Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: F:\Il Magnificat di Maria sul mondo.mht

UtUnumSint

parte precedente

 

Liberazione dell'uomo

 

 


Presentazione

 

In un mondo che vuole un altro Dio da adorare e servire, perché, dicono, il Dio dell'era spaziale, dell'era dei calcolatori elettronici, del consumismo, della filosofia più o meno esistenziale e della secolarizzazione, non può possedere più gli stessi connotati del Dio adorato al tempo dei servi della gleba, dei pastori, dei nomadi che nelle loro migrazioni Lo portavano con sé tra le loro tende e Lo pregavano nella sera davanti alle pianure sconfinate e deserte con gli occhi sprofondati nel cielo che si popolava di stelle, questo libro ci ripresenta l'antico e sempre nuovo Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e ci ripropone la fede ch'essi ebbero, affinché anche noi possiamo vedere la salvezza di Dio. Ci riconferma che il Dio di allora è il Dio di adesso, perché sono gli uomini che mutano e invecchiano, non Dio.

 

* * *

 

Gli uomini mutano a seconda dei luoghi e dei tempi in cui vengono a trovarsi, e svuotano la loro vita, perché guardano più alle creature che al Creatore, più alle cose che a Dio.

 

Bisogna invece guardare più a Dio che alle cose, perché il destino dell'uomo trascende il mondo e la società e l'era spaziale e i calcolatori e il consumismo e le congiunture economiche e la filosofia esistenziale e la secolarizzazione. Il destino dell'uomo è in Dio, ed è qui ch’egli deve guardare, e fermarsi.

 

* * *

 

I problemi dei servi della gleba o dei pastori erranti di allora sono gli stessi identici problemi dell'uomo sulla luna, o dell'uomo incollato alla macchina, o dei nomadi moderni della filosofia e della teologia che non trovano più un luogo di pascolo.

 

Il destino dell'uomo trascende il mondo e le variazioni dei tempi, ed è per questo che adesso, come allora, pone ad ogni uomo gli stessi problemi: cos'è la vita? Che ci stiamo a fare in questo mondo, su questa terra per un certo suo numero di giri attorno al sole per poi scomparire? Chi ci assicura della Verità? Sono queste le testimonianze di Dio e del nostro destino eterno.

 

Questo libro ci rimette in contatto con la realtà di cui, curvi sotto il peso dei nostri guadagni e dei nostri interessi, abbiamo smarrito la nozione: la realtà di Dio; e ci fa prendere coscienza della autentica distanza tra il punto in cui ci troviamo e quello a cui dobbiamo giungere.

 

Esso vuol avere la funzione dell'Antico Testamento: convincerci che tutto viene da Dio e che tutto dobbiamo aspettarci da Dio.

Ci riporta la gioia segreta che Dio opera tra noi e per noi, e la promessa che è per tutti gli uomini: incontrerete Dio. Quando? Quando Lo cercherete con tutto il vostro cuore; quando sarà in cima a tutti i vostri desideri; quando sarà l'Atteso. «I figli di Israele e i figli di Giuda verranno insieme e si affretteranno camminando e piangendo e cercheranno il Signore loro Dio, e si uniranno al Signore con un patto sempiterno che non sarà mai cancellato dall'oblio».

 

Presentandoci che tutto viene da Dio, questo libro vuol avere lo scopo di far maturare in noi l'attesa, la ricerca di Dio come bisogno primario della nostra vita.

 

 


Introduzione

 

Non potersi occupare di Dio; non aver tempo interiore per fermarsi, per raccogliersi; non poter essere disponibili per ciò che è l'unica cosa necessaria: questa è la vera paralisi che immobilizza l'uomo sulla strada della vita e gli impedisce di camminare verso la Verità, rendendolo schiavo di cose

 

 

L'uomo è stato creato per conoscere la Verità, per conoscere Dio. Cercare Dio è camminare verso il proprio destino; è quindi dare un significato alla vita, il vero significato.

Creati per conoscere Dio, che cosa facciamo ogni giorno per questo nostro fine? Che cosa possiamo fare?

La ricerca di Dio è una ricerca da cui dipende il senso della vita di ogni uomo. L’uomo si realizza nella fedeltà al suo destino.  Nella infedeltà si distrugge.

Quando la fedeltà a questa ricerca viene meno, viene meno in noi il significato della vita. Allora tutto in noi si svuota e si va avanti giorno per giorno senza più sapere per che cosa ed a che serva il vivere. Allora si incomincia ad essere invasi da tutte le forze disgregatrici della nostra esistenza, si diventa schiavi di tutto e di tutti, perché quando viene meno il fine, viene a mancare l'anima, il centro che unifica e difende la nostra vita. Allora tutti entrano, rubano e portano via. Si assiste impotenti alla nostra devastazione, alla devastazione della nostra casa, del nostro amore, della nostra vita, di tutto il nostro essere. «Tutto quello che hai accumulato, di chi sarà?», dice il Cristo.

Quando invece è ben fisso nei nostri occhi il traguardo da raggiungere, allora difficilmente ci si smarrisce e ci si lascia depredare dalle passioni del mondo. È necessario aver ben chiaro in noi lo scopo della vita.

 

* * *

 

Il problema della ricerca e della conoscenza di Dio è l'unico che va seriamente meditato per sciogliere i gravi problemi che ci affliggono e ridare alla società e all'umanità, come ad ogni singolo uomo, il senso dell'esistenza e della vita: senza il quale si sprofonda nella tristezza e nella desolazione di un mondo vano.

 

* * *

 

È il problema che va posto prima di tutto. È la condizione per l'autenticità della stessa nostra vita.  Quando la ricerca di Dio non è posta prima di tutto, la fede, le credenze e tutta la nostra religiosità, rappresentano per noi soltanto una convenienza ed un conformismo più o meno confessati.

Nel deserto, ai margini della strada delle genti, Giovanni, detto il Battezzatore, annunciava ad ogni uomo la necessità di rompere con la mentalità del mondo fatta di convenzioni e conformismi e figura, dove quel che conta è apparire, e dove si dimentica di dare a Dio ciò che è di Dio. Il battesimo di penitenza, di cui Egli parlava, era una rottura, perché non è Dio che deve essere cambiato, ma siamo noi che dobbiamo cambiare.

A che serve il lavoro, la fatica, la sofferenza, se l'amore e la ricerca di Dio non si svegliano in noi? A che serve il guadagnare, il parlare, il mangiare, il dormire, il lottare, se la nostra anima non si apre al raccoglimento e al silenzio e non trova spazio per prepararsi all'incontro con Dio?

A che servono le ore del giorno e quelle della notte, a che serve la vita, a che serve la morte, se l'amore e la ricerca di Dio non trovano la via per diventare la nostra vita e il nostro pane quotidiano?

Giovanni, venuto dal deserto a preparare le genti all'incontro con la Salvezza di Dio, rendeva testimonianza alla Luce e rispondeva ai veri problemi di ogni uomo, di ieri e di oggi.

Bisogna capire la voce delle cose; bisogna capire la lezione dei tempi; bisogna capire il bisogno della nostra anima, della nostra mente, del nostro cuore; bisogna capire l'essenziale, perché tutto quello che è necessario per capirlo, ci è dato. La Luce brilla nelle tenebre: è annunciata; è testimoniata.

Ogni uomo porta in sé, per gli stessi problemi che porta, la Testimonianza che la Luce esiste e lo chiama.

Giovanni, il Battezzatore, venne quale testimone per rendere testimonianza alla Luce che ogni uomo porta in sé, affinché per mezzo di Lui tutti credessero. «Non era lui la Luce, ma venne per rendere testimonianza alla Luce».

E cosa fece Giovanni affinché tutti credessero nella Luce? «Raddrizzate i sentieri di Dio: ogni monte si abbassi; ogni valle si colmi; le vie storte siano fatte diritte.  Allora (e solo allora) ogni uomo vedrà la salvezza di Dio».

Quello che avvenne allora fu per farci capire uello che avviene nella vita di ogni uomo.


 

 

Parte prima

 

LE LEZIONI DELLA VITA

 

 

In fondo noi oggi ci troviamo di fronte a un crollo di tutte le nostre sicurezze:

 è il Soprannaturale che viene a sconvolgere i nostri valori.

 


 

Segni dei tempi

 

Di fronte al dramma cosmico che si è iniziato sulla nostra terra, cui noi stessi assistiamo, e che giorno per giorno sta assumendo proporzioni immense, si ripresenta in modo tragico il problema di Dio come Principio di tutto, Principio su cui dovevamo fondare ed a cui dovevamo rapportare ogni cosa.

 

Il dramma sta in questo: l'economia è entrata in conflitto con l'ecologia.

Cioè il culto del guadagno e della produttività sta distruggendo la vita sulla terra e quindi sta distruggendo l'uomo stesso. L'ha sempre fatto, ma se prima era necessaria la saggezza dell'uomo per intenderlo, sì che pochi erano coloro che si sottraevano all'incanto delle sirene del benessere e del guadagno prima di tutto, oggi la sua opera si sta rivelando in modo talmente massiccio ed in termini talmente pesanti da non richiedere più né saggezza né intelligenza per vederlo: basta guardare. E, quand'anche non avessimo occhi per guardare, basta sentire le lacerazione che portiamo dentro.

Oggi gli stessi promotori e fautori del progresso scientifico e industriale alzano il loro grido contro se stessi e dicono: «Abbiamo sbagliato tutto; abbiamo avviato una macchina che ci distrugge e divora; e, quel ch'è peggio, non sappiamo arrestarla. L'homo faber, cioè l'uomo economico, l'uomo che produce, proprio quello che noi ritenevamo l'unico uomo che valesse, ha distrutto l'homo sapiens. Dobbiamo fermarci; dobbiamo smettere di costruire, di produrre, di correre, di inventare, e recuperare la saggezza perduta. Abbiamo avviato il mondo in un tale vicolo cieco in cui le uniche alternative sono il caos e la catastrofe».

 

* * *

 

A questo punto dobbiamo riconoscere che l’economia, il culto della produzione e del guadagno, idolo che ha tenuto soggiogate tutte le genti sì da arrivare a far valutare l'uomo in funzione di quel che produce e guadagna e il benessere di un paese direttamente proporzionale al numero delle sue fabbriche, è entrata in conflitto con se stesso e si autodistrugge, distruggendo con sé tutti i sistemi fondati su di essa. Essa infatti, che aveva come scopo il benessere dell'uomo, gli sta avvelenando l'aria, l'acqua, i cibi; svuota l'uomo dall'interno e gli riversa dentro la nevrosi e la pazzia, cioè reca all'uomo, anziché il benessere, un mondo in cui la vita è impossibile per lui, per gli animali, per le piante. Il nostro idolo si è rivoltato contro noi stessi. Stiamo assistendo ad una seria lezione di Dio.

Il dramma in cui il nostro idolo economico ci ha coinvolti e che ci sta avviando ad una tragedia cosmica, apre una grave crisi nel nostro spirito e ci fa rimettere in discussione tutti i valori su cui noi abbiamo puntato con tanta sicurezza e con tanto orgoglio, trascurando tutte le lezioni divine.

È la fine di una logica che imperava ovunque. Chi mai osava porre il minimo dubbio sul valore e sull'importanza del benessere materiale, del progresso industriale, della ricchezza, dell'azione prima di tutto? Abbiamo stimato un niente il silenzio, la preghiera, la ricerca, la contemplazione di Dio. Ci siamo detti «fatti per l'azione», ed abbiamo ritenuto il mondo della preghiera e della contemplazione un mondo di evasione in cui non si fa niente.

Oggi stiamo scoprendo che chi fa «niente» è proprio colui che ha posto l'azione prima di tutto. E facendo niente riduce a niente anche tutto ciò che esiste.

 

* * *

 

I segni dei tempi sono i segni dello Spirito, sono i segni della presenza di Dio e del suo Regno; sono i segni che coinvolgono l'uomo e lo preparano ad attendere la manifestazione di Dio, una Pentecoste per tutti gli uomini.

È lo Spirito di Dio che riconduce i problemi al loro vero livello e l'uomo alla sua vera dimensione.  A ridurre l'uomo alla dimensione economica, come abbiamo fatto, si distrugge l'uomo. Oggi ormai lo tocchiamo con mano.

L'uomo ha in sé una dimensione divina ed è assurdo pensare di poter fare l'uomo senza Dio. Nella nostra cecità abbiamo detto: facciamo prima l'uomo (quasi fossimo noi a farlo!), liberiamolo dai bisogni, diamogli il benessere e poi, eventualmente, si parlerà del problema religioso.

Ma quando avremo assicurato e casa e macchina e ricchezza e giustizia, quando, credendo che l'uomo sia fatto, andremo a vederlo, lo troveremo pazzo o morto. Ci siamo illusi di essere noi a fare l'uomo, di essere noi a fare il Regno di Dio in terra, di essere noi a fare tutto.

La fine di un mondo che noi stessi abbiamo inaugurato con le nostre mani («avete adorato l'opera delle vostre mani», ci ammonisce la Parola di Dio), ci dimostra che non per scherzo Dio ci ha amati dandoci tutto nelle mani: «Ecco, io pongo nelle tue mani la vita e la morte.  Scegli la vita!», dice il Signore. Abbiamo scelto la morte.

 

* * *

 

Il tempo ci è stato dato per trovare Dio. Ce ne siamo dimenticati da un pezzo. Tutti presi dal problema di avere, di guadagnare, ci siamo scordati del problema di essere, di vivere, di cercare Dio. «Siamo caduti vittime del lavoro delle nostre mani: è come se le forze che abbiamo dominato avessero dominato noi», scrive Abraham Heschel.

L'uomo ha creduto di essere il padrone assoluto delle cose, della natura, dello spazio, delle creature. Ora sta scoprendo, suo malgrado, che le cose, la natura, le creature, lo spazio hanno dei loro diritti che vanno rispettati.

Noi che ci ribelliamo a sentir parlare di padroni e contestiamo ogni autoritarismo, siamo stati i più grossolani padroni delle cose e della natura; abbiamo strumentalizzato tutto, anche gli uomini, ai nostri fini. In più abbiamo adattato, compromesso, confuso, la parola stessa di Dio disincarnandola dalla nostra vita quotidiana, relegandola in luoghi e tempi solitari, particolari, disimpegnandola dal suo fine, dalla sua universalità, per farne un moralismo di figura.

 

Abbiamo ritenuto di essere liberi di adottare l'atteggiamento preferito riguardo ai problemi di questo mondo, e che tale atteggiamento non dipendesse dalla soluzione del problema di Dio. Abbiamo ritenuto di essere liberi di conquistare la terra e di dominarla a nostro piacere facendola servire ai nostri interessi ed alle nostre ambizioni , credendo di esercitare quel potere che il Creatore ci aveva dato creandoci: «riempite la terra e assoggettatela».  L'abbiamo ritenuta un'autorizzazione a farla da padroni autonomi: invece era un ordine a tenere assoggettati in noi i desideri della terra al nostro spirito, in modo che questi potesse mantenersi in alto e liberamente occuparsi di Dio.

Dio non ci ha mai autorizzati a lasciarci dominare dai desideri della terra, né a fare da padroni in essa. La terra, e dicendo terra dobbiamo intendere tutte le creature che vivono in essa e tutti i beni, non è a servizio dei nostri interessi, né delle nostre ambizioni, né delle nostre teorie o dei nostri dogmi economici: essa rivela di avere in sé un suo disegno, una sua finalità che l'uomo ha sconvolto: le creature hanno un loro destino che vuole essere rispettato.

 

* * *

 

Credevamo che tutto fosse nostro; scopriamo che tutto è di Dio. Credevamo di essere in casa nostra; scopriamo di essere nella casa di un Altro.

«Togliti i calzari dai piedi, poiché il luogo dove stai è terra santa», ordina il Signore Dio a Mosé. Non solo non ci siamo tolti i calzari, ma abbiamo preteso e ritenuto un vanto, un motivo di prestigio, mettere i nostri piedi su tutto e calpestare ogni cosa, anche il diritto agli altri di vivere.

Ora incominciamo a scorgere che verremo a trovarci al centro di un uragano. È la rivolta della natura, di tutte le creature, contro l'uomo. Forse qualcuno ci sta ordinando, e non in modo tanto gentile, di toglierci i calzari dai piedi, perché non siamo in casa nostra. Certi «tempi duri» sono l'unica maniera per farci prendere coscienza di certe cose.

 

* * *

 

Di una cosa però sempre ed in tutto dobbiamo essere certi: la Provvidenza di Dio è all'opera e Dio sta lavorando non per condannarci, ma per salvarci da tutti gli abissi in cui noi per la stoltezza di rifiutare Dio finiamo per precipitare. Dio non ha voluto questi «segni dei tempi» per lasciarci nella disperazione e nell'angoscia di «ciò che sta per accadere», ma per farci capire la Verità e salvarci, per dirci di elevare i nostri occhi in alto, nella ricerca di Lui, affinché trovandolo possiamo essere liberi.

«Quando incomincerete a vedere queste cose, alzate il vostro capo, perché la vostra liberazione è vicina», dice Gesù.  Nell'incendio che sta divorando la nostra casa, Egli ci offre un'uscita di sicurezza.

 

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Il divino sta penetrando nel nostro mondo, penetra in noi, nella nostra mentalità, nei nostri templi; diventa misura di tutte le cose; ritorna al suo centro. I «segni dei tempi» in cui noi oggi ci troviamo, ci rivelano che non c'è problema di questo mondo che non dipenda dalla soluzione del problema di Dio. Ci mettono in evidenza e ci fanno capire sempre più nettamente l'assoluta necessità per noi di Dio e di Dio solo, anche se ce lo fanno capire per contrasto. Ci fanno prendere coscienza del valore immenso per noi della ricerca di Dio avanti a tutto. «È  necessario che risplenda agli occhi di tutti che il nostro unico bene assoluto è Dio e che la nostra patria definitiva è al di là del terrestre, scrive oggi P. Loew.

Ecco, nei segni dei tempi vi è una lezione profonda, vi è tutta una teologia: è la teologia ch'è scritta per noi in tutto l'universo.

L'universo, il mondo, sono positivi per la nostra vera vita solo se mantenuti uniti al Pensiero di Dio. Nessuna parola va staccata dal suo Pensiero. Dio ha unito a Sé la creazione, come ha unito a Sé ogni uomo. Non si deve separare ciò che Dio ha unito; non si deve separare il mondo da Dio, e gli uomini da Dio, e noi stessi da Dio, a meno di farne una negatività, un fattore di morte.

 

 

 

Capire il significato delle cose

 

 

Il problema non sta nel salvare la natura o purificare l'aria, ma nel capire qual è il significato di tutto ciò che sta accadendo. I «segni dei tempi» in cui ci troviamo, ci comunicano e rivelano qualcosa di grande del mistero dell'opera di Dio tra noi.

«La vita di ciascuno, scrive Jacques Rivière, è rigorosamente concertata, con un ritmo sempre più incalzante, sempre più serrato, quanto più si avvicina alla fine». È il ritmo sempre più incalzante, sempre più serrato di Dio che sta operando per rendere percepibile in questa durezza di mente e di cuore che portiamo in noi, la sua Verità e salvarci. Tutte le sue opere sono fatte per questo fine. «Sì, dice il Signore, io desidero la conoscenza di Dio più di tutte le offerte e i sacrifici». Ecco ciò che Dio vuole.

 

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L'opera di Dio avanza in due direzioni: abbattendo il negativo e semplificando l'essenziale. Demolizione e sgombero. Dio opera cioè per farei ritornare semplici come bambini davanti a Lui che parla in tutto, perché Egli stesso dice che «se non ritornerete come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli».

Fintanto che noi, carichi della prudenza del mondo e dei suoi argomenti, crediamo di risolvere i nostri problemi altrimenti, non siamo in grado di vedere la Verità. Siamo ancora in attesa dell'opera di demolizione. «Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai prudenti e le hai rivelate ai piccoli», dice Gesù al Padre suo.

Ora Dio, attraverso i «segni dei tempi», sta abbattendo tutti gli idoli che gli uomini hanno elevato sugli altari della loro vita e davanti ai quali si sono inginocchiati, essi che non vogliono essere chiamati religiosi, in profonda adorazione, sacrificando se stessi ed i loro figli.

Sta così accadendo quanto l'Arca Santa d'Israele provocò quando venne posta in un tempio pagano:

«Ora i Filistei presero l'Arca di Dio dal popolo di Israele e la trasportarono nella loro città di Azoto e la collocarono nel tempio del loro dio Dagon, e la misero vicino a Dagon.

Il giorno seguente allo spuntar del giorno, alzatisi quelli di Azoto, ecco che Dagon giaceva bocconi in terra dinanzi all'Arca del Signore. Presero allora Dagon e lo rimisero al suo posto.

E di nuovo, alzatisi la mattina seguente, trovarono Dagon che giaceva bocconi in terra dinanzi all'Arca del Signore, ma la testa di Dagon e le sue mani erano troncate e gettate sulla soglia del tempio».

Dio sta facendo pulizia nel suo tempio, e suo tempio siamo noi. Dio sta demolendo e sgombrando tutto ciò che ci impedisce di vedere e di capire. «L'uomo quando è ricco non capisce più niente», dice la Scrittura. E noi siamo diventati molto ricchi.

Avremmo dovuto noi stessi semplificare la nostra vita nell'unica cosa necessaria, nell'unico amore, nell'unica ricerca, poiché la vita ci è stata data per questo. Invano Gesù, il Maestro divino, ci ammoniva: «La vita non viene dalle cose che avete; datele via e vedrete la vita». Non abbiamo capito; anzi ci siamo irrigiditi sempre più a difendere ciò che avevamo, a rimettere in piedi i nostri idoli.


 

 

 

Tutto è carico di significato

 

Non c'è un solo punto dell'universo che ignori l'uomo. Quando Dio, dopo aver creato l'universo, riguardò le cose fatte, vide e riconobbe che tutte erano «molto buone».  Buone per chi? Per che cosa? Buone per l'uomo. Gli dicevano qualcosa per la sua vita, per la sua salvezza: gli comunicavano messaggi di verità. Tutte le cose sono cariche di significato per l'uomo.

Se tutte le cose hanno un significato per l'uomo, non c'è noia in esse. La noia sorge là dove manca un significato: per questo essa domina sempre in ogni giorno, in ogni compagnia, in ogni lavoro, in ogni vita, quando non hanno un significato, quando nessuno sa quale significato possano avere.

La noia è tra gli uomini, non nell'universo di Dio. È in noi che l'universo diventa monotono.

Tutte le cose infatti giungono a noi per offrirci il loro significato, perché ce l'hanno. Se lo cogliamo, ci rivelano Dio; se non lo cogliamo, diventano abitudine e noia e quindi muoiono, in noi.

È il significato che giustifica l'esistenza di una cosa, di un essere. Quando il significato viene meno, cessa anche il motivo della sua esistenza. Allora subentra la noia, questo necroforo incaricato di seppellire tutto ciò che non ha più significato per l'uomo. Noi stessi non possiamo sopportare la nostra vita quando questa non ha più senso.

Così forme e strutture svuotate di contenuto autentico cadono come vecchi scenari una sull'altra. Ogni mattino che ci leviamo troviamo un idolo caduto, un mito abbattuto, una tradizione cambiata.

 

I cambiamenti ci denunciano la relatività di una cosa e quindi ci sospingono avanti. Verso dove?  Verso che cosa? Ci sospingono verso l'essenziale, verso l'Assoluto.  Il mutare, il passare delle cose ce lo mette in evidenza.

Via via che gli idoli cadranno, apparirà sempre più grande, sempre più vero: Dio nostra Vita.


 

 

 

I tempi della vita camminano a senso unico

 

Le cose ci sospingono verso l'essenziale: le cose con il loro mutare, con il loro passare.

Così, sia che intendiamo il significato dei tempi e andiamo verso lo Spirito perché abbiamo visto i suoi segni, sia che non intendiamo, tutti siamo costretti a camminare verso l'Assoluto: entriamo in lotta con il mistero divino. È la lotta di Giacobbe.

Il tempo con le sue lezioni di vita ci raduna tutti, buoni e cattivi, credenti e atei, davanti a Dio.

A questo punto possiamo capire la parabola di Gesù nella quale paragona il Regno di Dio ad una rete gettata in mare che raccoglie e porta a riva ogni sorta di pesci. È la logica di Dio.

Ogni logica, quando è tale, tende a condurci davanti ad una realtà, ad una presenza: tende cioè a farcela vedere, constatare, a evidenziarcela.

La logica di Dio ci sospinge davanti alla sua Verità, al suo Verbo. Sarebbe un errore allora cercare di trattenere, di perpetuare ciò che passa, vivere di cose passate ritenendo che il tempo sia una fatalità che non lascia se non un residuo amaro di ricordi e ceneri, ruderi e monumenti da custodire.

Il tempo ha un significato nettamente positivo. «Non ritornate indietro a prendere le cose vostre; non fate assegnamento su cose passate», perché le cose passano per sospingerci avanti, verso Qualcuno che ancora non conosciamo, che ancora non abbiamo incontrato. «Chi, messa la mano all'aratro, si volge indietro, non è fatto per il Regno di Dio», dice Gesù.

 

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La salvezza sta davanti a noi. Bisogna ricordarci della moglie di Lot:

«E fattosi giorno, gli Angeli sollecitarono Lot dicendo: affrettati, prendi tua moglie e le due figlie che hai, per non essere travolto nel castigo di questa città.

E indugiando egli, presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, perché il Signore voleva risparmiarlo. E lo condussero via, e lo misero fuori della città; e quivi gli parlarono dicendo: salva la tua vita: non voltarti indietro e non ti fermare in tutto il paese circonvicino, ma salvati al monte affinché tu non perisca.

Il Signore dunque piovve sopra Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco dal cielo e distrusse quelle città e tutto il paese all'intorno, tutti gli abitanti delle città e tutto il verde della campagna. E la moglie di Lot, essendosi voltata indietro, fu cambiata in una statua di sale».

Fu una lezione di vita, una parabola del Signore carica di insegnamento per noi, per farci capire come dobbiamo comportarci nei nostri «segni dei tempi» ed evitare di diventare «statue di sale».

 

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I tempi camminano a senso unico: tutto converge e si fonde in un'unica Realtà. Al centro del mondo che muta e si consuma, al centro dei tempi, si profila un volto, un Nome: la realtà di Cristo. Lo sguardo degli uomini viene concentrato sulla sua figura, sulla sua Persona.

È Lui che viene, perché è Lui che è.


 

 

Niente è indifferente

 

L'universo non conosce l'indifferenza: in esso non vi sono due cose uguali.

L'equivalenza di tutti gli orientamenti o di tutte le vie, o di tutte le religioni, è un'astrazione nostra; non è la realtà. I fatti della vita, i «segni dei tempi» in cui oggi ci troviamo, ci dimostrano in abbondanza la non-uguaglianza delle vie e la non-equivalenza degli orientamenti che diamo alla nostra vita.

Non c'è niente di uguale, niente dello stesso valore, quindi non c'è niente di indifferente. Non è indifferente fumare una sigaretta o non fumarla, andare in macchina o andare a piedi, dire una parola o non dirla o dirne un'altra; non è indifferente né per il cielo né per la terra che l'uomo abbia un fine piuttosto che un altro, viva per una cosa piuttosto che per un'altra, abbia un pensiero, un desiderio, una fede, un amore anziché un altro.

 

* * *

 

In effetti o si va verso una maggiore vita, o si va verso una distruzione di vita. Non c'è via di mezzo; non c'è situazione di indifferenza. In ogni cosa c'è una nostra scelta; quindi in ogni cosa ci compromettiamo rivelando quello che abbiamo in cuore: il pensiero di Dio o il pensiero del nostro io.

Se non c'è indifferenza, nulla è affidato al caso, nulla alla probabilità, ma tutto è proposta all'uomo per accogliere da lui una risposta d'amore, per dargli la possibilità di rivelare quanto amore ha per Dio.

Il caso non esiste; esiste invece la responsabilità dell'uomo.

Il senso dei tempi ci riconduce a qualcosa che abbiamo smarrito vivendo nel mondo e con il mondo, fino a farci individuare il preciso centro essenziale della vita.  Ci mette di fronte alla nostra responsabilità e ci ripropone la volontà di Dio come scelta.

Il tempo fa parte della rivelazione di Dio e fa valere quindi davanti all'uomo il posto di Dio. Si va cioè verso un compimento di giustizia.

Tutto sta diventando pagina di Vangelo. Le cose diventano segni; i segni parabole. E tutto diventa Parola di Dio.

Tutto il mondo con i suoi tempi e le sue creature diventa Vangelo: e rimane tale per sempre, in noi. «I cieli e la terra passeranno, ma le mie Parole non passeranno», dice Gesù.

Le cose passano; le Parole no. Quando le cose (i cieli e la terra) sono diventate Parole di Dio, non passano più.

Ma allora sono Parole e non più cose. E quando le cose sono diventate Parole di Dio, non è più possibile vivere per noi stessi. Fintanto che le cose sono cose, e non parole, noi possiamo, dimenticando Dio, vivere per noi stessi, pensare a noi stessi, lavorare per noi stessi, arricchire, tesoreggiare per noi stessi, far convergere tutto su noi stessi, cercare la nostra gloria. Possiamo rivestire le cose del pensiero nostro, dare loro il nostro nome, dire: questo è mio. Ma quando le cose sono diventate Parole di Dio, non lo possiamo più. Dio ha ripreso ciò che è suo.

Ora tutte le cose stanno diventando Parole di Dio; non passerà la nostra vita che tutto il nostro mondo sarà trasformato in Parola di Dio.

 

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Il tempo è la logica con cui Dio opera questa trasformazione e prende possesso di ciò che è suo.

Il tempo ci rende impossibile difendere ciò che è nostro, ciò su cui abbiamo messo il nostro nome: «Furono rispettate solo quelle case le cui porte erano segnate dal sangue dell'Agnello».

Il tempo con il suo tramonto delle cose ci rende impossibile ogni vita per noi stessi: ci riporta cioè di fronte all'amore ed all'amore unico, all'amore semplice.  Ci ripropone un'unica fedeltà: la fedeltà a Dio solo. «Amerai il Signore Dio tuo e servirai a Lui solo». Una cosa che dovevamo capire fin dal principio, quando il mondo era ancora mondo e noi potevamo offrirlo come nostra offerta d'amore e pegno di fedeltà.

Fintanto che noi possiamo sacrificare qualcosa per un amore abbiamo la possibilità di assicurarci l'amore.

Invece noi, piuttosto che sacrificare qualcosa, abbiamo moltiplicato i nostri amori: credevamo di arricchire la nostra vita, invece l'abbiamo complicata terribilmente; ce la siamo resa difficile, impossibile, assurda. E finiamo per morire in questo assurdo.

Questo avviene perché ci dimentichiamo dell'unica cosa necessaria, di quell'unica cosa che dovevamo fare e per la quale abbiamo avuto l'esistenza e tutto. Abbiamo creduto che tutti gli orientamenti fossero equivalenti, che tutte le vie fossero uguali, e che si potesse amare una cosa e l'altra, credere in una cosa e in un'altra.

Invece esiste un solo modo di amare, un solo modo di accogliere le cose, un solo modo di credere e di vivere, e unica è la cosa necessaria.

 

 

 

Un problema che si impone

 

Avevano posto a Gesù un problema: se si dovesse pagare l'imposta a Cesare, l'imperatore. «Tu che insegni la via di Dio secondo la Verità e non guardi alle persone, dicci: dobbiamo pagare il nostro tributo a Cesare?», gli avevano mandato a chiedere i Farisei.

In questo problema del tributo è incluso ogni problema che susciti nella coscienza dell'uomo un conflitto tra i suoi diritti e i suoi doveri, tra i suoi interessi e quelli degli altri o della sua società. In ogni conflitto di interessi l'uomo si chiede: è giusto o no? debbo o no? e se debbo, fino a quale punto?

Il problema dei Farisei di allora è il problema di ogni uomo.

 

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L'uomo è un essere fatto su dimensione infinita: egli porta l'infinito dentro di sé e tende all'infinito. Ogni ostacolo su tale sua direzione di marcia diventa per lui una privazione, una minaccia, un nemico, più o meno confessato, delle sue aspirazioni e quindi della sua vita.

 

Così chi si pone il fine di arricchire tende ad arricchire all'infinito e mal sopporta chi gli sottrae qualcosa ai suoi guadagni. Così chi si pone il fine di far servire gli altri mal sopporta chi gli contesta la sua autorità o chi pretende di pensare con la propria testa. I despoti hanno sempre ostacolato gli uomini che pensano.  Chi si pone il fine della gloria mal sopporta chi lo umilia.

E chi si propone una carriera non sopporta di essere scavalcato.

L'uomo non sopporta di essere ostacolato, perché egli è fatto per l'infinito e non sopporta i limiti e le restrizioni: a tal punto che l'ostacolo non superato gli apre le porte alla nevrosi.

 

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Uno solo però è il campo sul quale egli può andare avanti all'infinito: Dio. In ogni altro luogo egli fatalmente, con le sue esigenze infinite, finisce sempre di suscitare conflitti con le altrettante, e quindi ugualmente valide come le sue, esigenze infinite dei suoi simili in tale campo. Di qui i problemi, le contestazioni, le liti, le discussioni, le guerre: un labirinto di questioni e di parole e di violenze dal quale l'uomo non esce più né vivo, né libero, né intero.

Non sono quindi i problemi in cui gli uomini si vengono a trovare che interessano, poiché questi sono una logica conseguenza del fine verso cui hanno scelto di camminare: chi cerca il denaro avrà problemi di denaro e dovrà entrare in conflitti per questioni di denaro; chi cerca la carriera e il posto avrà problemi di carriera e dovrà entrare in conflitto con gli altri per questioni di carriera, di posto, di gloria, ecc.

 

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Ciò che veramente interessa sono i motivi per i quali gli uomini fanno tali problemi, tali questioni, tali lotte, poiché qui, in questi motivi, si rivela ciò che hanno scelto per loro vita, ciò che loro più sta a cuore, e si rivela quindi l'amore che hanno, o non hanno, per la Verità, per Dio e, mentre fanno problemi di verità e di giustizia, quanto si preoccupino, o non si preoccupino, della Verità e della giustizia.

Il vero problema è cioè a monte dei problemi. «Noi non ci chiediamo se l'uomo è triste, ma perché è triste; non se ha paura, ma perché ha paura», scriveva s. Agostino.

Più che gli argomenti e i problemi che gli uomini trattano o agitano, sono quindi interessanti i motivi, le ragioni per cui si occupano di tali cose.

 

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Per cui, anche qui, davanti a questa pagina di Vangelo, una lezione di Dio per ognuno di noi, noi non ci chiediamo se l'uomo debba pagare o no il tributo a Cesare, comunque questo si conformi, ma ci chiediamo perché gli uomini abbiano fatto e facciano tale questione.

Essi fanno questioni terrene, problemi di giustizia, di coscienza, di onestà, quasi stiano loro molto a cuore la giustizia e l'onestà e la coscienza e l'amore e la pace e la libertà degli uomini.

Che cosa di più onesto, di più coscienzioso, chiedere se dobbiamo pagare il nostro tributo a Cesare? Invece in esso c'era la malizia: quel problema era uno schermo per nascondere un altro proposito, un altro problema.

Il loro vero problema era infatti: come far fuori Cristo dalla loro città, dai loro affari, dal loro prestigio, dalla loro vita. Dice infatti il Vangelo: «Complottavano in quale modo farlo cadere in fallo, onde poterlo accusare».

 

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Questo ci fa pensare che i tanti problemi terreni siano uno schermo dietro il quale si nascondono ben altri problemi: quello di sfuggire al vero problema o quello di cercare di riempire in qualche modo il vuoto di giustizia che portiamo dentro di noi quando abbiamo messo fuori il vero problema.

I tanti nostri problemi, le tante nostre questioni, sono facciate con cui schermiamo le rovine del nostro vero problema non risolto: Dio. Ci imbottiamo di essi per non «dover» aver tempo per Dio. Ci saturiamo di rumore e di impegni per non «sentire» il suo problema e il suo impegno.

Dissociati da Dio dobbiamo imbottirci di parole e problemi del mondo, fino a toglierci ogni possibilità di tempo interiore, nell'illusione di colmare il vuoto e far tacere l'angoscia lasciatici dall'aver trascurato ciò che dovevamo mettere prima di tutto: la ricerca di Dio.


 

 

 


(il nuovo libro verrà proposto il 07.10.2019  

 - Madonna del Rosario - )

 


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