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parte precedente

 

Liberazione dell'uomo

 

 


 

Parte terza

FORMAZIONE ALL'ASCOLTO

 

 

Solo chi libera dal male che l'uomo porta dentro, libera veramente l'uomo.

 


 

 

Una porta invalicabile alla ricchezza

 

«L'essenziale non sta mai nella quantità o nelle apparenze», scrive Henry de Lubac. Se l'essenziale non sta nella quantità, il far dipendere la vita o l’esistenza da ciò che si ha o da ciò che si può avere, è introdurre un elemento di sofisticazione nell'essenza stessa del vivere, e quindi è un condannarci da noi stessi ad un fallimento.

Per questo bisogna riconoscere che veramente i poveri rappresentano i valori più autentici dell'umanità, ed è nella povertà dell'uomo che bisogna cercare l'elemento più genuino e più vero della vita. «Le persone più grandi sono ancora e sempre i poveri. Il povero ha la maggior capacità di amare e può insegnarcela», dice Madre Teresa di Calcutta.

La ricchezza è una triste compensazione al vuoto di vita lasciato dalla rinuncia allo spirito, come colui che frustrato nella vita sociale o affettiva si consola con il mangiare, o con i viaggi. È il triste fatto dei nostri tempi: ipernutriti nel corpo che corrono su tutte le strade del mondo per sfuggire alla constatazione che loro manca un fine, per compensare il vuoto di una vita senza significato.

Il povero, l'umile, il debole, sono coloro che non trovando in sé o in ciò che hanno un sicuro punto di appoggio e di fiducia per la speranza della loro vita, sono sospinti a guardare al Signore, tesi verso di Lui. Proprio in questo è l'elemento più sano dell'uomo, poiché è questa tensione interiore verso Dio che ci porta nella preghiera e nell'amicizia con Dio.

Ora l'amicizia con Dio è un bene la cui mancanza nessuna ricchezza e nessuna creatura possono compensare, perché ogni ricchezza, ogni creatura, ogni benessere, sono fuori di noi e non riempiono, né lo possono, il vuoto ch'è dentro di noi.

Invece l'amicizia di Dio è in noi e riempie la nostra anima di vita, di luce e di pace: proprio quella pace che gli uomini invano cercano nel mondo e dal mondo. È per questo errore che il vuoto della vita non si riempie e la pace non si trova. Ed è in questo vuoto che attecchisce la prostituzione alla ricchezza, al sesso, alla droga, al potere, alla violenza, al servilismo.

Quelli poi che hanno ricchezze, o comunque guadagni su cui fare assegnamento per la loro vita, più facilmente si appoggiano su quello che hanno e si fermano lì, trasformando il relativo in assoluto, facendo della ricchezza, che si ha o che si vorrebbe avere, un mito, un dio che risolve tutto. È questo che impedisce loro l'entrata nella certezza e nella conoscenza di Dio.

 

* * *

 

Cercava questa certezza quel giovane ricco che s'era incontrato con Gesù e gli aveva chiesto che cosa dovesse fare per giungervi.

La ricchezza non gli aveva impedito di osservare i comandamenti e di giungere all'incontro con Gesù; e la ricchezza non aveva impedito a Gesù di dialogare con lui e di amarlo. Ma l'amore alla ricchezza impedì a quel giovane di restare con Gesù e di trovare la vera vita.

Era giunto fin sulla soglia, ma non la poté oltrepassare.  La porta era aperta, ma la ricchezza gli impedì di entrare, perché quella è la porta dei poveri e degli umili.

Ecco dove stanno le vere catene che tolgono all'uomo la libertà di camminare verso la Verità e di vivere il proprio destino! L'uomo le catene le porta dentro di sé.


 

 

Il mistero di salvezza che opera nel mondo

 

Quel giovane aveva invocato il Signore, ma la sua fede non l'aveva sostenuto.  Vi fu un altro che invocò il Signore e poté entrare perché la sua fede lo sostenne.  Ma costui era un povero, addirittura un mendicante, e cieco per giunta.

Coloro che sono ricchi, o che sono amanti della ricchezza, si scandalizzano che nel mondo ci siano i mendicanti, i poveri, e invocano leggi e rivoluzioni a mettere fine a tale scandalo. Non invocano l'unico a causa del quale c'è tale scandalo nel mondo: se stessi. Non sanno il mistero di salvezza e di risurrezione che i poveri portano con sé per coloro che fanno dipendere la loro vita dalla ricchezza che hanno o che non hanno. Per questo fintanto che ci saranno uomini poveri spiritualmente nell'anima, ci saranno poveri nel mondo.

I poveri nel mondo sono «segni di Dio» per curare e guarire e salvare quanti sono miseri e mendicanti nell'anima.  È Dio che fa i poveri «fuori» per salvare quelli che sono miseri e vuoti dentro; vuoti di ogni significato di vita.

Se ci sono mendicanti nel nostro mondo esteriore è perché ci sono mendicanti nel mondo interiore e non lo sanno. Si credono ricchi e di non mancare di niente: «Sì, tu vai dicendo: sono ricco, ho raggiunto il benessere, e non mi manca niente, e non sai che invece tu sei meschino, miserabile, povero, cieco e nudo», dice l'Apocalisse di s. Giovanni.

L'uomo ricco non sa, e non può sapere, la miseria che porta con sé. La ricchezza e il benessere acciecano talmente l'uomo da non lasciargli vedere lo stato di mendicità estrema in cui si trova. Per questo Gesù dice: «Guai a voi che avete trovato la vostra soddisfazione».

Ed è per questo che ci sono i poveri.  Ed è per questo ch'essi, i poveri, rappresentano la parte più autentica, più vera dell'umanità: essi dicono alla parte dell'umanità più alterata, più sofisticata, che cosa c'è dietro la loro facciata.  Essi sono la parte più sana dove è scritta, denunciata la situazione dell'uomo: come sul volto e su tutto il corpo di Cristo sulla croce è scritto in modo sublime, per chi vuole leggerlo, il vero volto dell'uomo.


 

 

Vi riconosceranno dall'amore

 

Dio è Verità e Amore e i suoi figli sono figli che sanno amare e si distinguono per l'amore: «Vi riconosceranno dall'amore», disse Gesù.

E non diede, non volle, altro distintivo, altro segno per coloro che sono di Dio: non abito, non titolo, non classe, non colore, non ricchezza, non partito, non casta, non nazione, non potere, non autorità. Solo l'amore: l'amore puro, povero, spoglio, silenzioso; l'amore che comprende, l'amore che serve, l'amore che libera, l'amore che offre la vita che ha in Dio. Un amore che non contende, non litiga, non invidia, non critica, non si difende, non parla di sé, non agita, non grida, non fa sentire la sua voce sulle piazze, non giudica, non condanna, non spegne la fiammella perché la vede fare fumo e non spezza la canna che vede incrinata.  Un amore che tutto comprende, tutto sopporta, tutto spera, tutto ama, perché sa che tutto partecipa del mistero della passione e della morte di Cristo per la salvezza del mondo e di ogni uomo.

Vi riconosceranno da questo amore.


 

 

La porta degli umili

 

Sui monti di Galilea Gesù aveva parlato a lungo ai suoi discepoli saliti con Lui fin lassù per essere lontani dalle strade del mondo, dai luoghi di affari e di traffico, dai rumorosi mercati in cui l'anima dell'uomo diventa una spelonca di ladri.

Erano saliti con Lui fin lassù attratti dalle cose dello spirito di cui Gesù parlava. «Tu solo hai parole di vita eterna», Gli dicevano.

Gesù parlava loro della necessità primaria di cercare e di conoscere Dio; metteva in evidenza l'essenziale liberandolo da tutto ciò che lo può offuscare; annunciava e rivelava loro i segreti del Regno di Dio e le condizioni per entrare in esso; li raccoglieva nel pensiero e nell'amore del Padre.

Erano parole di vera vita; erano annunci di luce e di liberazione: «i ciechi vedono, gli storpi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, i poveri vengono evangelizzati».

Quel giorno, su quei monti di Galilea, Gesù aveva incominciato così:

«Beati i poveri dello spirito, perché di essi é il Regno dei cieli.

Beati i mansueti, perché possederanno la terra.

Beati coloro che piangono, perché saranno consolati.

Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati.

Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati quelli che soffrono persecuzioni, perché di essi è il Regno dei cieli».

Era la via della liberazione dell'uomo, di ogni uomo nel mondo; era la via della vita autentica; era la via della salvezza e della santificazione per ogni uomo.

Era la porta degli umili attraverso la quale Gesù chiamava e chiama tutti a passare: «Sforzatevi di entrare, perché larga è la via che porta alla perdizione ».


Il «Magnificat» sul mondo

 

Beatitudini, porta di accesso alla Verità, all'amicizia con Dio; condizione per ascoltare e intendere le sue parole del Regno; liberazione dell'uomo dalla schiavitù del mondo.

Dio ha riserbato il tesoro dei suoi doni ai piccoli, agli umili, ai poveri; «ha rovesciato i potenti dal loro trono e ha innalzato gli umili; ha saziato di beni gli affamati ed ha rimandato a mani vuote i ricchi»: è il «Magnificat» di tutti coloro che vedono il Regno di Dio; è il canto di chi crede e spera in Dio, di chi fa conto su Dio, è il canto dell'umanità che accoglie ogni pena, ogni sofferenza, ogni tribolazione, dalle mani di Dio, perché sa che Egli è in tutto.

«E vidi una moltitudine immensa, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani. E cantavano a gran voce: la salvezza viene dal nostro Dio che sta sul trono e dall'Agnello». Era la schiera immensa dei santi di Dio che in ogni tempo ed in ogni luogo stimarono più degno consumare la loro vita dietro Dio che dietro il mondo, sperare in Dio che sperare nel mondo.

I santi di Dio sono pagine di Vangelo vissute, commentate; sono commenti vivi alle Parole di Cristo: grandi anime che Dio volle nascondere sotto il velo di apparenze umili, povere, insignificanti, per insegnare a tutti come si ascoltano, come si custodiscono, come si commentano, come si vivono le Parole di Dio.

Testimoni del Regno di Dio, pellegrini dell'Assoluto, cittadini del cielo, uomini che non seppero, non vollero, rassegnarsi alla relatività di una vita vissuta nel mondo e solo per il mondo, una vita per guadagnare denari o per ampliare case e granai o per avere un posto all'onore del mondo, quasi che la loro formazione di uomini, la loro anima, il loro cuore avessero a dipendere dalla ricchezza, dalla carriera, dal posto che la società dava o non dava loro.  Ebbero il coraggio di dire chiaramente ciò che non serve per riempire la vita.

Essi sono il sale della terra, anche se la terra li ignora.

Essi sono la luce del mondo. Il mondo non ha bisogno di contestatori, di guerrieri, di rivoluzionari, di gente che discute e grida; il mondo ha bisogno di gente che preghi, che cerchi Dio con tutta l'anima, gente che creda e speri in Dio con la semplicità di un bambino.


 

 

 

Conclusione della terza parte

 

Dio è Colui che fa l'uomo; ma è necessario restare in ascolto di Lui se vogliamo che la sua opera giunga a compimento.

La Parola di Dio ci fa sempre ritornare bambini, cioè ci fa ritrovare la nostra situazione autentica e la nostra vera dimensione, che il mondo invece continuamente deforma. È questa la prima grazia che deriva dall'ascolto della Parola di Dio: ritornare nelle mani di Colui che dice: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza».

Per imparare ad ascoltare è necessario sapere prima di tutto che non basta avere gli orecchi, ma è necessaria l'anima. Si ascolta cioè con l'anima.  Se l'anima non ascolta, gli orecchi servono a niente.

Se per ascoltare è necessaria l'anima: ascoltare è amare.  L'ascolto è un problema d'amore.

Amare è fare una scelta: quindi è lasciare tutto il resto.  Il primo passo per imparare ad ascoltare è convincersi che bisogna fermarsi nella corsa con il mondo. Il che esige una rottura con le ragioni e i motivi del mondo. Senza una rottura non c'è scelta, e quindi non c'è amore, non c'è ascolto.

Allora la vita diventa recitazione e l'anima si svuota.

Come si può avere la forza di rottura con il mondo per fare in noi il silenzio necessario per l'ascolto? Non si può rompere con i motivi del mondo se non si ha interesse per Dio. È l'interesse per Dio, è la fame di conoscere Dio, che ci apre all'ascolto di Dio. Bisogna che la Parola trovi in noi l'interesse per ascoltarla. Per cui principio dell'ascolto di Dio è l'interesse per Dio.

Ma l'uomo è malato dentro: è sordo e muto nell'anima.  Ciò che toglie all'uomo la fame, l'interesse per Dio è il pensiero di se stesso, che lo rende sensibile alla figura, all'ambizione, alla gloria del mondo.

Fintanto che l'uomo non rinuncia a questo, non può assolutamente avere interesse per Dio e aprirsi all'ascolto di Dio: non può credere.

Il silenzio che ascolta presuppone un distacco da tutto il resto, anche e soprattutto dal pensiero di se stessi.  L'ascolto è infatti amore e nessuno che non accetti di superare se stesso può imparare ad amare.

Ma per il distacco dal pensiero di se stessi è necessaria la presenza dell'altra persona.  L'amore non è un dono di chi ama, è un dono di chi si rende presente: cioè prima di amare, e per poter amare, noi riceviamo amore. Nessuno di noi potrebbe amare se non fosse amato. La possibilità di ascoltare allora è un dono della presenza di colui che parla.  Se l'altro non parla, noi cadiamo nel vuoto e nel nulla, e la nostra vita si spegne. Dio parlando a noi ci forma gli orecchi e ce li apre all'ascolto.

Se condizione per l'ascolto è la presenza di Colui che parla, il cuore di tutta la formazione all'ascolto è il rapporto diretto: maestro-discepolo.

Dio ha creato nell'uomo questo rapporto diretto, poiché Dio chiama l'uomo per nome e lo tratta personalmente.

Alla radice di tutto c'è Uno che parla e uno che ascolta; chi parla è Dio, chi ascolta è l'uomo.

Qui scopriamo che principio dell'ascolto è «guardare Colui che parla a noi». Guardare l'Altro è dimenticarsi.  L'uomo vale nella misura con cui si dimentica in questo ascolto.

Dio, oltre che essere Padre, è vero amico dell’uomo; ma l'uomo non deve mettere ostacoli tra sé e Dio. Nessuna liberazione è possibile all'uomo senza lo sguardo a Colui che parla la Verità: uno sguardo d'amore. Non basta cioè ascoltare parole di Verità; è necessaria una presenza personale, un rapporto personale con Dio, un rapporto di amicizia.

Un grande mistero di salvezza opera nel mondo per portare l'uomo a guardare il suo Signore: tale mistero si rivela in Cristo.


 

 

Epilogo

 

SULLA VETTA DOVE L’UOMO E’ FATTO LIBERO

 

 

O Dio, Tu hai meravigliosamente creato l'uomo,

e ancora più meravigliosamente Tu lo liberi.


Il «tutto-compiuto» sul Golgotha

 

Siamo tutti spettatori e testimoni delle opere di Dio, poiché fin dal principio viviamo con Dio e Dio parla con noi ed opera tra noi, anche se non ci pensiamo e non prestiamo attenzione alle sue parole o neppure le riconosciamo. È il senso di mistero che portiamo con noi durante tutta la nostra vita. Siamo tutti viandanti sulla strada infinita di Dio e Dio stesso è il nostro compagno di strada, anche se non ne sappiamo niente. Ma nel giorno della passione di Cristo e della sua morte, siamo tutti attori.

Gerusalemme con il suo Getzemani, il suo Sinedrio, il suo Pretorio, la sua Via dolorosa, il suo Calvario, è una scena del mondo interiore di ogni uomo, e su questa scena ci siamo tutti, personalmente impegnati a recitare la nostra parte davanti a Cristo. Il nostro destino si determina qui: davanti alla Croce, davanti a Cristo morto, questo meraviglioso epilogo di tutta l'opera di Dio e di tutta l'opera dell'uomo.

Qui, in questi giorni di passione e di morte, si incentra e si sintetizza, e quindi si rende evidente, ciò che prima era disperso dietro mille motivi di mondo; si rende cioè evidente la vicenda di ogni uomo con Dio.

Cristo infatti è rivelazione del mistero della Presenza di Dio tra noi. Qui i segreti dei cuori si manifestano perché sono toccati sul vivo: cadono tutti gli scenari dietro i quali si nascondevano e si proteggevano, cadono i nostri alibi.  Qui si diventa autentici, nostro malgrado, e noi tutti ritroviamo qui il nostro vero volto.

Solo sul Calvario l'uomo scopre la sua vera identità, proprio quella che ha smarrito ascoltando il mondo. Il Calvario pone in evidenza l'esatta natura del rapporto dell'uomo con Dio.

 

* * *

 

Tutti i pensieri, tutte le scelte, tutte le parole accolte o non accolte, dette o non dette, diventano strade che ci conducono a fissare il nostro sguardo su Cristo in croce, morto; a fermare il nostro volto in questa Realtà indistruttibile, attorno alla quale ruota tutto l'universo e ogni vita di uomo. La Verità ci aspetta qui; è la Verità spoglia e franca della Presenza di Dio nell'uomo; è la Parola di Dio allo stato puro. Qui abbiamo la Creazione, i Profeti, il Decalogo, la Sapienza, il Vangelo, s. Paolo, l'Apocalisse. Qui abbiamo Adamo, Abele, Caino, Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosé, Davide. Qui abbiamo tutta l'umanità e Dio. Qui il problema della vita e della morte.

Tutti i sentieri della vita si raccolgono qui, su quest'unico spiazzo di monte come sulla vetta del mondo, dove i tempi giungono al loro compimento ed ogni vita viene posta di fronte al suo problema principale, che è poi l'unico problema della vita: Dio.

 

* * *

 

L'uomo ha mille problemi, ma uno solo risolve la sua esistenza. Tutti gli altri sono sovrastrutture e non risolvono niente, assolutamente niente. Anzi, tutto ciò che non è essenziale, non necessario, ingabbia l'uomo invece di liberarlo, lo soffoca invece di realizzarlo, lo falsifica invece di renderlo autentico, lo distrugge. Bisogna avere la passione dell'essenziale e portarla avanti a qualunque costo.  Ma anche se non l'abbiamo, sappiamo che viene un giorno in cui Dio ce la impone a costo di lasciarsi uccidere, perché Lui ci aspetta là dove si forma l'uomo vero. Nel mistero di Cristo che muore in croce l'uomo ritrova l'essenziale della sua vita.

La nostra esistenza, prima di incontrare il mistero del Golgotha, è soltanto una nostalgia di vita, non è vita. Si sogna, ma non si vive. Si passano i giorni nelle banalità senza alcun senso, anche se si guadagnano milioni. Si vive per niente, si parla di niente, si educa a niente. Parliamo, discutiamo, lottiamo, urliamo, facciamo i nostri affari, facciamo progetti e programmi, ma non riflettiamo che ci troviamo in una notte e che la notte è sempre piena di cose che non si vedono e carica di sorprese. Questa è la nostra vita, o, meglio, la nostra non-vita. Improvvisamente, in questa notte, una scena s'illumina: una Croce, del sangue sparso, il Calvario, un morto: e il sangue di Lui sulle nostre mani.  Ci si ritrova veri; si esce dal sogno.

 

* * *

 

Prima di giungere davanti alla sua Croce ed alla sua morte, si discorre di Dio, ma non si discorre con Dio; si ascolta parlare di Cristo, ma non si ascolta Cristo. Prima di giungere al Calvario si crede anche in Dio, si ascolta anche parlare di Dio, ci si compiace anche delle opere di Dio, perché prima di giungere là Dio non intralcia la nostra vita, non attraversa la nostra strada, non ci impegna con la sua morte.

È facile parlare bene di Colui dal quale riceviamo del bene, ma i cui dolori non gridano contro di noi, le cui umiliazioni soprattutto non bruciano noi, le cui ferite non feriscono noi e non ci fanno sanguinare. Ci teniamo ad avere distinta la nostra vita dalla sua, il nostro nome dal suo, i nostri interessi dai suoi.

Ma vengono per ogni uomo giorni in cui si giunge ad un luogo chiamato «Calvario», «Golgotha». Qui Lo si crocifigge tra i malfattori, qui si grida con tutta la folla: «Non vogliamo che Costui regni su di noi». Perché quelli sono giorni di amore e quindi di scelta e, nella scelta, quando si deve mettere sullo stesso piatto il denaro o Dio, il proprio benessere o Dio, la propria figura o Dio, il proprio onore, la propria gloria o Dio, la propria vita o Dio, allora l'uomo non conosce più Dio. «Giuro di non conoscere quell'uomo!», protestava Pietro nell'atrio della casa del Sommo Sacerdote davanti alle insinuazioni di una serva.  Allora si diventa Caifa, Pilato, Pietro, Giuda, Erode; allora si diventa folla anonima che urla, massa che disprezza, deride, uccide, perché vuole tenere distinta la sua vita da quella di Lui.

 

* * *

 

Non chiediamoci chi sono coloro che L'hanno condannato, che hanno compiuto questa assurda iniquità giudiziaria; non chiediamoci chi sono coloro che L'hanno crocifisso; chiediamoci cos'è che L'ha crocifisso: sarà facile trovarci anche noi là, tra quelli, e forse, solo noi là, e non quelli. Il Calvario ci insegna a pensare. Ci mette con la faccia dentro la Sua morte; ci fa sentire su di noi le colate del Suo sangue sempre più coagulato e ci dice che è per noi. Siamo nel punto culminante della crisi della nostra formazione all'ascolto e della nostra liberazione: qui muore l'uomo vecchio e nasce l'uomo nuovo, un passaggio obbligato sulla strada della nostra vita verso la Verità.  Entreremo nella vita nella misura in cui saremo entrati nella Sua morte.

Siamo nel mare infinito della Sua misericordia, dove tutto il nostro finito si perde.  Siamo sulla via che porta alla luce di Pasqua.

La Croce di Cristo è uno squarcio sull'abisso di vita eterna che portiamo in noi.

 

* * *

 

L'universo è un enorme libro illustrato che Dio ha voluto metterci in mano per farci capire che Egli esiste e cos'è l'essenziale per la nostra vita, affinché non avessimo a sprecarla in cose che valgono niente.

Poi Dio ha riassunto tutte le sue lezioni di vita e di salvezza contenute nell'universo, in un'unica Parola, un unico Verbo, comprensibile sia da chi sa leggere, sia da chi non sa leggere; una Parola che parla a tutti un linguaggio inconfondibile: la sua Croce. Davanti ad essa tutti, ignoranti e sapienti, poveri e ricchi, capiscono. Un linguaggio inconfondibile. Potremo leggere migliaia di libri spirituali: non diranno mai quello che dice la Croce in un attimo alla nostra coscienza. Dio ha sintetizzato qui tutto per dirci ciò che Egli è e per farci capire ciò che noi siamo. Qui sta la grandezza e la Sapienza e la Misericordia di Dio.

La Sua Croce libera in noi l'essenziale, ci restituisce a quanto di più vero c'è in noi e tra noi, ci riporta nella dimensione teologica della vita: la sola che conti. Così Egli regna. Davanti alla sua Croce l'uomo non può pensare a se stesso, alla sua figura, alla sua gloria, ai suoi interessi, senza provare tutta la vergogna della colpa; ricupera la capacità di ascoltare e di intendere la Parola di Dio dalla bocca di Dio; ritrova lo Spirito di Dio. Senza Spirito di Dio non si può intendere niente: si fraintende. Ogni parola suppone una fede, cioè una presenza spirituale. Se vogliamo imparare a vivere nella Verità di Dio e con la Verità di Dio, dobbiamo nascere dal mistero di Cristo che muore in croce: dobbiamo cioè morire con Lui a noi stessi. «Se il seme non muore, non può recare frutto», aveva detto Gesù. Aveva indicato la via per giungere alla Luce. Adesso questa sua Parola si è fatta Realtà: attraverso la sua Croce e la sua Morte ci ha aperto la via alla Luce, cioè alla nostra risurrezione nella vita dello Spirito e della Verità di Dio, alla nostra Pasqua; poiché Cristo è morto per la nostra Pasqua.

 

* * *

 

«Benedetto sia il Signore Dio d'Israele, perché è venuto tra noi e ha compiuto la liberazione del suo popolo».

Con la morte di Cristo in croce: tutto è compiuto.

L'opera di Dio per fare l'uomo, iniziata nel Paradiso terrestre, è giunta qui al suo compimento. Sul Golgotha Dio ci ha donato la Presenza di Colui che parla all'uomo: la Sua Presenza per ogni nostro luogo e per ogni nostro tempo, fosse anche il nostro tempo più cattivo e il nostro luogo più triste e disperato. Così tutto è compiuto per la nostra formazione all'ascolto e la nostra liberazione.

Ciò che ora manca alla morte di Cristo è la nostra risposta, è la morte al nostro io. Il tutto compiuto di Dio non è il tutto compiuto in noi.

Il tutto compiuto in noi è alla nostra Pentecoste. E questo presuppone la morte al nostro io e la rinascita da Dio, cosa che non può avvenire senza di noi.

Come per nascere al mondo l'uomo ha bisogno di una madre, così per morire al suo io, questa vera nascita dell'uomo alla vera vita, ha bisogno di una madre. «Ecco tua Madre», ci dice Gesù morendo sulla croce. Ecco tua Madre, ecco Colei che ti genera alla vita nell'opera tutta-compiuta di Dio, in questo dono totale di Sé con cui Dio annienta Se stesso nel darsi nelle mani della creatura.

È con Lei che ora bisogna camminare per giungere con Lei alla nostra Pentecoste. Si presenta il tempo di Maria.

 

Venerdì Santo 1974

 

 

 (la prima parte del prossimo libro verrà proposto

il 06.01.2021  - Epifania - )

 


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