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Dispensa n°84

Incontri n° 303-304

Domenica 16.11.1980

                                                

 

 

 

 

Gv 6,48: « Io sono il pane di vita»

 

Il pane e la vita

 

Esposizione di Luigi Bracco:

 

     Siamo giunti al versetto 48, in cui Gesù dice: «Io sono il pane di vita». E questo è il tema per oggi da meditare, su cui dobbiamo soffermarci. Dobbiamo cercare di capire quale sia il significato di questa sua affermazione per la nostra vita personale, spirituale, soprattutto chiederci il perché Gesù abbia voluto identificarsi con il concetto di “pane”.

Chiediamoci perché c’è il pane, che significato ha il pane, e soprattutto perché Gesù abbia voluto identificarsi con il pane. Quest’affermazione l’abbiamo trovata nel versetto 35.

In questo sesto capitolo abbiamo spesso accenni al pane, ma nel versetto 35, in modo particolare, Gesù aveva detto: “Io sono il pane di vita, chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”.

Adesso ripete “Io sono il pane di vita”. Ogni ripetizione ha un suo significato, ha un suo valore. E se Gesù qui riconferma dicendo “Io sono il pane di vita”, dopo avere fatto tutto un lungo discorso, ci deve essere una ragione.

Nella prima affermazione Lui aveva rapportato il pane alla fame: “Chi viene a me non avrà più fame”. Qui il pane è rapportato al versetto che avevamo visto domenica scorsa, in cui Gesù dice: “Chi crede in Me ha la vita eterna”. Gesù rapporta il concetto di pane con la vita eterna.

Tutto questo capitolo è improntato sul concetto di pane e fame.

Siamo partiti dalla moltiplicazione dei pani, dalla moltiplicazione dei pani alla ricerca di Gesù per ciò che hanno ottenuto da Lui, poi abbiamo trovato il rimprovero di Gesù circa l’intenzione, il motivo per cui lo cercavano (quindi per una purificazione). Lui ammonisce: “Voi mi cercate per il pane che passa; vi dico di non affaticarvi, di non preoccuparvi del pane che passa ma di preoccuparvi, di affaticarvi per avere il pane che non passa”. Abbiamo visto che Gesù afferma l’esistenza di due pani nella vita dell’uomo: un pane che passa e un pane che non passa.

Il pane che passa ha un valore inferiore, ha soltanto un valore di significato per preparare gli animi, come preparò queste anime, con questo discorso, alla ricerca, alla preoccupazione, alla fatica di individuare e di avere il pane che non passa. Questo è il termine che Gesù offre all’attenzione di ognuno di noi.

Qui ci si apre al problema, al pensiero, del perché deve essere faticoso, deve essere preoccupante, l’individuazione del vero pane; e perché sia anche faticoso, mangiare questo pane. “Mangerai il tuo pane con il sudore della fronte”, già è stato detto nel giardino terrestre ai progenitori. Il pane che qui Gesù precisa è il pane della vita eterna, ed è proprio il pane della vita eterna ad essere oggetto di sudore, di fatica, di preoccupazione da parte dell’uomo.

In seguito Gesù precisa che è Lui che dona questo pane. E poi di fronte alla difficoltà di intendere, dopo avere affermato che “Nessuno può venire a Me se non è attratto dal Padre”, giunge a queste ultime affermazioni: “Chi crede in me ha la vita eterna”. Ma non è che chi crede in Lui abbia la vita eterna, perché quel avere vuol dire avere la possibilità della vita eterna, cioè avere la possibilità di conoscere Dio, perché la vita eterna è conoscere Dio.  Quel credere è un impegnarsi. Soltanto impegnandosi con Cristo, l’uomo ha la possibilità di giungere alla vita eterna, quindi di conoscere Dio come vero Dio.

L’affermazione “Io sono il pane della vita” conferma quanto Gesù disse nel versetto precedente: “Chi crede in me, ha la possibilità della vita eterna”. Poiché il pane è una possibilità di vita. Non è che il pane dia la vita, poiché per mangiare il pane bisogna essere vivi. Per questo Gesù dice: “Nessuno può venire a Me (pane di vita) se non è attratto dal Padre”.

Per mangiare bisogna essere in vita. Un essere morto non può mangiare, quindi si presuppone la vita. L’andare a Cristo presuppone l’attrazione del Padre. Vivo è colui che è attratto dal Padre; vivo è colui che sente il bisogno, che ha già scoperto, per grazia di Dio, l’importanza di conoscere Dio, quindi l’importanza di cercarlo, l’importanza di trovarlo.

Quando si scopre l’importanza di conoscere Dio si entra nella vita, e quando si entra nella vita si ha la possibilità di scoprire il vero pane e di mangiare di esso.

Senza pane anche l’essere vivo deperisce e muore. Quindi il pane è la condizione per mantenerci in vita, nella vera vita, cioè di mantenerci sul cammino della conoscenza di Dio come vero Dio. Ma il pane non basta guardarlo, il pane bisogna mangiarlo.

Abbiamo la fatica del trovare il pane, perché nella nostra vita ci sono diversi pani; prima di tutto abbiamo il pane che passa, poi abbiamo il pane del dovere, il pane della morale, il pane del lavoro, il pane dell’intelligenza, il pane della scienza ed abbiamo il pane della vita eterna. Il pane di vita eterna, che solo il Figlio di Dio dà all’uomo, si identifica con l’io stesso del Cristo. Però la condizione per poter individuare questo pane e mangiarlo è di essere in vita, è quello di sapere l’importanza, il bisogno di conoscere Dio come vero Dio.

Però non basta scoprirlo, non basta guardarlo, il pane bisogna mangiarlo, cioè assimilarlo. E quindi abbiamo un’altra fatica. Abbiamo la fatica dell’individuazione del pane e abbiamo la fatica dell’assimilazione del pane.

Presenterei la nostra meditazione di oggi a tre livelli:

-      primo livello: chi può vada a cercare nella Scrittura tutti quei passi che riguardano il pane, in quanto ci serve come fondamento per la riflessione.

-      secondo livello: che cosa è necessario per individuare il vero pane.

-      terzo livello: che cosa vuol dire assimilare il pane.

 

Conversazione:

 

Eligio: Si entra nella vita quando si scopre l’importanza di Dio.

Luigi: L’essere vivo è l’essere che è attratto da Dio. Siccome Gesù dice “Nessuno può venire a me se non è attratto dal Padre”, e siccome Lui è il pane, si può dire “Nessuno può andare al pane se non è attratto”; ma non si può mangiare il pane se non si è vivi. Un morto non può mangiare il pane. Allora essere attratto vuol dire essere vivo.

Eligio: Ma chi è nella visione, nella vita eterna, è vivo in modo diverso.

Luigi: E’ una vita che è arrivata al suo compimento. È vita che ha trovato, che ha conosciuto Dio. Se riconosco l’importanza che una cosa ha per me, questo mi mette in cammino per arrivare a trovare quella cosa, sono già in vita. Chi cerca Dio, in quanto lo cerca è già vivo. Dio è tanto grande da dare la sua vita a coloro che lo cercano, prima ancora di trovarlo. “Se tu fai già vivere coloro che ti cercano, quanto grande sarà la vita che Tu darai a coloro che Ti trovano”, dice Sant’Agostino. Perché il cercare Dio è già vivere. “Cercate Dio e le vostre anime vivranno” dice un Salmo. Quindi chi cerca è già vivo; chi non cerca è morto; spiritualmente è morto, perché è in balia di tutti gli elementi del mondo. Le cose del mondo non danno vita, quindi è una vita solo di sentimenti, di sensazioni; non è vita, spiritualmente si è morti. Chi cerca è già in vita, infatti chi cerca ha già trovato qualche cosa, quindi già partecipa, già è in comunione, già è attratto. “Tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato”, in quanto uno cerca ha già trovato. Ma cosa ha trovato? Ha trovato una scintilla di Infinito. Ma l’Infinito è il Vivente, quindi partecipa.

La vita è comunione. Certamente chi cerca è già in comunione con Dio, ha qualcosa in comunione con Dio, perché non potrebbe mettersi in movimento se Dio in qualche modo non l’avesse chiamato, non si fosse fatto trovare, non fosse altro come importanza, come valore. Infatti in un altro posto Gesù dice: “Chi ha ascoltato il Padre viene a me”; “me” come pane di vita.

Ascoltando il Padre chi si ascolta? Si ascolta Colui che dà vita. Quindi si riceve vita. La vita viene dal tendere verso-; ma nessuno di noi può tendere a qualche cosa se quel qualcosa già non si fosse presentato a noi. Noi non possiamo desiderare una cosa se quella cosa non l’abbiamo già vista in qualche modo, se quella cosa già non si è annunciata, quindi se non siamo in comunione con quella. Perché la vita è comunione. La creatura non è mai iniziatrice di per sé, la creatura è sempre in situazione di risposta. Chi prende l’iniziativa è sempre Dio. Se la creatura cerca Dio, non è la creatura che cerca Dio, ma la ricerca di Dio è già una risposta che la creatura dà all’iniziativa che Dio ha avuto verso di lei. Quindi Dio per primo l’ha chiamata, si è fatto sentire alla sua anima. Ed essendosi fatto sentire, la creatura risponde alla chiamata di Dio. La risposta della creatura è ricerca. “Ho sentito la tua voce e adesso ti cerco perché voglio vedere il tuo Volto”. “Ma come avrei potuto sentire la tua voce se Tu per primo non mi avessi fatto sentire la Tua voce? Se Tu non avessi parlato a me?”.

Ma cosa è il parlare di Dio alla creatura? Il parlare di Dio alla creatura è comunicazione del suo Infinito a ciò che è finito. La creatura è finita. Di per sé la creatura finita non può desiderare l’Infinito, ma se l’Infinito si fa sentire alla creatura…; la creatura porta in sé qualcosa dell’Infinito. Allora il movimento verso l’Infinito è vita, perché è la vita è partecipazione, la vita è comunione. Allora la creatura è già inserita in qualche modo con l’Infinito.

Teresa: Ma noi non possiamo passare dalla morte alla vita.

Luigi: Noi possiamo passare dalla morte alla vita, non per opera nostra, certamente, ma per opera di Dio, perché è Dio che resuscita i morti. Infatti Gesù dice: “Viene il giorno in cui anche coloro che sono nelle tombe udiranno la mia voce; e quanti l’avranno ascoltata risusciteranno”. Nel Libro del Profeta Ezechiele è scritto che è la parola di Dio che vivifica; davanti a un campo di cadaveri Dio dice ad Ezechiele: “Predica la parola”; forse che le ossa si possono ricostruire? No, certamente le ossa non si possono ricostruire, sono ossa disperse, sono cadaveri. “Predica la parola”: il profeta predica la parola di Dio e poco per volta tutte le ossa si riuniscono, i nervi ricollegano le ossa, la carne cresce e ricopre le ossa; si ristabilisce un ordine meraviglioso, universo. È il passaggio dalla morte alla vita.

Teresa: Se si cerca Dio è perché siamo vivi. Se non siamo vivi non possiamo cercare Dio.

Luigi: No, non ho detto quello. Ho detto che se non si è vivi non si può mangiare il pane. Per mangiare il pane bisogna essere vivi. Un essere morto non può mangiare il pane.

Teresa: Allora si presuppone che noi siamo vivi.

Luigi: Certo! Gesù dice: “Nessuno può venire a me se non è attratto dal Padre”. Allora: “Nessuno può venire a me”, “Io sono il pane di vita”. “Nessuno può venire al pane se non è attratto dal Padre”. Certamente uno non può mangiare il pane se non è vivo. Quindi essere attratti dal Padre vuol dire essere vivi. Ma quand’è che siamo attratti dal Padre? È lì che noi passiamo dalla morte alla vita: nell’ascolto del Padre. È il Padre che ci dà la vita. E come ci dà la vita? Attraendoci. Ma anche se siamo attratti dal Padre non è che siamo già nella vita eterna. Dobbiamo trovare il pane per alimentare la nostra vita, altrimenti la nostra vita si spegne.

Perché noi desideriamo, sentiamo il bisogno di Dio, però non troviamo chi ci spezzi il pane per alimentare questa vita, perché tutto ci disperde, tutto ci porta via. Nel mondo tutte le creature ci portano via da questo bisogno di Dio. Per cui siamo occupati a tempo pieno dietro le cose del mondo, dietro i bisogni, dietro alle esigenze delle creature e non abbiamo mai tempo per Dio. Quindi sentiamo il bisogno di Dio però non abbiamo chi alimenti questo bisogno; allora questo bisogno corre il rischio di spegnersi, la nostra vita corre il rischio di morire, se non è alimentata. Noi dobbiamo preoccuparci di trovare l’alimento per sostenere la nostra vita ogni giorno.

Gesù dice: “Io sono questo alimento; se tu resti con me, troverai il pane per alimentare la vita, per alimentare questo bisogno che tu hai di conoscere Dio”.

Teresa: Il pane serve per mantenerci in vita.

Luigi: Sì, per mantenerci in vita. Il pane è ciò che mantiene noi in vita. Se tu hai un cadavere, per quanto pane tu gli metti attorno, non lo fai vivere. Soltanto l’essere vivo può mangiare il pane, quindi può mantenersi in vita; ma mantenendosi in vita cresce e cresce fino a quel livello tale da poter poi entrare nella vita eterna. Ma chi ci alimenta è il Cristo, nella misura in cui lo individuiamo e ci nutriamo di Lui.

Pinuccia B.: Allora perché Gesù dice: “Chi crede in me passa da morte a vita”? Come va intesa questa sua parola?

Luigi: In Lui c’è il Padre che parla. Lui parla a noi, in quanto parla, prima di tutto ci presenta il Padre, cioè c’è l’ascolto del Padre. Quindi noi ascoltando il Padre passiamo dalla morte alla vita. Ascoltando il Padre in un primo tempo si forma in noi il bisogno di conoscere Dio; questo bisogno di conoscere Dio ci porta al bisogno di alimentarci. Come facciamo a scoprire il bisogno di Dio? Lo scopriamo soprattutto nel silenzio, nella preghiera. Infatti Gesù dice: “Quando vuoi pregare entra nel silenzio della tua stanza…”.

Pinuccia B.: Ma prima di incontrare il Cristo?

Luigi: Ma è tutto Cristo, perché tutto è Verbo di Dio, tutto l’universo è fatto nel Figlio di Dio, quindi è parola di Dio. Quindi noi, ricevendo le lezioni di Dio nell’universo, ad un certo momento sentiamo il dovere, sentiamo il bisogno di raccoglierci in silenzio e di capire; perché scopriamo che il nostro vivere è vano, è inutile, serve a niente. Allora sentiamo il bisogno di raccoglierci per capire il senso della nostra vita, per ricevere il senso delle lezioni che riceviamo. In questa preghiera, in questo silenzio c’è l’ascolto del Padre. Perché anche se noi incontriamo il Cristo ma non ci raccogliamo nel Padre, il Cristo non ci risuscita. Tutt’altro! Chi veramente ci introduce nella vita è chi forma in noi la convinzione dell’importanza che ha per noi il conoscere Dio. Questa convinzione, questa consapevolezza dell’importanza che ha per noi il conoscere Dio, il conoscere la verità, la scopriamo nella preghiera. Ma non nella preghiera detta a parole, ma nella preghiera di cui parla Gesù: “Quando vuoi pregare entra nel silenzio della tua stanza, chiudi l’uscio, fai fuori tutto, e lì nel silenzio prega il Padre, il quale ascolta la tua preghiera”. Ho detto la volta scorsa che ascolta la tua preghiera è ascoltare il tuo bisogno, perché la nostra vera preghiera è ciò di cui abbiamo bisogno. “Signore, io qui sono a pezzi; io qui non ci capisco niente”. “Io qui sono immerso nella notte”. Questa è la nostra preghiera. E raccolti nel silenzio il Padre ci ascolta. E cosa vuol dire che ci ascolta? Che ci fa capire ciò di cui veramente abbiamo bisogno. Quindi risponde a questo bisogno. E come risponde a questo bisogno? Ci dice: “Guarda che tu sei nella notte perché ti manca questo: tu hai bisogno di conoscere me”. Ecco la risposta del Padre: “Tu hai bisogno di conoscere me”.

Quando l’uomo ha veramente pregato, esce dalla sua preghiera con la consapevolezza dell’importanza che ha per lui il conoscere Dio. Altrimenti non ha pregato.

Se veramente abbiamo pregato, usciamo dalla nostra preghiera con questo orientamento: “Ah, ho capito, io ho bisogno di conoscere Dio, ho bisogno di trovare Dio”. Qui abbiamo la nascita, l’uomo incomincia ad essere vivo, l’uomo orientato, perché ha capito ciò che deve volere, ha capito a ciò a cui deve tendere. Prima avevamo un essere che non sapeva ciò che dovesse volere, viveva alla giornata, sollecitato da stimoli esterni: mangia perché ha bisogno di mangiare, dorme perché ha bisogno di dormire, parla perché le persone lo interrogano, lavora perché ha bisogno di guadagnare. Sono tutti bisogni motivati dall’esterno, non abbiamo l’essere vivo in se stesso. Invece quando l’uomo incomincia a prendere consapevolezza dell’importanza di ciò per cui deve vivere, abbiamo l’essere che ha la vita in se stesso, ha già una scintilla di vita in se stesso.

Però questa scintilla di vita, siccome è ricerca di Dio, è una scintilla infinita. Il che vuol dire che è l’Infinito che è arrivato a me. Ma se l’Infinito è arrivato a me, l’Infinito è vivo, è il Vivente. Perché Dio è l’Infinito. Se è arrivato a me, mi ha comunicato vita. Per questo colui che cerca è già in vita. Chi sente il bisogno di Dio, chi ha capito l’importanza di Dio, è già vivo.

Certo, poi si deve nutrire, perché corre il rischio di deperire e di morire. Ecco perché chi veramente ci trasforma, chi veramente ci inserisce nella vita è la luce di Pentecoste. Perché se non ci nutriamo noi corriamo il rischio di morire, di perdere questo bisogno. L’hai sentito, sei in vita, però se non ti nutri, se non ti preoccupi di mangiare ogni giorno deperisci e muori. Soltanto quando arriverai alla Pentecoste, alla conoscenza di Dio, questa ti trasformerà completamente, questa ti inserirà nella vita. Ecco abbiamo il rapporto irreversibile, allora abbiamo l’essere che è inserito nella vita. Mentre prima abbiamo l’essere che è già vivo, ma che ha bisogno di nutrirsi in continuazione del pane di vita, cioè di quel pane spezzato a livello della sua capacità, per poterla assimilare. E questo pane gli può essere dato soltanto da Colui che è Infinito, perché è un pane di vita eterna.

 

(Consultare Genesi: “Mangerai il pane con il sudore della fronte”; Salmi 103, 35, 134,135)

 

Conversazione dopo il silenzio

 

Luigi: “Io sono il pane di vita”.

Amalia: Che cosa è necessario per individuare il vero pane per la vera vita?

Luigi: E’ l’interesse che ci fa scoprire il pane, ma abbiamo detto che l’interesse è vita, quindi è ciò che per noi è vita che ci fa scoprire il pane. Ognuno ha un suo pane a seconda della vita che ha, a seconda di quello che cerca. Allora la condizione per poter avere in noi la luce, per riconoscere il vero pane è di avere in noi il desiderio della vita eterna; cioè di avere in noi il desiderio di conoscere Dio. È il desiderio di conoscere Dio che ci fa scoprire il vero pane di Dio. Non possiamo capovolgere le cose.

Amalia: Identificavo questo interesse con la fame, col bisogno di Dio.

Luigi: Certo.

Amalia: Ma questa fame è un effetto della vita.

Luigi: No, è l’effetto di aver scoperto il bisogno dell’importanza che ha per noi il conoscere Dio, è l’effetto della preghiera, è l’effetto del silenzio, del raccoglimento nel Pensiero del Padre. Per questo ci sono due scoperte che dobbiamo fare:

-      la prima è scoprire qual è la nostra vera vita;

-      la seconda è scoprire il pane per mantenerci in vita, per mantenerci in questa vita.

Se noi non troviamo il pane che alimenti questa vita, perdiamo questa vita, anche se l’abbiamo scoperta. Quindi noi abbiamo bisogno di scoprire la vita e abbiamo bisogno dell’alimento per alimentare questa vita, del cibo per alimentare la vita.

Amalia: Per scoprire il vero pane per la vera vita, che è l’io del Cristo…

Luigi: Noi ci troviamo in questo grosso guaio: il più delle volte abbiamo il pane prima di avere la fame. Allora tutte le cose si complicano in noi, si confondono. Noi siamo in una situazione di sanità, di autenticità, non quando il pane è preceduto dalla fame, ma quando la fame precede il pane. Allora arriviamo al pane affamati, per cui andiamo alla ricerca del pane e abbiamo la possibilità di trovarlo. Invece quando abbiamo il pane che precede la nostra fame siamo dei ricchi. Qui abbiamo una situazione pericolosa, perché mangiamo il pane magari per recitare una certa parte. Ed è una vita falsificata perché pur non avendo bisogno di mangiare, mangiamo per dei motivi fasulli.

Teresa: Però noi non riceviamo l’annuncio che stuzzica la fame?

Luigi: L’annuncio stuzzica in noi il prendere consapevolezza. Perché Dio si annuncia in tutto ma tra l’annuncio e il bisogno c’è la scoperta dell’importanza dell’annuncio. Se io non scopro l’importanza dell’annuncio, l’annuncio cade. Tra l’annuncio e il bisogno c’è il valore. Se io non do valore all’annuncio, il bisogno non salta fuori. Però il valore non lo scopro senza di me; bisogna che sia io a dare valore. Perché se per me ha valore altro, gli annunci non mi toccano. È la scoperta dell’importanza di una cosa che muove la mia volontà, il bisogno.

Devo essere convinto della necessità personale della conoscenza di Dio, non per l’altro, ma per me; qui il pane è personale, perché si mangia personalmente. Quello che mangi tu non serve a nutrire me. Il mangiare è essenzialmente personale, non si mangia in gruppo. Perché in gruppo uno può mangiare e saziarsi e un altro può fare la fame. Il mangiare è essenzialmente personale (e anche questo è un segno), perché presuppone la consapevolezza dell’importanza del valore. Senza il valore non si parte. Quindi abbiamo l’annuncio, il valore, il bisogno. Ma l’annuncio di Dio si offre da noi ad essere valutato. Infatti il Signore dice: “Dimmi il prezzo che vuoi darmi”. In ogni annuncio, in ogni parola che Dio fa giungere a noi, ci dice: “Adesso tu stimami; dammi il prezzo che ritieni”. E Zaccaria dice: “Mi hanno stimato trenta denari”, questa “bella” somma…

Amalia: Il Padre è colui che inizia e che termina l’opera, il Figlio è il pane che ci mantiene, che ci dà la possibilità di arrivare a conoscere Dio. Però bisogna ascoltare il Padre…

Luigi: …fino a che non si formi in me la consapevolezza del valore che ha per me personalmente quella cosa che mi è annunciata.

Noi preghiamo tutti i giorni: “Da a noi il nostro pane quotidiano”; si va a chiedere in offerta del pane e poi non aspettiamo che ci venga dato, per cui non scopriamo né quale sia il nostro pane, né aspettiamo che ci venga dato il pane; scappiamo subito. Invece noi dovremmo restare nella richiesta fintanto che riceviamo il pane. Invece facciamo la domanda del pane e poi ce ne andiamo via.

 

Zina: Non dovremmo mai essere sazi del vero pane.

Luigi: Sì, perché il vero pane è un Infinito; anzi, più uno lo gusta più lo desidera. Però Gesù dice anche: “Chi viene a me non avrà più fame”, nel senso che non patirà più la fame, perché il pane di vita eterna è a disposizione, è la Sorgente. La Sorgente è lì e tu bevi quanto vuoi, tutto dipende da te. Il pane di vita eterna è dato a disposizione: prendine quanto vuoi, puoi mangiarne quanto ne vuoi. Avendolo a disposizione non si patisce la mancanza. Però non si è mai sazi, perché è un Infinito.

 

Rina: Il pane è un mezzo per restare nella vita, non per avere la vita; perché solo chi è vivo può mangiare il pane. Gesù dice: “Nessuno viene a me se non è attratto dal Padre”. Quindi è vivo colui che è attratto dal Padre…

Luigi: Sì, che ha il problema di Dio, che sente il bisogno di conoscere Dio.

Rina: Quindi da parte nostra è molto importante individuare il pane da mangiare, e poi bisogna assimilarlo, per capire.

Luigi: Sì, perché la vita è vita eterna e la vita eterna è conoscenza di Dio, quindi evidentemente il pane assimilato è pane che è capito, è pane che ci conduce a conoscere Dio.

Rina: Quindi il pane assimilato diventa per noi vita.

Luigi: La parola capita ci inserisce nella vita, la parola non capita invece è persa. È la parabola del seminatore: il seme, che è la parola di Dio, è seminato lungo la strada, rappresenta la parola che non è stata capita; allora viene portata via dagli uccelli dell’aria, viene calpestata dai passanti. Invece il seme che giunge a maturazione è la parola che attraverso la pazienza viene capita. E quando viene capita ci inserisce nella vita. Ogni luce in noi che si accende ci inserisce nella vita vera.

Tutto è annuncio, tutto è parola, ma non è detto che la parola che arriva a noi già ci inserisca nella vita. È come con il pane: io posso essere affamato, posso vedere il pane, ma fintanto che non lo mangio, non lo assimilo, non mi nutre. Quindi non basta guardare, non basta ricevere l’annuncio. L’annuncio va assimilato. Quando è assimilato si trasforma in vita, diventa vita nostra. Perché mangiare vuol dire assimilare. La sua carne e il suo sangue è l’annuncio, è la sua parola che arriva a noi a livello nostro, è l’incarnazione: scende a livello nostro.

Rina: San Paolo dice che “Coloro mangiarono il suo pane e bevvero il suo sangue indegnamente ricevettero la loro condanna”.

Luigi: Sì, perché non arrivarono a capire, perché si può mangiare ma non assimilare. Tu puoi avvicinarti all’Eucarestia per diversi motivi, non per conoscere Dio. Se tu non partecipi al Sacramento come mezzo per arrivare a conoscere Dio, lo puoi fare per farti vedere, lo puoi fare per recitare una parte, o per tanti altri motivi, e questo diventa condanna. Perché ti sei portata a contatto col Cristo, ma non… Il vero mangiare è una assimilazione.

 

Cina: Mi sono fermata sulle tentazioni di Gesù nel deserto. Quando Gesù aveva fame e il diavolo gli dice: “Dì a queste pietre che diventino pane”, “Non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Quindi c’è la tentazione di vivere una vita solo a livello umano…

Luigi: …e di ritenere che la soddisfazione della nostra vita stia nelle pietre, che le pietre bastino a soddisfare la nostra vita; cioè che per soddisfare la nostra vita basti il mangiare naturale, lo stare bene fisicamente, la società, il benessere, la figura. Queste sono tutte pietre che noi tendiamo a trasformare in pane, sollecitati dal demonio. Perché è il demonio che ci sollecita a trasformare le pietre in pane; ci dice: “Nutriti di questo!”. E’ il demonio, è il pensiero dell’io. Per cui riteniamo la nostra vita soddisfatta in quanto raggiungiamo nel mondo una certa posizione, un certo benessere, una certa ricchezza, una certa figura. E allora ci nutriamo di pietre.

Invece il vero pane è quello che esce dalla bocca di Dio, che procede dalla bocca di Dio. Cos’è questo pane che procede dalla bocca di Dio? È il pane che tu scopri cercando Dio, avendo bisogno di Dio, perché chi ti fa individuare il pane è Dio. E’ il bisogno di Dio che ti fa scoprire il vero pane. Questo è il pane che ti viene da Dio. L’altro pane invece ti viene dalle tue ambizioni.

Ognuno sceglie il pane a secondo dell’orientamento della sua vita. Ecco per cui la scoperta del vero pane è la conseguenza della scoperta della nostra vita; cioè a seconda della vita che vogliamo fare, ci rivolgiamo ad un pane piuttosto che ad un altro. Ma il pane è sempre una dipendenza della vita. Quindi prima cerca la vita, cerca la vera vita, scoprirai anche il vero pane.

Cina: Devo scoprire il pane che resta per la vita eterna…

Luigi: Sì, è il pane che mi conduce a conoscere Dio. Infatti qui Gesù dice, riconferma, ripete di nuovo quello che aveva detto prima: “Io sono il pane di vita”; lo dice dopo aver detto: “In verità, in verità chi crede in me ha la vita eterna”, “Io sono il pane di questa vita eterna”. “Chi crede in me ha la possibilità di arrivare a conoscere Dio: Io sono il pane per arrivare a conoscere Dio”.

Cina: Poi per digerire bisogna mangiare adagio.

Luigi: Cosa vuol dire quel mangiare adagio? Ascolta e metti del silenzio per assimilare quello che ascolti, non avere fretta. Perché noi molte volte abbiamo fretta, ascoltiamo e poi abbiamo il lavoro che preme e allora scappiamo.

Metti del tempo nella tua giornata, metti del silenzio per assimilare, per mangiare, per capire quegli annunci, quelle parole che Dio ti ha fatto arrivare. Perché le parole del Cristo sono cibo che va digerito per tutta la giornata. Ecco perché durante la giornata, se Cristo non parla, ci svuotiamo. Noi da soli non abbiamo da alimentare la nostra mente, la nostra anima; dobbiamo incontrare la parola.

Ora, la parola del Cristo ci parla di cose eterne, ma queste cose eterne di cui ci parla la parola del Cristo devono essere da noi assimilate. Per cui noi ogni mattina abbiamo bisogno che Cristo ci dia questo pane quotidiano da masticare lentamente durante tutta la giornata, perché se non abbiamo questo pane ci svuotiamo. Non bastano tutti gli argomenti del mondo, tutti i problemi, tutte le parole che ci dicono gli uomini, non bastano per riempire la nostra vita; anzi, ci svuotano sempre di più. Abbiamo bisogno di avere una parola, un pensiero, che ci venga da Lui attorno a cui meditare lungo il giorno. Allora la nostra anima mangia, si nutre, assimila lentamente. Perché noi pensiamo lentamente, arriviamo a capire lentamente; però dobbiamo dare del tempo a questa lentezza.

Arriverà un giorno in cui diventeremo veloci anche nel capire, se Dio vorrà. Ma attualmente siamo molto lenti; per cui dobbiamo dare spazio a questa lentezza in modo da arrivare a capire. Gesù dice: “Con la pazienza arriverete a possedere le vostre anime”. “Il seme caduto nel terreno fecondo, rappresenta la parola e con pazienza giunge al frutto”. Questa pazienza è proprio masticare lentamente, “arriva a maturazione, arriva alla luce, arriva a capire”.

Però noi generalmente non abbiamo tempo, per cui chiediamo il pane e poi scappiamo subito; non abbiamo tempo per mangiare, per assimilare quello che Dio ci fa arrivare.

 

Cina: Anche nel Vangelo di stamattina ci è stato presentato un fuoco che divora ogni cosa che è sul piano umano. Non resta niente.

Luigi: Certo, il tempo della nostra vita è un fuoco che brucia tutto ciò che non è eterno, tutto ciò che non è Dio, tutto ciò che non è stato capito.

 

Nino: Sono partito dalla Genesi: “Ti procurerai il pane col sudore della fronte” e sono arrivato fino al vangelo di Giovanni al capitolo quinto quando dice: “E quelli che avranno ascoltato, nel senso di credere, vivranno”. Nel capitolo sesto dice: “Procuratevi non il pane che passa ma il pane che dura per la vita eterna”; c’è tutto un crescendo nella spiegazione del pane...

Luigi: Gesù parte addirittura dal pane naturale: lo moltiplica; poi ascende, ascende, ascende fino ad arrivare al suo “Io”. È meraviglioso!

Nino: “Io sono il pane della vita che viene a me non avrà più fame (nel senso che avrà modo di saziarsi all’infinito di Dio) e chi crede (nel senso di venire) in me non avrà più sete”.

Luigi: “Venire” vuol dire avere la possibilità di capire; “credere” vuol dire impegnarsi a capire.

Nino: “Io sono il pane della vita perché chi ne mangia non muoia”, cioè non vede estinguere in se stesso il bisogno di conoscere Dio.

Luigi: Il bisogno non soddisfatto ad un certo momento si spegne, il bisogno va alimentato.

 

Eligio: “Ti procurerai il pane col sudore della fronte”, dice Dio ad Adamo. Apparentemente può far pensare che Dio voglia che ci procuriamo il pane materiale lavorando fisicamente. Ma viene Gesù ad interpretare questa parola dicendo, dopo la moltiplicazione dei pani, “Non preoccupatevi per il pane che passa”.

Luigi: Questo ci fa capire che la vera intelligenza delle opere di Dio, delle parole di Dio, l’abbiamo in Cristo, perché altrimenti travisiamo, scivoliamo sul materiale.

Se Dio dice: “Ti guadagnerai il pane con il sudore della tua fronte”, possiamo pensare “allora io devo lavorare, devo faticare perché è ordine di Dio”. In Cristo abbiamo l’interpretazione vera della parola del Padre. Questo per insegnare a noi che tutte le parole di Dio vanno interpretate nel Verbo di Dio, perché altrimenti le fraintendiamo.   

Quindi le parole di Dio ad Adamo vanno interpretate nello Spirito di Dio; per cui lo sforzo che dobbiamo fare è procurarci il pane spirituale, il pane che dura per la vita eterna.

 

Eligio: Il secondo passaggio è il concetto di pane: ai discepoli che chiedono a Gesù: “Dacci sempre questo pane che non passa, che serve per la vita eterna”, Gesù risponde: “Io sono il pane di vita”. Per cui Gesù propone se stesso da mangiare come pane di vita eterna.

Per individuare in Cristo il “pane della vita”, non basta l’annuncio, bisogna che prima si sia formata in noi la consapevolezza dell’importanza che ha per noi la conoscenza di Dio, perché l’anima possa accogliere Cristo come “pane di vita”.

Luigi: Dobbiamo fare molta attenzione a questi passaggi, perché altrimenti ci confondiamo, non capiamo più niente; in quanto mettiamo prima quello che va messo dopo, per cui non arriviamo a capire, camminiamo nelle incertezze, nei dubbi.

 

Eligio: Solo la scoperta di Dio come valore sommo ci può far incontrare il Cristo. A questo punto: cosa vuol dire assimilare? Cristo, riconosciuto come pane, deve essere mangiato, assimilato. Ma quand’è che il Cristo è mangiato? Quando l’anima si impegna con le parole del Cristo e si nutre del pane di vita.

Luigi: Il pane quotidiano. Perché noi dobbiamo preoccuparci di mangiare il nostro pane quotidiano. Infatti c’è un salmo che recita: “Non dimenticarti di mangiare il tuo pane”. Perché noi possiamo dimenticarci di mangiare il nostro pane. È il pane sovra-sostanziale.

Quindi non dimenticarti di mangiare il tuo pane tutti i giorni.

Noi non ci dimentichiamo di mangiare colazione, di avere il pranzo preparato, la cena pronta; ma ci preoccupiamo di avere colazione, pranzo, cena nel campo dello spirito? Noi ci dimentichiamo! Ecco perché tutto deperisce in noi, ecco perché il bisogno, la fame si spegne, ecco perché noi perdiamo il desiderio di Dio. Eh già! Perché non lo alimentiamo. E perdiamo la fede. La fede se non è alimentata non sta su.

Ora, la fede, la fame, il bisogno di Dio si alimentano con cose eterne, non con cose transitorie. Io non alimento la fede leggendo il giornale, la stampa, con le parole degli uomini, ma alimento la fede con cose eterne, quindi con le parole del Cristo. Perché solo il Cristo mi parla con parole di vita eterna. Allora io ho bisogno di preparare dei pranzi con queste parole del Cristo, da nutrirmi, da assimilare, in modo da portare avanti questa vita, questo bisogno, questo desiderio di Dio.

Eligio: Infatti Gesù dice: “Ha chi ha sarà dato e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”.

Luigi: Perde la fede. Quante volte sento dire: “Ma io la fede ce l’ho, non ho bisogno di approfondire” e poi dopo un quarto d’ora si trova senza fede a risolvere dei problemi più grandi di lui. Non basta avere, perché tutto quello che hai lo perdi. Non resta su da solo. Come la nostra vita. È un’illusione dire “tanto io sono vivo”. No, tu non sei vivo, chi è vivo è Dio. Se non ti preoccupi di arrivare a Dio, tu perdi la vita, tu perdi tutto. La volontà non è tua, l’intelligenza non è tua, l’amore non è tuo, la vita non è tua, la fede non è tua. Perdi tutto se non ti preoccupi di attingere alla Sorgente.

Eligio: Infatti in continuazione Cristo parla del Padre all’anima, la orienta al Padre, la convince che tutto il Padre opera per la vita eterna. La sua parola seguita, amata, ci pone sempre più in intimità con lo Spirito del Padre, perché più prestiamo ascolto al Figlio e più assimiliamo il suo parlare.

Luigi: Più noi accogliamo le sue parole e più queste ci convincono sempre di più dell’importanza di approfondirle; e ad un certo momento molliamo tutto per andare sempre là, perché scopriamo sempre di più l’importanza.

Chi ha trovato un tesoro nel campo molla tutto, per cui va, vende tutto e lo vende con gioia, non lo vende con sacrificio, per comprare quel campo in cui ha trovato il tesoro.

 

Pinuccia B.: L’uomo è creatura e proprio perché è creatura non ha la vita in sé, ma la riceve. Non solo, ma quanto l’ha ricevuta, non può conservarla da solo, né tanto meno aumentarla. Quindi ha bisogno di cibarsi di un pane per conservarla. Tanto più spiritualmente ha bisogno di un pane che non passa per alimentare la sua anima. Dopo il peccato di Adamo, Dio disse: “Ti guadagnerai il pane col sudore della tua fronte”

Luigi: Prima del peccato c’era già il cibo, infatti Dio disse ad Adamo: “Ti nutrirai di tutte le piante, di tutte le erbe che ci sono nel giardino”. Dopo il peccato ci si procura il pane con la fatica, ma prima del peccato c’era già il cibo, tutto era parola di Dio. Dopo il peccato subentra la fatica, perché l’uomo non riesce più a collegarsi con la parola di Dio.

Pinuccia B.: Quando Dio disse: “Ti guadagnerai il pane con il sudore della tua fronte” era già il Verbo che parlava; e poi dice: “Non preoccupatevi del pane che passa ma…”. Ma non c’è contraddizione.

Luigi: Certo, Dio è uno solo.

 

Amalia: Cristo rivela l’opera del Padre.

Luigi: L’intelligenza delle opere del Padre noi l’abbiamo in Cristo. Fintanto che non arriviamo al Cristo le fraintendiamo e le fraintendiamo sempre degradandole a livello della natura, della materia, a livello umano. Non le intendiamo nello spirito di Dio, cioè a livello soprannaturale. Allora non attingiamo la vita perché la vita si attinge a livello soprannaturale.

 

Eligio: Anche se sono convinto profondamente che Dio è tutto, che devo alimentarmi delle sue parole, lungo la giornata mi dimentico di Lui…

Luigi: Pietro era convintissimo che Gesù rispondeva a ciò di cui lui aveva bisogno, eppure quante volte è oscillante, tradisce, promette e poi dopo rifiuta, nega, si allontana. Eppure era convintissimo. È la natura umana. Per cui fintanto che non arriviamo a Pentecoste, la nostra natura è mutevole, quindi subisce le presenze dell’ambiente. La nostra natura è acqua, e l’acqua prende sempre la forma del recipiente in cui si mette. Adesso siamo qui e tutto ci raccoglie in Dio, ci troviamo in un altro ambiente e prendiamo un’altra forma, in un altro ne prendiamo un’altra. È lì tutta la fatica. “Mangerai il pane col sudore della fronte”.

Se in noi ci fosse costanza non ci sarebbe la fatica. Invece il Signore dice “Mangerai il tuo pane col sudore della tua fronte”, proprio perché è faticoso. Ed è faticoso in conseguenza del peccato, allora siamo succubi di questa volubilità. Quello che ha salvato Pietro è stato il restare, nonostante tutto, sempre col suo Maestro, anche se lo tradiva. È rimasto sempre lì: quello l’ha salvato.

Eligio: Infatti Gesù dice: “Sarete veri miei discepoli se resterete”.

Luigi: Sì, se resterete nonostante tutti i vostri tradimenti. Nota bene: è la pazienza che ci fa sempre ritornare a Lui, nonostante tutte le nostre colpe. Comunque desiderare la continuità viene da Dio, però facendo conto su Dio. Perché se facciamo conto su noi stessi, sulle nostre capacità, falliamo. Perché è Dio stesso che ci rende schiavi delle “bignole”, non possiamo farne a meno, per farci toccare con mano che non dobbiamo far conto su di noi, ma dobbiamo far conto su Dio. Allora tocchiamo con mano la nostra povertà. E a cosa serve toccare con mano la nostra povertà? A convincerci che dobbiamo fare conto su Dio.

La creatura non deve far conto per niente su di sé, perché è povera, non ha niente su cui appoggiarsi. Perché Gesù dice: “Beati i poveri”? Perché è veramente povero colui che fa conto su Dio. Allora così si entra nel regno di Dio.

Allora fintanto che la creatura non si convince, Dio la fa cadere, la fa cadere finché non impara a far conto in tutto su Dio.

 

“Signore, ti ringraziamo per il cibo che ci hai dato”.

       

Incontro n° 304

Martedì 18.11.1980

 

 

Il pane e la vita

 

Conversazione:

 

Luigi: Siamo giunti al versetto 48 del capitolo sesto del Vangelo di San Giovanni, in cui Gesù dice: «Io sono il pane di vita».

Amalia: L’attrazione per il Padre si forma necessariamente mettendosi davanti a Dio in silenzio, oppure si può formare nell’anima anche senza preghiera, anche senza questo silenzio?

Luigi: L’anima nostra è già desiderio. L’anima di per sé è desiderio di Dio, perché Dio abita in noi. L’anima è bisogno di Assoluto, bisogno di Dio. Per cui c’è questa fame di Assoluto. Però questa fame di Assoluto si proietta attorno a noi su tutte le cose, su tutti i segni. Di qui si formano le passioni per quello che vediamo, per quello che tocchiamo. Dio attraverso queste passioni ci lavora, e a poco per volta, se ci raccogliamo nel silenzio con Lui, Lui apre e ci fa capire ciò che Egli è, ci fa capire il bisogno, il valore che Lui è per noi, per la nostra vita, cioè l’importanza che ha per noi il conoscere Lui.

Se noi non ci raccogliamo nel silenzio, attraverso il tempo Lui tende a portarci in quelle convinzioni che noi troveremo nel silenzio. Perché nel tempo di tutta la nostra vita, Lui ci fa maturare lentamente, cioè ci delude.

Questa maturazione noi potremmo averla in mezz’ora di silenzio, invece ci mettiamo cinquant’anni, attraverso queste lezioni subite. Sono lezioni esteriori, per cui non è detto che maturiamo, perché possiamo anche rifiutarle.

Siccome noi scambiamo per assoluto quello che assoluto non è, Dio ci dimostra che quel bene che riteniamo assoluto è relativo. Allora a forza di “nasate”…

Ma questo è un processo molto lento, perché presuppone prima di tutto la nostra confusione di valori, poi presuppone che Dio intervenga in questa confusione per farci battere col naso, per farci capire che abbiamo sbagliato; e poi ci vuole sempre quel minimo di fede per riflettere sulle lezioni che Dio ci dà.

“Come mai ho toccato questo e mi ha deluso?”. E magari ci voltiamo indietro per recuperare quello che ci è stato tolto.

Dio opera in verticalità attraverso il nostro rapporto personale con Lui, e in verticalità abbiamo la luce. E opera in orizzontalità per cercare di recuperare quelle lezioni che non abbiamo ottenuto attraverso la verticalità. Per cui nell’orizzontale Dio scrive quello che noi dovremmo intendere.

Però la fame la portiamo già dentro di noi, solo che non avendone ancora preso consapevolezza del suo oggetto, si esprime su tutto ciò che vediamo, su tutto ciò che tocchiamo, su tutto ciò che è riferito a noi; e invece sono soltanto segni e lezioni di Dio.

Se tu vai in montagna, a seconda dei diversi livelli, trovi quegli esempi di flora che trovi in orizzontale andando verso il polo. Cioè trovi nelle diverse zone la flora delle diverse altitudini. Quindi nell’orizzontale trovi tutto il verticale. Se uno si porta in alto immediatamente ___?___. Ma Dio scrive anche in orizzontale per-.

Pinuccia B.: Sempre per convincerci di metterci in questa dimensione verticale.

Luigi: Certo.

Nino: Solo che in orizzontale gli spazi sono enormi, ci vuole più tempo.

Pinuccia B.: E non è detto.

Luigi: Non è detto, perché ci vuole un minimo di fede.

 

Amalia: Domenica si è detto che il nostro problema è che abbiamo tanto pane ma non abbiamo la fame per mangiarlo. Allora mi chiedevo se sia utile insegnare ai bambini, ai giovani, quando la fame forse non si è ancora formata.

Luigi: Ma il bambino è molto vicino a Dio. Il bambino sente tanto il bisogno di Dio. Siamo noi che lo offendiamo, perché lo distraiamo dal suo bisogno essenziale, che è il bisogno di cercare, di conoscere la Verità. Il bambino deve essere molto aiutato in questa fame. Perché ogni creatura porta in se stessa questo bisogno di assoluto, porta questa anima, però vivendo, accumula tante sovrastrutture sopra questo desiderio, tante cose che impediscono il percepire questo bisogno essenziale.

Se io devo correre per prendere il treno, perché alla tale ora ho un appuntamento con una persona per discutere di un affare che ritengo importante per me, non ho tempo a fermarmi a meditare sulle lezioni che Dio mi dà attraverso la natura, attraverso i fatti della vita. Allora il Signore magari mi deve mettere in un letto di ospedale, mi deve far subire un’operazione per farmi fare un po’ di deserto, perché non ho tempo per fermarmi.

Il nostro pensiero, per convincersi, per raccogliersi, ha bisogno di fermarsi, ha bisogno di tempo. “Fermati e riconosci chi è il Signore”. Invece noi siamo sempre di corsa. Il bambino genuinamente porta in sé quest’anima, che non è ancora stata macchiata dai desideri delle cose del mondo. Perché la nostra anima si macchia man mano che tocchiamo qualche cosa, e poi diventiamo figli di quello che abbiamo toccato; e allora incominciamo a desiderarlo. Vedo una casa e vorrei averla, vedo una creatura e vorrei averla, vedo il denaro e vorrei averlo, e incomincio a macchiarmi, cioè incomincio a indebolire questa potenza dell’anima che sta interrogando tutti. “Ma sei tu Dio?”, “Ma sei tu Dio?”, “Ma sei tu Dio?”.

Quindi il bambino ha bisogno, noi il più delle volte lo disorientiamo, lo offendiamo, lo scandalizziamo. Allora poi il recupero diventa lentissimo.

La caratteristica del bambino è quella che ha fame di conoscere; ascolta, crede tutto, accoglie tutto, interroga, “Perché? Perché?”. E lì è Dio che chiama, è l’Assoluto che gli fa sentire la fame. Il “perché?” è una fame. Ecco, noi il più delle volte offendiamo questa fame e magari lo obblighiamo a delle pratiche manuali. È lì che gli confondiamo le idee. Gli offendiamo la fame, in quanto non abbiamo il cibo preparato da dargli. Non cogliamo la sollecitazione di Dio, perché attraverso il bambino che ci interroga è Dio che ci interroga. “Guarda che tu non hai la provvista di pane da dargli”.

“Tu, Signore, mi mandi un angelo a dirmi “perché questo?” e io non ho il pane”. È Dio che mi sollecita ad approfondire. Vedi che mi manda il richiamo? Quindi “non sprecare quel richiamo che io ti mando”. Invece noi il più delle volte scandalizziamo il bambino nelle sua fame, soffochiamo la sua fame e poi lo orientiamo a delle pratiche manuali, per cui gli confondiamo le idee; di conseguenza ti accorgi che il bambino entra in crisi. Tutto questo perché non abbiamo assimilato a sufficienza il pane da comunicargli.

 

Nino: Gesù dice: “Guai a chi scandalizza uno di questi piccoli”; credo che lo scandalo sia più dannoso per chi lo dà. Siccome ad ognuno Dio dà la possibilità di riscattarsi, non si può dare la colpa al bambino, se ha ricevuto uno scandalo. Il danno che ha ricevuto deve essere compensato da parte di Dio con una maggior grazia. Come parlavamo prima, sembra che il bambino ne riceva un danno.

Luigi: Certo, ne riceve un danno, ma poi Dio interviene. L’incarnazione è per supplire un danno che l’umanità riceve dall’umanità che non vive secondo Dio. Mentre corregge gli uni, aiuta gli altri. L’incarnazione è un complemento, è un intervento straordinario da parte di Dio per supplire. Se ci fosse un sistema puro non ci sarebbe bisogno dell’incarnazione, per cui Adamo sarebbe stato il Cristo, il Cristo che aiuta il bambino.

Pinuccia B.: Quindi tutti avrebbero guardato ad Adamo?

Luigi: Sì.

Pinuccia B.: Quindi non va inteso che ogni uomo sarebbe diventato Cristo.

Luigi: Ogni uomo, a sua volta sarebbe diventato Cristo. Certamente, facciamo tutti una cosa sola, e avremmo avuto come centro il primo uomo.

Pinuccia B.: Quindi la creazione era già fin dall’inizio orientata al Cristo. Però non è detto che questo Cristo fosse il Dio incarnato.

Luigi: Certo. L’incarnazione è l’azione di Dio per supplire. Se io scandalizzo un bambino, la mia azione è esterna al bambino, per cui il bambino non può essere dannato dal mio errore, o perché non ho cercato Dio. Il bambino mi ha rivolto una domanda, per cui Dio ha compiuto un’opera buona verso di me per sollecitarmi a conoscerlo. Se io non ho ricevuto questa azione dalle mani di Dio, scandalizzo il bambino, perché rispondo senza aver interrogato Dio. Allora la mia risposta è sempre deficiente. La mia risposta deficiente crea confusione nel bambino, perché io devo vedere le conseguenze. Cioè il bambino confuso è Cristo in croce, che porta su di sé la mia colpa. La porta per me, ma è lui che la porta. Quindi il turbamento che lui riceve, lo riceve per me, e io ne vedo gli effetti. Cioè devo vedere le lezioni che Dio mi dà e devo vedere le conseguenze della risposta che io ho dato a queste lezioni, a queste sollecitazioni da parte di Dio. Però non è che se io ho risposto male, interrogato dal Signore, questo effetto sul bambino rechi la dannazione al bambino. Questo no! Dio supplirà al mio difetto nei riguardi del bambino; però io ne porto la colpa. Il Cristo risuscita per opera del Padre, però in me resta la colpa della sua morte. Non è che la sua risurrezione mi libera da quella colpa per cui io l’ho mandato a morte.

Pinuccia B.: Se io muoio a me stessa…

Luigi: …sì, perché hai capito la lezione. Però non è che se il Padre risorge il Cristo la tua colpa venga cancellata. La tua colpa resta: “sono io che l’ho mandato a morte”.

Amalia: Quindi ogni nostro peccato ricade anche sugli altri.

Luigi: Certo, però nessuno può essere dannato per colpa di un altro, perché quello che si riceve dall’altro è sempre opera di Dio. Per noi personalmente c’è la nostra colpa. Ma quello che per noi è colpa, per l’altro è opera di Dio. Siccome l’altro lo riceve dall’esterno, per lui è opera di Dio.

Amalia: Allora è per quello che si chiede perdono a Dio e ai fratelli.

Luigi: Sì, perché il fratello porta la pena del mio male. Nel fratello c’è sempre il Cristo che soffre. E Cristo soffrirà fintanto che c’è il mondo per ognuno di noi. C’è sempre un fratello che soffre per noi. Quindi abbiamo il Cristo che soffre.

Cristo non è colpevole, però porta su di sé le nostre colpe. Per cui abbiamo questo dialogare di Dio con noi attraverso la scena. Ma sulla scena Dio scrive se stesso, ma noi scriviamo anche noi; altrimenti, se sulla scena ci fosse solo la scrittura di Dio noi non potremmo scoprire le nostre colpe, non potremmo rivedere noi stessi. Invece sulla scena c’è la scrittura di Dio e sulla scrittura di Dio c’è la scrittura nostra; e allora noi troviamo noi stessi. Per cui in ogni fatto esterno c’è Dio e c’è la creatura.

Se io penso soltanto a me stesso, vedo soltanto me, non vedo più Dio nella scena; ma nella scena c’è qualcosa di me. In ogni creatura c’è il volto della creatura, ma se penso Dio vedo il volto di Dio, e allora ricevo la lezione da parte di Dio.

 

Pinuccia B.: Approfondire il mistero della Croce è importante, perché una cosa è stare davanti alla Croce, un’altra è approfondire il mistero della Croce, cioè capire che intorno al mistero della Croce ruota tutto l’universo.

Luigi: Certo, perché la Croce è il centro. D’altronde se Cristo è il Pensiero di Dio, è il Verbo di Dio (dico “Pensiero” perché è più rapportabile al nostro linguaggio), il Pensiero di Dio è il centro di tutta la conversazione che Dio fa con noi, è il centro di tutta l’opera di Dio. Quindi è la conclusione, è la rivelazione del significato di tutta l’opera di Dio, perché nel fine c’è la rivelazione.

Solo comprendendo il Cristo, comprendiamo anche l’anima di tutti gli avvenimenti, perché l’anima di tutti gli avvenimenti la troviamo nel Cristo.

Pinuccia B.: Perché? Perché in tutti gli avvenimenti c’è Cristo in croce?!

Luigi: No, questa è una deduzione, è una conseguenza. Perché tutti gli avvenimenti sono parole di Dio, essendo parola di Dio, la parola di Dio tende a rivelarci il suo Pensiero e il suo Pensiero è il Cristo. Quindi tutta l’opera di Dio, di qualunque epoca, di qualunque tempo, di qualunque luogo è conversazione. Al centro della conversazione c’è la rivelazione del suo Pensiero, e il suo Pensiero è il Cristo.

Soltanto trovando il suo Pensiero comprendo l’anima della conversazione, comprendo il fine della conversazione. Allora è lì che arrivo ad intendere come in ogni avvenimento c’è il Cristo, c’è la passione del Cristo che soffre. Perché sulla scena c’è Dio che prende su di sé i nostri mali, le nostre colpe. E le nostre colpe in che cosa consistono? Nel non tenere conto di Lui.

Lui attraverso la scena mi sollecita a guardare Lui, se io non guardo Lui, non sono illuminato da Lui, per cui rispondo secondo il sentimento, secondo il mio piacere, la mia stanchezza, e così scandalizzo. Ecco, questa macchia, questo scandalo rimane sulla scena e lì io rivedo me stesso. E’ come una parete tutta bene imbiancata, poi passa un bambino e ci fa una bella macchia sopra o gli tira una pietra. E’ la creatura che mette il suo segno. Quindi c’è la cosa che non ha fatto lei, la parete che non ha imbiancato lei, e c’è l’azione della creatura che macchia. Ora, tutte le volte che la creatura vede quel segno, non può ignorare che il bianco alla parete non l’ha dato lei, ma la macchia sì. Quindi vede l’altro e vede se stessa.

In tutte le cose avviene questo. In tutte le cose noi dovremmo imparare a comportarci secondo lo spirito di Dio, ad intendere secondo lo spirito di Dio. Vedo il filo d’erba, il filo d’erba non l’ho fatto io, però lo posso strappare, ma una volta strappato non lo posso più riattaccare. Perché? Perché lo potessi riattaccare dimenticherei di averlo strappato. Invece non lo posso più riattaccare: eternamente quello è un segno del mio passaggio. L’ho strappato, è lezione di Dio. Se avessi tenuto presente Dio non l’avrei strappato. Allora lì è Dio che mi educa.

Salendo le scale di casa mia ho notato che qualcuno ha schiacciato con la scarpa un piccolo ragno sul muro, ma è rimasta la macchia. Il segno rimane. Sono conversazioni di Dio con noi: il ragno non l’ho fatto io, però io l’ho schiacciato. Sono tutte lezioni stupende.

Il muro di una casa era dipinto di due colori diversi; uno chiede: “Come mai il muro è dipinto di due colori diversi?”, “Perché ci abitavano due famiglie che non andavano d’accordo, per cui una delle due ha voluto differenziarsi dall’altra dipingendo il muro di un colore diverso”. È il Signore che dice a Giosuè: “Quando avrai passato il fiume Giordano, fai un mucchio di pietre; così quando i tuoi figli passeranno di qua chiederanno: come mai c’è questo mucchio di pietre? Tu gli dirai: è per ricordare che il Signore ci ha fatto passare il fiume Giordano”. In ogni cosa c’è il segno.

Ecco, noi con Dio ci unifichiamo a Dio, ci armonizziamo; invece lontano da Dio ci dobbiamo differenziare dagli altri; per cui “Se tu ti vesti di rosso io mi devo vestire di nero”. Quindi c’è una diversità di linguaggio, di usi, di costumi, di etica, di morale. Perché? Perché non vado d’accordo con il mio vicino, per cui ho bisogno di cambiare. E’ tutto così. Invece con Dio recuperiamo tutto. E là dove c’era la divisione c’è l’unità, c’è l’armonia, c’è la bellezza, c’è il colore; ritorna tutto, ma con Dio.

Lontano da Dio c’è la divisione. La divisione è dispersione, è spirito di contraddizione.

È evidentissimo che è testimonianza di Dio, come è evidentissimo che soltanto con Dio si crea l’armonia. Per cui è perfettamente inutile cercare di andare d’accordo tra noi, fare dei patti.

 

Amalia: Nei Sacramenti c’è qualche differenza dagli altri segni o no?

Luigi: C’è la parola di Dio, c’è la parola del Verbo incarnato. Il Verbo parla in tutto, anche prima dell’incarnazione il Verbo parlava, perché tutto l’universo è fatto nel Verbo di Dio, tutto è fatto nella Parola di Dio, tutto è Parola di Dio. Allora, se parlava già prima, che necessità ci fu che Dio prendesse un corpo? Anche prima parlava attraverso le creature, perché tutta la creazione è fatta nel Verbo di Dio, è parola di Dio. Che differenza c’è tra il Verbo che parla in tutta la creazione e il Verbo incarnato?

Nel Verbo incarnato abbiamo una presenza fisica. Nel Verbo che parla nella creazione abbiamo bisogno di un superamento che in noi non avviene. Nel libro della Preghiera del cuore è detto: “Di tutto fate Eucarestia”, perché tutto in effetti è Eucarestia, perché tutto porta la parola di Dio. Però per arrivare lì io devo aver superato tutto me stesso. Il punto di aggancio è il Verbo incarnato.

Nino: E poi le creature non ci possono dire tutto quello che ci dice il Verbo incarnato.

Luigi: Le creature no, però le creature ci devono condurre alla persona del Verbo di Dio. Ad un certo momento la creazione non ti può più dire niente, per cui abbiamo bisogno proprio della presenza personale. Ora, la presenza personale in Adamo c’era, ma dopo il peccato non si attinge più, non si tocca più. Allora abbiamo bisogno di una presenza personale fisica. Infatti noi diciamo “quella è una persona”, ma vediamo il corpo, non vediamo la persona. Noi confondiamo il corpo con la persona. Noi in sostanza dialoghiamo con i corpi non con le persone. Non sappiamo cosa siano le persone.

Pinuccia B.: Adamo dialogava con il Verbo?

Luigi: Sì, alla sera Dio scendeva a dialogare, a conversare con lui.

Pinuccia B.: Solo alla sera? E tutto il giorno?

Luigi: Solo alla sera, perché c’è bisogno di tutto un processo di intelligenza nell’uomo. L’uomo ascolta con l’udito, ma per arrivare a vedere con l’occhio ha bisogno della persona che lo aiuti a vedere. Quindi abbiamo l’uomo che durante il giorno riceve i messaggi, poi questi messaggi ha bisogno di riportarli, colloquiarli con Dio per intenderli.

        Quindi abbiamo tempi diversi nell’evoluzione dell’uomo:

-      prima abbiamo la formazione dell’uomo che ascolta,

-      l’uomo che avendo ascoltato desidera vedere,

-      l’uomo che trova chi lo aiuta a vedere. E’ Dio che aiuta l’uomo a vedere ciò che l’uomo ha ascoltato da Dio.

Per cui Dio che parla all’uomo e Dio che fa capire all’uomo ciò che l’uomo ha ascoltato da Lui. Non abbiamo la luce immediata. La luce immediata ce l’abbiamo nella vita eterna. Ma qui, nella formazione dell’uomo, no. Nella formazione dell’uomo abbiamo:

-      Dio che parla all’uomo;

-      l’uomo che ascolta Dio, però bisogna che sia puro, che non ci sia il peccato;

-      avendo ascoltato Dio, desidera intendere ciò che Dio gli dice;

-      ma per arrivare ad intendere deve ancora raccogliersi con Dio, perché è solo Dio che gli fa intendere ciò che gli ha detto. È la Persona che illumina.

Quindi abbiamo tutto un ritorno. Allora: tutte le cose vengono da Dio, si fermano alla creatura e sollecitano la creatura a riportarsi a Dio per intendere da Dio quello che Dio le ha fatto arrivare. Si richiede proprio questo lavoro.

Pinuccia B.: Il fatto che non c’è l’immediatezza è perché si richiede la partecipazione dell’uomo.

Luigi: Sì, però siccome l’uomo è in formazione, è una partecipazione lenta; per cui noi maturiamo molto lentamente. Ecco perché Dio scendeva alla sera a dialogare con Adamo; ecco per cui tutto è fatto di periodi di sera e di mattino.

Dopo ogni segno si richiede del silenzio. Invece noi abbiamo fretta; allora riceviamo il segno, però poi non mettiamo il tempo del silenzio. Noi chiediamo il pane: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, ma come glielo abbiamo chiesto scappiamo subito, perché abbiamo altro da fare. E quando Lui arriva per darci il pane non ci trova più, perché siamo già scappati.

 

Nino: Dio opera per svegliare, per formare la convinzione dell’esistenza di Dio e dell’importanza di conoscerlo.

Luigi: E di impegnarci con Dio.

Nino: Poi incontra il Cristo in questa convinzione.

Luigi: Se in lui si è formata la convinzione.

Nino: Col Cristo deve avere l’impegno della fede, deve credere a quello che dice il Cristo…

Luigi: Ormai lo impegna è già quella convinzione, quel desiderio…; però da parte sua non ci sarebbe uno sforzo a sottrarsi, perché ormai è attratto.

Nino: L’assimilazione richiede continuamente l’adesione a Cristo e il superamento di sé. La comprensione è un dono di Dio, gli viene dallo Spirito. Se però Lui non apre il suo cuore nel superamento di se stesso, lo Spirito non può arrivare.

Luigi: Certo.

Nino: Per cui ci vuole il Cristo e il superamento.

Luigi: Gesù dice: “Nessuno può venire dietro a me se non rinnega se stesso”. Soprattutto bisogna preoccuparsi di mangiare il suo cibo ogni giorno.

 

Pinuccia B.: Gesù dice: “Nessuno può venire dietro di me se non rinnega se stesso”, però è Lui, morendo in croce, che mi aiuta a morire a me stessa.

Luigi: Certo, ma il rinnegamento di sé è un rinnegamento progressivo. Però non si può seguire Lui senza il superamento di noi stessi; cioè non dobbiamo strumentalizzare Lui al nostro io. Il rinnegamento, il morire a noi stessi, è una parola grossa, ma in sostanza vuol dire: “Cerca di superare i tuoi problemi per aderire ai miei problemi”; cioè: “Occupati più dei miei problemi che ti te stesso”. Il superamento sta lì. Non è il grande superamento della morte a noi stessi.

Pinuccia B.: Quello è già un inizio della morte a noi stessi.

Luigi: Sì, è già un inizio di superamento di noi stessi.

Dobbiamo preoccuparci ogni giorno di avere il pane quotidiano da sbocconcellare per tutta la giornata. Dobbiamo preoccuparcene, perché uno degli errori più gravi che noi facciamo è quello di non preoccuparci di avere il pane quotidiano. Lo chiediamo con le parole ma poi non ci preoccupiamo di averlo, e invece bisogna cercare di averlo. Ed è quel pane che ci conduce alla vita eterna, che è poi il vero lavoro; però il vero lavoro ce lo dà Lui. Noi ci dobbiamo preoccupare di averlo, di vederlo. Sarà una sua parola, una sua lezione, una sua scena, ma ci dobbiamo impegnare. E ci dobbiamo impegnare fino alla vita eterna. Ogni parola di Dio ci introduce verso un frutto, perché ogni parola di Dio è un seme, ed è un seme di vita eterna. Essendo un seme di vita eterna mi introduce nella vita eterna. Io non mi devo arrestare fino a che non vedo la lezione di vita eterna.

 

Pinuccia B.: Gesù aveva già detto precedentemente “Io sono il pane di vita”.

Luigi: Tra il primo e il secondo “Io sono il pane di vita”, c’è in mezzo tutta l’incomprensione dei farisei. Allora Gesù dice: “Non mormorate tra voi perché non potete capire perché non siete attratti dal Padre”. Adesso riconferma: “Io sono il pane di vita”; ma solo dopo aver dato questa lezione. Prima, il suo “Io son pane di vita” era rivelazione di una fame: “Chi viene a me non avrà più fame, perché lo potevamo intendere soltanto su quel piano. Il primo cibo lo possiamo intendere solo in relazione al bisogno; il secondo cibo invece lo intendiamo in relazione alla vita eterna, ma se siamo attratti dal Padre. Allora in mezzo c’è la lezione dell’attrazione del Padre.

Pinuccia B.: Prima Gesù parla di un cibo che soddisfa il nostro io e poi ci parla di un cibo che è il suo io?!

Luigi: No, prima dice: “Non cercate questo cibo ma cercate quell’altro cibo, che il Figlio dell’uomo vi darà”. Prima ci presenta un cibo che il Figlio dell’uomo ci dà. Non dice ancora: “Che Io vi do”, ma dice che è il Figlio dell’uomo che lo dà, che è un dono che il Figlio dell’uomo vi dà. Allora gli chiedono: “Ma cosa dobbiamo fare per avere questo pane?”, “Non dovete fare niente, dovete credere in Colui che il Padre ha mandato”. Ci invita ad entrare in un rapporto più personale. Prima abbiamo la moltiplicazione dei pani, il Cristo che dà il pane; poi li rimprovera: “Non cercatemi per questo pane ma cercatemi per l’altro pane che il Figlio dell’uomo dà”. Poi gli chiedono: “Cosa dobbiamo fare?”; “Dovete credere a-”, e stabilisce un rapporto con la persona. Ad un certo momento dice: “Io sono il pane di vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”. Qui mormorano, e allora Gesù dice loro: “Ma è inutile che voi mormoriate perché se non siete attratti dal Padre non potete capire le mie parole”. Con l’attrazione del Padre allora arriviamo alla vita eterna.

 

Pinuccia B.: Circa l’argomento di domenica credo che sia importante scoprire la vera vita per poterla desiderare.

Luigi: Secondo quello cui noi riteniamo vita, ci rivolgiamo a un pane piuttosto che a un altro.

 Fintanto che io ritengo vita la salute, la cura del mio corpo, non posso fare a meno di rivolgermi ad un pane materiale. Con tutte le conseguenze. Per cui dovrò andare a lavorare per procurarmi il pane, la casa, ecc.; è tutto in relazione alla vita del mio corpo che ha bisogno di ripararsi dal freddo, di nutrirsi, ecc. Per avere tutto questo attorno, me lo devo assicurare; ma per assicurarmelo devo rivolgermi ad altri; e per rivolgermi ad altri devo dare certi servizi, quindi mi devo sottomettere a tutti i piaceri che mi chiede l’altro. Quello che noi chiamiamo lavoro è un cercare di piacere dell’altro. Ma perché questo? Perché così gli posso portare via quello che ha. In fondo in fondo, tutto il nostro lavorare è soltanto un cercare di piacere all’altro. L’altro ha piacere di un paio di scarpe?! Io gli procuro un paio di scarpe, così magari ottengo la giacca che lui ha addosso; per cui cerco di piacergli per ottenere da lui una retribuzione. Non abbiamo il vero rapporto. Tutto questo in funzione di: “Perché io ho bisogno di quello che ha l’altro”. “Cerco di fargli piacere, così lui mi darà qualcosa che ha lui, e di cui il mio corpo ha bisogno, la mia vita ha bisogno”, quindi si è nel pensiero dell’io.

Tutto è in relazione a quello che noi intendiamo come vita. E fintanto che non scopriamo che la vita vera è Dio, ci rivolgiamo a tutti altri pani. Per cui partecipiamo all’Eucarestia per tradizione, per far piacere a uno e all’altro, perché “poi chissà cosa dice!”, per compiere un dovere. Siamo sempre sul piano dell’io. Non abbiamo scoperto il vero pane.

Per scoprire il vero pane prima dobbiamo scoprire la vera vita. In caso diverso dobbiamo rivolgerci a dei cibi fasulli, non possiamo farne a meno.

Noi diciamo: “Il suo pane è il lavoro”, “Io suo pane è la figura”, “Il suo pane è il vestito”, ognuno ha un suo pane. In tal caso non abbiamo ancora scoperto il vero pane; perché lo scoprire il vero pane è una conseguenza della scoperta della vita. Come l’intendere, il conoscere il Cristo, che è il pane, presuppone l’attrazione del Padre, che è vita, così la scoperta del pane presuppone la scoperta della vita.

Pinuccia B.: Bisogna essere convinti che la vera vita è conoscere Dio.

Luigi: Ma questa convinzione corrisponde all’attrazione. Che è poi un vivere per-, un tendere a-, è desiderio. Gesù dice: “La vita non viene dalle cose che si posseggono”, perché quando le posseggo non le desidero più. Se vuoi veramente la vita, dai via tutto quello che hai, perché dando via tutto diventi povero, cioè diventi tutto desiderio.

La vita è soprattutto desiderio, tendere a-. Il nostro vivere è tutto un desiderare, però bisogna avere il desiderio che viene da Dio.

Invece se vedo un’automobile e la desidero, succede che “io l’automobile non ce l’ho”, per averla devo avere questo capitale; per avere questo capitale devo guadagnare tanto; per guadagnare tanto devo fare un certo lavoro. Tutto in funzione di possedere la macchina. E allora devo spendere cinque anni, dieci anni per avere una macchina.

Al paese un prete incontra mio cognato e gli dice: “Te la sei già fatta la macchina?”; era considerata un traguardo. Il primo traguardo era farsi la macchina, e non ci si accorgeva che si stava vivendo per la macchina.

 

Pinuccia B.: “Io sono il pane di vita” è collegato con il versetto precedente, come se ci fosse un “perché”. “Chi crede in me ha la vita eterna”, cioè: “Chi crede in me ha la possibilità di vita perché Io sono il pane di vita”. Il pane ci dà la possibilità di nutrirci già con la vita.

Luigi: Certo, e di crescere. Bisogna essere in vita per poter mangiare, ma se uno non mangia muore.

Pinuccia B.: La vita è comunione, ma anche il mangiare è comunione.

Luigi: Ci mantiene in comunione. Mangiando restiamo in comunione. Mangiare vuol dire assimilare e assimilare vuol dire capire.

Pinuccia B.: La parola si capisce quando si arriva alla Presenza.

Luigi: Sì, ma tu già mangiando vivi. Se non capissimo niente moriremmo lungo la strada. Infatti Gesù dice: “Date loro da mangiare affinché non muoiano lungo la strada”. La strada è lunga, per cui se noi non avessimo del pane spezzato, moriremmo per la strada. Allora abbiamo un pane spezzato relativo al nostro bisogno. Non è che Dio aspetti ad illuminarci solo all’ultimo. Durante la strada ci manda del pane spezzato. Infatti vediamo che man mano che leggiamo il Vangelo si formano delle luci. La stessa trasfigurazione è luce è pane spezzato in anticipo; per cui l’anima è sempre più confermata, è sempre più convinta, e poco alla volta cresce, è una crescita di vita, crescita di attrazione. Uno cresce in quanto si formano sempre di più delle convinzioni.

 

Appendice:

 

Luigi: Paolo di Tarso a diciotto anni dalla Turchia scende a Gerusalemme per mettersi alla scuola di Gamaliele, alla scuola ebraica. Però tutta la sua grande conoscenza deriva da quel colpo di fulmine che gli ha illuminato il fatto che Cristo era presente in coloro che lui perseguitava. Di lì lui è stato sconvolto. Dopo questo si è fatto dai tre ai dieci anni (non si sa con precisione) di deserto per prepararsi, per rivedere tutto, perché lui era convintissimo che la religione dei Padri fosse quella giusta. Ma ad un certo momento gli appare Cristo che gli dice: “Tu mi stai perseguitando”, “nei fratelli che tu perseguiti”. Allora ha dovuto rivedere tutte le sue convinzioni, nel deserto, con questa pietra fondamentale: “Il Cristo è vivo”. Infatti dice: “per ultimo è apparso anche a me”. Dopo tutto questo tempo di deserto è andato a Gerusalemme per confrontarsi con Pietro e con gli altri apostoli di Gesù. Lui dice: “Per non aver corso invano”; quindi per confrontarsi con coloro che erano stati con Lui.

Pinuccia B.: Si è fatto anche istruire da Anania.

Luigi: Sì, per farsi aprire gli occhi, perché era rimasto cieco. Il Signore dice ad Anania a Damasco, che stava pregando: “Vai in quel cortile e troverai Saulo cieco e tu ridagli la vista”. Ma è stato soltanto incaricato di andare e di comunicargli, di ridargli la vista.

Pinuccia B.: E Gesù gli ha detto tutto il Vangelo?

Luigi: Quello che lo ha istruito è stata quella apparizione di Gesù. Lì c’è tutto. Poi, certo, è stato a Gerusalemme con gli apostoli. Ma prima è stato nel deserto dai tre ai dieci anni. Comunque, fosse stato anche solo tre anni prima di iniziare la missione, tre anni di deserto sono tre anni di deserto. Poi è stato con i discepoli, è stato in viaggio con loro. Però il nucleo fondamentale è stato questo squarcio. E’ come essere sicuri di essere in un certo luogo arriva un fulmine e ci si trova in tutto un altro posto. Questo sconvolge tutto. Ecco per cui ha dovuto rivedere tutto. Il fondamento di tutte le sue lettere è questa presenza di Cristo. Lui che era convintissimo sulla validità della legge, scrive  le lettere ai Galati e ai Romani dicendo che la Legge è data per la morte, che non ci può dare la vita, ma ci dà la morte. Perché la vita è Cristo. Ecco la grande scoperta, la grande rivelazione: “Cristo è presente”. Prima lui era convintissimo della validità della Legge e seguiva la Legge, credeva di essere approvato da Dio, Cristo gli appare e gli dice: “Tu mi stai perseguitando”, quindi gli capovolge tutto. Per cui Paolo arriva a dire: “La legge non ci conduce alla vita; non mi libera dalla mia morte, dal pensiero del mio io”. “La legge mi conduce al Cristo. E chi mi dà la vita è Cristo, solo il Cristo”.

Pinuccia B.: Invece dicevi che il Vangelo di Giovanni è la sintesi di tutta la Bibbia.

Luigi: Sì, lì trovi tutto l’Antico Testamento, trovi tutto il Nuovo Testamento, trovi tutto. Però va approfondito, non basta leggerlo, va mangiato.

 

Nino: Paolo con questa rivelazione, in questo deserto, è arrivato a una certa conoscenza e a convinzioni da correggere la mentalità ebraica.

Luigi: Il Cristo ha detto: “Paolo l’ho riservato per me perché Io me lo sono preso per me”. Cristo dice questo: “L’ho riservato per una mia missione”. Tu vedi gli apostoli: erano pescatori e nel giro di pochi anni vanno a Roma, conquistano mezzo mondo. Loro all’inizio non pensavano di andare fuori da Gerusalemme. E’ Paolo che ha incominciato: “La missione è anche per i pagani”. Pietro all’inizio è molto restio, tant’è vero che in un sogno gli appare un lenzuolo che scende dal cielo con dei cibi; ma lui dice: “No, io non assaggerò nessun cibo che non sia consacrato da Dio”; e una voce gli dice: “No, quello che viene da Dio è consacrato, quindi tu non rifiutare”. Allora arriva un messo che gli dice di andare a casa di un centurione, un pagano, perché vuole parlargli. E lui, forte di aver ricevuto questo sogno, va a casa sua.

C’è stata anche tutta una conflittualità tra Pietro e Paolo circa i pagani. All’inizio i pagani dovevano sottostare all’ebraismo per approdare al cristianesimo, Paolo invece difende e sostiene che i pagani debbano passare subito al Cristo.

È stata tutta opera di Dio, perché doveva diffondersi questo messaggio.

Comunque per fare tutto questo ha dovuto prepararsi per tre anni nel deserto. Lui stesso lo dice: “Conosco un uomo che è stato portato fino al terzo cielo e ha visto cose che non si possono dire” (cf 2 Cor 12,2); quindi c’è stata tutta un’opera di Dio che ha riservato Paolo per questa missione.

Nino: Nei testi della Messa, Paolo è il più citato, più di tutti gli altri evangelisti.

Luigi: Sì, Paolo ha delle lezioni molto buone e altre confuse, incerte. Quando si legge Paolo bisogna sempre avere un punto fisso di riferimento al Vangelo, bisogna sempre confrontare con le parole di Cristo.

Anche nella Genesi abbiamo Dio che dice: “Mangerai il tuo pane col sudore della fronte”. L’interpretazione comune è che dobbiamo lavorare per procurarci il cibo materiale. Arriva il Cristo che dice: “Non faticare per il pane che passa, ma affaticati per il pane che non passa”. E’ contraddizione? No, mi sta interpretando la Genesi; sta dicendo che il vero lavoro è affaticarsi per procurarsi il pane dello Spirito.

Tutte le parole della Bibbia vanno commentate con le parole del Cristo.

 

 

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N.B.: Il testo, tratto da registrazione,

         non è stato rivisto dall'autore e mantiene lo stile discorsivo.

 

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