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  Audio da pag 128 a pag 134


 

        Quinta e ultima parte del libro: da pag 127 a pag 149

 

 

 

Incontro n°2-E

Venerdì 19.09.1975

 

Gv 1,3-II: “Tutte le cose sono state fatte per mezzo di Lui, e senza di Lui niente è fatto di tutto ciò che è fatto”

 

 

Senza di Lui è fatto niente

 

 

 

Esposizione (appunti):

 

“Senza di Lui nulla è fatto di ciò che è fatto”: cioè, ciò che è fatto è ridotto al nulla, è fatto niente. Senza di Lui annulliamo tutto ciò che è fatto.

“Senza di Lui”: cioè quando riferiamo le cose a noi.

Quindi tutto ciò che è fatto realmente, è fatto da Dio. Se non lo colleghiamo con Dio annulliamo tutto.

               

 

Pensieri tratti dagli incontri del Sabato:

 

Sabato 17.01.1976 (Ciclo A, appunti):

          

“Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui nulla è fatto di ciò che è fatto”. I due periodi che costituiscono questo versetto non sono equivalenti.

 

“E senza di Lui nulla è fatto di ciò che è fatto”: senza di Lui ritorna a niente ciò che è fatto.

Il “senza di Lui” non esiste oggettivamente, perché tutto è opera di Dio; solo in noi può avvenire. Se non riportiamo tutto il creato al Creatore vanifichiamo la creazione, tutto ciò che è stato fatto per noi, l’opera di miliardi di anni e l’opera stessa del Cristo.

Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, ma senza di Lui, tutto ciò che è fatto è ridotto in noi ad essere senza valore. Possedessimo anche tutto il mondo, ma vivessimo senza di Lui, senza arrivare alla meta, scopriremmo che la vita è svanita in niente (nube che sfuma).

Se stacchiamo la creatura dalla fonte della sua vita, la priviamo dell’essere, la annulliamo in noi.

   

 Sabato 24.01.1976 (Ciclo A, appunti):

 

Senza di Lui tutto ciò che è fatto è fatto nulla, ridotto a niente, proprio perché tutto è stato fatto e tutto è ancora fatto per mezzo di Lui.

La Parola di Dio ci avverte: "Bada bene, tutto è stato fatto per mezzo di Lui. E se tutte le cose sono fatte per mezzo di Lui, sta attento a non far nulla senza di Lui, perché se tu fai qualcosa senza di Lui, distruggi, annulli, riduci a niente in te, tutto quello che è stato fatto, anche tutto quello che è fatto in te”.

Il "senza di Lui" non avviene nella realtà, cioè non avviene oggettivamente (perché nella realtà tutto è fatto da Lui). Ma il "senza" si verifica solo nel cuore dell'uomo, perché l'uomo può pensare, parlare, agire, senza riferirsi a Dio. Come la negazione di Dio: essa non si verifica nella realtà, ma avviene solo nel cuore dell'uomo.

L'uomo senza Dio, se non tiene conto di Dio, perde tutto (anche la fede, la volontà, l'intelligenza, la fatica, ecc.): avviene in lui un processo di azzeramento, che è soggettivo, per cui anche se ha fatto molto, sente il niente, il vuoto; proprio perché è vissuto senza Dio. Ma era stato avvertito!

 

Sabato 09.04.1983 (Ciclo B):

 

Flavio: L’uomo privo di pensiero non può fare niente…

Luigi: L’uomo senza pensiero è un animale, agisce solo per istinto, per sentimento, per automatismo, per impressioni che riceve, quindi è soltanto una reazione. Se togliamo il pensiero, la nostra vita diventa soltanto una reazione a degli stimoli esterni. In tal caso siamo completamente proiettati nell’esterno e non abbiamo più la vita in noi. Invece il pensiero dà a noi la possibilità di avere la vita in noi stessi. E più abbiamo la vita in noi stessi e più il mondo esterno pesa meno. Ecco, l’uomo a questo punto diventa signore dell’universo. Invece senza il pensiero, o meglio con il pensiero staccato da Dio, roviniamo l’universo, perché è questo pensiero autonomo che ci fa credere assolute le cose che sono relative.

Flavio: In noi c’è questo nostro pensiero, che è il pensiero del nostro io, e poi in noi indipendentemente da noi c’è un altro Pensiero.

Luigi: Certo, che è il Pensiero di Dio. Il Pensiero di Dio è in noi senza di noi.

Flavio: Il “senza di Lui” avviene quando dentro di me stacco le cose che Dio mi fa arrivare, cioè quando non riesco a collegare tutto. Il mio pensiero lo devo collegare al Pensiero di Dio. Ma questo Pensiero di Dio lo vedo “fuori”, non riesco a pensarlo dentro di me?! Intendo dire che se anche ci si accorge che c’è questa esistenza del Pensiero di Dio, non è detto che la si veda in noi. In effetti c’è il Pensiero di Dio fuori e dentro…

Luigi: Certo, è Lui che opera in tutto; però noi dobbiamo arrivare a conoscere, a capire il Pensiero di Dio “dentro”. Quello è essenziale, ed è il Cristo che ci porta a questa scoperta; cioè a scoprire la presenza oggettiva del Pensiero di Dio in noi, indipendente da noi.

Flavio: Trovandola dentro non abbiamo più bisogno di vederla fuori.

Luigi: Trovando la presenza del Pensiero di Dio “dentro”, abbiamo la possibilità di intendere veramente anche tutte le cose fuori; ma se non abbiamo fatto questa scoperta, anche se pensiamo Dio, fuori, non è sufficiente per avere la luce, perché le cose ci portano via ugualmente. Perché per noi l’elemento predominante è l’interiorità.

Se in noi non c’è questo punto fisso di riferimento, e quindi questa scoperta del Pensiero in noi, oggettiva, indipendente da noi, in noi resta dominante il pensiero del nostro io; in tal caso, siccome l’elemento interno è dominante sull’elemento esterno, noi guardiamo l’elemento esterno dal punto di vista del nostro io. Quindi soltanto scoprendo, trovando, condotti dal Cristo, a questa presenza abbiamo un punto fermo interiore.

Perché il Cristo è il Verbo di Dio incarnato che viene tra noi per ricuperarci ad un campo di oggettività che abbiamo smarrito inaugurando il campo di autonomia da Dio.

Il campo di autonomia ci ha resi schiavi di una soggettività da cui non usciamo, perché siamo noi che facciamo: “sono io che penso, sono io che faccio, sono io, sono io, ecc.…, cioè sono il principio”; no! Il Principio è un Altro.

Inaugurando l’autonomia da Dio perdiamo questo rapporto tra il nostro pensiero e il Pensiero di Dio. Allora, anche quando pensiamo Dio, diciamo che siamo noi che pensiamo Dio, e capovolgiamo i termini.

Quando diciamo “sono io che penso Dio”, portato in termini di rapporto, abbiamo il nostro io come punto fisso di riferimento, e Dio è l’elemento rapportato al pensiero del nostro io. Quindi dire “sono io che penso Dio” è sbagliato!

Dobbiamo mettere Dio come punto fisso di riferimento e rapportare il nostro io a Dio; allora qui abbiamo il rapporto giusto, e il rapporto giusto diventa un rapporto eterno, perché quello che è giusto è eterno, non cambia più. Invece il rapporto ingiusto è un rapporto che è soggetto a volubilità; perché il rapporto è ingiusto, quindi non sta su.

Flavio: In pratica bisogna conoscere Dio per conoscere l’uomo.

Luigi: Si capisce; soltanto conoscendo Dio possiamo conoscere l’uomo. È sbagliato dire “conosco l’uomo e attraverso l’uomo conosco Dio”.

Flavio: Ieri ho visto un libro sul Buddismo che parte dall’uomo.

Luigi: È un errore. Anche la filosofia greca dice all’uomo “conosci te stesso”. E’ sbagliato, perché più cerchiamo di conoscere noi stessi e più imbrogliamo la matassa. Noi non possiamo conoscerci, perché conoscere vuol dire rapportare ad un punto fisso di luce.

Noi siamo degli effetti. L’effetto più lo agito e più s’imbroglia = non riesco a conoscerlo.

Ora, evidentemente noi non siamo il Creatore. Se noi non siamo il Creatore siamo effetto di-. Soltanto conoscendo il Creatore possiamo conoscere l’effetto.

 

Paolo: Tutto quello che esiste deve essere rapportato al Pensiero di Dio in me.

Luigi: Sì, perché è fatto per mezzo del Pensiero di Dio. Lui è il Verbo, quindi Lui è il Pensiero di Dio. “Tutto è fatto”, questo è annunciato, è la Parola di Dio che ce lo annuncia. Però ci annuncia anche che “senza di Lui niente”; ciò vuol dire che questo “senza di Lui” è possibile in noi. Allora tutte le cose che noi guardiamo senza di Lui le annulliamo, le svuotiamo di valore.

Paolo: Quindi tutto quello che io guardo senza rapportarlo al Pensiero di Dio in me è niente.

Luigi: Si capisce, lo svuoto di valore, e ad un certo momento tocco con mano che in me è diventato niente. Infatti il vuoto, l’angoscia della vita di tante persone è determinata dall’inutilità. Ad un certo momento l’uomo tocca con mano l’inutilità. Come mai? Perché il suo mondo si è svuotato di valore. Quante persone sentiamo dire: “io prima avevo tanta vita, vivevo per questo, per quell’altro, e adesso non c’è più niente”; è qui che la vita diventa insopportabile, perché la vita priva di giustificazione è insopportabile. E il passo al suicidio è breve, perché per chi la vita non serve a niente non sopporta più il suo stesso vivere. Ma questa è una conseguenza di tutta una serie di scelte sbagliate fatte in precedenza. Non ha tenuto presente il Verbo di Dio, non ha tenuto presente il Pensiero di Dio.

Ora, tutte le cose vengono a noi da Dio e vanno sempre riportate al Pensiero di Dio, sempre riferite al Verbo interiore: “…date a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21). Tutto è di Dio, riporta tutto a Dio; ti accorgerai quanto le cose acquistano importanza, acquistano valore, e quindi danno senso, significato alla vita.

La nostra vita acquista significato in Dio, perché: “uomo, tu sei stato creato per conoscere Dio, allora vivi per questo; e ogni tuo giorno vale in quanto tu lo impieghi per conoscere Dio, cioè per camminare verso il tuo destino”.

Se invece noi: “per me è più importante la casa, o il lavoro, ecc.”, senza accorgercene ci scaviamo la tomba, perché svuotiamo, facciamo nulla tutto quello che Dio ha fatto, annulliamo le cose di Dio nel pensiero dell’io.

Il pensiero del nostro io è un terribile livellatore di tutte le cose; ma livellare è morte.

Là dove domina la vita, la luce assorbe e trasforma anche la materia in vita; dove invece domina la morte ci accorgiamo che tutto ritorna pietra, tutto ritorna fango, tutto ritorna terra, tutto viene distrutto. Anche l’albero che prima era vivo, ad un certo momento diventa polvere, diventa terra; invece quando era vivo riusciva ad assorbire tutto, anche le pietre: attraverso la luce le assorbiva e trasformava tutto in vita.

Qui è lo stesso: se noi siamo uniti alla Luce di Dio, tutta la materia che arriva a noi, quindi tutto il mondo, lo trasformiamo in vita; se invece non siamo uniti a Dio manca la vita in noi, l’albero è morto, allora tutto quello che arriva a noi ci porta via, ci distrugge. Tutti gli elementi che prima facevano crescere l’albero (l’aria, il sole, la pioggia, ecc.), ora distruggono l’albero che non è vivo. L’albero che è vivo invece riesce a trasformare in vita tutti gli elementi che arrivano. Tutto è segno. Quindi questa è la grande importanza dell’essere vivi. Ma teniamo presente che l’albero vive proprio in quanto sta alla luce.

Noi viviamo proprio in quanto partecipiamo a Dio, restiamo uniti a Dio, “Il tralcio e la vite” (Gv 15,1-4).

 

Silvana: La seconda parte del versetto conferma la prima; questo dire “Senza di Lui nulla è stato fatto di tutto ciò che è fatto” sembra la rinforzi.

Luigi: Sì, apparentemente sembra ribadire quanto è stato detto nella prima parte, affermando che proprio tutto, niente escluso, è stato fatto per mezzo di Lui. Ha invece un significato più forte, perché fa capire che senza di Lui, anche quello che è fatto diventa niente, ritorna niente. E siccome questo niente noi lo sperimentiamo nella vita, in quanto abbiamo la possibilità di fare senza di Lui senza tener presente Lui, questa diventa una frase molto forte su di noi.

Per cui il niente che tu sperimenti, lo sperimenti proprio perché da te partono cose senza di Lui.

 

Amalia: Questo Pensiero di Dio è il compimento, perché “Tutto è fatto per mezzo di Lui”. Quindi tutto, fuori di me e dentro di me, è in funzione di questo compimento, e se non serve a questo non serve a niente. Cioè tutto è niente.

Luigi: Si capisce, noi abbiamo la tremenda possibilità di ridurre tutto a niente. Nel pensiero del nostro io staccato da Dio riduciamo tutto a niente, annulliamo tutto. E annullando tutto annulliamo anche noi stessi. È come uno seduto sul ramo di un albero e sega il ramo: ad un certo momento cade. Non tenendo conto di Dio facciamo questo lavoro: stiamo segando il ramo sul quale siamo seduti; ad un certo momento crolliamo.

 

Pinuccia B.: È tremendo il potere che l’io ha di distruggere l’opera di Dio.

Luigi: Il nostro io è come il tralcio: se qualcuno non lo stacca non si può separare. Il pensiero del nostro io può staccarsi dal principio: siamo noi stessi che lo stacchiamo. Noi possiamo separarci. E questo ognuno di noi lo vede, perché l’azione non è automatica. L’unione con Dio non è automatica. L’unione con Dio richiede consapevolezza, perché i figli di Dio sono figli consapevoli. La partecipazione alla Verità è una partecipazione consapevole, e richiede da parte nostra il raccoglimento in Dio.

Le cose Dio ce le mette nelle mani e poi ci dice: “adesso portale a Me, perché portandole a me la tua mente s’illumina”. Ora, Lui dice “portale a me”, ma questo “portale a me” non avviene senza di noi. Quindi noi possiamo non portare a Dio dentro di noi, in tal caso tutto si disfa.

Pinuccia B.: E questa possibilità viene illuminata dai versetti precedenti.

Luigi: Certo, già nell’Antico Testamento Dio aveva detto. “Uomo, io ho posto nelle tue mani la vita e la morte, però ti dico: scegli la vita” (Dt 30,19). Cos’è questa vita?

Vivere è raccoglimento in Dio, vivere vuole dire raccogliere in Dio. Ritradotto si può dire: “uomo, io ti ho posto nelle mani la possibilità di raccogliere in Dio o di non raccogliere, però ti dico: raccogli in Dio affinché tu viva”. Ecco, noi possiamo non raccogliere in Dio. Però non raccogliendo in Dio pensiamo a noi stessi, autonomamente. Allora abbiamo Adamo, Eva, ecc.

 

Zina: “Senza di Lui tutto ciò che è fatto è ridotto al nulla”, ma anche la conoscenza di Dio annulla l’io…

Luigi: No! Siamo noi che ci annulliamo se non pensiamo a Dio. Se pensiamo a Dio, Dio ci glorifica, Dio ci fa vivere, ci fa essere. Non c’è l’annullamento, c’è il superamento. L’annullamento avviene proprio in quanto trascuriamo Dio. Pensando a noi stessi crediamo di fare i nostri interessi, invece facciamo il nostro danno, perché ci distruggiamo.

Si capisce, il Pensiero di Dio comporta il superamento dei sentimenti, del nostro io, perché il nostro io è fatto di sentimenti, di sensazioni e di esperienza. Allora se uno ci pesta un piede è sentimento, quindi non dobbiamo reagire, non dobbiamo scegliere in conseguenza di questo sentimento che il nostro io prova, ma dobbiamo cercare la lezione presso Dio. Ad un certo momento magari abbracciamo il fratello che ci ha pestato il piede, perché capiamo che è stata una grazia per farci fare un passo avanti.

Quindi la stessa vita del nostro io cresce nella misura in cui si supera.

Noi siamo fatti per superarci: più ci superiamo e più ci realizziamo, perché è Dio che ci realizza.

Dio opera per farci diventare figli di Dio, quindi non c’è l’annullamento, ma c’è il superamento. Invece più pensiamo a noi e più ci annulliamo, più ci distruggiamo. Ecco, qui c’è la tristezza, l’angoscia, che è l’esperienza di annullamento; per cui ci sentiamo niente, perché abbiamo sempre cercato di affermare noi stessi. La conclusione è il toccare con mano il proprio niente.

 

 

Sabato 04.02.1989 (Ciclo C):

 

Nino: “…e senza di Lui è fatto niente tutto”.

Luigi: Senza di Lui tutto diventa niente.

Nino: Infatti noi facciamo l’esperienza del niente.

Luigi: Ora, noi stiamo dicendo una cosa che apparentemente è assurda; perché noi diciamo: “facciamo esperienza di niente”. Ora, il niente è niente, e allora come fai a fare l’esperienza del niente?

Eppure tutti gli uomini sono angosciati perché fanno esperienza del niente.

Nino: Fanno l’esperienza di una torre di Babele che conclude in niente. È una torre di Babele; infatti prendi un giornale, c’è da impazzire, c’è da essere disgustati…

Luigi: …eppure anche quello è una parola di Dio eloquentissima per noi.

Nino: Ci dice molto, solo che noi siamo duri e non capiamo.

 

Marisa: Il Pensiero di Dio è Creatore; noi che siamo fatti a sua immagine abbiamo il pensiero, allora anche il nostro pensiero è creatore?

Luigi: Dio è Creatore, Lui solo è Creatore. Pensando a noi stessi distruggiamo quello che Dio fa, quindi abbiamo la possibilità di distruggere le sue opere. Il potere del nostro io è un potere tremendo: è quello di fare niente tutto quello che Dio fa, di ridurre a niente tutto la creazione di Dio.  Infatti noi facciamo esperienza del niente. Tutte le cose che Dio ci presenta, se noi non ci affrettiamo a riportarle a Dio, le macchiamo dei nostri desideri, le macchiamo del nostro pensiero. Ma quando una cosa è macchiata del nostro pensiero ci fa venire le rughe, ci fa invecchiare. Ogni cosa, quando l’abbiamo vista, se non la portiamo a Dio, per noi diventa vecchia. Un libro quando l’hai letto è diventato vecchio, infatti la seconda, la terza volta che lo leggi, non lo sopporti più, ti stanca; questo perché “l’ho già visto”. Ecco il potere del nostro io.

Riferendo le cose a noi, rendiamo vecchie le cose, e facendo vecchie le cose ci distruggiamo, perdiamo la vita. Invece, se le cose le portiamo a Dio, anche se Lui ci presentasse mille volte la stessa cosa, Dio diventa una sorgente di novità continua. Perché diciamo: “Signore, come mai mi presenti per mille volte la stessa cosa? Cosa mi vuoi dire?”; e se Lui ce la presenta c’è una novità. Per cui con Dio c’è una novità continua, e la vita è novità.

Anche nella Vita Eterna c’è questa novità continua, perché Dio è infinitamente superiore a noi, e quando si vive con un Essere superiore a noi, si va incontro a delle novità in continuazione, proprio perché è superiore. Quindi nella Vita Eterna non è che si canti da mattina a sera “Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo”, non cantiamo sempre la stessa cosa. La Vita Eterna è una comunicazione di novità continua di Dio.

Ora, se qui sulla terra abbiamo già tanta novità, perché Dio è il Creatore, tanto più nella Vita Eterna avremo novità.

Però pensando a noi stessi distruggiamo tutto, perché rendiamo tutto vecchio; per cui tutto diventa uguale, è la monotonia. La monotonia c’è nel pensiero del nostro io, perché distruggiamo la novità di Dio, le togliamo l’anima, le togliamo lo Spirito. Allora arriviamo a dire: “A che cosa serve la vita? La vita è tutta una noia”. Eh già, perché vivendo nel pensiero del nostro io macchiamo tutto.

Quando una cosa è macchiata col pensiero del nostro io non serve più per collegarci con Dio.

Cerca il Pensiero di Dio e ti accorgerai quanto Lui, essendo la Vita, sia una sorgente di novità.

 

Raffaella: Tutto è fatto da Dio Creatore. Questo potere di distruggere le cose da chi è creato?

Luigi: Da Dio. Il nostro io è una creatura di Dio.

Ora, se Dio non avesse dato a noi l’io, questa coscienza di essere, noi non potremmo conoscere, saremmo animali. L’animale non ha coscienza dell’io, quindi non può conoscere. La condizione per conoscere è quella di poter dire “io”, soltanto che se diciamo “io” distruggiamo noi stessi, perché ci sostituiamo a Dio, facciamo del nostro io il punto fisso di riferimento. Eppure è necessario che io possa dire “io”. E’ lì tutta la tragedia del Cristo che muore in Croce. Se non ci fosse questo rischio, Cristo non sarebbe venuto a morire in Croce. Sarebbe bastato che Dio scrivesse nel Cielo: “Io sono Dio, cercatemi e vivrete”. Perché invece è stata necessaria la crocifissione di Cristo?

La crocifissione di Cristo è stata necessaria perché l’uomo corre il rischio di dire “io”, e dicendo “io” si distrugge.

Per cui noi dobbiamo imparare a dimenticare questo io; il nostro io è sguardo, “immagine e somiglianza”; noi dobbiamo imparare a dire: “Tu”.

Noi siamo fatti dal Tu.

Ecco, anche le nostre grammatiche sono fatte male; infatti diciamo: “io sono, tu sei…”. No! Tu non sei, Dio è.

Allora incominciamo dal Tu: “Tu sei e io sono”; ma “io sono in quanto Tu sei”, cioè in quanto posso dire sempre: “Tu sei”. La Vita Eterna sta nel dire “Dio tu sei”. Più noi diciamo “Tu sei” e più viviamo; perché tutta la nostra gioia e felicità sta nel dire “Tu sei”, e tutta la nostra tristezza sta nel dire: “io sono”.

Abbiamo la possibilità di dire “Tu sei”, però siccome non siamo delle macchine, non siamo delle rotelle di un ingranaggio, perché con Dio c’è una partecipazione consapevole, si corre il rischio di dire: “io sono”. Dicendo “io sono” non capiamo più niente. Infatti non siamo noi che facciamo il filo d’erba. Ecco, ci basta il filo d’erba per essere smentiti e farci entrare in crisi; infatti tutta la creazione si mette a ridere quando noi diciamo “io sono”. Tutti ridono. E ci accorgiamo che quando uno inizia a dire “io, io, io…” ci fa venire la barba lunga; questo perché non siamo noi i creatori, non siamo noi che facciamo il filo d’erba.

Allora evitiamo di dire “io”, “io mi sono fatto da solo; ho fatto tutto da me”.

 

Pinuccia B.: Se tutto è fatto per mezzo di Lui, bisogna cercare il suo Pensiero.

Luigi: Cercare qual è il Pensiero di Dio nelle cose è il principio; se tu trascuri questo principio precipiti.

Pinuccia B.: Cadiamo nell’autonomia…

Luigi: L’autonomia da Dio e il considerare le creature a sé, senza mantenerle unite a Dio è fare il peccato originale. Il peccato originale è un peccato di autonomia. Considerare una cosa senza riportarla a Dio, senza riferirla a Dio è peccato originale, perché è il peccato che sta all’origine di tutti i nostri mali.

Pinuccia B.: Che è espresso in questa seconda parte del versetto: “senza di Lui nulla è fatto di tutto ciò che è fatto”, cioè noi riduciamo a niente tutto.

Luigi: Certo. Separare le cose da Lui è come inquinare il mondo fino a renderci la vita impossibile. Quindi siamo noi che ci rendiamo la vita impossibile; e questo perché separiamo le cose da Dio. Perché la vita è in Dio.

Pinuccia B.: Però se questo inquinamento avviene nel campo materiale è ancora opera di Dio.

Luigi: Certo, è un segno per dire a noi: “Vedi che senza di me tu ti rendi la vita impossibile”. Noi ci stiamo rendendo la vita impossibile.

Pinuccia B.: Superficialmente la seconda parte sembra una ripetizione della prima parte, invece dice proprio una cosa molto grossa: “riduciamo a niente tutto”.

Luigi: E noi ne facciamo l’esperienza.

 

Pensieri conclusivi:

 

Franco: Dio parla con noi per farci entrare nella vita.

Luigi: Certo, se Lui non parla, tutto di noi si spegne, perché la nostra vita sta in Lui che parla con te. E’ Lui che parlando con te ti fa essere e ti fa vivere e ti illumina.

 

 

Silvana: Dobbiamo avere il principio come fine.

Luigi: Sì, ce l’hai come fine riportando tutto al Principio; riportando tutto al Principio, il principio diventa tuo fine, e allora Dio diventa Principio e Fine.

 

Franca: Tutto è fatto nell’intenzione di Dio per me; quindi in ogni cosa è Dio che parla con noi personalmente.

Luigi: Dio non parla a gruppi, Dio non parla alla massa, Dio parla personalmente.

 

Rita: L’urgenza di ricuperare sempre il principio per poter entrare nella vita.

Luigi: Sì, c’è urgenza perché le cose bruciano: o le riportiamo in Dio o restiamo bruciati.

 

Pinuccia B.: Se la vita sta nel recuperare il principio, questo mi fa capire meglio quello che dice S. Paolo. “La nostra vita è nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3); Cristo è il Pensiero di Dio, quindi è una vita nascosta in quanto è una vita interiore che va cercata nel nostro intimo.

Luigi: Si capisce. Arrivederci!


 

 

 
Dialogo sul Principio

 

     “Ora, vogliamo vedere il principio, ora ci aiuti Dio”

 

Maestro: Osserva, che cosa noti attorno a te?

allievo: Tutte le cose mutano, tutte nascono e muoiono.

 

Maestro: Tra il nascere e il morire non vi è forse un intervallo di tempo?

allievo: Certamente.

 

Maestro: In questo intervallo quindi le cose durano.

allievo: Durano si, permangono. Però mutano continuamente anche se la nostra grossolanità di percezione ci impedisce di vederne il mutare. Comunque non c’è nessuna cosa che possa essere vista da noi senza un possibile tramonto, ed è questo tramonto che ci impedisce di godere in pace qualsiasi cosa. In noi c’è un verme che disturba ogni nostro possibile riposo nelle cose. Tutte le cose non sono ancora nate che già incominciano a morire: è questa la nostra tristezza.

 

Maestro: Che cosa ti sembra significhi ciò?

allievo: Nel principio stesso delle cose è già scritta la loro fine: questo sì, lo notiamo facilmente: ma che cosa significati questo, quale sia il senso, quale il principio, non è ancora altrettanto chiaro.

        Perché tutte le cose che nascono e nel momento stesso in cui nascono portano già scritta la loro morte? Perché nel principio c’è già la fine? Perché?

 

Maestro: Cerchiamo di addentrarci con attenzione e delicatezza in questo argomento. Ascolta: se nel loro principio le cose rivelano già la loro fine, non ti sembra che ciò significhi che tutte le cose non sono disgiunte in nessun loro tempo dalla loro fine?

allievo: Sì, è vero.

 

Maestro: E se non sono disgiunte, che cosa ti sembra sia il disgiungerle?

allievo: Se non sono disgiunte non è possibile disgiungerle.

 

Maestro: Hai ragione. Ma osserva: fare un errore non è forse fare qualcosa di diverso da ciò che in realtà è?

allievo: Sì.

 

Maestro: L’uomo fa degli errori?

allievo: Certamente, molti.

 

Maestro: Che cosa significa ciò, se non ch’egli ha la possibilità di fare cose diverse da quello che in realtà sono.

allievo: È vero.

 

Maestro: L’uomo ha dunque la possibilità di fare degli errori, cioè ha la possibilità di fare o di ritenere le cose diverse da quello che in realtà sono. Quindi ha la possibilità anche di disgiungere ciò che in realtà è unito. Non ti sembra?

allievo: Lo riconosco. Ed è vero allora quanto è stato affermato sopra: è possibile disgiungere cose che non sono disgiunte; ma questo adesso ha ricevuto un’interessante precisazione: non è possibile disgiungere nella realtà le cose che non sono disgiunte, ma l’uomo le può disgiungere in se stesso.

 

Maestro: Hai concluso bene. Ma ora dimmi: l’uomo disgiungendo le cose che in realtà sono unite, muta forse la loro realtà?

allievo: No, assolutamente. Le cose restano quelle che sono nella loro realtà, indipendentemente da come le consideri l’uomo. Esse restano unite anche se l’uomo le considera disunite.

 

Maestro: Bene, allora ritorniamo alla nostra domanda: Se le cose non sono disgiunte dalla loro fine, che cosa ti sembra sia il disgiungerle?

allievo: Ora è chiaro: è fare un errore.

 

Maestro: Non ti sembra che ora possiamo già trarre un primo significato dal fatto che le cose nascono con il segno della loro fine?

allievo: Quale?

 

Maestro: L’uomo deve fare degli errori?

allievo: No, anzi, deve evitarli.

 

Maestro: Qual è allora il primo significato delle cose unite alla loro fine?

allievo: Ho capito: l’uomo non deve disgiungerle. Egli non deve disgiungere ciò che è unito a meno di fare un errore di cui dovrà subire le conseguenze.

        L’uomo non deve cioè disgiungere le cose dalla loro fine, non deve considerare eterno ciò che eterno non è, stabile ciò che è instabile, a meno di commettere un errore verso i dati e quindi un’ingiustizia.

 

Maestro: Vedi quindi che già nel principio di ogni cosa e di tutte le cose è scritto: nulla vi è di stabile, tutto passa, tutto muore. Ora dimmi: come potremmo noi vedere che tutto passa, e quindi intendere ciò che è scritto nelle cose, se in noi non fosse presente ciò che non passa?

allievo: Sì, per vedere ciò che passa bisogna in un certo qual modo che noi siamo fuori di esso.

 

Maestro: Se dunque tutto passa e non vi è alcuna pagina dell’esistenza di alcuna cosa che non porti scritto la sua fine, non è forse la luce dell’Eterno che penetra nelle cose tutte e le permea e le fermenta?

allievo: L’Eterno fa sentire la sua voce già fin nella prima pagina…

 

Maestro: Ecco perché è scritto: “In principio era il Verbo”.

allievo: Sì, ora l’intendo. E più ancora intendo: “Tutte le cose sono state fatte per mezzo di Lui”.

 

Maestro: E quella luce dell’Eterno che penetra nelle cose tutte non è forse quanto è detto: “La Luce splende tra le tenebre…”?

allievo: Sì, è vero, ed è bello.

 

Maestro: Abbiamo veduto dunque che l’uomo è tenuto, a meno di un errore di cui non abbiamo ancora valutato le conseguenze, ad aderire alle cose come esse sono, in quella totale realtà con cui si presentano a chi viene al mondo; realtà composta di cose congiunte in ogni loro tempo alla loro fine.

Ti sembra che ciò abbia uno scopo per l’uomo?

allievo: Certamente: se il non aderire a questa realtà, cioè se il considerare le cose come immutabili, causa nell’uomo un errore e quindi un inganno, l’aderire alla realtà deve necessariamente causare in lui qualcosa di diverso dal non-aderire.

 

Maestro: Che cosa ti sembra allora derivi all’uomo dall’aderire alle cose come sono?

allievo: Mah! Non saprei precisare.

Maestro: Osserviamo insieme: quando vediamo qualcosa e attratti da esso lo prendiamo nelle nostre mani per meglio considerarlo, se questo improvvisamente scompare, restiamo indifferenti?

allievo: No, assolutamente, anzi sentiamo il bisogno di cercare la causa di quell’improvviso mutamento.

 

Maestro: Dimmi, da che cosa è nato in noi quel bisogno di cercare?

allievo: Proprio dal fatto del mutamento avvenuto in ciò che era nelle nostre mani.

 

Maestro: Se quella cosa non fosse mutata o scomparsa, avremmo sentito il bisogno di cercare la causa?

allievo: No! Ma ormai ho capito dove vuoi giungere.

 

Maestro: Che cosa dunque ha fatto sorgere in noi quel mutamento?

allievo: Ha fatto sorgere un problema, il bisogno di un perché?

 

Maestro: Hai detto bene: ha fatto sorgere un problema. Ora, osserva e rispondi alla domanda che ti era stata posta sopra: che cosa ti sembra derivi all’uomo dall’aderire alle cose che nascono e muoiono, dal non disgiungere cioè le cose dalla loro fine?

allievo: È chiaro: ne deriva un problema.

 

Maestro: Vedi un po’ di precisarlo.

allievo: Se noi manteniamo unite le cose alla loro fine, se noi cioè teniamo presente che tutto passa, sorge in noi il problema: qual è la ragione di questo passare? Sorge in noi un movimento, un desiderio di conoscenza. Direi che il passare delle cose sia per noi una tentazione a conoscere, un invito ad applicare il nostro intelletto.

 

Maestro: Molto bene. E adesso possiamo anche intendere e valutare, se il Signore ce lo concede, la prima delle conseguenze che deriva all’uomo s’egli compie l’errore di staccare le cose dalla loro fine, di considerarle come se fossero stabili, eterne. Abbiamo infatti visto sopra, che l’uomo ha la possibilità di considerare le cose come se fossero stabili, eterne, possibilità cioè di separare nel suo pensiero le cose dalla loro fine, di astrarre dalla loro realtà, di fare un’estrapolazione, direbbero i matematici, della loro esistenza al di là dei suoi estremi, e di comportarsi in conseguenza.

allievo: Sì, credo di poterlo precisare semplicemente così: se aderendo alle cose nella loro realtà mutevole sorge in noi un problema, disgiungendo le cose dalla loro fine, non sorge in noi quel problema.

 

Maestro: Proprio così. Se noi stacchiamo le cose dalla loro fine e le consideriamo stabili, immutabili, nessun problema sorge in noi. Lo diresti un bene od un male?

allievo: Apparentemente direi che il non aver problemi sia un bene: l’uomo è in pace, in riposo e gode di serenità spensierata.

 

Maestro: Sì, ma è la pace che deriva dall’irrealtà, dal sogno, dalla droga che l’uomo ha la possibilità di darsi disgiungendo le cose dalla loro fine, e che dà luogo sempre ad un risveglio molto amaro.

        Ne convieni?

allievo: Certamente.

 

Maestro: Anzi, direi che è una pace che somiglia molto alla morte, poiché la vita dell’uomo è desiderio, ricerca. Intanto però abbiamo potuto intendere ora un fatto interessante: come l’uomo possa trovarsi in pace anche se non conosce Dio, la Verità assoluta; come cioè possa non sentire il desiderio di conoscere Dio, di cercare la Verità. Hai veduto?

allievo: Oh, sì. L’uomo può drogarsi disgiungendo le cose dalla loro fine, per cui egli considerando le cose stabili, eterne, non sente il bisogno di altra Verità. È come un ammalato di cancro che per effetto di continue droghe non senta il dolore e quindi non ritenga di essere grave. Un giorno tutto precipiterà improvvisamente, ma nulla più sarà possibile fare.

 

Maestro: Vorresti ora riassumere il nostro argomento onde poter poi proseguire?

allievo: Ecco: se noi stacchiamo le cose dalla loro fine e le consideriamo stabili, immutabili, mentre tali in realtà non sono, nessun problema sorge in noi a loro riguardo. Ma se noi le manteniamo unite alla loro fine, quale effettivamente sono, se noi teniamo presente in noi e per noi, che tutto passa, in noi stessi sorge il problema che talvolta può assumere aspetti angosciosi: “Qual è il senso di tutto questo passare? Che cos’è questo fiume che va? questo fuoco che consuma ogni cosa, ogni creatura e la nostra stessa vita? Perché?

 

Maestro: Sarebbe molto interessante domandarci e cercare di capire perché noi ci domandiamo questi perché. Ma non dobbiamo allontanarci dalla fedeltà dell’argomento che stiamo seguendo. Teniamolo presente, forse a qualche svolta ce lo ritroveremo davanti.

Abbiamo dunque visto che mantenendo le cose unite alla loro fine, la nostra anima si mette in movimento: in essa si formano i problemi, i desideri di conoscere; cioè si forma in noi della vita.

Che ne deduci?

allievo: Che tutte le cose, rispettate come sono fatte, e quindi considerate nella loro realtà, sono semi di vita per noi.

 

Maestro: Bravo, proprio così. Esse ci fanno uscire dalla nostra staticità, dal nostro sonno. Non ti sembra quindi che tutte le cose ci dicano: “è ora di svegliarci, la notte è inoltrata e il giorno si avvicina”?

allievo: Nei giorni della creazione, il Signore guardando le cose fatte riconobbe ch’erano fatte molto bene (Gen 1,31).

 

Maestro: Tutte le cose sono buone perché sono risveglio per l’uomo, sono semi di vita. Ora, possiamo anche intendere quanto è scritto nel libro della Sapienza: “Dio ha fatto tutte le cose per la vita” (cf Sap 11,23-26). “Egli non ha voluto la morte” (Sap 1,13). Le cose considerate con semplicità in tutta la loro realtà, e non artificiosamente astratte da essa, sollecitano in noi il risveglio delle nostre facoltà superiori, un desiderio di ricerca e di sapere, che è principio di sapienza, un principio di vita dello spirito. Ecco perché i bambini prendendo contatto giorno per giorno con il mondo in cui sono chiamati a vivere, sentono sorgere nella loro anima i “perché?”. È vita che entra in essi. Le domande sono quindi seme di vita in noi. Ma noi non domanderemmo se non scoprissimo in noi l’incapacità a rispondere, la nostra povertà spirituale. Le cose per prime ci fanno toccare con mano la nostra povertà spirituale, ci fanno poveri di spirito. I poveri di spirito sono coloro che interrogano. Hai notato come l’uomo ad un certo momento del suo tempo di vita, cessa di interrogare?

allievo: No, ma ora che tu me lo dici, lo riconosco vero.

 

Maestro: E sai perché?

allievo: Forse perché ritiene di essere già abbastanza sapiente. O forse perché le cose non lo sollecitano più a cercare.

 

Maestro: Delle due, una. Pensi veramente che tutti coloro che non sentono più attrazione a cercare, che non interrogano più, che non sentono l’ansia della Verità, siano sapienti?

allievo: Oh, no! È troppo evidente la realtà degli uomini tra noi, ed il loro modo di vivere, che proprio non si può dire ch’essi abbiano trovato la sapienza.

 

Maestro: E se non sono sapienti, perché le cose non li sollecitano a domandare, a cercare, come sollecitano i bambini?

allievo: Credo che ciò derivi dal fatto ch’essi non hanno più tempo per questo, come l’avevano quand’erano bambini.

 

Maestro: E perché non hanno più tempo per ascoltare ciò che tutte le cose dicono loro?

allievo: Perché sono preoccupati per altro; la loro mente è occupata in altro e questo impedisce loro di ascoltare.

 

Maestro: Sai cos’è che preoccupa l’uomo? È il desiderio di rendere stabile ciò che non è stabile, di rendere eterno ciò che eterno non è. È la conseguenza di quell’errore che abbiamo visto all’inizio quando l’uomo disgiunge le cose dalla loro fine. Allora egli considerandole immutabili, le vuole immutabili e più si adopera e si affanna e corre per arrestare ciò che gli si muta fra le mani. Allora tutto preso solo più dall’azione, non ha più tempo per l’ascolto.

allievo: Ciò che tu dici mi apre una grande finestra sul mondo degli uomini. Mi sembra di intuire tutto un mondo nuovo di osservazioni e di riflessioni.

 

Maestro: Avremo tempo, se Iddio ce lo vorrà concedere, per approfondire tale cosa. È necessario camminare con fedeltà e ritornare sulla linea di pensieri che stavamo seguendo. Ti è chiaro ora perché l’uomo nella sua vita cessa di interrogare?

allievo: Sì, perché non ascolta più le cose che lo sollecitano ancora e sempre a cercare. E non ascolta più perché è tutto preso dall’azione di voler rendere stabile ciò che non è, e non può essere, stabile.

 

Maestro: L’uomo preso dall’azione non ha più orecchi per ascoltare. Ecco perché Gesù dice: “Se non ritornerete come piccoli, non entrerete nel regno della Verità” (Mt 18,3). Il Regno di Dio è per i poveri dello spirito, per coloro che interrogano e cercano, per coloro che non si rassegnano a vivere nella confusione, per i piccoli. Coloro infatti che hanno orecchi per ascoltare, interrogano e cercano. E cercando trovano la Verità e la Verità li fa liberi (cf Gv 8,32). 

        Ed ora ascolta: se le cose passando fanno sorgere in noi una ricerca, la ricerca di qualcosa in cui sia la ragione del loro passare, se passando davanti ai nostri occhi risvegliano la nostra mente e la sollecitano a lavorare, non parlano forse a noi, non dicono forse a noi qualcosa?

allievo: Dicono certamente. Se non dicessero qualcosa, noi resteremmo indifferenti dinnanzi ad esse.

 

Maestro: Se noi separiamo le cose dalla loro fine, sorge ancora in noi la ricerca?

allievo: No.

 

Maestro: Quindi le cose astratte dalla loro fine non ti dicono più niente. Non ti sembra?

Allievo: È vero.

 

Maestro: Che cosa ti sembra invece dicano le cose mantenute unite alla loro fine?

allievo: Ci dicono l’esistenza di qualcos’altro in cui è la ragione del loro passare.

 

Maestro: Ma dire l’esistenza di qualcos’altro, non è forse testimoniarlo, predicarlo, annunciarlo? Sostanzialmente le cose passando annunciano a noi l’esistenza di qualcos’altro.

allievo: Sì, ce lo annunciano, ce lo predicano, ce lo testimoniano e ci sollecitano a cercarlo.

 

Maestro: Se le cose non passassero, ci annuncerebbero questo qualcos’altro?

allievo: No, certamente.

 

Maestro: Che cosa ci annuncerebbero?

allievo: Abbiamo visto sopra che le cose astratte dalla loro fine, e quindi considerate come se non passassero, non ci dicono più niente; perciò ci annuncerebbero niente. Ma, ripensandoci, ora direi che qualcosa ci annunciano: se stesse.

 

Maestro: Hai visto bene. Infatti in nessun modo qualcosa ci può annunciare niente. Ora, dimmi: annunciandoci se stesse, come si annunciano?

allievo: Come cose che non passano, poiché abbiamo visto prima che se passano ci annunciano qualcos’altro, cioè qualcosa di diverso da se stesse.

 

Maestro: Annunciandosi come cose che non passano, ci dicono il vero di sé?

allievo: No, poiché effettivamente passano.

 

Maestro: Che cosa dicono allora a noi?

allievo: Il falso. Le cose ci ingannano.

 

Maestro. Hai detto: le cose ci ingannano. Come può darsi che ci siano cose che ingannino l’uomo, che lo inducano in errore quando a lui è già tanto difficile il cammino della Verità? Sarebbe veramente un ben triste destino il suo: vivere in mezzo a ciò che lo inganna. A parte il fatto che sarebbe impossibile giustificare che Dio, Creatore di tutte le cose, voglia ingannare l’uomo.

allievo: Penso che dobbiamo ritornare sui nostri pensieri poiché siamo giunti ad una conclusione assurda.

 

Maestro: Vediamo un po’: abbiamo detto che le cose passando ci annunciano qualcos’altro. È vero?

allievo: Sì.

 

Maestro: Ed abbiamo detto che se le cose non passassero non ci annuncerebbero qualcosa di diverso da sé, ma se stesse. E vero?

allievo: Sì.

 

Maestro: Ma ci sono cose che non passano?

allievo: No. È soltanto l’uomo che avendo la possibilità di disgiungere le cose dalla loro fine, le può considerare come stabili, immutabili.

 

Maestro: Vedi dunque: da chi deriva l’inganno?

allievo: Ho capito: l’inganno deriva dall’uomo stesso. Egli riceve dalle cose l’annuncio di ciò che egli stesso ha seminato. Esse sono l’eco della sua parola.

 

Maestro: Quindi le cose predicano, annunciano se stesse solo all’uomo che ha voluto disgiungerle dalla loro fine.

allievo: L’uomo viene ingannato dai suoi stessi idoli: è vero anche questo.

 

Maestro: Ecco allora la seconda delle conseguenze che deriva all’uomo s’egli compie l’errore di staccare le cose dalla loro fine. Ti sembra chiaro?

allievo: Sì, quella di essere ingannato dalle cose stesse.

 

Maestro: Vogliamo vedere le conseguenze di questo inganno?

allievo: Mi è chiaro, poiché ricordo quanto avevamo detto circa la possibilità di perdere la facoltà di ascoltare: l’uomo preoccupato di rendere stabile ciò che stabile non è, non ha più tempo per ascoltare il vero linguaggio delle cose e cessa quindi di interrogare. Le cose staccate dalla loro fine, annunciano se stesse all’uomo e questi resta preso dal bisogno di vivere come se quelle cose fossero stabili. Ma esse tali non sono in realtà, ed egli si inoltra su di un cammino impossibile: quello di rendere stabile ciò che stabile non è, eterno ciò che eterno non è.

 

Maestro: Vuoi riassumere le conseguenze che abbiamo visto derivare all’uomo quando questi disgiunge le cose dalla loro fine, astrae cioè dalla loro realtà?

allievo: Ecco: la prima conseguenza è di non sentire più il problema che le cose passando pongono all’uomo, desiderio di conoscere la ragione del loro passare.

La seconda conseguenza è di essere ingannato dalle cose stesse ch’egli ha voluto staccare dalla loro fine. Esse lo ingannano non di per sé, ma per l’errore ch’egli stesso ha voluto seminare in esse. Per questo inganno nell’uomo si accende un fuoco, una passione che lo consuma: quello di rendere eterno ciò che eterno non è…

Maestro: …e in ciò che sarebbe eterno solo a condizione che l’uomo non lo considerasse eterno. Ma per ora di questo nulla dobbiamo dire.

        Ritorniamo piuttosto al nostro argomento. Abbiamo constatato che le cose passando annunciano, predicano, testimoniano a noi l’esistenza di qualcos’altro. Per quale motivo se non per invitarci ad incontrarlo?

allievo: Evidentemente, se fanno sorgere in noi il desiderio di conoscerlo.

 

Maestro: Che significa incontrare?

allievo: È giungere alla presenza.

 

Maestro: C’è qualcosa quindi di noi che deve giungere alla presenza di ciò che le cose passando annunciano, e c’è qualcosa nell’universo che vuole venire a noi, incontrarsi con noi. Non ti sembra?

allievo: Tutto veramente in noi e fuori di noi ci testimonia tale cosa.

 

Maestro: Possiamo quindi dire che le cose passando ci annunciano la venuta in noi di qualcos’altro?

allievo: È logico; infatti sollecitandoci a cercare ciò che esse ci dicono esistente, ci annunciano ciò che noi ubbidienti al loro invito, cercando, domani incontreremo.

 

Maestro: Vedi quindi che le cose ci annunciano la venuta di ciò che domani sarà con noi?

allievo: Sì, è chiaro.

 

Maestro: A questo punto siamo giunti a scoprire la ragione del passare delle cose.

allievo: Esse passano per annunciarci un Altro?

 

Maestro: Proprio così. Qui sta il motivo della loro esistenza, il loro principio. Le cose esistono e passano per annunciarci un Altro.

allievo: È strano: meditando sul fine delle cose siamo giunti a scoprire il loro principio, la ragione della loro esistenza. Non ci sarà forse anche in questo un significato?

 

Maestro: Giacché la domanda ora si è affacciata su gli orizzonti della tua mente e poiché abbiamo visto prima che le domande sono un seme di vita per il nostro spirito, mi sembra adesso che con più scrupolo dobbiamo essere attenti ad esse. Anche noi osservando le cose su cui abbiamo rivolto i nostri pensieri, siamo approdati ad un problema notando un fatto singolare: meditando sul fine abbiamo scoperto il principio. Perché questo? Ma ora ti consiglio di andare a dormire. Ne parleremo al prossimo incontro…

       

(Luigi Bracco)

 

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N.B.: Il testo, tratto da registrazione

non è stato riveduto dall'autore e mantiene lo stile discorsivo.

 

 

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