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UtUnumSint

parte precedente

 

Parabole del Signore

 

Parte terza

 

PARABOLE DELLA SERA:

il rendiconto

 

Dio è sempre la nostra crisi:

una crisi che già inizia

nel mattino,

ma che nella sera esplode

e si rivela..


 

 


 

Poter dire nella mia sera: mi sono fidato di Te, o Signore!

 

Poter dire al termine

Della mia vita terrena,

poter dire nella mia sera:

mi sono fidato di Te, Signore!

 

Mi sono fidato delle parole del mio Dio,

ho fatto conto su di esse.

 

Tu, Signore, hai fatto

tutte le cose

perché l’uomo si fermi

ad ascoltare pensoso

la Tua voce.

 

Tutto parla di Te,

ma nessuno ci può dire

quello che Tu solo

dici di Te,

quello di cui ha sete

l’anima dell’uomo.

 

È dunque necessario

elevare il nostro pensiero

e la nostra attenzione

direttamente a Te,

Signore Dio

Immenso e presente,

per ascoltare quella Parola

che Tu solo dici,

la Tua unigenita,

e che nessuna cosa al mondo,

né creatura viva,

né uomo, possono dire.

 

Sì, Signore, poter dire:

mi sono fidato

più delle tue parole

che di quelle che diceva il mondo,

che diceva la gente,

che diceva

la mia stessa esperienza.

Poter dire nella mia sera:

mi sono fidato di Te, Signore,

e di quello che Tu hai detto!

 

 

 


Parabola degli operai in una vigna

 

«Il Regno di Dio è simile ad un padre di famiglia uscito di buon mattino sulla piazza del paese a cercare operai per la sua vigna».

 

Paese, piazza, vigna, luoghi di questa parabola, e anche quel mattino, sono cose e fatti e tempi che portiamo dentro di noi, nella stessa nostra vita.

 

Dio stesso è come una vigna che si offre ad essere lavorata dall'uomo, un impegno per lui, una occupazione: la principale. Dio si è fatto oggetto di lavoro dell'uomo; per essere sua vita, si è fatto suo compito. Ha creato l'uomo, un pioniere dell'infinito, un cercatore del Dio vivo.

 

Per questo, il Verbo di Dio tra noi è come uno che venga a chiamarci, già fin dal principio.

 

* * *

 

«Uscì di buon mattino a cercare lavoratori».

 

E' il «momento» dell'uomo, il «suo» mat­tino. Momento in cui è chiamato ad avere un nome ed un cognome, una personalità; ad assu­mersi un volto; ad assumersi cioè la responsabilità di un amore, di una strada, di una vita. Momento in cui l'uomo è chiamato a separarsi dal mondo, dalla massa, dalla mentalità degli altri per inco­minciare a vivere con un pensiero suo, un amore suo, una scelta sua.

 

E' una nascita, un salto di qualità. Si diventa persone: esseri che hanno in se stessi la ragione del loro pensare, del loro amare, del loro vivere, con una lampada accesa nelle proprie mani.

 

Sorge un giorno meraviglioso, pieno di luce. Ma potrebbe anche segnare l'inizio di un giorno di tristezza, di tenebre e di morte.

 

Attenti alla sera! Dio è sempre la nostra crisi: una crisi che già inizia nel mattino, ma che nella se­ra esplode e si rivela.

 

* * *

 

«Uscito di nuovo verso l'ora terza, ne vide altri che se ne stavano oziando in piazza».

Li venne a cercare «sulla piazza del paese», nel luogo cioè dove gli uomini se ne stanno quando non hanno da fare, ed in cui stanno fintanto che non fanno l'unica cosa necessaria, perché fintanto che si vive per cose che passano, si è sempre in piazza, con l'animo non preso, disoccupato.

 

Dio viene quindi là dove gli uomini stanno a fare niente; un fate niente che agli occhi di Dio comprende anche coloro che si affaticano dal mattino alla sera solo per cose esteriori, ambizioni, figura, gloria, denaro. A che vale? Egli dice. A che vale guadagnare anche tutto il mondo? Tutti lavorano per guadagnare qualcosa del mondo. Ma la vita non viene da queste cose. Dunque c’è un’azione, un fare, che non raccoglie, che non dà vita, né amore, che non salva, che non costruisce, ma che è inutile, vano, demolitore dell’anima. «Chi con Me non raccoglie, disperde», dice il Signore. 

 

Dio viene su quella piazza dove gli uomini constatano l’inutilità delle loro fatiche, della loro vita: «Ci siamo affaticati tutta la notte e non abbiamo preso niente». Quanti uomini debbono confessare tristemente questo, nel profondo della loro anima «non abbiamo preso niente». E forse hanno guadagnato milioni e miliardi.

 

La piazza del paese è la nostra vita. La vigna è Dio. E Dio non è il mondo, né la terra, né gli uomini, né la società, né il denaro.

 

Bisogna cioè vivere per altro da tutte queste cose od esseri, se si vuole vivere, se si vuol evitare di lavorare tutta la vita per niente.

 

* * *

 

«E venne ad ogni ora del giorno».

 

Non vi è tempo che non sia tempo per l'uomo, tempo per rispondere alla sua vocazione all'unica cosa necessaria: cercare Dio. Che non sta nell'andare qui o là, o nel lasciare questo piuttosto che quello.

 

Non vi è tempo in cui Dio non lo chiami, perché Dio  è presente in tutto e la sua presenza stessa è già vocazione, chiamata.  Dio chiama tutti.

 

Ma non si cammina in gruppo e non si può aspettare il gruppo per fare la scelta, o la decisione di qualcun altro.  Non c'è nessuno che possa scegliere e decidere per noi, e se noi affidiamo la nostra scelta ad un altro, scegliamo male.  L'amore o è un fatto personale, o non è amore.

 

L'incontro con Dio è sempre personale, perché è un incontro d'amore. Per questo, Dio ci chiama per nome.  Nessuno di noi si può giustificare dicendo: gli altri, il lavoro, la famiglia, la società, la nostra istituzione.

 

Ogni uomo ha un compito importante, riservato a sé solo, da fare nel suo segreto, con Dio, lontano dagli occhi del mondo. Mancando il quale, tutta la sua vita viene meno.  Rimane in piazza a fare niente.

 

Ogni uomo è chiamato a conoscere il suo Signore, a contemplare la sua Verità, a vivere in essa, fin da quel primo giorno in cui Dio creò il cielo e la terra e disse: sia fatta la luce.

 

* * *

 

«Perché ve ne state tutto il giorno a fare niente?».

 

Tristezza di un giorno che sta passando tra cose morte, senza alcuna utilità vera, senza cielo: vuoto di vita. Noia di trascorrere la giornata in piazza, tra chiacchiere inutili di gente che non sa dove andare, là dove si ripetono sempre le stesse cose, gli stessi gesti, gli stessi convenevoli, e si leggono sempre gli stessi giornali con sempre gli stessi titoli e le stesse notizie, con sempre gli stessi commenti; là dove non si ha niente da dire, perché la vera novità è Dio. E' nella ricerca e nella conoscenza di Dio che troviamo l'armonia con la nostra vita, l'accordo con il nostro destino, la novità continua che dà tono e gioia ad ogni nostro giorno. Nel pensiero di Dio tutto è continua novità, perché in Lui vi è l'invito ad andare oltre, a cercare ancora, ad approfondire, ad unificare, ad amare di più: un continuo invito a superarci per ricevere di più la sua grazia, la sua Verità.

 

Invece nel pensiero di noi stessi tutto diventa ripetizione, abitudine; tutto diventa vecchio, senza più la grazia di superarci, di dimenticare, di amare: e non attrae più. Si resta così interiormente disoccupati, indifferenti a tutto: non c'è più niente che ci prenda, vivessimo anche mille anni.

 

* * *

 

«Nessuno ci ha presi a lavorare».

 

Povertà della natura umana che da sola è incapace di lavorare se nessuno la prende. Nobiltà della natura umana che si rifiuta di lavorare se non è presa. Di qui l'attesa e la sofferenza di ogni uomo.

 

Essere presi significa incominciare a vivere con un amore; significa avere la giornata e il cuore pieni di una persona, di un pensiero, di un impegno; significa sentirsi pionieri in una regione di lavoro. E' ricevere un senso per la propria vita.

 

Solo Dio può veramente occupare l'uomo. Se Dio non prende e non attrae, l'uomo invano si affatica a darsi un'occupazione, un senso alla vita, a rendersi attraente per essere attratto, preso: sarà sempre intimamente disoccupato, quindi sempre in piazza.

 

* * *

 

«Andate anche voi a lavorare nella mia vigna».

 

Più che un lavoro esteriore, l'uomo ha bisogno di trovare un lavoro interiore, qualcosa che gli impegni l'anima e lo liberi dal vagabondaggio dietro tutti i pensieri vani, inutili, che gli giungono dal mondo.

 

E' la disoccupazione interiore che dà tristezza. Ci siamo molto preoccupati per avere un lavoro, una occupazione esteriore; ma non ci siamo preoccupati di trovare un'altrettanta e più urgente occupazione interiore.

 

Il cantiere non ci riempie l'anima, né il negozio, né l'ufficio, né la scuola. Non ci riempiono l'anima; non ci danno la Verità, né il senso dell'eterno di cui abbiamo bisogno per non morire, dentro; per sentirci vivi.

 

E quando di noi abbiamo scritto soddisfatti: occupato a tempo pieno, non ci siamo accorti del grave vuoto che rimaneva in noi. Ubriachi dei nostri guadagni, dei nostri progressi nel benessere materiale, abbiamo soffocato, distrutto la parte che in noi pensa, crede, ama e vuole essere libera e disponibile per ciò che vale di più. Restando interiormente disoccupati, ci siamo svuotati di vita, ed è rimasto di noi solo più una corteccia di uomo senz'anima e senza pensiero, che chiama suo tesoro la materia e l'apparenza.

 

Cristo che è venuto a portarci la vita, è venuto ad offrirci una vera occupazione a tempo pieno, ma dentro, a darci la possibilità di fare l'unica cosa necessaria. E non bisogna porre condizioni a Lui, né difficoltà, né rinvii, né scuse. Le vere offerte di lavoro sono offerte d'amore e non si rinnovano.

 

* * *

 

Lo scandalo nella sera. Bisogna aspettarcelo. Con Dio le sorprese sono sempre in ultimo. «Hai serbato il vino buono per ultimo», qualcuno aveva già esclamato al suo primo miracolo. Anche qui bisogna attendere la sera, la fine della giornata, per intendere il senso di questa parabola, che è poi il senso del tutto. Nel fine ogni cosa assume il suo posto. Ed è proprio qui che scoppia lo scandalo.

 

Avvenne così: «Fattasi sera, il padrone della vigna disse al fattore: Chiama gli operai e dà loro il salario cominciando dagli ultimi. Vennero avanti quindi quelli dell'ora undecima e ricevettero ciascuno un denaro. Poi vennero i primi che pensavano di ricevere di più. Ma anche essi ricevettero un solo denaro per ciascuno. Perciò mormoravano contro il padre di famiglia dicendo: questi ultimi non hanno lavorato che un'ora sola e li hai uguagliati a noi che abbiamo portato il peso della giornata e del caldo».

 

Non volevano essere uguagliati.

 

Ma quel padre di famiglia guardava più lontano, guardava ai cuori. Per questo aveva voluto che si incominciasse dagli ultimi, da quelli che nessuno aveva preso e che erano stati tutto il giorno a fare niente; da quelli i quali, quando venne Qualcuno, benché fosse l'ultima ora del giorno, se ne andarono con Lui, anche se poca ormai era la speranza di una ricompensa e molta l'umiliazione e l'ironia da parte di coloro che in piazza li vedevano partire per andare a lavorare nella vigna alle cinque della sera.

 

Era poca o nulla la speranza di una ricompensa, ma era stata lunga l'attesa e quindi era tanto l'amore. E Colui che li aveva presi, essendo Qualcuno, guardò all'amore e non tenne conto né del tempo, né della quantità di lavoro compiuto. Le statistiche di Dio non sono fatte con i nostri numeri.

 

Dava a tutti lo stesso denaro. Bellezza della giustizia di Dio che paga l’amore e trascura l’interesse ed i  calcoli! Guardava agli uomini; guardava a chi aveva offerto di più.  E incominciava dagli ultimi per far rivelare ai primi il loro animo.

 

* * *

 

Così in quella sera ricevevano tutti lo stesso denaro; ma alcuni ricevevano amore, gli altri offesa e tristezza. Pensando a se stessi ed ai propri diritti, questi si vedevano defraudati, offesi.

 

Pensando a se stessi si erano preclusa la pos­sibilità di intendere lo spirito e di ricevere l'amore.  Non giovò loro il lavoro fatto; né la giornata. Non intesero l'unica cosa necessaria. Proprio in questo si rivelava che la giustizia di Dio aveva visto bene, aveva visto a fondo e non faceva torti.

 

Tanto più si riceve amore quanto più è il distacco dal pensiero di sé ed il disinteresse per il guadagno, o il posto.

 

In quella sera Gesù insegnava agli uomini come si deve fare per ricevere l'amore e restare nella Verità. Per imparare ad amare bisogna saper non pensare a se stessi, bisogna saper superarsi, ignorarsi.

 

Ci insegnava così che la vera sapienza non sta nel conoscere se stessi, ma nell'ignorarsi, per amare e accogliere il Signore.


 

 

 

Parabola dei talenti

 

Mai Dio è stato così presente e così incombente sulla scena del mondo. Il suo problema si fa sentire ovunque. Si è costretti a scegliere e grande è l'inquietudine per non aver un criterio di giudizio sufficiente. La scelta si pone in termini sempre più personali e drammatici perché non si è prepa­rati.  Evidentemente anche per il nostro tempo la provvista di olio, di cui nella parabola delle vergini, viene a mancare. Non si regge alle esigenze del momento.

 

Oggi si constata quanto importante sia per l'uomo la prova di fedeltà allo Spirito quando le sue esigenze ed i suoi problemi sembrano ancora lontani, perché proprio così egli merita di posse­derlo e di giungere al suo compimento. Allora è riconosciuto da Dio. Ma se per paura o comodità non si preoccupa di Esso e non lo testimonia e non gli è fedele di fronte al mondo, lo perde veramente. L'amore vuole stabilità e sicurezza; ma chi offre ­stabilità e sicurezza se non colui che è stato fedele nella prova quando fu veramente libero di rivelare il suo cuore senza la soggezione di essere veduto e controllato? Chi si fiderà di dare il molto a colui che non è stato fedele nel poco?

 

Nella lezione che Gesù diede con la parabola delle dieci vergini, pose in evidenza come elemento determinante il loro destino sia stata la provvista di olio, in cui si rivelò quanto di suo ognuna avesse messo nel pensare al momento dell'incontro con Dio, momento personale in cui ognuna si distinse.

 

In quella provvista di olio si rivelò il segreto dei cuori e le stolte dimostrarono la loro stoltezza per non aver «preparato la via del Signore». Il loro cuore era altrove quando il Signore era lontano. Dopo aver quindi messo in evidenza che tutto viene a dipendere non dalla fede, né dalla virtù, né dall'andare in gruppo gli uni dove gli altri vanno, Gesù fa seguire un'altra lezione in cui pone l'accento sull'impegno personale delle vergini savie: ne nasce la parabola dei talenti: una parabola cioè tutta in­centrata sullo sforzo personale, indipendentemente dalle doti, dai talenti, dalle qualità che ognuno può aver ricevuto o non aver ricevuto. Ci volle insegnare che Dio non premia la dotazione iniziale, il «luogo» in cui uno è nato, ma il lavoro personale che ognuno ha voluto fare nel cammino verso la verità del Regno di Dio.

 

* * *

 

«E avverrà come di un uomo, il quale, in procinto di partire per un paese lontano, chiamò a sé i suoi servi e affidò loro i suoi averi. Ad uno diede cinque talenti, ad un altro due, ad un terzo uno; a ciascuno secondo la sua capacità. E subito se ne partì».

 

Erano vicini a Gerusalemme, quando ormai la sua vita terrena volgeva alla conclusione e il Calvario, questa investitura del Regno, questo battesimo riservato a Lui primogenito di tutti i figli di Dio, già si profilava netto sul suo orizzonte. Ma nessuno sapeva essere attento ai pensieri di questo Pellegrino divino «in procinto di partire per un paese lontano» dopo aver affidato tutti i suoi averi a coloro che erano con Lui: «vi ho manifestato tutto quello che ho sentito dal Padre mio e vi ho costituiti affinché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga».

 

«Io ho manifestato il tuo nome agli uomini, ho dato loro le parole che Tu Padre mi hai dato; ho dato ad essi la gloria che mi hai dato».

 

«Diede a ciascuno secondo la sua capacità». Diede  diversi talenti: per insegnare che tutti sono impegnati con tutto ciò che hanno, e che l'uomo deve cercare Dio con tutte le sue forze.

«Amate Dio con tutta la vostra mente, con tutto il vostro cuore, con tutto voi stessi. Sforzatevi di entrare» dice il Signore.

 

Ognuno deve adoperarsi con tutto ciò che ha per entrare nel Regno della Verità, nel Regno di Dio.

 

* * *

 

«E subito se ne partì».

 

Andava lontano per ricevere l'investitura di un regno, il regno del cuore e della mente dell'uomo.

 

Andava lontano per lasciarsi cercare e possedere, e  quindi per possedere l'uomo, non per i doni che gli aveva dato, ma per ciò che Egli è.

 

Andava lontano per offrirsi totalmente all'amore, poiché si può possedere solo ciò che si cerca e desidera. Si diventa capaci di un amore nella misura in cui si soffre per cercarlo.  E' la lunga veglia e il tanto pensiero che ci fanno degni di qualcosa o di qualcuno, e ognuno riceve amore nella misura in cui ha vegliato nell'attesa.

 

Ma quanti dicono «tarda a venire» e incominciano a mangiare ed a bere e ad ubriacarsi con il mondo, saranno posti tra gli infedeli, tra coloro cioè che non sono capaci ad essere fedeli nell'amore.

Così si rivela che Dio si rende assente agli uomini, non perché questi abbiano a vivere senza di Lui, autonomamente, quasi il saper fare senza di Lui fosse un indice di maturità, ma perché ab­biano a capire che senza di Lui non si può vivere, né avere luce, né ordine, né pace interiore.

 

La notte senza di Lui ha tante cose da dirci su di Lui per farci prendere coscienza del nostro bisogno di Lui. Ma se la notte, la lontananza, la solitudine, hanno questo aspetto positivo nella for­mazione dell'uomo, grande deve essere la nostra fiducia e la nostra speranza.

 

* * *

 

«Ora colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò a trafficarli e ne guadagnò altri cinque. Così pure quegli che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Invece colui che ne aveva avuto uno, andò e scavata una buca in terra, vi nascose il denaro del suo padrone».

 

Trafficare i talenti di Dio non significa impie­gare le facoltà che abbiamo per guadagnarci il mondo e soddisfare le nostre ambizioni, poiché Dio stesso ci ammonisce dicendo: «a che vale guadagnare anche tutto il mondo?».

 

Evidentemente il trafficare e il guadagnare di cui parla la parabola s'intende riferito al destino per cui siamo stati creati, cioè a quella vita eterna per cui Dio stesso dice: «Non tesoreggiate ricchezze in terra, ma tesoreggiate ricchezze in cielo. Cercate prima di tutto il Regno di Dio».

 

E aggiunge: «sforzatevi di entrare» con tutti i mezzi che avete a disposizione.

 

I doni di Dio sono semi che vogliono svilupparsi in alberi. Non si può soffocare la propria anima nel mondo; non si può disprezzare il desiderio di Verità di cui ogni uomo è dotato. Il Pensiero di Dio, questo supremo talento dato all'uomo, vuole diventare tutto nell'uomo, perché è tutto.

 

Ogni pianta vuole produrre i suoi frutti: le piante seminate da Dio vogliono produrre la conoscenza di Dio nel cuore dell'uomo.

 

La luce vuole produrre luce. L'Amore vuole produrre amore. La giustizia si perfeziona nella conoscenza. La fede nella carità.

Questo deve avvenire in ogni uomo. Altrimenti tutto si ritrae e tramonta come un giorno inutile e la notte beve ogni cosa nelle sue tenebre.

 

* * *

 

«Dopo molto tempo, il padrone di quei servi ritornò e li chiamò alla resa dei conti».

 

Qual è questa resa dei conti? Ecco, basta vol­tare pagina e la troviamo detta da Gesù stesso: «Quando poi il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, dirà: Io avevo fame e voi non mi avete dato da mangiare; avevo sete e non mi avete dato da bere; ero pellegrino... nudo... malato... carcerato... e voi?».

 

Dio ha mandato la sua fame e la sua sete nel mondo: bisogno di luce, di verità, di amore nell'uomo, in questa creatura che cammina sulle strade della terra sognando il cielo.

 

Il bisogno di assoluto, il bisogno di Dio è Dio stesso che, venendo nell'uomo, lo fa inquieto e lo costringe a vagare di cosa in cosa fintanto che non si incontri con Lui: lo riconosca per ciò che Egli è.

 

* * *

 

«E venne chi aveva ricevuto cinque talenti e gliene presentò altri cinque. Il padrone gli disse: bene, servo buono e fedele, poiché sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto: entra nella gioia del tuo Signore.

Si presentò poi quegli che aveva ricevuto due talenti e disse: ecco, ne ho guadagnati altri due.

Gli rispose il padrone: bene, servo buono e fedele, poiché sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto: entra nella gioia del tuo Signore ».

 

Dava loro la stessa gioia indipendentemente da ciò che avevano avuto, poiché premiava la fedeltà e non la capacità.

 

La fedeltà nel poco preludia ed è garanzia alla fedeltà nel molto e l'uomo incomincia a vedere approssimarsi la realizzazione delle sue speranze. E' la fedeltà nel poco che ci fa ottenere i grandi doni di Dio.

 

Li ricompensava con il possesso dell'amore, con la certezza e la stabilità di esso: «entra nella gioia del tuo signore». Nessuna gioia più grande.

 

La stabilità dell'uomo non viene dalle certezze umane: scenari che cadono non appena ci si ap­poggia ad essi, perché non possono portare il nostro peso. Non viene dal successo, dalla carriera, dalla ricchezza: cose che anzi esaltando l'uomo accrescono in lui l'instabilità, l'incostanza e lo privano della capacità di credere, di sperare e di amare.  Ma viene dalla fedeltà al suo amore, al suo destino, al suo fine nonostante tutto: qui, in questa fedeltà, si forma l’uomo.

 

Certo, il linguaggio della Verità e forte ed esigente: ma ciò rivela la sincerità di ciò che promette e la grandezza dei suoi doni.

 

«Li ricompensava con la gioia». Diede una ricompensa a ciascuno non secondo i doni avuti, ma secondo quanto ciascuno seppe farli fruttificare. Dio premia non la dotazione, ma il lavoro personale. I doni ch'Egli mette nelle mani dell'uomo sono concessioni ch'Egli fa unicamente perché l'uomo possa provare con essi la sua fedeltà al suo Spirito ed abbia campo per dichiarare ciò che egli vuole amare al disopra di tutto.

 

«Presentatosi poi quello che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, sapevo che sei uomo esigente, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura ed ho nascosto il tuo talento sotto terra: eccoti il tuo».

 

Non aveva fatto nulla per cercare Dio; non aveva voluto impegnarsi per vivere secondo il suo amore principale ed aveva seppellito il suo talento, le esigenze della sua anima, il suo desiderio di Verità e di luce, questo talento che Dio dà ad ogni uomo, sotto un cumulo pesante di affari terreni, di impegni, di guadagni, di campagne, di preoccupazioni. Non volle impegnarsi sulla strada della vita spirituale perché troppo difficile, e rigettava la colpa sul suo signore: «perché sei severo e raccogli anche dove non hai seminato». Non era il linguaggio dell'amore.

 

Voleva giustificare la sua mancanza d'impegno con ragioni plausibili e dimostrava ancora di più la sua mancanza d'amore, poiché chi ama non cerca ragioni per giustificare i suoi difetti. Se Dio è tanto esigente da raccogliere persino dove non ha seminato, se opera per trarre da ogni cosa un frutto e perfino il male trasforma in bene, sarà contento ch'io abbia tenuto nascosto il suo tesoro: così ragiona chi non è nell'amore. Voleva far vedere che ciò che aveva fatto l'aveva fatto nel pensiero e per il pensiero di Lui e non avvertiva la testimonianza contraria ch'egli rendeva. Non era l'amore, non era la verità, non era la vita.

 

A che vale vivere se non ci s'impegna in un amore, nella ricerca di Dio prima di tutto?

 

Non aveva fatto nulla. «Ho avuto paura»: questa la sostanza di tutta la sua vita. La paura è un paravento per nascondere le scelte non fatte. Importante per lui era non correre rischi. E venne a trovarsi nel rischio peggiore.

 

Cristo riprova duramente questo calcolo con cui la creatura si autosterilizza

 

* * *

 

«Il padrone gli rispose: servo iniquo ed infingardo! Sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso: dovevi dunque portare il mio denaro ai banchieri, così al mio ritorno avrei ritirato il mio con gli interessi».

 

Colui che non vuole si accumulino tesori in terra e che vuole si presti a chiunque chieda senza attenderci una ricompensa, un interesse, guardava a ben altri banchieri ed a ben altri interessi quando rimproverava quel servo per non aver portato il suo denaro ai banchieri. «Tesoreggiate ricchezze in cielo» Egli dice. I doni di Dio sono dati per una ulteriore elaborazione affidata ad ogni persona, la quale diventa partecipe della Verità nella misura in cui penetra in essi, li approfondisce.

 

La terra, in cui quel servo volle riporre il suo talento, non è un buon banchiere per affidargli la propria vita, il proprio pensiero, la propria anima.

 

* * *

 

«Toglietegli perciò il talento e datelo a chi ne ha dieci».

 

Aveva avuto paura di perdere il suo talento, e lo perse veramente. La vita è scelta: colui che non sceglie per paura di rischiare e per non assumersi le responsabilità e le conseguenze che ne derivano, perde veramente tutto. Il vero peccato sta nel lasciarsi dominare dalla paura di affrontare il rischio di un amore posto al disopra di tutto; sta nel preferire il proprio benessere alla ricerca della Verità; sta nel rifiuto di nascere alla vita vera, alla conoscenza di Dio. Chi non vuole conoscere, non sarà conosciuto; chi non vuole raccogliere, non sarto raccolto. «Non gusteranno la mia cena» dice il Signore. In tutte le cose è sempre lo stesso Spirito che parla.

 

L'amore di sé e del proprio benessere scaccia Dio dal cuore dell'uomo e, con Dio, la vita. L'amore si rende disertore. Allora il demonio ha la via libera, e ognuno può saccheggiare tutto quello che vuole in quell'anima.

 

«Se le fonti non hanno più acqua, se le terre non danno più pane, la colpa è mia che ho dissipato le fonti ed ho calpestato la terra» scriveva don Mazzolari. Se l'amore non ha dato i suoi frutti, la colpa è di chi l'ha disprezzato quando doveva illu­minare con esso la sua casa.

 

«Perché a chi ha, sarà dato e sarà nell'abbon­danza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E questo servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre: ivi sarà pianto e stridore di denti».

 

Gettatelo fuori: nello stesso luogo delle vergini stolte; nello stesso luogo di colui che era entrato al pranzo regale senza l'abito di nozze: un mondo tutto esterno senza più interiorità, né spirito, né amore, né luce che lo sorreggano e gli diano una anima, un senso, una vita.

 

Se la luce non è in te, nessuna luce fuori di te può illuminarti la strada.

 

* * *

 

«A chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».

 

I talenti, questi doni che Dio dà all'uomo, non possono rimanere improduttivi senza andare perduti. Non si può trattenere niente solo per il desiderio di avere; solo per la paura di perderlo.

 

Chi si preoccupa solo di custodire, distrugge. E se non raccoglie, disperde.

 

Ciò che non serve, viene portato via. La fede che non cerca e non si preoccupa di giungere alla presenza di ciò che crede; il pensiero che non invoca la luce; la parola che non viene approfondita, vengono irrimediabilmente perduti.

 

Credere di poter trattenere la fede, la verità, l'amore, senza impegnarsi personalmente a custodirli, a difenderli, a testimoniarli, ad approfondirli e ad alimentarli sempre più, è una stoltezza, poiché non può restare niente. Non si può trattenere niente di ciò in cui non ci si impegna personalmente. Non si può custodire un seme se questo non si trasforma in pianta. Non si può custodire una fede se non si trasforma in ricerca, in conoscenza, in amore; non si può custodire un amore se non diventa bisogno di presenza.  Non si può trattenere ciò che non viene compreso.

 

Tutto ciò che è dato, si perde se non viene incrementato da un lavoro personale.

 

* * *

 

Con la parabola dei talenti, Dio ha voluto insegnarci il modo per trattenere la fede, la speranza, l'amore, il senso e l'intelligenza della vita. Ha voluto insegnarci che la possibilità di entrare è data ad ognuno, qualunque siano i talenti che l'uomo ritiene o non ritiene di aver ricevuto, poiché l'entrare non dipende da ciò che si è ricevuto, ma dal lavoro personale che ognuno vuole fare per conoscere Dio  ed amarlo. E qualche «talento» per cercare Dio ognuno l'ha avuto, perché la gloria di Dio raggiunge tutti, anche gli estremi confini dei pensieri umani più tenebrosi e tristi.  Infatti: «Dio vuole che tutti si salvino e giungano a conoscere la Verità».

 

Conoscere la Verità è vita eterna. Ma entrano solo quelli che vogliono. «Sforzatevi di entrare» dice il Signore. Entrano coloro che fanno fruttare i talenti, che non disprezzano l'eredità spirituale promessa, il dono di Dio; coloro che tengono molto conto della loro anima, di questo desiderio di Verità che ogni uomo ha avuto in dotazione per cercare e desiderare il Signore.

 

* * *

 

Non è ciò che uno ha che giustifica o meno la sua fedeltà; ma è la fedeltà che giustifica ciò che uno può avere.  Colui che dicesse: - Io avuto poco, quindi posso anche non essere fedele - perderebbe anche quel poco. Colui che dicesse: - Ho poca intelligenza, quindi posso anche non preoccuparmi di capire - perderebbe anche quella. Chi poi per paura di perdere non si impegna, perde tutto.

 

* * *

 

Non ci sono dunque altre alternative: o lasciar distruggere tutto di noi o riprendere in mano le redini dei nostri pensieri, delle nostre scelte e di tutta la nostra vita.  La vita è personale: non si può lasciarla in mano ad altri; così la fede; così la speranza; così l'amore. Resterà solo ciò che è personale.

A non scegliere si muore tra ciò che non si è scelto.

 

Rifiutare di scegliere è rifiutare di vivere.

 

Certamente ogni scelta comporta una rinuncia, un distacco; ma sono proprio questi che fanno degni della scelta e la rendono viva.

 

Vivere è tendere ad un fine scelto con la propria anima e quindi voluto con tutto noi stessi.

 

* * *

 

Dio è un grande amore offerto all'uomo perché questi possa incontrare qui tutte le sue facoltà. Per cui credere in Dio vuol dire cercare Lui prima di tutto. Credere è cercare.

 

«Cercate prima di tutto Dio»: questo è l'impegno al quale è chiamato ogni uomo, il vero suo lavoro, la sua occupazione. La ricerca di Dio converte; dà senso alla vita; libera dalla morte inutile: riapre i cuori alla speranza, alla fede, e fortifica l'uomo, perché pone in lui un fondamento eterno che nessuna cosa al mondo può portagli via.

 

Lontano da questa ricerca, creature senza più desideri eterni, volti che non dicono più nulla perché non hanno più nulla di eterno da dire, nulla di Dio, vivono stancamente ogni giorno sempre più monotono, vanno come fiumi che lentamente scendono al mare portando con sé la loro stanchezza, la loro morte, per aver troppo creduto al mondo, per aver troppo creduto che la vita stesse nel guadagnare denaro e benessere, nel perseguire ambizioni e nel cercare di piacere agli uomini. Avendo ricevuto amore da Dio, muoiono senza aver saputo dare amore: muoiono senza aver visto la luce, i pascoli di vita vera, la libertà e la gioia del pensare e dell'amare la Verità; muoiono senza aver visto Dio.

 

 

 


Parabola delle mine

 

La parabola delle mine, che leggiamo nel Vangelo di S. Luca al cap. XIX, riporta lo stesso episodio della parabola dei talenti: un signore che dovendo andare lontano affida i suoi beni ai suoi servi e quando ritorna chiede loro conto di ciò che hanno fatto con essi.

 

Ad una prima lettura superficiale si potrebbe dire che si tratti della stessa parabola di Gesù ripetuta dai due evangelisti con qualche variante. Ma le differenze sono troppo notevoli da poterle confondere.

 

Allora ci si chiede perché Cristo abbia voluto, sullo stesso quadro di fondo, tessere due parabole così diverse. Rientra nel suo modo di parlare, nel suo metodo di insegnamento, in cui si riflette il modo di operare di Dio in tutte le cose: somiglianza e diversità; cose vecchie e cose nuove. Cose vecchie per confermarci e non lasciarci smarriti: ché ogni uomo ha bisogno di una certa continuità e di punti di riferimento precisi, adeguati alla sua capacità di intendere. Cose nuove per farci avanzare nella luce, perché sono proprio le variazioni che ci rendono attenti e ci insegnano a cercare, ad approfondire. E Dio parla ed opera per farci cercare: «andava parlando loro del Regno di Dio», nel quale ognuno deve sforzarsi di entrare; andava loro presentando la Verità, una vita che ognuno deve sforzarsi di possedere, perché «ad ognuno sarà dato ciò che avrà voluto avere». Ad ognuno la sua scelta.

 

Le due parabole sono aspetti diversi dello stesso Regno di Dio, come i fatti della nostra vita, per condurci via via ad una compiutezza: quella della Verità di Dio presente tra noi e in noi. Anche nella nostra vita molte sono le contraddizioni: Dio ci dà l’esistenza e ce la toglie; ci avvicina e ci allontana; ci dà giorni di gioia e di festa e giorni di pena e di tristezza, ci fa nascere e ci fa morire. E gli uomini si chiedono talvolta sgomenti: perché? Dà e toglie e ogni suo giorno è sempre fatto di un mattino e di una sera, di una speranza e di una delusione. È come se ci offrisse una pietra su cui posare il nostro piede per attraversare un torrente per poi subito togliercela di sotto non appena vi posiamo il nostro piede. Intento ci fa camminare. È questo il primo risultato; una cosa veramente importante. Noi invece generalmente abbiamo solo occhio per le pietre e non vediamo i passi che dobbiamo fare.  

 

Attraverso parabole simili e diverse Egli, mettendo ora in evidenza un fatto, ora un altro, talvolta in aperta contraddizione, talvolta urtando duramente, impegna la nostra mente ad approfondire, a scavare nelle sue parole, nei suoi fatti, fino a farci pervenire a certe tracce, a certi sentieri che ci conducono alla sua esistenza, ci fanno penetrare i segreti del suo Regno e giungere a quel punto di coscienza della sua Verità talmente viva da esclamare: Dio esiste, Dio è qui.

 

Allora incominciamo anche noi a cantare ogni giorno il suo nome ed a parlare solo più di Lui.

 

* * *

Le differenze stanno qui: nella parabola dei talenti vi è un'assegnazione di essi in modo diverso agli uni ed agli altri, mentre tutti poi alla fine, eccetto colui che non fece fruttare il talento avuto, ricevono una ricompensa uguale: «entra nella gioia del tuo Signore». In quella delle mine invece vi è una uguale assegnazione a tutti di una stessa mina: «e chiamati dieci suoi servi, diede loro dieci mine e disse loro: fatele fruttare fino a che io ritorni»; mentre alla fine, al suo ritorno, ricevono tutti una ricompensa diversa proporzionata al lavoro compiuto, a quanto cioè ognuno seppe fare fruttare la mina ricevuta:

 

«Venne il primo a dirgli: Signore, la tua mina ne ha fruttato altre dieci. Gli disse: Sta bene, o servo buono; poiché sei stato fedele in poca cosa, abbi il governo di dieci città. E il secondo venne e disse: La tua mina, Signore, ne ha fruttato altre cinque. Rispose anche a questo: Tu pure sii governatore di cinque città».

 

Quindi nella prima parabola troviamo: assegnazioni diverse all'inizio e ricompensa uguale alla fine.

 

Nella seconda invece: assegnazioni uguali all'inizio e ricompense differenti alla fine.

 

Contraddizione?

 

Inoltre nella parabola delle mine notiamo ancora qualche altra caratteristica che completa il quadro: infatti proprio in questa veniamo a sapere che quel signore se ne andò in un paese lontano «per ricevere la investitura di un regno», e che: «i suoi concittadini lo odiavano e perciò inviarono dietro di lui un'ambasciata che dicesse: non vogliamo che costui regni su di noi». E quando al ritorno, dopo aver dato ricompense differenti a seconda di quanto ognuno aveva fatto fruttare ciò che aveva ricevuto, dirà di togliere la mina a chi l'aveva riposta, pauroso, in un fazzoletto e tenuta nascosta, e «datela a chi ne ha dieci», qui, in questa parabola, gli si obietta: «Signore, ne ha già dieci!». Al che egli replica: «A chi ha, sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha».

 

Infine conclude: «in quanto poi ai miei nemici che non mi volevano per loro re, conduceteli qui e uccideteli alla mia presenza».

 

Sono tutte cose che non leggiamo nella parabola dei talenti e che vogliono insegnare qualcosa di nuovo e di diverso, per farci approfondire di più gli aspetti della prima.

 

* * *

 

Le parabole sono immagini sensibili che vogliono parlare agli uomini i misteri del Regno di Dio e rispondere ai loro dubbi, alle loro obbiezioni.

 

L'assegnazione dei talenti diversa per ognuno ci insegna che ogni uomo deve cercare Dio con tutte le sue forze, con tutte le sue possibilità, anche con ciò che ritenesse di aver avuto in più degli altri, con tutto ciò che ha: «ama il Signore Dio tuo con tutta la tua mente, con tutto il tuo cuore, con tutte le tue forze, con tutto te stesso» e che il criterio di fare solo ciò che fanno gli altri per essere giustificati, non è valido per giustificare se stessi. Ognuno porta in se stesso la misura del proprio amore.

 

Non basta cercare come cercano gli altri. Non basta credere come credono gli altri. Amare, essere giusti come amano e sono giusti gli altri. Non sono gli altri che ci giustificano.

 

Ognuno ha un impegno personale con Dio.

 

Inoltre ci insegna che nessuno deve credere di giustificare il suo disimpegno dall'amore, dalla ricerca di Dio, dalle esigenze della fede, dicendo: «io ho ricevuto meno talenti degli altri, meno intelligenza; io non sono chiamato; io non sono che un uomo comune fatto per una vita comune come tutti», e così seppellire il suo talento in terra.

 

* * *

 

Nella parabola delle mine invece l'assegnazione uguale di una stessa mina a ciascuno, ci insegna che Dio non fa assolutamente preferenze di persone, come qualcuno potrebbe pensare leggendo quella dei talenti, in cui già inizialmente ci sono assegnazioni differenti.

 

Davanti a Dio non conta l'assegnazione ricevuta: conta l’impegno personale. E la parabola delle mine ce lo evidenze nettamente. Ecco perché Gesù presentò un'altra parabola in cui tutti ricevevano una dotazione uguale all'inizio per avere poi alla fine una ricompensa diversa a seconda del lavoro fatto da ognuno, mentre la prima parabola poteva lasciare l'impressione che non valesse l'impegnarsi poco o tanto, perché la ricompensa era uguale, o poteva sembrare uguale. Contraddizione allora? No. La ricompensa effettivamente è uguale per tutti: «entra nella gioia del tuo Signore», e ce lo confermano altre lezioni, ma ognuno potrà entrare e godere di essa per quel tanto di impegno personale che vi avrà posto nel cercarla, poiché essa è una ricompensa infinita.

 

Il Signore volle così mettere in evidenza che Egli sostanzialmente dà la stessa dotazione, lo stesso destino a tutti: «Dio vuole che tutti si salvino e giungano a conoscere la Verità», e che la ricompensa è uguale per tutti, perché Dio stesso si offre tutto a tutti, ma che ognuno può conoscere e godere di Lui e della sua Verità nella misura in cui si impegna ad amare, a credere, a cercare. Quindi è uguale e proporzionale, perfetta misericordia e perfetta giustizia.

 

In questa ricompensa proporzionale alla fatica di ognuno, possiamo vedere che Dio tiene presente tutto dell'uomo: non vi è il più piccolo passo dell’uomo, il più piccolo suo pensiero d’amore che vada perduto; nemmeno una parola, nemmeno uno sguardo, nemmeno un bicchiere d'acqua dato in nome di Dio va perduto.

 

Dio non trascura nessuna fatica dell'uomo, ma opera per raccoglierla in luce. E ogni sofferenza accolta con pazienza dalle sue mani, Egli la fa maturare in un frutto d'amore sotto il suo grande cielo.


 

(la sesta parte verrà proposta il 14.04.2019 -

23° anniversario di Luigi Bracco)

 


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