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Dispensa n°8

Incontro n°88/b

Domenica 03.07.1977 a Vigna

 

 

Gv  4,27-34: «27In quel momento arrivarono i suoi e si meravigliarono che parlasse con una donna. Nessuno però gli chiese: che cerchi? O di che parli con lei?28 Ma la donna lasciò la sua brocca e andò in città a dire a quella gente: 29 Venite a vedere un uomo il quale mi ha detto tutto quello che ho fatto: Che sia il Cristo? 30 Uscirono pertanto dalla città e andarono da Lui. 31In quel frattempo i discepoli lo pregavano: Maestro, mangia.32 Ma egli rispose loro: Io mi nutro di un cibo che voi non conoscete». 33 I discepoli si dicevano perciò gli uni gli altri: Che qualcuno gli abbia portato da mangiare? 34 Gesù disse loro: Mio nutrimento è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e portare a termine l'opera sua”.

 

 Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato

e portare a termine l'opera sua.

II Tema

 

Luigi: Cerchiamo adesso le differenze tra il cibo materiale e il cibo dello spirito. Prima abbiamo visto le somiglianze tra il cibo materiale e il cibo spirituale; ora cerchiamo le differenze perché ci sono delle differenze sostanziali per la nostra vita personale tra il cibo naturale e il cibo spirituale. Teniamo presente che il Signore dice che: “L'uomo vive non di pane materiale, - tentazione di satana - ma vive di ogni parola che procede dalla bocca di Dio”. E poi cercate di approfondire questo: nutre soltanto quello che è assimilato perché anche se il pane arriva a noi ma noi non lo assimiliamo, crea ingorgo, indigestione e non nutre.

Pinuccia: Cosa vuol dire assimilare?

Luigi: È quello che andiamo ad approfondire: assimilare soprattutto il pane dello spirito.

Pinuccia: Ci vogliono tanti organi per assimilare il cibo materiale, che nel piano spirituale avranno un significato.

Luigi: Adesso non so se dobbiamo “perderci” negli organi oppure cercare con semplicità il significato dell'assimilazione.

 

Nino: Nel capitolo 17 viene riportato quattro volte “il nome di Dio”. Vorrei che tu anticipassi, chiarissi il significato del “nel tuo nome”.

Luigi: Cosa significa il nome di una persona?

Silvana: L'interesse, ciò che sta a cuore a quella persona.

Nino: Si, ma qui si parla dell’interesse di Dio, che è quello di donarci la sua verità. Ricordo che abbiamo detto che chi conosce la verità la possiede.

Luigi: Se andassimo a fondo, conoscere il nome di Dio è possederlo. Conoscere è possedere. Infatti noi non possediamo in quanto giriamo sempre attorno ai nomi e non li cogliamo in Dio; non cogliendoli in Dio non cogliamo i nomi stessi, quindi non li possediamo. Perché soltanto in Dio possediamo Dio e possediamo anche tutte le cose, tutti gli esseri.

Dopo aver creato Adamo, Dio presentò ad Adamo tutte le sue opere, tutte le creature; e Adamo, alla presenza di Dio, diede il nome alle opere di Dio; e, dice la Genesi, “ed era il vero loro nome”. Perché era il vero loro nome? Perché Adamo era alla presenza di Dio.

Invece noi non diamo i nomi alla presenza di Dio, li diamo alla presenza del pensiero del nostro io. Cioè tutti i nomi che noi diamo alle creature, sono per le impressioni che lasciano in noi, per i sentimenti che creano in noi, per le paure. E questo è  tutto effetto del nostro io. I nostri nomi sono sbagliati. I veri nomi sono soltanto in Dio. Ora, conoscere il vero nome di Dio è veramente possederlo; quindi il nome di Dio è presenza del Padre, rivelazione della presenza del Padre.

Nino: “Ho manifestato il tuo nome agli uomini…

Luigi: Ecco, bisogna chiederci: come ha manifestato il suo nome agli uomini?

Nino: “Li conservavo nel tuo nome….

Luigi: Abbiamo considerato la funzione del cane del pastore, che raccoglie il gregge, che lo custodisce. In che cosa consiste l'opera del Figlio, l'opera del Cristo?

La creatura, continuamente tende a deviare, a scivolare e lo vediamo nell'episodio della samaritana e dei discepoli, con l'acqua e il cibo, che sono bisogni materiali. Continuamente noi scivoliamo, cioè ci allontaniamo dal nome del Padre. In che cosa consiste questo scivolare? Ci dimentichiamo. Il Signore continuamente richiama al nome: “Ti dimentichi che Dio è il Padre tuo? Ti dimentichi che tutto è opera di Dio? Ecco perché ti ingolfi”. L'opera del Figlio è quella di riportarci dalla nostra dispersione. Infatti Gesù dice: “Io sono venuto per raccogliere ciò che si disperdeva”. E come ci si disperde? In quanto pensando a noi stessi, ci dimentichiamo di Dio; in tal modo anziché rapportare le cose a Dio le riferiamo a noi stessi e viviamo per esse.

Rispetto a noi, il nome che ci caratterizza è l'amore, è l'interesse. Perché il vero nome di una persona, presso Dio, è l'amore, l'interesse che ha quella persona. Per cui se io vivo per il denaro, sostanzialmente il mio nome è il denaro; se io vivo per la carriera, il mio nome è la carriera. Ognuno di noi è testimone di ciò per cui vive, dell'interesse che ha.

Gesù dice: “Dove è il tuo tesoro, ivi è il tuo cuore, ivi è il tuo nome”. Per cui ognuno di noi sarà conosciuto per ciò che avrà amato nella sua vita, per ciò cui si sarà dedicato nella sua vita. Ognuno di noi è chiamato a dedicarsi a Dio, perché quello è l'interesse principale.

Il Cristo venendo tra noi, ci riporta continuamente nel nome del Padre, cioè ci riporta continuamente all’interesse principale. Allora, se noi abbiamo Dio come interesse principale di vita, il nostro nome è Dio, il nostro nome è "figlio di Dio". Perché il Figlio si caratterizza in questo: tutti i suoi pensieri sono presso il Padre, il suo amore è lì, il suo cuore è lì. Il cuore del Cristo è il Padre: Affinchè il mondo sappia che Io amo il Padre”: questo è il suo nome.

Il nostro nome è ciò che noi portiamo nel cuore come tesoro, come scopo di vita. “Il nome che Tu hai dato a Me”, dice Gesù nella preghiera sacerdotale, cioè "l'interesse che Tu hai dato a Me, l'interesse di Te". Per cui se noi diamo tutto di noi a Lui, il nostro nome è Lui. Se diamo poco di noi...

Il nome è graduato rispetto all'interesse che abbiamo per Dio. La nostra gloria presso Dio è graduata rispetto a questo interesse; per cui noi avremo soltanto ciò che avremo donato di noi a Lui. Ora, donare vuol dire dedicarci a-. Ciò che invece avremo trattenuto per non perderlo, lo perderemo veramente; perderemo tutto, perderemo anche le creature in nome delle quali, per il loro nome, abbiamo trascurato il nome di Dio. Noi crediamo che per non perdere le creature si  debba trascurare Dio; invece è proprio trascurando Dio che noi perdiamo le creature. Perché tutto quello che cerchiamo di trattenere ci sarà tolto. Invece ciò per cui avremmo avuto il coraggio di donare, lo avremo veramente. E sarà il nostro nome. Quindi nei nostri riguardi il nostro nome è amore per-, e interesse per -.

 

Nino: Ho l'impressione che tutto questo capitolo 17 che dobbiamo fare adesso...

Luigi: Il capitolo 17 non lo facciamo adesso. Adesso facciamo: “Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e portare a termine l'opera sua”.

 

Cina: Noi siamo sempre protesi verso il pane materiale, tanto più dobbiamo esserlo verso il Signore nella preghiera, affinchè il Signore porti a compimento il suo disegno in noi ...

Luigi: Qual è questo disegno? Lo puoi precisare? Non pensi che il fine sia unico per tutti?

Si, Dio ci prende personalmente. Perché qui Gesù dice che deve portare a termine l'opera sua; hai approfondito cosa può significare questa “opera sua”? L'opera del Padre? In che cosa consiste questa opera? Forse che l'opera non è compiuta? Perché dice “portare a compimento”? In che cosa consiste questo “portare a compimento”?

Cina: L'opera in noi non è compiuta, dobbiamo ancora andare avanti...

Luigi: Si, però qui Gesù dice di nutrirsi, come cibo, portando a compimento l'opera del Padre; questo già ci preannuncia che l'opera del Padre non è compiuta senza il Figlio. Allora, in che cosa consiste quel complemento che il Figlio reca per portare a compimento l'opera del Padre?

 

Emma: Nutre soltanto quello che viene assimilato spiritualmente. Se noi lo desideriamo con tutto noi stessi, Dio ce lo dona e ce lo rende assimilabile; questo lo possiamo constatare  perché sentiamo una certa disponibilità interiore.

Luigi: Quand'è che assimiliamo? Perché il cibo può anche non essere assimilato; il cibo di Dio può giungere a noi, noi lo possiamo mangiare, ma non assimilarlo.

 

Silvana: Ho pensato alla parabola del seminatore. Se il tipo di terreno è capace di recepire la parola, assimilare vuol dire fare la parola, fare propria la parola. “Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato”, fare la volontà presuppone un ascolto della parola di Dio.

Luigi: Si, e portare a compimento l'opera del Padre? In che cosa consiste l'opera del Padre non compiuta? E in che cosa consiste l'opera del Padre compiuta? E perché è necessaria l'opera del Figlio per portarla a compimento?

 

Silvana: Ho trovato delle differenze tra i due cibi: il cibo materiale non esclude la morte del corpo che nutre, mentre il cibo spirituale assicura una vita eterna. La ricerca del cibo materiale è un ritorno su noi stessi, mentre il cibo spirituale è un uscire da noi stessi.

 

Nino: Dio crea noi, il mondo che ci circonda e poi dà a noi l'attrazione a Sé. Ma noi non siamo compiuti; saremo compiuti quando arriveremo alla conoscenza di Dio.

Luigi: L'opera incompiuta del Padre e il perché non è compiuta, in che cosa l'hai fatta consistere?

Nino: Nell’adesione all'attrazione per Dio, o alla nostra non adesione.

Luigi: Cosa manca in noi perché si compia l'opera del Padre?

Nino: Noi dobbiamo avere una fame continua.

Luigi: Possiamo dire che tutta l'opera del Padre si conclude verso di noi, ma non è compiuta nel portarci nella fame? Noi dobbiamo imparare a distinguere l'opera del Padre e l'opera del Figlio. L'opera del Padre è quella di portarci, attraverso tutta la sua creazione, la creazione di noi stessi, alla fame. Il Figlio è il pane che risponde alla fame. Sintetizzando possiamo dire che l'opera del Padre si conclude nella fame dell'uomo; si conclude ma non è compiuta. Il cibo è il Figlio; Gesù dice: “Io sono il pane”. Il Cristo è il pane disceso dal cielo che risponde alla fame che il Padre crea nell'uomo.

Ma come mai non tutti gli uomini hanno fame di Dio? Perché la fame è un atto di partecipazione cosciente all'ascolto del Padre.

Noi ascoltiamo il Padre, Dio, (Antico Testamento, il battesimo di giustizia, Giovanni Battista) nella misura in cui mettiamo Dio al centro della nostra vita. Mettendo Dio al centro della nostra vita si forma la fame. E questa è opera di Dio Padre in noi. Quindi più si forma la fame in noi, l'interesse, più questo ci porta ad individuare il pane.

Molte volte abbiamo detto che la condizione per scoprire il pane è di avere la fame; altrimenti si può incontrare il pane, ma senza la fame, si è costretti a mangiare, e diventa un supplizio. Il Cristo è il pane vivo disceso dal cielo per rispondere alla fame degli uomini, se e nella misura in cui gli uomini, ascoltano il Padre. “Chi ha ascoltato il Padre viene a Me”, “Nessuno può venire a Me se non è attratto dal Padre”. Quindi il Padre conclude la sua opera (e non è il compimento dell'opera), con la formazione della fame. Man mano che nella nostra vita si forma la fame di Dio noi ci prepariamo all'incontro col Cristo, cioè ad individuare il pane. Però questa fame si forma in noi nella misura in cui noi, attraverso tutte le lezioni della vita, ci convinciamo che dobbiamo mettere il Pensiero di Dio al centro della nostra vita, come punto fisso di riferimento. E' lì che si crea il bisogno di vedere tutta la nostra vita attuata secondo il Pensiero di Dio. Ed è lì che abbiamo bisogno del Maestro, del Cristo, il quale, e solo lui, porterà a compimento questa fame.

Poiché Lui dice: “Nessuno può venire al Padre se non per mezzo di Me”: ecco il compimento. Ora, “Nessuno può salire al cielo se non colui che discende dal cielo”, quindi il Cristo viene a portare a compimento l'opera del Padre, cioè la fame, in quanto viene ad offrire la conoscenza del Padre, nella misura in cui noi ascoltiamo. E noi ascoltiamo nella misura in cui abbiamo ascoltato il Padre, quindi nella misura in cui si è formato in noi il desiderio. Dunque, se non maturiamo il desiderio di conoscere Dio, la fame di conoscere Dio, se non abbiamo scoperto il Padre, vuol dire che non siamo convinti della centralità di Dio, della giustizia di Dio, della verità di Dio. Senza questa convinzione fraintendiamo il Cristo. Infatti Gesù dice: “Nessuno può venire a me se non è attratto dal Padre”. E' solo questione di mettere bene a fuoco i valori. Se noi andiamo al Cristo prima di avere fame di Dio, andiamo al Cristo malamente, cioè andiamo al Cristo per altri motivi; e questi motivi ci fanno deviare.

 

Emma: Ma conoscere il Cristo è già tanto.

Luigi: No. Se noi mettiamo come meta della nostra vita il Cristo è perché ci sono motivi (problemi di ambiente, sociali, figura) sbagliati. Perché Gesù dice: “Nessuno può venire a me se non è attratto da Padre”, attratto cioè se non desidera conoscere il Padre.

Soltanto se andiamo al Cristo interrogandolo circa il desiderio di conoscere il Padre, evitiamo di sbagliare e lo conosciamo per ciò che Egli è realmente. In caso contrario ci fermiamo al Cristo per certe sue lezioni, o per la simpatia o per la sua giustizia o sincerità, però non cogliamo, e quindi trascuriamo, le sue lezioni essenziali. E quando Cristo ci parlerà del Padre o dei suoi rapporti con il Padre, noi lo trascureremo, sorvoleremo su questi argomenti; ci fermeremo molto sui problemi di giustizia, su problemi di parabole, su lezioni di umiltà, su problemi di imitazione, ma ci sfugge il fine di tutto questo argomentare. È come quando noi osservando i comandamenti ci fermiamo a quella che è la lettera del comandamento: non rubare, non fornicare, non desiderare. Per cui dico: “io non desidero, non rubo, non uccido: sono a posto”, e non cogliamo l'anima della legge. La stessa cosa si può fare nei confronti del Cristo.

Molti dicono: “Guarda Gesù come è buono con i bambini! Quindi anch'io cerco di essere buono. Guarda come è paziente! Anche io devo essere paziente!”, ma non è questa l'anima del Cristo!

 

Nino: Lo sbaglio che facciamo è che seguiamo il Cristo per vivere meglio questa vita.

Rina: Ma Cristo è Dio, perché limitare la sua amicizia?

Luigi: Ma questo non è un limitare l'amicizia con Dio! siamo noi che limitiamo l’amicizia con Dio!

 

Pinuccia: Si può anche arrivare malamente al Cristo per cui il Cristo esercita su di noi la funzione del profeta, dell'Antico Testamento. Noi arriviamo al Cristo ancora con l'io al centro poi il Cristo con i suoi insegnamenti ci aiuta.

Luigi: Quando Gesù stesso ci fa trovare nel suo Vangelo queste parole: “Nessuno può venire a me se non è attratto dal Padre”, ci fa toccare con mano che noi lo seguiamo senza essere attratti dal Padre; ci corregge, ci fa toccare con mano che non siamo a posto; ci fa scoprire che andiamo a Lui perché ci interessa Lui e non perché in interessa il Padre. Allora Lui corregge, e ci mette in crisi. Ora, se noi seguiamo il Cristo, è il Cristo stesso che ci corregge perché è Lui il Maestro degli allievi. E come ci corregge? Dicendoci: “Guardate che se venite a me per altri motivi, venite male perché il motivo vero è la conoscenza del Padre”. Sentendo questo noi riflettiamo: “Ma io non sono attratto dal Padre!”. Ecco la crisi! E sorge la domanda: “Qual è il mio difetto per cui non sono attratto dal Padre?”.

Ora, di fronte a quelle parole va fatta una revisione di vita, perché la centralità del nostro interesse principale deve essere spostata dal Cristo al Padre. Ma è il Cristo che la sposta! Ma se noi avessimo ascoltato l'Antico Testamento, avremmo colto la giusta direzione, perché l'Antico Testamento sfocia nel battesimo di giustizia, nella centralità sul Padre; per cui saremmo arrivati al Cristo incontrandolo come Colui che risponde alla nostra fame.

Gesù stesso ha detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”. E la volta scorsa si è detto che il pane non è il dono, ma è il mezzo, è l'alimentazione.

Ora, Gesù qui precisa che la vita vale più del cibo, ed è sbagliato allora vivere per il cibo. Non si vive per mangiare ma ci si nutre per vivere. Allora, quando abbiamo mangiato non abbiamo ancora vissuto. Il mangiare è soltanto la premessa.

Per che cosa viviamo? La vita è altro dal cibo! Se io vivo solo per il pane, anche quello spirituale, non vivo. Gesù non dice il pane materiale, dice genericamente: “La vita vale più del pane”. Quindi Gesù mette sempre al loro posto i valori assoluti: la vita vale più del cibo. Di conseguenza se viviamo per il cibo, viviamo per una cosa inferiore, pieghiamo la nostra vita al mangiare, viviamo per mangiare, in qualunque campo. No! Tu mangi per arrivare a-. Per questo volevo precisare la differenza tra il cibo materiale e il cibo spirituale.

Il cibo spirituale è un mezzo per arrivare a-.

 

Nino: Anche la Chiesa fa questo errore, perché parla solo di Gesù e trascura di parlare del Padre.

Luigi: Qui bisogna precisare; la funzione della Chiesa è quella di darci il Cristo. In parole povere di darci questo libro in mano, il Vangelo, e di dirci: “Mangialo!”. Se noi veramente ci impegniamo col Cristo, Cristo corregge tutti i “tiri”.

Bisogna capire bene qual è la funzione della Chiesa. La funzione della Chiesa non è quella di portarci alla salvezza. La funzione della Chiesa è quella di portarci a contatto col Cristo. La Chiesa è un prolungamento: è una strada che arriva fino a noi per tenerci sempre i fili annodati al Cristo. È un prolungamento dell'incarnazione. Non è che la Chiesa ci salvi, la Chiesa ci mette a contatto con Colui che ci salva; perché il contatto è personale.

Nella Chiesa, abbiamo San Francesco, Sant’Agostino, San Paolo; cosa hanno fatto? Certamente non sono stati deviati! Sono giunti al contatto con il Cristo, e poi hanno mangiato.

Il mangiare è sempre personale. Per cui la Chiesa mi mette a contatto con ciò che dobbiamo mangiare. Se mangiamo, poi provvede Cristo a salvarci, a correggerci. Quindi non c'è niente dall'esterno che ci possa deviare. E noi non possiamo giustificarci dicendo: “Eh ma tu mi hai messo in una Chiesa che mi ha deviato” oppure “Tu mi hai messo in un mondo che mi ha portato via”. Niente è giustificabile: “Signore tu mi hai messo in una famiglia di delinquenti e io sono diventato un delinquente”, no! Il Signore ci risponderà: “Tu non dovevi diventare un delinquente anche se Io ti ho messo in una famiglia di delinquenti, perché Io parlavo con te”.

 

Rina: Che differenza c'è tra il pane materiale e il pane spirituale?

Cina: Il pane materiale va masticato adagio altrimenti non si digerisce!

 

Eligio: “Mio cibo è fare la volontà del Padre mio”, quindi la volontà di Dio è cibo all'anima. Mentre il cibo materiale si disperde nell'organismo, e resta materia trasformata. Il cibo spirituale, cioè la volontà di Dio, resta sempre se stesso, diventando mano a mano, un centro personalizzante di sintesi, portando la creatura al superamento dell'io, e all'incontro con il suo Creatore.

Luigi: Si, la differenza tra i due cibi la sintetizzerei così:

· il cibo naturale, il cibo materiale, viene trasformato in noi, in vita nostra; mangiando il cibo naturale, lo trasformiamo in noi;

· mangiando il cibo spirituale, lui trasforma noi a Sé.

Il cibo naturale lo trasformiamo in noi. Il cibo spirituale ci trasforma in lui.

Il cibo si assimila alla persona. Mangiando resta la persona. Mangiando le cose di Dio, il nostro io scompare e si afferma Dio. E’ Dio che viene glorificato. Quindi più ci nutriamo di Dio e più Dio cresce. E’ la differenza più grande.

Già Sant’Agostino diceva che noi mangiando il cibo materiale, facciamo crescere il nostro io. E riconfermiamo il concetto che più la terra dipende da noi, è unita a noi, e più ci gonfia, perché fa essere il nostro io. Mentre invece il cielo ci fa crescere Dio e diminuisce il nostro io. Per cui mangiando Dio noi diventiamo tutta espressione di Dio: “Chi mangia di Me, vivrà di Me”. Noi mangiando il pane, non facciamo vivere il pane, il pane scompare; invece mangiando Dio, mangiando il Cristo, scompariamo noi e il Cristo si afferma. “Vivrà di Me”. Allora se noi vogliamo vivere di Lui, dobbiamo nutrirci molto di Lui. Non dobbiamo mi dire: “Ho mangiato abbastanza”, ma “Voglio mangiare all'infinito”. Tutto è offerto a noi, il Regno di Dio è offerto a noi: più mangi e più vivi, per cui mangi poco, vivi poco; mangi niente, muori; mangi tanto, vivi tanto. Il Signore non limita il suo Spirito, non dà il suo dono in misura limitata, per cui più mangi, più ti dedichi e più quello ti trasforma.

Dio dice a Sant’Agostino: “Io sono il cibo per uomini adulti, per cui più tu cresci e più mangerai”, ma per crescere bisogna alimentarsi. Ed è Lui che fa crescere. E noi ci alimentiamo nella misura in cui Lui cresce in noi, non in quanto cresciamo noi. Questa è la differenza tra i due cibi.

 

Eligio: Nutrendomi del cibo spirituale, facendo la sua volontà, mi trovo immerso, trasformato nella sua Persona

Luigi: Si, però noi sbagliamo quando identifichiamo la volontà di Dio con un nostro modo di essere; “Vorrei sapere cosa Dio vuole da me”, identifichiamo la volontà di Dio con una nostra scelta, con un essere qui o un essere là. La volontà di Dio è Lui stesso che si vuole comunicare, per cui se tu vuoi fare la volontà di Dio, cerca Dio! Non preoccuparti di dire: “La volontà di Dio è che io vada qui, o è che io vada là”, no! La volontà di Dio è che tu lo conosca. Più cercherai Lui e più tu farai la volontà di Dio.

 

Eligio: L'unica cosa è conoscere quello che devo fare.

Luigi: No! Quello che tu devi fare è conoscere Lui. Non è che Lui voglia che tu conosca Lui perché tu possa conoscere quello che devi fare! Così scindi l'Essere dalla sua volontà. No! La sua volontà è Lui! Il processo di assimilazione è un processo di unificazione, cioè fare del due, uno. Qui c'è una gradualità interessante tra Nicodemo, la Samaritana e i discepoli. L'episodio di Nicodemo si conclude con l'aver riportato Nicodemo alla cecità, esce di scena dicendo: “Come può accadere questo?”. Nicodemo parte con un atto di sapienza umana: “Noi sappiamo” ed esce di scena dicendo: “Non possiamo capire”. L'episodio della Samaritana si conclude con l'aver rivelato la Sua presenza, l'aver rivelato chi è Colui che parla a noi. La Samaritana esce di scena con: “Io sono Colui che parlo con te”, viene rivelata la presenza di Colui che parla con noi. Cioè: “Colui che parla con te è il Signore, è il Messia”. E poi con i discepoli abbiamo un successivo avanzamento per quanto riguarda la rivelazione, perché il Signore insegna a loro come fare per restare con Colui che parla con loro. Per restare bisogna mangiare. Per cui Lui presenta il suo cibo.

Gesù non dice alla Samaritana di che cosa si nutre. Dicendo ai discepoli ciò di cui Egli si nutre, offre ai discepoli di nutrirsi anch’essi del cibo di cui si nutre Lui, per restare con Lui. Perché noi possiamo restare con una persona soltanto nella misura in cui mangiamo quello che mangia quella persona. Qui Gesù rivela come Lui viene a donarci la sua vita: la sua vita è ciò di cui Lui si nutre. Quindi noi possiamo restare uniti ad una persona non soltanto in quanto l'abbiamo presente, ma in quanto viviamo della stessa vita di quella persona, cioè ci nutriamo nello stesso modo in cui si nutre quella persona. E quindi qui abbiamo un passaggio successivo nei riguardi dei discepoli, che sono portati ad assimilare lo stesso cibo che assimila il Figlio; è una comunione di interesse.

 

Nino: Il cibo materiale è quello che ci serve per sostenere un corpo, ma ha una funzione transitoria. Il cibo spirituale è quello che ci porta a diventare uomini.

Luigi: Per cui diventando uomini, non c'è più bisogno del cibo materiale. Perché il cibo spirituale assorbe il bisogno del cibo materiale, che ha soltanto una funzione transitoria, di supporto in quanto non siamo ancora formati. Fintanto che siamo in cammino ne abbiamo bisogno per non venir meno per strada. Allora il Signore ci fa trovare per strada quell'alimento relativo. Il fatto è che non dobbiamo mai ritenere assoluto quello che è transitorio, ma farne un supporto per poter avanzare in quello che è il cibo spirituale.

 

Pinuccia: Rispetto a Gesù questa frase significa che il Figlio porta a compimento l'opera del Padre, il quale attrae, forma la fame e il Figlio è il pane che risponde alla fame. Quindi queste due espressioni: “fare la volontà del Padre”  e “portare a compimento l'opera del Padre” coincidono? La seconda è la spiegazione della prima?

Luigi: Si, certo!

Pinuccia: Invece rispetto a me, cosa significa “fare la volontà del Padre”? e cosa significa per me “portare a compimento l'opera sua”? Se per il Figlio significa essere pane, per me significa mangiare il pane, assimilare il pane.

Luigi: Si. E si assimila quando si capisce. E quand'è che si capisce?

Pinuccia: Si capisce quando la parola mi porta alla presenza di Dio. Io vedo l'opera iniziata dal Padre e la porto a compimento nella misura in cui raccolgo...

Luigi: …nella misura in cui io ho fame! È la fame che mi porta ad assimilare, quindi a raccogliere.

Pinuccia: Il pensare, parlare, agire, mossi dal Padre, è una conseguenza. Prima è necessaria l’opera di raccolta, di unificazione, di comprensione della parola.

Luigi: Si, ma tu raccogli nella misura in cui sei interessata a-. E sei interessata nella misura in cui hai fame per-. L'opera del Padre sta nel suscitare in noi la fame. E affinché questa fame si formi, è necessario che noi ascoltiamo il Padre, che ascoltiamo Dio nella nostra vita. Fintanto che mettiamo fuori Dio dalla nostra vita, la fame non si forma; si forma la fame di denaro, la fame di mondo, la fame di ambizione, la fame di figura, la fame di gloria: “Come potete credere voi che elemosinate gloria gli uni dagli altri”. Quindi non entriamo nel cammino della fede, non entriamo nel cammino di Dio.

Per entrare nel cammino di Dio, bisogna fermarsi ad ascoltare il Padre. Avendo la fame, si incomincia tutto un processo di interesse, di raccolta.

Uno raccoglie in Dio in quanto è interessato a Dio, altrimenti lascia perdere. Ma ha l’interesse in quanto ha ascoltato il Padre. La raccolta nel Padre è già opera del Figlio, perché noi non raccoglieremmo se il Figlio non ci giungesse ad offrirci il materiale da raccogliere. Sono tutte le parole di Dio, quindi opera del Figlio che viene a rispondere a questa fame. Raccogliendole, ci conducono a conoscere il Padre, che era il proposito che avevamo dall'inizio: conoscere il Padre nostro. In questa conosceza non ci sentiamo più orfani, non ci sentiamo più figli del mondo; incominciamo a scoprirci figli di Dio, quindi pensati da Dio, amati da Dio, guidati da Dio, ispirati da Dio. Per cui Dio vive in noi, nella misura in cui siamo giunti al Padre, attraverso l'opera del Figlio, ecco il compimento. Infatti il compimento l’abbiamo nell' “ut unum sint in cui il Cristo consegna, affida al Padre, tutti coloro che il  Padre gli ha affidato. “Erano tuoi e Tu li hai dati a me e ora Io li consegno a Te”. Ma che gioco è questo? Erano già del Padre, il Padre li dà al Figlio; e poi il Figlio li riporta al Padre? C'è una lezione profonda. Per cui: “erano tuoi” erano già del Padre, erano attratti, avevano già ascoltato. Noi apparteniamo a ciò che ascoltiamo. Ascoltare è già amare; è interessati per-. L’interesse per Dio ci porta al Figlio; ecco come il Padre che ci consegna al Figlio. Poi il Figlio ci riconsegna al Padre affinché possiamo attingere direttamente al Padre ciò che è effettivamente la meta. Perché è nel Padre che scopriamo di essere figli, quindi di formare una cosa sola con il Cristo. E’ solo dal Padre e nel Padre. Non è il Cristo che può farsi una cosa sola con noi. Il Cristo può fare una cosa sola col Padre: “Affinché loro siano come noi che siamo uno”.

Quindi il Cristo fa una cosa sola col Padre; se noi andiamo al Padre, attraverso il Figlio, dal Padre e nel Padre, noi formeremo una cosa sola con il Cristo e quindi parleremo lo stesso linguaggio del Cristo e ci sentiremo una cosa sola con Lui, figli tutti dello stesso Padre. Ma l'opera è del Padre. Tutto questo è un processo di nutrizione, di assimilazione, nel mangiare la parola.

Nel terzo capitolo di Ezechiele si dice: “Figlio dell'uomo mangia ciò che hai davanti”. E che cos'abbiamo noi davanti? Io sono Colui che parlo con te”, noi abbiamo davanti il Figlio. Ecco perché abbiamo una progressione rispetto alla Samaritana: di fronte alla Samaritana, noi abbiamo il Cristo che dice: “Io sono Colui che parlo con te”. Qui abbiamo: “Figlio dell'uomo mangia ciò che hai davanti”. Alla Samaritana non dice: “Mangia ciò che hai davanti”; ai discepoli si. C’è un progresso.

Teniamo presente che in quanto Cristo parla di qualche cosa, ci propone quel qualche cosa. Perché Lui parla personalmente, non parla per esporci la cosa. Egli parla per proporci la cosa; e se ce la propone, ce la offre: “Mangia!”.

Dicendo “Io mi nutro di (ho da offrirvi) un cibo che voi non conoscete”, è come se dicesse: “Mangia ciò che hai davanti, ciò che Io ti presento”. Ora, alla Samaritana presenta Se stesso, ma non dice di mangiarlo. Qui dice di mangiarlo! Abbiamo il compimento della profezia di Ezechiele quando dice: “Figlio dell'uomo, mangia ciò che hai davanti, mangia questo rotolo poi va e parla!”. Prima mangia. “Io aprii la bocca ed Egli mi fece mangiare”. Anche qui sta dicendo: “Figlio dell'uomo, nutri il ventre, riempiti le viscere con questo rotolo che ti porto”. Quindi mangiare il libro vuol dire capire, assimilare, vuol dire farlo nostra vita. Ecco l'assimilazione! Noi lo assimilamo nella misura in cui lo facciamo nostra vita. Perché fintanto che la cosa è davanti a noi e non la facciamo nostra vita, la cosa rimane lì; può ingolfarci, ma non diventa vita.

Per cui abbiamo l'assimilazione naturale che avviene senza di noi (perché la nostra terra è fatta in modo che assimila quello che uno mangia e lo trasforma in vita), ma è solo un segno. E il segno va capito, perché se non lo capiamo il Signore ci rimprovererà: “Io per tutta la vita ti ho dato un pane da mangiare e tu hai soltanto goduto come corpo e non hai capito il segno e non sei passato al cibo spirituale!”. La lezione è questa: il cibo spirituale non si assimila automaticamente. Perché se non capiamo non facciamo nostra vita. Capire richiede da parte nostra la partecipazione consapevole. E allora c'è tutta la fatica! Per cui la parola di Dio ci mette in crisi.

Qui Gesù dice: “Io ho un cibo che voi non conoscete”, e poi dirà: “Preoccupatevi di mangiare questo cibo, il cibo dello spirito e non preoccupatevi dell'altro”, mettendoci in crisi rispetto alla convinzione che nasce dalle parole: Mangerai il tuo pane con il sudore della fronte”;  per cui “se io fatico, se sudo per mangiare il mio pane materiale, faccio la volontà di Dio”. Ma il pane di cui Dio parlava è ben altro! Quella fatica che bisogna fare, sarebbe in conflitto con quello che Gesù, il Figlio, che è la volontà di Dio, dice! Perché il Padre mi dice: “Mangerai il tuo pane con il sudore della tua fronte”. Il Figlio mi dice: “Non affaticarti, non sudare per procurarti il pane che passa”. E il Figlio non fa altro che illuminarmi sulla parola del Padre! Per cui quel pane che bisogna mangiare con il sudore della fronte è ben altro da quello che è il pane materiale! Dice Gesù: “Ma quello i pagani lo fanno!”, “Guardate il Padre. Il Padre sa ciò di cui avete bisogno. Non preoccupatevi di quello! Non sudate! Non affaticatevi per quello! Ma sudate per il pane spirituale, perché nessuno ve lo può dare, ve lo può far mangiare se voi stessi non vi applicate!”. Quindi l'applicazione è personale! Bisogna sudare, bisogna faticare, perché è un'opera fatta consapevolmente, perché richiede il superamento, l'applicazione personale del nostro io, e nessuno può farlo al nstro posto. In tal caso è valido il principio che ciò che mangia uno non serve all'altro; possiamo essere vicinissimi: uno mangia un pollo, l'altro mangia polenta; quello che mangia il pollo non è che supplisca all'altro.

Pinuccia: Procurarci il pane con la fatica, possiamo farlo tutti, in tutte le condizioni.

Luigi: Certo. Tutti possiamo farlo perché il cibo di Dio è graduato alla fame di ognuno. Alla vecchietta, al bambino, non si richiede cultura, non si richiede intelligenza. È Dio stesso che nella sua creazione distribuisce il suo pane a seconda della capacità di assimilazione; per cui al bambino dà il latte, all'adulto il cibo sostanzioso, fino al vero cibo. Ma è Dio che lo gradua! E non potremo giustificarci dicendo: “Signore, tu mi hai messo in un ambiente difficile”. Perché ci sentiremo dire: “No, l'ambiente in cui ti avevo messo era il cibo per la tua fame! A seconda della tua fame Io ti offrivo ogni giorno un cibo. Ma tu ti sei dimenticato di me e del cibo che ti mandavo!”. La colpa dell'uomo sta in quella giustificazione.

Dio offre il cibo, Dio presenta il cibo graudato; sarà l'avvenimento, sarà la lezione, sarà l'incontro. Per cui nessuno deve dire: “E' troppo difficile per me!”, perché il Signore arriva ai livelli nostri, alle nostre capacità, ce le offre. Stiamo attenti a non dimenticarci di mangiare quello che il Signore ci offre.

Non dimentichiamoci di mangiare! Perché la nostra anima non urla come urla lo stomaco. Se noi siamo molto attenti al nostro io, sentiamo molto l'urlo dello stomaco; come sentiamo molto l'urlo dell'offesa alle nostre ambizioni, alla nostra figura, al nostro nome. Tutto ciò è frutto del pensiero del nostro io. L'anima non urla in questi termini, perché per sentire l'urlo dell'anima dobbiamo essere molto vicini a Dio. E l'urlo dell'anima è molto più potente dell'urlo dello stomaco.

Se uno è molto vicino a Dio, avverte la vera fame, il vero bisogno di mangiare che porta dentro di se. Ma questa sensibilità è presso Dio. Lontano da Dio diventiamo sempre più animali e quindi siamo sempre più guidati dagli urli animali e non da quelle che sono le parole di Dio.

 

Pinuccia: Le parole di Gesù, formano la fame e sono cibo; quindi la formazione della fame è opera del Padre e del Figlio.

Luigi: Si, il Figlio corregge. Se noi ascoltiamo o giungiamo al Cristo malamente, per altri motivi, ma restiamo nell'ascolto, Lui ci corregge.

Pinuccia: Ma la fame si attribuisce al Padre.

Luigi: La fame è opera del Padre.

Pinuccia: La parola stessa suscita la fame.

Luigi: Certo, ma è la parola stessa che è opera del Padre. Per sentire la parola di Dio che giunge a me, devo mettere il Pensiero di Dio come centro dei miei interessi. Altrimenti la parola di Dio giunge a me, ma non forma la fame.

Tu puoi dire: “io ascolto la parola di Dio”, ma chi effettivamente forma la fame è il Pensiero di Dio. Tu, prima di tutto hai ricevuto il Pensiero di Dio, perché non puoi ascoltare la parola di Uno se non hai presente quell’Uno. Soltanto la presenza dell’Uno che parla ti rende accettabile la sua parola. Se tu ti rifiuti di essere presente a quell’no, anche se senti tante sue parole, rifiuti le sue parole. Ma perché rifiuti le parole? Perché rifiuti l'uno, la persona. Rifiutando la persona, rifiuti automaticamente tutto ciò che dipende dalla persona stessa. Soltanto accogliendo la persona crei la condizione in te per accettare tutto quello che riguarda quella persona. Per cui se quella persona ha il gusto di mangiare crudo, se tu accetti la persona, accetti anche i suoi gusti, entri nell'idea, consideri tutto quanto è conseguente a quella persona. Ma se rifiuti la persona, rifiuti in blocco anche tutte le conseguenze della persona, per cui non accetto più niente.

Precisiamo: è la parola di Dio che forma in noi la fame. E dicendo “Parola di Dio” teniamo presente la persona Dio; quindi la persona Dio e la sua parola. Perché se noi escludiamo la persona, cade la parola. Anche se la parola giunge a noi, giunge malamente e viene respinta. “Voi non potete sopportare le mie parole perché non avete in voi amore per Dio”; vedi che distingue! “Voi non potete sopportare... perché non avete presente il Padre! Avete un altro Padre: non sopportate più le mie parole”.

 

Pinuccia: Quindi la volontà di Dio per noi è portare a compimento la sua opera.

Luigi: Si. Abbiamo visto che assimilare vuol dire capire, vuol dire cioè giungere a conoscere il Padre. “Cerca prima di tutto il regno di Dio”. La condizione per poter restare con qualcuno è quella di nutrirci e di fare nostra vita quello che è la vita di quel qualcuno. Fintanto che non abbiamo fatto nostra vita una certa parola di Dio, quella parola non l'abbiamo assimilata. Bisogna fare dell'altro una cosa sola; fintanto che l'altro è là ed io sono qui, abbiamo una presenza che è destinata a sciogliersi; l'unione che è destinata a sciogliersi. Fintanto che l'altro non è spiritualmente mangiato, non può formare una cosa sola con me, ed io con lui.

“Io sto alla porta e busso, chi mi apre io entrerò e cenerò con lui e lui cenerà con me” cioè mangerà lo stesso cibo, si nutrirà. Mangiando lo stesso cibo, formiamo una cosa sola. Qual è il cibo di cui si nutre il Figlio? Il Padre. Soltanto se noi faremo nostra vita, nostro cibo, nostro nutrimento il Padre, allora formeremo una cosa sola con il Figlio, perché nutriti dallo stesso pane. Ora, Gesù dice: “Io ho un cibo che voi non conoscete: fare la volontà del Padre”, la volontà del Padre è la rivelazione della presenza del Padre. Quindi mangiando lo stesso cibo, facciamo una cosa sola, ritorniamo al ut unum sint, all'inizio.

 

 

 

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N.B.: Il testo, tratto da registrazione

(integrato con appunti anche di altri incontri sullo stesso argomento),

non è stato riveduto dall'autore e mantiene lo stile discorsivo.

 

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