita con
lo Spirito di Dio, in caso diverso non la capisci. E non capendola devi
altercare.
Pinuccia B.: Quindi va capita
spiritualmente, nello Spirito.
Eligio: Una cosa che ho capito è
questa: tutte le cose che Cristo ci rivela, ce le presenta affinché noi ci
sforziamo per comprenderle. Non dobbiamo fuggire davanti alle parole che non
capiamo.
Pinuccia B.: Diffido di me stessa,
non sono mai sicura di aver capito bene.
Amalia: Comunque non è che si arriva
a capire sentendolo ripetere mille volte. E’ lo Spirito di Dio che ti fa
capire.
Luigi: Facciamo gli auguri a Nino
che parte per l’Africa.
* * *
N.B.: Il testo, tratto da registrazione,
non è stato
rivisto dall'autore e mantiene lo stile discorsivo.
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