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di che cosa si tratta

Incontro 54

Domenica 31.10.1976

 

 

Gv 2,17:«17I discepoli si ricordarono che sta scritto: “Lo zelo per la tua casa mi divora”».

 

“Lo zelo della tua casa…

(La costruzione della casa di Dio)

 

Dall'esposizione di Luigi Bracco:

 

Questa sera fermiamoci su questa frase: “Lo zelo per la tua casa mi ha consumato”.

Teniamo sempre presente l’ambientazione di questo episodio: la Pasqua si avvicina e Gesù entra nel tempio di Gerusalemme.

Il primo elemento è la Pasqua. Pasqua significa passaggio dalle cose che si vedono alle cose che non si vedono; le cose che non si vedono sono le cose essenziali, per cui noi sospinti dalla vanità che a poco per volta constatiamo in tutte le cose che si vedono, ci rivolgiamo alla ricerca delle cose che non si vedono, attratti dalla loro essenzialità.

Il secondo elemento da tener presente è il tempio. Abbiamo visto che il tempio rappresenta la nostra anima, la nostra interiorità, perché Dio abita dentro di noi e che ogni uomo è tempio del Dio vivo. Per cui questi mercanti e questi cambiavalute che Gesù scaccia, noi li dobbiamo trovare, li dobbiamo scoprire nella nostra anima, dentro di noi e non dobbiamo quindi immedesimarli in fatti esteriori, o in persone esteriori. Per cui non dobbiamo dire: “Io non sono un mercante, io non sono un cambiavalute” e quindi metterci fuori dalla lezione di Dio. Ognuno di noi, ogni volta che trascura Dio, che non ha presente Dio, ha dentro di sé questi mercanti, questi cambiavalute.

Dio entrando nella nostra vita apporta una purificazione con la cacciata; perché abbiamo detto che il segno nel tempio della venuta di Dio, della presenza di Dio è l’insopportabilità di fattori estranei. L’amore di Dio è un amore geloso quindi è un amore inconciliabile, non sopporta compromessi, …non potete servire due padroni…, …và, vendi tutto quello che hai…, è un amore unico in cui bisogna raccogliere tutto.

Ecco, tenendo sempre presente l’ambientazione in cui si svolge l’episodio, cerchiamo di approfondire questa frase che è scritta nei Salmi e che i discepoli ricordano vedendo l’episodio del quale è protagonista il loro maestro: “Lo zelo per la tua casa mi ha consumato”.

Prima di tutto fermiamoci sul concetto “tua casa”.

Evidentemente presenta la “tua casa”, in quanto ha presente altre case. Possiamo trovarci con la casa di Dio o ci possiamo trovare con la casa degli uomini. Ognuno ha una sua casa, anche gli animali, anche i vegetali hanno un loro habitat; ognuno ha il suo ambiente in cui vive. Ad esempio non possiamo cercare delle stelle alpine in un campo di grano perché le stelle alpine hanno un loro habitat e il campo di grano ha un suo habitat. Così ogni animale, così ogni persona ha un luogo in cui vive. Questo luogo in cui ognuno di noi vive, se approfondiamo scopriamo che è il luogo in cui ognuno di noi realizza la sua presenza; cioè è un luogo in cui disponiamo tutte le cose secondo il nostro amore, secondo li nostro pensiero, secondo la nostra intenzione, secondo il nostro interesse. La propria casa è un campo in cui si esplica la propria vita, un campo in cui ci si ritrova. Per cui nella nostra casa troviamo la nostra pace, cioè ci troviamo in un luogo in cui tutte le cose sono disposte secondo il nostro pensiero, in cui ci riposiamo, perché non ci sono presenze che possono turbarci. Mentre invece in casa d’altri siamo turbati da altre presenze.

Allora noi possiamo definire la casa di ognuno, per capire meglio questa frase, come il luogo in cui si esperimenta una presenza. In casa nostra esperimentiamo la nostra presenza, mentre in casa d’altri esperimentiamo la presenza del padrone. La casa di Dio è il luogo dove si esperimenta la presenza di Dio.

Siccome Dio è presente dappertutto, come mai noi non esperimentiamo la presenza di Dio? Ora, il Signore dice “Sono le vostre colpe che creano divisioni tra voi e Me”, cioè è quello che parte da noi, sono i nostri prodotti, cioè quello che parte dalla nostra autonomia, dal pensiero di noi stessi che crea un muro, una distanza tra noi e la presenza di Dio, al punto da non avvertire più la presenza di Dio. Quindi sono i nostri interessi, sono i nostri pensieri che ci isolano.

Allora basta dire questo per farci capire che attraverso i nostri interessi, i nostri prodotti noi ci costruiamo una nostra casa in cui ci chiudiamo. Diciamo meglio: ognuno di noi viene ad abitare nella casa che si è edificato. Senza nemmeno renderci conto, ogni giorno, vivendo, edifichiamo la casa in cui noi abiteremo. Giorno per giorno, attraverso le nostre scelte, attraverso i nostri pensieri, i nostri desideri, le parole che diciamo, i fatti a cui assistiamo, costruiamo la nostra casa. Ogni nostro pensiero è una pietra, ogni nostra parola che diciamo ogni giorno è una pietra di questa costruzione che edifichiamo e nella quale già abitiamo e abiteremo sempre di più; nella quale noi abiteremo eternamente.

E se questi nostri prodotti, questi nostri pensieri, queste nostre azioni, questi nostri desideri, queste nostre scelte non sono state secondo Dio, ma sono partite dal mondo o dal pensiero del nostro io, edifichiamo una casa che non ci viene da Dio, in cui Dio non è presente, in cui Dio è assente. In verità non è che Dio sia assente, ma siamo noi assenti a Dio, in quanto questa casa è una casa spirituale.

Una casa spirituale è più reale di una casa materiale; questo lo possiamo constatare: quante volte sentiamo il bisogno di fuggire da una casa, perché non sopportiamo più, non è più casa nostra; oppure quante volte si sente dire di ragazzi che scappano di casa perché non sopportano più, non si sentono più a casa loro. Cosa vuol dire questo? Si sono edificati una casa spirituale più reale della casa materiale in cui sono nati, in cui vive la loro famiglia, che fa sentire loro il bisogno di fuggire perché non la sentono più come casa propria: vivono in quell’altra casa.

Quindi la casa che noi ci edifichiamo giorno per giorno attraverso le nostre scelte diventa una casa tanto reale da renderci insopportabile ogni altra casa, ed è in questa casa che noi viviamo!

Ecco perché noi ci costruiamo spiritualmente un luogo in cui realizziamo la nostra presenza, ma in cui corriamo il rischio di rinchiuderci in una prigione, magari anche eternamente.

Allora possiamo dire che ogni esistente, ogni essere umano è formato da tre elementi:

1.        da un campo di scelta,

2.        dal suo io, cioè dalla sua fame, dai suoi desideri, dai suoi bisogni,

3.        e da ciò che egli sceglie e a seconda di ciò che egli sceglie edifica questa casa.

Anche senza accorgercene noi, giorno dopo giorno, ci costruiamo questa casa e le pietre, i mattoni che servono a costruire la casa sono tutte le scelte che noi, giorno dopo giorno, facciamo. Il Signore dice che di ogni parola che abbiamo detto ci chiederà conto, proprio perché ogni parola è un mattone della nostra casa futura.

E tutto questo perché succede?

Perché noi diventiamo figli delle nostre opere, quindi basta una semplice nostra opera per essere immediatamente condizionati. Ora, soltanto se questi mattoni, soltanto se queste pietre, se queste  scelte sono secondo Dio, noi avremo edificato la casa di Dio, e in questa casa di Dio troveremo la presenza di Dio, perché la casa è il luogo in cui si esperimenta la presenza di un essere.

 Se noi avremo fatto delle scelte, quindi se noi avremo pensato secondo Dio, se noi avremo parlato secondo Dio, avremo agito secondo Dio, tutte queste scelte, questi pensieri, queste azioni, avranno formato un edificio in cui noi troveremo la presenza, esperimenteremo la presenza di Dio.

Ogni uomo è guidato nella costruzione di questo edificio dall’amore che ha messo sopra di tutto. Chi ha amore per Dio si consuma nell’edificare una casa in cui esperimenterà la presenza di Dio. Chi invece ha un altro amore, si affatica, si consuma per edificare una casa in cui esperimenterà questo amore. L’amore si conclude sempre, si perfeziona nel trovarsi con la presenza dell’essere amato. Ecco perché si costruiscono le case; si costruiscono le case per restare sempre con ciò che noi amiamo; se noi amiamo il denaro, ci costruiamo un edificio che ci dia la possibilità di restare sempre con il denaro, cioè che ci assicuri la permanenza del denaro; se amiamo una creatura noi costruiremo un edificio per poter realizzare sempre la presenza con quella creatura; se noi amiamo Dio al di sopra di tutto, noi edifichiamo un edificio in cui si possa esperimentare la presenza di Dio continuamente. E’ la fatica dei santi: questo lavoro per poter raccogliere tutto in Dio in modo da poter esperimentare, trovare sempre la presenza di Dio.

Ecco lo zelo che consuma, l’amore che genera, l’amore che costruisce quell’edificio in cui trovare sempre la presenza la presenza di Dio. Ed è una consumazione perché Dio stesso è un fuoco che consuma tutta la terra, tutto l’elemento materiale; cioè, tutto quel campo di scelta lo utilizza per edificare quella casa.

Faccio un esempio pratico: se tu hai a disposizione un campo di pietre e hai un amore, tendi ad utilizzare tutte queste pietre per trasformarle in un edificio, in un’abitazione in cui poter sperimentare vivere con quella presenza.

Più si riesce ad utilizzare il campo di scelta che si ha e più si trova la felicità, e non c’è niente che vada perduto. Ora, tutto ciò che ci è dato, ci è dato per essere edificato in tempio di Dio, in casa di Dio perché tutto è opera di Dio, ma quest’opera di Dio noi non la troviamo se personalmente non lavoriamo a questa costruzione.

Come pensiero guida del nostro dialogo prendiamo questo pensiero dalla lettera di San Paolo apostolo agli Efesini: “In Cristo ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo del Signore. In Lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio”.

Questa “dimora è un luogo interiore, un luogo spirituale, ma reale, un luogo in cui noi esperimentiamo la presenza di Dio. Però, fintanto che noi abbiamo altri pensieri, questi altri desideri ci impediscono la sperimentazione della presenza; e qui ci costruiamo una casa in cui noi non troviamo Dio. Soltanto in Lui la costruzione cresce bene, ordinata. Ecco perché è necessario liberarsi del tempo in modo che la presenza di Dio abbia a rivelarsi, a lasciarsi sperimentare, a rendersi evidente; ma tutto deve essere rivolto, ordinato a questa presenza e non ci deve essere nessun altro elemento che turbi.

 

 

Alcuni pensieri tratti dalla conversazione:

 

X: La costruzione della casa deve essere un fatto cosciente…

Luigi: Senza rendercene conto, inconsciamente, tutti i giorni, apportiamo delle pietre, dei mattoni al nostro edificio, e tutte le volte che noi agiamo autonomamente, staccati da Dio, costruiamo un edificio privo di Dio. E questo per il fatto che noi diventiamo dipendenti da ciò che facciamo. Anche inconsciamente, tutti i giorni, noi eleviamo l’edificio in cui abiteremo, in cui incominciamo ad abitare già quando è in costruzione, ma in cui finiamo di chiuderci e di abitarvi per sempre. Perché noi siamo condizionati dalle scelte che facciamo, diventiamo figli delle nostre opere; per cui questo edificio resta.

X: C’è un fatto che induce speranza: questa casa è costruita sulla sabbia, non sulla roccia, non sul Pensiero di Dio che è stabile, immutabile e quindi vengono le tempeste, vengono le prove e la casa crolla.

Luigi: Ecco, il Signore opera per farci prendere coscienza di quello che stiamo edificando e di quello che dovremmo edificare. Ad esempio: l’esperimentare l’assenza di Dio è già un richiamo, è una bufera attraverso cui Dio ci invita a desistere dal costruire quel  genere di edificio.

       Il primo giorno dell’incontro con Dio, Dio abbatte, purifica tutto quell’edificio che abbiamo messo su, perché Lui deve costruire un altro edificio, ed è in Lui, con Lui che l’edificio viene su bene, perché è l’edificio in cui si esperimenta la presenza di Dio.

       Soltanto che noi tendiamo a voler esperimentare altre presenze, ad esempio la presenza del denaro; in tal caso costruiamo un edificio in cui possiamo esperimentare la presenza del denaro. Oppure costruiamo un edificio in cui esperimentiamo la presenza della persona che amiamo. Oppure esperimentiamo la nostra gloria, ecc.

       Noi tendiamo sempre ad apportare degli elementi per edificare un edificio che ci assicuri la presenza che desideriamo. E naturalmente questo ci porta a lottare per difendere questo nostro luogo. Sentivo proprio oggi, in un documentario televisivo, dell’habitat del pettirosso: ogni animale si segna la sua casa, la sua abitazione o il campo di caccia e ogni animale ha un suo particolare modo di “segnare” i confini: c’è chi lo segna con le corna, chi con gli escrementi, per cui nessun altro animale può entrarvi, perché altrimenti lo fanno fuori. Il pettirosso “segna” il suo territorio con il canto; attraverso il canto si segna l’area dove trova il cibo, ecc., e guai se un altro pettirosso entra nella sua area. Gli altri pettirossi, sentendo quel canto, sanno perfettamente fino a che limite possono arrivare e non vanno oltre. Per cui se si azzardano ad oltrepassare il limite, poiché non c’è un limite fisico, palizzate, ostruzioni, niente, c’è soltanto il canto, vengono cacciati. Il pettirosso si mette su un ramo e fischia ad una particolare modulazione per cui gli altri sanno che di quell’area, che misura fino a 1500 mq, non ne possono valicare i limiti invisibili. Se per caso un pettirosso valica il limite, il primo arriva a far battaglia per cacciarlo fuori. L’invasore che si accorge di non essere in un campo suo fugge; generalmente non arrivano mai ad uccidersi, quando il titolare si rende presente, l’invasore scappa perché si accorge di non essere nel proprio territorio.

       Questo per dire come ognuno segna il proprio habitat, la propria casa invisibile; e ognuno sa, attraverso una piccola segnalazione. Così, ognuno di noi si determina, attraverso il modo di pensare, di ragionare, un suo edificio in cui esperimenta il suo amore principale e guai a chi entra, perché è limitato.

       Questo è lezione per noi, poiché Dio opera e dà sempre delle lezioni personali anche attraverso la natura, ci significa che ognuno di noi attraverso un suo canto, un suo amore edifica una sua casa. L’ideale è quello di edificare la casa di Dio in cui si esperimenta la presenza di Dio.

       Ora, per esperimentare la presenza di Dio bisogna fare le cose secondo Dio, coscientemente, perché noi non possiamo essere uniti a Dio inconsciamente. Perché inconsciamente noi siamo uniti al pensiero del nostro io; per natura, vivendo secondo natura, noi abbiamo al centro il pensiero del nostro io.

       Noi inconsciamente non superiamo noi stessi, l’atto del superamento del nostro io è sempre un atto conscio, un atto voluto, libero. La costruzione del figlio di Dio  è sempre una costruzione cosciente, consapevole, per cui non ci sorprende. Mentre invece tutte le altre costruzioni, essendo inconsapevoli ci sorprendono, cioè ci sentiamo chiusi, schiavi, assenti da Dio senza essercene accorti; come mai? Perché abbiamo costruito inconsciamente, seguendo quello che fanno tutti, il mondo, mentre la costruzione con Dio avviene consapevolmente in quanto richiede questo superamento.

 

X: Comunque Dio con facilità distrugge le nostre costruzioni.

Luigi: Sì, Dio non ci lascia soli. Dio lavora con noi per farci prendere coscienza, per farci toccare con mano la schiavitù in cui noi ci troviamo, della distanza in cui noi ci veniamo a trovare lontano da Lui; sono tutti richiami del Signore. Se noi ai richiami del Signore incominciamo a fare attenzione a Lui e quindi lo lasciamo entrare, apriamo la porta della nostra anima, del nostro tempo interiore. Quindi se noi ascoltando i richiami di Dio, intendendo i richiami di Dio, sentendoci lontani da Dio, incominciamo ad impressionarci, ad interessarci di Dio; allora Dio entra.

X: Se avverto l’assenza di Dio vuol dire che ho già esperimentato la presenza.

Luigi: Sì perché avvertire, percepire l’assenza di Dio è già grazia. Dio opera per farci percepire questa assenza in modo da renderci coscienti, perché noi inconsciamente andremo dritti all’inferno.

 

X: Il buon ladrone però aveva costruito una ben altra casa.

Luigi: Noi giudichiamo soltanto l’esterno; era un delinquente, ma noi non sappiamo quanti desideri, quanti sospiri, quanto abbia invocato il Signore affinché lo liberasse dalla sua situazione. Certo, il Signore l’ha trovato solo al momento della sua morte in croce, ma chissà a monte quanto sospiri, quanta invocazione a Dio per essere liberato da questa passione di delinquenza in cui lui era venuto a trovarsi, e chissà per quali condizioni.

X: Il modo di operare di Dio è misterioso.

Luigi: Noi “naturalmente” costruiamo ben altri edifici e poi veniamo soffocati.

X: Tu dici “naturalmente”, ma in natura noi riscontriamo dei desideri che non si fermano davanti ai limiti naturali, noi prolunghiamo all’infinito un desiderio, e questa è la natura…

Luigi: Sì, è proprio questo il nostro danno, perché se noi ci fermassimo…

       L’animale quando ha mangiato per sé, non impedisce agli altri animali di mangiare. Noi invece quando abbiamo mangiato oggi, impediamo agli altri di mangiare perché vogliamo tenere quello che abbiamo avanzato per domani, per dopodomani, per cinquanta anni, perché pensiamo che magari a cento anni ne avrò bisogno. E’ proprio questa dimensione eterna, di assoluto che portiamo dentro di noi, che ci porta a questa insoddisfazione di fondo. Per cui io non posso dire che quando avrò raggiunto mille di capitale mi fermerò, no; perché io non raggiungerò mai quella soddisfazione in quanto ci sono tanti elementi di incertezza che mi sospingono, per cui io devo proteggermi all’infinito, devo prolungare la mia passione all’infinito per arrivare a soddisfare questo mio bisogno di sicurezza. Ma questo bisogno di sicurezza, che è un inganno sul piano naturale, può essere soddisfatto solo in Dio, perché solo Dio è la nostra sicurezza, solo in Dio noi troviamo quella fortezza, quella certezza di cui abbiamo bisogno. E naturalmente, spostando il nostro orientamento da Dio ad altri beni, ecco che noi ci creiamo un tormento, una passionalità con un fallimento finale.

       Ora, se io orientassi la mia vita ad assicurarmi la mia salute fisica, certamente andrò verso un fallimento perché certamente morirò: quindi arriverò al fallimento di tutti i miei sforzi per difendere la mia salute. Ho parato di salute, ma posso parlare anche di tutte le altre sicurezze: dell’onore, della gloria, della figura; perché noi tendiamo ad assicurarci in termini assoluti, ma certamente siamo votati al fallimento, perché la vera sicurezza ce l’abbiamo solo in Dio. Solo Dio è quel principio che non viene meno mai, mentre tutto il resto passa. Quindi se noi perseguiamo un bene che passa, certamente andiamo verso il fallimento.

       In noi c’è questo bisogno di assoluto e questo bisogno di assoluto rivela il nostro destino; però questo bisogno di assoluto va sposato all’intelligenza della scelta. Cioè, io posso unire questo bisogno di assoluto a dei beni che non sono Dio e così mi creo la schiavitù.

X: Però Dio me li fa crollare, me li fa perdere questi beni; tutte le persone sperimentano la caducità di questi beni, quindi tutti devono per forza entrare in crisi.

Luigi: Sì, ma non è sufficiente l’opera di Dio per liberarci. Mi spiego: prima di tutto perché il Signore dice: “E’ a causa della mancanza di intelligenza che il mio popolo è stato condotto in schiavitù”(cf. Ne 9,17; Bar 4,10); quindi noi, non applicando l’intelligenza cadiamo in schiavitù. Dio opera per liberarci, però siccome la liberazione presuppone da noi il superamento del pensiero del nostro io (e questo Dio non ce lo può imporre), possiamo rifiutare la libertà.

       Dio sempre opera con noi con una proposta, e l’anima della proposta è sempre il …se vuoi…. Dio non impone perché è Lui stesso che ha dato a noi il pensiero del nostro io, questo atto cosciente. Avendo dato a noi questa coscienza, Lui può operare con noi sempre e soltanto invitandoci a fare degli atti coscienti, non a fare degli atti incoscienti. Per cui Lui non opera con l’autorità che si avere verso un animale, perché non ci può togliere la coscienza. Quindi quando si opera con un essere cosciente si opera sempre proponendo “se vuoi”, rispettando la volontà dell’altro. Ecco perché dico che noi superiamo il nostro io soltanto con un atto cosciente, intelligente di orientamento a Dio.

X: Rispettando fino ad un certo punto la volontà dell’altro, perché quando Dio butta all’aria tutti i nostri piani, c’è una violenza.

Luigi: Sì, c’è una violenza in quello che è il suo campo. Lui cacciando i mercanti dal tempio fa una violenza; Dio nel suo campo fa violenza: ma con tutta questa violenza io posso maledire Dio. Quando Lui mette alla prova Giobbe usa violenza. Giobbe è in ogni uomo, dunque la stessa violenza la usa con ognuno di noi per salvarci. Ora, Dio ci toglie i beni, ma i beni sono suoi; a Giobbe gli toglie la casa, ma la casa è sua, gli uccide i figli, ma i figli sono suoi, quindi lo può fare. Quello che non può fare è farci superare il nostro io al posto nostro. Per cui io, trovandomi distrutto tutto il mio edificio, posso anche maledire Dio. Non basta che Dio mi distrugga tutto perché io sia salvo, perché io non sono costretto a superarmi; soffro, ma con questo non è detto che io mi apra. Anzi, posso ripiegarmi su quello che ho perso e vivere soltanto nella nostalgia di quello che avevo, e qui il desiderio rimane e io resto chiuso.

       Teniamo presente che la casa, il tempio è invisibile; e questa casa che noi costruiamo non è una casa materiale, non sono beni materiali, è invisibile, è quel limite del pettirosso che cantando definisce il suo habitat. Per cui tutti gli altri sanno che oltre quel limite non possono andare. Per noi è lo stesso, anche noi definiamo quei limiti, ma sono interiori, sono spirituali perché sono delle scelte che noi facciamo. E facendo queste scelte le sposiamo al nostro io. Dio distrugge tutto quello che è opera sua, ma il nostro io Lui non lo può distruggere perché Lui stesso vuole il nostro io, che è poi l’atto cosciente.

       Quindi soltanto se noi ci apriamo all’amore intendendo, inizia l’opera di recupero, perché se noi non intendiamo malediciamo, e attribuiamo l’opera di Dio agli altri; in quanto non crediamo, perché pensiamo al nostro io e la disgrazia, la rovina la attribuiamo agli altri.

       Come alle nozze di Cana: il maestro di tavola attribuisce la novità del vino allo sposo; così facciamo noi quando attribuiamo le nostre disgrazie, le nostre rovine ad altro da Dio senza coglierne l’intelligenza, il senso dell’opera di Dio. Senza la fede tutto si attribuisce alla società, ai delinquenti, e non si riceve la lezione di Dio, e da qui non si esce dal proprio io. In al caso cosa succede? Diventiamo come alcune persone vecchie che vivono solo più di ricordi, di nostalgia; ed è sempre più una tristezza, perché si è sempre più ripiegati su se stessi nel pensiero di beni che non ci saranno mai più, che non si potranno avere mai più. Ecco la grande tristezza! Perché per averli bisognerebbe superare il pensiero dell’io e proiettarsi in Dio, in Dio infatti si ritrova tutto. Ma se uno non supera il suo io, si ripiega sempre più sul suo passato, su quello che aveva e che non ha più.

       Comunque, certamente noi giorno per giorno edifichiamo una casa. Dio opera per convincerci, per farci capire l’errore che facciamo, in modo da dare a noi la possibilità di quell’apertura verso di Lui affinché Lui possa entrare nella nostra vita. E se noi Lo lasciamo entrare nella nostra vita, allora Lui insegna a noi, consapevolmente, intelligentemente, come va fatta la costruzione.

       E’ l’amore per Dio che ci fa edificare la casa di Dio, perché l’amore tende, desidera di scoprire, di trovare la presenza di Dio. E chi ama Dio cosa fa? Cerca, per trovare la presenza di Dio in tutto, ed è questo il desiderio della casa di Dio.

       Siccome abbiamo detto che per casa si intende quel luogo in cui si esperimenta la presenza, ognuno di noi segna la sua presenza nella sua casa; infatti quando uno non può più segnare la presenza nella sua casa, quella non è più la sua casa, deve evadere, deve andare da un’altra parte, non è più sua casa.

       Quindi la casa è il luogo in cui si esperimenta la presenza di uno: casa di Dio è il luogo in cui esperimentiamo la presenza di Dio. Se abbiamo amore per Dio noi desideriamo esperimentare la presenza di Dio in tutto e quindi ecco la fatica di edificare la casa di Dio. E’ questa l’anima, è questo il desiderio di scoprire la presenza di Dio in tutto, che è desiderio d’amore. L’amore è soddisfatto quando si trova con la presenza dell’essere amato.

 

Pinuccia: Questa frase è Gesù che la dice?

Luigi: No, non è stato Lui, sono gli apostoli che si ricordano che è stato scritto “Lo zelo per la tua casa mi ha consumato”.

Pinuccia: Sì, però la applicano a Gesù.

Luigi: Sì, perché evidentemente hanno visto l’amore per la casa del Padre, quell’amore che l’ha fatto diventare violento nel cacciare i mercanti, per purificare in modo che nella casa di Dio non ci fossero delle macchie, delle ombre, non si vedesse che unicamente la gloria, la presenza di Dio.

Pinuccia: Quindi non si può intendere che ogni uomo sia già la casa di Dio di per sé.

Luigi: Lo è, però, abbiamo detto, se Dio è presente in tutto come mai non lo esperimentiamo? Ogni uomo è fatto da un campo di scelta, e in questo campo di scelta c’è Dio, però noi facciamo delle scelte e queste scelte sono tutte determinate da quello che è il nostro interesse principale. Per cui, nel nostro campo di scelta noi andiamo alla ricerca di quelle cose che ci interessano secondo quello che abbiamo in cuore. Se abbiamo in cuore Dio edifichiamo la casa di Dio. Certo, noi siamo già casa di Dio, ma questa casa di Dio richiede da noi la partecipazione personale senza la quale non possiamo esperimentare la presenza di Dio. Perché tutto quello che parte da noi crea un muro che ci divide da Dio; per cui non sentiamo più, non esperimentiamo più la presenza di Dio. E se non esperimentiamo più la presenza di Dio non siamo più nella casa di Dio.

Pinuccia: Ci vuole una vigilanza continua.

Luigi: Sì, è la vigilanza che è data dall’interesse per Dio. “Ama il Signore Dio tuo con tutta la tua mente, con tutto il tuo cuore, con tutto te stesso”, cioè Dio va messo al centro. Metterlo al centro vuol dire far dipendere tutto da Lui, come pensieri. Per cui nella mente la vigilanza consiste nel chiedersi su ogni pensiero “a cosa pensi? E perché pensi a quello?”. Chi ama Dio pensa secondo Dio, pensa a quello che interessa Dio, a quello che vale per Dio. Anche perché chi ama Dio tende ad esperimentare la presenza di Dio, quindi si preoccupa di pensare a quelle cose che gli fanno vedere la presenza di Dio. Ora, siccome la presenza di Dio è profondità, non è superficialità, ecco che si richiede da noi questo tanto pensare per poter penetrare, per poter vedere, che è poi un arrivare a vedere la presenza di Dio nelle cose. Colui che ama Dio, come scopre la presenza di Dio in un fatto, in una persona, in un fiore, in un avvenimento, è felice e contento, perché ha scoperto il segno di Dio, la presenza di Dio. Mentre invece quando non vede la presenza di Dio è triste perché è lontano da-. Allora è lo zelo, è questa passione per Dio, perché Dio è passione, è un fuoco che consuma, è questa passione per Dio che fa edificare la casa e che quindi che consuma tutto. “Ama il Signore Dio tuo con tutta la tua mente…, cioè consuma tutta la tua mente dietro Dio, consuma tutto il tuo cuore dietro a Dio, consuma tutta la tua vita dietro a Dio: è un fuoco che consuma e che quindi spiritualizza, perché tende ad edificare una casa spirituale che agli occhi degli altri è invisibile, non si vede, ma chi la esperimenta (come il pettirosso che con il suo canto sperimenta e fa sperimentare agli altri i limiti della sua casa) sa che è reale.

       Tutto quello che parte dal nostro io, anche se il nostro io è sposato a Dio, ci condiziona e costruisce l’edificio in cui noi abiteremo. Se abiteremo nella casa di Dio vuol dire che avremo costruito la casa di Dio. Se noi avremo costruito la casa di Dio sperimenteremo la presenza di Dio in tutto. “Ad ognuno sarà dato ciò che avrà voluto avere”.

Pinuccia: Perché a volte si sperimenta la presenza di Dio e a volte no? Allora non dipende da noi?

Luigi: Noi siamo in costruzione. Magari abbiamo messo su solo un piccolo muretto quindi non possiamo fare esperienza di presenza.

Pinuccia: E’ dono di Dio.

Luigi: Tutto viene da Dio, però è richiesta la nostra partecipazione. Se tu hai costruito solo un piccolo muro non puoi dire di aver costruito una casa; magari ci stai dentro però i venti soffiano, arriva la pioggia, non c’è il tetto; bisogna ancora costruire tutto il resto!

       Bisogna raccogliere tutto secondo Dio e più noi edifichiamo, più esperimentiamo.

       Il concetto che volevo sottolineare questa sera è questo: noi senza renderci conto costruiamo un edificio ed ognuno di noi abiterà in quell’edificio che si sarà costruito. Questo è il pensiero principale.

Ines: Affinché questo edificio diventi casa di Dio, bisogna partire da che cosa?

Luigi: Bisogna partire da Dio, bisogna aprire la nostra anima a Dio. Ho detto che noi apriamo le porte della nostra anima e quindi della nostra vita attraverso l’interesse per-; quando io ho interesse per qualche cosa lascio entrare quel qualche cosa. Se io non ho interesse per il football, anche se sono bombardato da notizie sul football non le lascio entrare, invece se ho interesse, anche senza rendermene conto, quello mi entra e non me ne libero, perché una volta entrato io non sono più padrone, per cui mi domina dentro.

Pinuccia: Quindi se noi lasciamo entrare Dio, Lui ci domina, …che bello!

Luigi: Sì, attraverso l’interesse per-; è l’interesse che apre le porte.

X: Lui ci domina ma non senza la nostra partecipazione.

Luigi: Con Dio c’è sempre la partecipazione, è lì il bello! Perché con le creature noi siamo dominati malgrado tutto, anche quando non vorremmo, in quanto le abbiamo lasciate entrare. Invece con Dio c’è sempre la nostra partecipazione consapevole; è Dio che richiede la nostra partecipazione, ed è sempre intelligente, è sempre un atto libero.

X: Bisogna sempre essere in tensione.

 

Pinuccia: La lezione che Dio ci vuol dare attraverso il comportamento del pettirosso è quel rispetto reciproco che bisogna avere l’uno nei confronti dell’altro.

Luigi: Infatti nell’amore c’è questo rispetto reciproco; Dio ci rispetta, è Lui che d’altronde ci ha costruiti, che ci ha fatti, e Lui rispetta il nostro io.

Pinuccia: Mi fa pensare ad un’autodifesa contro agenti estranei che ci possono impedire la costruzione dell’edificio.

X: Però se si parla di casa di Dio non si parla più di nostra costruzione: la casa di Dio è una casa unica.

Luigi: Sì, però è una casa personale e invisibile. Mettiamo che domani ci troviamo tutti e due in cielo: io per andarti a trovare devo andare in quella casa. Perché tu hai costruito la casa di Dio, ma con una certa intensità d’amore, con certi pensieri che possono essere magari diversi da quell’intensità d’amore che posso aver avuto io. Per cui ognuno, spiritualmente parlando, ha quell’edificio di pensieri suoi con Dio.

       Tra la nostra anima e Dio non è interposta nessun’altra creatura, per cui è un rapporto personale, non c’è nessun altro, è unico, singolare perché il nome lo conosce solo colui che lo riceve. Questo amore per Dio ci porta ad un’intensità d’amore, quindi a dei pensieri, per cui uno ha una profondità della conoscenza di Dio diversa dalla profondità dell’altro, che dipende dalla quantità d’amore. Ora, ognuno ha questa casa che è spirituale.

 

X: Penso che non c’è conflitto tra coloro che costruiscono la casa di Dio.

Luigi: No!

Pinuccia: Allora che lezione Dio ci vuol dare nei pettirossi che si difendono?

X: Quella è una difesa fisica.

Luigi: La lezione nel campo dello spirito è questa: ognuno deve difendere la ricerca di Dio con tutte le proprie forze, perché il proprio campo va difeso contro tutti. Quando il Signore dice: “Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me”, questa è già una difesa, perché non bisogna lasciar entrare in questo rapporto di amore per Dio altri, che poi ci portano via quello che abbiamo costruito. Quando Lui dice che non possiamo amare Dio e il denaro, ci fa capire che noi dobbiamo mettere fuori dal nostro campo certi interessi, certe passioni e quindi ci protegge; per cui tu non puoi sposare quella causa, tu non puoi mettere prima di tutto altro da Dio, perché la casa di Dio è un luogo sacro, cioè deve essere tutto riservato per Dio.

       Questo tutto riservato per Dio diventa universale, perché comprende tutto, anche gli uccelli dell’aria si riposano in questa casa, all’ombra di questo albero. Perché indubbiamente noi sappiamo che Dio è presente dappertutto; sapendo che Dio è presente dappertutto, chi ama Dio desidera vedere la presenza di Dio dappertutto, desidera vedere, esperimentare questa presenza; quindi vorrebbe costruire una casa in cui poter esperimentare questa presenza.

       Ora,  Gesù si è consumato per questa presenza. “Io voglio che dove sono io siano anche loro affinché vedano”.  Gesù qui ha accennato che lo zelo lo ha consumato, ma attraverso tutto il vangelo noi vediamo che si è consumato. Abbiamo la croce attraverso cui si è consumato per coloro che lo uccidono. Gesù si è consumato per tutti coloro che lo seguono in quanto tutto ciò che Lui ha operato e vissuto, lo ha fatto  per portare i discepoli, coloro che erano con sé, a vedere, a esperimentare la presenza del Padre in tutto, per essere sempre con Lui. E cosa vuol dire quel “essere sempre”? Vuol dire essere universalmente con Lui, cioè vederlo in tutto. Quindi c’è l’amore di Dio che ci porta lì e c’è l’amore di Dio che parte da Dio. E’ il Verbo che costruisce l’edificio in cui si esperimenta la presenza del Padre “Affinché dove sono io siano anche loro e vedano la mia gloria…”. Quindi tutta l’opera  di Gesù è rivolta a far sperimentare agli uomini questa visione, questa Presenza che è poi soddisfazione d’amore. Perché, come ho già detto, l’amore tende a questa soddisfazione: aver sempre la presenza dell’essere amato. Quando il desiderio della creatura è secondo Dio abbiamo la coincidenza dell’opera di Dio con il desiderio della creatura. Invece se noi rivolgiamo questa passionalità di assoluto ad altre cose all’infuori di Dio ecco che iniziamo la sperimentazione del tormento, del conflitto, perché tendiamo a far fuori dalla nostra casa Dio, per metterci un altro essere presente. Però l’altro essere presente non può essere presente come noi vorremmo, perché la presenza è di Dio; e allora incominciano i conflitti.

 

Ines: Quando Dio ci fa saltare i nostri piani…

Luigi: …lo fa per recuperarci, per farci capire che il nostro edificio è sbagliato, non è secondo la Verità, non è vero. Se in noi c’è un poco di amore alla giustizia, di fede in Dio, riceviamo la lezione da Dio. Ricevendo la lezione da Dio capiamo che c’è qualcosa che non va. Ecco, se diciamo “Dio mi sta dando delle lezioni severe, allora cerco di capire dov’è l’orientamento sbagliato”. Se noi cerchiamo di capire certamente Dio ci illumina, perché Lui stesso opera per farcelo capire. Non lo fa per tormentarci, lo fa per salvarci, dunque per farci capire che in noi c’è un centro sfasato e che dobbiamo mettere un altro al centro. Se la nostra porta si apre a questo interesse, Lui entra e incomincia a distruggere tutto quello che noi abbiamo edificato male, ci libera per poter iniziare la costruzione nuova secondo il suo Spirito.

       Il pensiero guida deve essere questo in Lui ogni costruzione cresce bene, ordinata per essere il tempio santo del Signore”, cioè per essere il luogo dove si esperimenta la presenza del Signore. “In Lui”: se noi lo lasciamo entrare, Lui il primo giorno elimina tutto quello che è negativo e diventa il liberatore, poi incomincia con la costruzione di quella casa che si concluderà con la sperimentazione della presenza del Padre in tutto.

 

Giovanni: La conoscenza di Dio non è paragonabile ai talenti che Dio da ad ognuno?

Luigi: Questo è dono di Dio, ma Dio non guarda quel che noi abbiamo ricevuto, ma guarda all’interesse che noi applichiamo a quello che abbiamo ricevuto; perché è l’interesse che viene premiato, non viene premiato il talento che ognuno ha ricevuto. Domenica prossima avremo il brano del Vangelo in cui si parla di quella  vedova che offre i due spiccioli nell’offerta del tempio, dicendo che ha offerto più di tutto. C’era della gente che aveva offerto delle grandi ricchezze e quella invece due spiccioli, e il Signore dice che in quell’offerta ha dato più di tutti gli altri. Perché? Perché ha dato tutto quello che lei aveva per la vita, erano due spiccioli, ma ha dato tutto. Quindi chi dà tutto, riceve Tutto cioè riceve Dio, riceve la presenza di Dio. Chi dà il superfluo della sua vita riceve il superfluo.

       Noi vivendo diamo anche qualche cosa al Signore, ma in tal caso la sua presenza diventa un “anche”, …c’era anche Gesù alle nozze… in mezzo a tutti gli altri. Chi dà il superfluo riceve il superfluo, chi dà molto riceve molto, chi dà tutto riceve tutto; il tutto è Dio.

Soltanto dando tutto si riceve il Tutto, che è simboleggiato dall’offerta di Maria di Magdala che spreca, agli occhi del mondo, una ricchezza del mondo dietro al Signore. Ed è proprio questa ricchezza enorme sprecata agli occhi del mondo dietro al Signore che la farà ricordare per tutti i secoli.

 

X: Mi domandavo se è legittima la preghiera al Signore di abbattere la nostra costruzione e di rifarla secondo la sua volontà.

Luigi: Bisogna far dipendere tutto da Dio, perché tutto dipende effettivamente da Dio, quindi anche la costruzione viene da Dio.

X: Ma noi siamo giocati da tanti condizionamenti che ci sono stati tramandati con l’educazione.

Luigi: Sì, ma questi condizionamenti sono già una conseguenza; direi che l’edificio è già stato tirato molto su con delle scelte precedenti: qui l’edificio è solido.

X: Appunto per questo che chiedo: è legittima una preghiera del genere?

Luigi: Io penso che tutto quello che confidiamo nel Signore Lui ce lo fa.

Giovanni: Quando uno parla così è già edificato. Il problema è quando uno non se ne accorge.

Luigi: Sì, il fatto di non accorgercene è peggio.

 

X: Con la morte il mio edificio costruito sulla sabbia cadrà giù, ma fintanto che non crolla sembra una torre inespugnabile. Quale atteggiamento deve assumere la creatura di fronte a questa constatazione?

Luigi: Teniamo presente che il Signore abbatte, parlando sempre di costruzioni spirituali, quando entra. In questa entrata nel tempio sembra che, siccome è un segno fuori, Gesù sia entrato senza chiedere permesso all’uomo; ma spiritualmente Dio non entra dentro di noi, nella nostra vita se noi non apriamo questo interesse per Lui, dunque se non gli diamo il permesso. Ma se noi abbiamo questo interesse per Lui, ad esempio quando lo invochiamo “Signore fa tu perché io non ne sono capace”, apriamo la nostra porta per lasciar entrare Lui; e Lui entrando incomincia a chiederci la famosa fedeltà nelle piccole cose.

       Se ci portiamo nel piano dell’agonia finale, è Lui che fa tutto però noi constatiamo soltanto che la nostra vita è stata un fallimento, per cui chiediamo perdono, speriamo nella misericordia del Signore. Ma se noi siamo ancora in vita, vuol dire che Dio ha ancora speranza in noi, perché se non ci fosse speranza sarebbe chiusa la partita; e se ha fiducia in noi vuol dire che chiede a noi una certa partecipazione. E se chiede a noi una certa partecipazione significa che in noi abbiamo del tempo per Lui; però dobbiamo essere attenti in quelle cose in cui noi possiamo essere fedeli, cioè in quelle pietre, in quei mattoni che Lui ci chiede di mettere secondo il suo spirito. Per cui se ho cinque minuti di tempo nella giornata, perché in ventitre ore e cinquantacinque minuti sono impegnate dal mondo, ecco se il Signore mi lascia ancora cinque minuti vuol dire che in questi cinque minuti il Signore mi dà, se io ho interesse per Lui, la possibilità di mettere qualche pietra secondo la sua costruzione. Più noi mettiamo qualche cosa secondo Lui, e più Lui prolunga questa disponibilità, cioè ci ridà il Regno che prima ci aveva tolto, perché era stato stupidamente trascurato. Ecco che allora Dio incomincia a ridarcelo con altri dieci minuti; e se saremo fedeli in quei dieci minuti ci darà un quarto d’ora; e poco per volta allarga, e qui ci dà la possibilità di costruire secondo il suo Pensiero.

       In quanto noi siamo vivi, vuol dire che Dio dà a noi la possibilità, e se Dio dà a noi una possibilità chiede a noi un atto di fedeltà. La fedeltà però ce la misura là dove noi siamo liberi, non dove non siamo liberi. Dove non siamo liberi è Lui che deve abbattere noi non possiamo farci niente, non siamo liberi. Capisci che se io non sono libero non posso farci niente, ma se Dio mi dà cinque minuti di tempo libero, è in questi cinque minuti di tempo libero che io rivelo ciò che mi sta veramente più a cuore. E se in quei cinque minuti di tempo libero io rivelo che mi sta a cuore Dio, allora metto una pietra secondo Dio.

       Altra pietra della casa di Dio sarà un pensiero detto secondo Dio, oppure un  pensiero scartato perché non è secondo Dio, oppure può essere una parola che non dico perché non sarebbe secondo Dio. Bastano questi piccoli atti di fedeltà per incominciare a costruire la casa di Dio: più ne mettiamo e più Lui costruisce e abbatte tutto quello che è negativo. Lo vedremo nella lezione successiva quando i farisei gli chiedono “Che segno ci fai per far questo?”, Gesù risponde “Distruggete questo tempio ed io in tre giorni lo ricostruirò”; non è una sfida che Gesù fa, ma la intendono materialmente e dicono “come ci sono voluti quarantasei anni”. E’ una constatazione, cioè “Voi uomini distruggete il tempio interiore di Dio, Io lo ricostruisco in tre giorni”. Il segno della sua presenza è proprio questa ricostruzione che Lui fa dentro di noi, mentre noi tendiamo a distruggere il tempio di Dio. Perché noi tendiamo a fare delle costruzioni in cui non si esperimenta la presenza di Dio e distruggiamo quindi il tempo di Dio, perché il tempio è il luogo in cui si esperimenta questa presenza. Quindi è una constatazione che Lui fa: “Voi distruggete il tempio e io lo ricostruisco in tre giorni”.

Giovanni: Loro parlano di un tempio umano.

Luigi: Sì, parlano del tempio di Gerusalemme, perché noi, anche le lezioni del Vangelo, tendiamo sempre ad intenderle materialmente; magari pensiamo “Ah, ma io non sono un mercante, questa lezione non mi tocca!”, oppure “Io non sono un cambiavalute, quindi questa lezione non mi tocca!”. Invece no! Noi dobbiamo sempre tener presente che tutto ciò che è scritto, tutto ciò che è fatto da Dio è sempre una lezione personale per ognuno di noi. Allora questi mercanti li posso trovare dentro di me e se non li trovo vuol dire che non capisco la lezione. Dio dà i comandamenti e dà le sue lezioni non perché abbiamo a giudicare gli altri, ma perché noi abbiamo a modificare noi stessi. Dio non ci chiama ad essere presidenti di tribunale per giudicare gli altri. No! Tutto Dio lo fa per noi. Quando, interpretando materialmente, applichiamo la lezione di Dio fuori di noi facendo i giudici siamo in errore; la lezione la dobbiamo applicare dentro di noi.

 

Ines: Due cose contemporaneamente non ci stanno: abbattuto l’edificio costruito secondo il mio io, non dovrei avere difficoltà nel ricostruire l’altro

Luigi: Sì, l’ideale sarebbe come ha fatto San Francesco: immediatamente c’è la ricostruzione nuova. “Và, vendi quello che hai…, ecco la proposta!

Pinuccia: Uno può fare così?

Luigi: Tutto è grazia di Dio, ma certo! In nome di Dio si può fare tutto!

Pinuccia: Se il Signore ci presenta questo esempio, vuol dire che ci dà la grazia per farlo?

Luigi: Ah, certo, si può fare! D’altronde è quello che ha fatto con i suoi discepoli “Và, và, và…lascia il padre, lascia la pesca…vi farò pescatori di uomini!”, siamo noi che prolunghiamo i tempi dell’attesa, i tempi dell’agonia. Noi facciamo un’agonia lunghissima che dura magari tutta la vita.

·           La più grave è la situazione di incoscienza: quando si crede che il denaro sia tutto, si vive per il denaro e non ci si rende conto a che cosa valga la vita; si scoprirà magari, all’atto di morte, che tutta la nostra vita è stata un fallimento.

·           Poi abbiamo una situazione in cui uno avverte qual è il valore vero, ed è invitato a lasciarlo entrare, però non riesce a far fuori, ed è una situazione di conflitto, di crisi, perché Dio entrando mette in crisi. Naturalmente se non si fa fuori, si prolunga l’agonia. Quindi il tempo si può molto accorciare, si può restringere in un attimo, come si può allungare di cinquanta, sessant’anni.

·           E poi c’è l’esempio degli apostoli che lasciano tutto subito per seguire Gesù.

 

Pinuccia: Qui i discepoli applicano questa frase a Gesù invece tu l’hai spiegata applicata a noi.

Luigi: Mi pare anche di aver spiegato che tutto lo scopo della vita di Gesù è stato quello di portarci ad esperimentare la presenza del Padre. Quindi “lo zelo della casa del Padre lo ha consumato”, cioè l’amore per la casa del Padre lo ha consumato. “Avendoli amati li amò sino alla fine…, ecco la consumazione. Perché Gesù ha speso, ha dato tutto se stesso, ha dato tutta la sua vita per portare coloro che erano con Lui ad esperimentare la presenza del Padre. E cos’è questo se non lo zelo per la sua casa, per la casa del Padre?!

       Quest’opera che fa Gesù trova un riscontro nella vita di ognuno di noi. Per cui noi esperimentiamo che vivendo costruiamo un edificio: noi siamo destinati a costruire la casa di Dio, quindi dovremmo costruire la casa di Dio. Però la casa di Dio si costruisce solo con Dio, con Gesù, perché il pensiero guida è “….Con Lui l’edificio viene su bene”. Ma se non siamo con Lui, noi costruiamo altre case in cui abiteremo e in cui esperimenteremo l’assenza di Dio anziché la presenza. Sono le due espressioni della stessa opera: noi siamo chiamati a costruire questo edificio, però questo edificio si costruisce solo ad una certa condizione. Se noi non applichiamo questa condizione costruiamo l’edificio sbagliato, perché l’edificio si costruisce con il Cristo.

       Infatti, se costruiremo, per grazia di Dio, la casa di Dio nella nostra vita, diremo che è stata tutta grazia di Dio. Infatti è tutta grazia sua perché è  Lui che l’ha edificata. Mentre se noi costruiamo una casa sbagliata, siamo noi che l’abbiamo edificata, non Dio. Perché noi abbiamo edificato le nostre case sbagliate proprio non tenendo conto di Lui, perché se avessimo tenuto conto di Lui avremmo costruito la casa di Dio, e poi dire “E’ per grazia tua Signore che edifico la tua casa”.

 

N.B.: Il testo, tratto da registrazione

(integrato con appunti anche di altri incontri sullo stesso argomento),

non è stato riveduto dall'autore e mantiene lo stile discorsivo.

 

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