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Parabole del Signore

 

Parte terza

 

PARABOLE DELLA SERA:

il rendiconto

 

 

 


Parabola di una vigna e dei suoi coloni

 

E' la parabola della vicenda di Dio con l'uomo, dell'opera cioè di Dio e della risposta degli uomini.

 

L'opera di Dio è «simile a quel padre di famiglia che, piantata una vigna, protettala con una forte siepe, scavato in essa un frantoio ed edificatavi una torre, l’aveva data a lavorare a dei coloni. Poi era partito per un paese lontano».

 

La vigna è la vita dell'uomo. Nella vita di ogni uomo vi è una siepe, vi è un frantoio ed una torre. Dio ha posto nell'uomo la coscienza, questa siepe protettiva, in modo che niente possa entrare a derubargli la fedeltà, la speranza, l'amore se l'uomo stesso non voglia, cioè se egli stesso non abbatte la siepe per lasciar che tutti entrino e portino via.  Ha posto il dolore, la pazienza, la fatica che si richiede per rompere la crosta delle apparenze e giungere al nocciolo, alla sostanza, al senso delle cose. Ha posto una torre per vegliare, affinché ogni uomo abbia un pezzo di cielo sul suo capo per vivere, ché senza cielo l'uomo si rattrista, si spegne e muore: il cielo per lui è come l'ossigeno per la fiamma.

 

Dio ha fatto ogni cosa buona, tutto a servizio dell'uomo, affinché questi possa crescere sempre più in fedeltà ed amore, tutto raccogliendo fino alla luce piena della Verità di Dio e della vita eterna.

 

Che cosa poteva fare ancora? Per l'uomo ha creato le galassie lontanissime, le stelle, il sole, i pianeti; per lui ha creato un cielo meravigliosamente vario e sconvolgente per la sua immensità. Ha creato una terra. E sulla terra la vita in tutte le sue infinite manifestazioni affinché tutto fosse segno, traccia di sentiero per i passi dell'uomo; e le acque e i monti, sì che ogni luogo avesse la sua bellezza e la sua singolarità e tutto fosse bello, ordinato, attraente, e silenzioso: per non disturbare l'uomo nel suo colloquio con Dio.

 

Dio ha creato tutte queste cose per l'uomo, solo per l’uomo, per ogni singolo uomo.

 

* * *

«Giunta la stagione dei frutti».

 

E' l'incontro con la volontà di Dio, con la sua Parola, poiché la Parola di Dio è vocazione dell’uomo, invito rivoltogli per dare a Dio ciò che è di Dio; invito a compiere la giustizia nel riferire ogni cosa a Lui e nel conoscere la sua Verità in tutto. La stagione dei frutti è sempre, è in ogni tempo, in ogni giorno, perché tutto è Parola di Dio e quindi tutto invita ad alzare li occhi verso di Lui.

 

Infatti Gesù stesso dice agli uomini: «Per voi è sempre tempo».

Tempo per che cosa? Per andare. «venite, ché tutto è pronto» manda a dire il Signore agli invitati nella parabola del pranzo di nozze.

Tutto è pronto; tutto è stato preparato da Dio stesso per l'uomo affinché questi maturi e prenda coscienza della sua vita, del suo destino, e capisca ciò che deve volere, cercare ed amare per non fallire e trovarsi in ultimo con un niente di fatto e la morte dentro.

 

«Li conoscerete dai loro frutti». Quali frutti gli uomini danno a Dio? Quanto tempo dedicano a Lui per conoscerlo?  Quanto silenzio, quanto pensiero, quanto amore, quanto raccoglimento, quanto di sé danno a Dio?

 

«Sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo albero e non ne trovo. Perché lasciarlo ancora a sfruttare inutilmente la terra?» dirà Gesù in un'altra sua parabola.  Chi di noi può sinceramente dire a se stesso di non sfruttare inutilmente la terra?

 

* * *

 

«Mandò i suoi servi dai vignaiuoli a prendere la parte che gli spettava». Mandava a chiedere la parte di Dio: «se vi pare giusto».

«Se vi pare giusto, datemi la mia mercede; se no, lasciate stare. Ed essi mi pesarono trenta monete d'argento per mia mercede. E il Signore mi disse; getta al vasaio questa bella somma per cui sono stato stimato». Cosi già aveva scritto il profeta Zaccaria nei tempi antichi. Era il prezzo del tradimento di ogni uomo. «Se uno desse anche tutte le sue ricchezze in cambio del cuore, non farebbe altro che rivelare il suo disprezzo». Dio non vuole le nostre sostanze, le nostre offerte. Dio vuole noi. «Quando voi avete digiunato e pianto, avete forse digiunato e pianto per Me? E quando avete mangiato e bevuto, non avete forse mangiato e bevuto per voi?»

 

Dio vuole la conoscenza e l'amore: vuole che gli uomini Lo cerchino e Lo conoscano e tocchino con mano la sua Verità e scoprano la sua Presenza e si salvino.

 

Questa è la giustizia ch'Egli chiede agli uomini come frutto della loro vita.

 

* * *

 

«Ma i coloni assalirono i servi, li bastonarono e li lapidarono. Mandò allora altri servi.  E i coloni li trattarono allo stesso modo».

 

Gli uomini non ascoltano, non prestano attenzione, non intendono, non si preoccupano della giustizia verso Dio.  Non tengono conto di tutto ciò che Dio dice loro affinché levino in alto i loro occhi e cerchino il Suo Volto.

 

Non tener conto delle parole di qualcuno, è già uccidere in noi colui che parla.

 

Ma gli uomini hanno le loro campagne, hanno i loro affari; i loro interessi, da portare avanti; hanno i loro guadagni di ogni giorno, le loro ambizioni da sostenere, la loro dignità, il loro amore: hanno un’infinità di preoccupazioni, fuorché quella giusta.

 

Sono tutte queste cose che impediscono loro di capire gli annunci, le voci, le parole che Dio manda loro tutti i giorni per trarli fuori dall'abisso di morte in cui stanno scendendo.

 

Non hanno più tempo per vivere.  Hanno tempo solo per morire.

 

* * *

 

«Finalmente mandò loro suo figlio, pensando: avranno riguardo almeno per mio figlio». Ma i coloni visto il figlio, dissero: questi è l'erede, venite,  uccidiamolo, così l’eredità sarà nostra».

 

All'ultimo i cuori si rivelano e l'orgoglio mostra il suo volto.

 

Gesù disse questa parabola per ogni uomo.

 

Quello che avvenne è rivelazione di quello che avviene.

 

Non fu sufficiente che Dio desse loro doni, ricchezze, un campo per lavorare, un'intelligenza per capire, una volontà per amare ed essere fedeli, una vita per imparare a camminare con il loro Dio.

 

Non fu sufficiente.

 

Ancora, Dio sopportò ogni loro errare ed ogni infedeltà, in attesa che dal loro cuore sorgesse un atto di ripensamento, di riflessione, una richiesta di perdono. «Non spense il lucignolo fumigante; non spezzò la canna incrinata.»

 

In ultimo venne Egli stesso e si offrì alla loro scelta: «Se vi pare bene, datemi quello che è giusto».

 

Non vollero che regnasse su di loro, sui loro pensieri, nelle loro case, nei loro affari, nelle loro città. «Non abbiamo altro re che Cesare» dissero. 

 

«Non abbiamo bisogno di Lui, diciamo, per vivere». Siamo capaci a conoscerci, senza di Lui; siamo capaci ad amarci; e per fare il bene, non abbiamo bisogno di Lui. Bastano le nostre scienze, le nostre industrie, i nostri prodotti, la nostra psicologia, la nostra morale. La sicurezza della nostra vita ce la tiriamo fuori con il nostro lavoro, le nostre istituzioni e le nostre medicine, e non abbiamo bisogno di far conto su di Lui. Siamo ormai cresciuti ed i conti li sappiamo fare da soli. E' questione di maturità.

 

Non vollero che Dio avesse a partecipare alla loro vita ed ai loro pensieri. Lo misero fuori.  E lo crocifissero.

 

«Impadronitisi quindi di Lui, lo cacciarono fuori della vigna e lo uccisero».

Dio disse questa parabola affinché ogni uomo capisca ciò di cui Egli parla.

 

«Or dunque, abitanti di Gerusalemme, e uomini di Giuda, giudicate tra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare per la mia vigna che non l'abbia fatto? Perché ho aspettato che facesse uve e mi ha fatto lambrusche? Ora vi spiegherò quel che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e sarà devastata; abbatterò la sua torre e sarà calpestata. E la ridurrò in un deserto: non sarà potata, né sarchiata, e vi cresceranno sterpi e spine e comanderò alle nubi che non piovano nemmeno una goccia sopra di essa ». Così ci lasciò scritto un altro dei profeti: Isaia.

 

Dio lascia l'uomo in balia dei desideri del suo cuore, delle ambizioni del mondo: non lo intralcerà più e tutti potranno passare sul suo terreno e portargli via pensieri, affetti, volontà, tempo.

Allora s'incomincerà a vedere che «la pietra scartata è diventata pietra angolare», pietra cioè senza la quale nessuna costruzione può stare su.

Allora si toccherà con mano l'importanza di Dio di cui si volle fare a meno, il bisogno che ogni uomo ha di Lui per ascoltare e intendere, per pensare e amare, per comprendere e perdonare, per edificare, per vivere ed essere buono, umile, vero.

 

Allora, con la vita a pezzi nelle proprie mani, o forse nemmeno più nelle proprie mani, si capirà che senza di Lui non si può fare proprio niente, non solo, ma che senza di Lui si perde anche ciò che già si crede di avere, perché senza di Lui non si può trattenere niente.

 

Senza Dio l'uomo è infedeltà, instabilità, menzogna.

 

Davanti alla sua croce, davanti alla sua morte, piangeranno tutte le genti e riconosceranno ch'Egli era tutta la loro vita ed essi non lo sapevano: era la sua presenza, la sua luce, il suo amore che faceva loro godere la vita e non lo seppero. «Avete ucciso l'autore della vostra vita» grideranno loro tutte le creature.

 

Allora si riconoscerà che senza Dio presente e vivo nella mente e nel cuore, nessuna luce è possibile, come non è possibile comunicare e intenderci gli uni gli altri, né restare insieme: poiché senza di Lui tutto ci divide, ci frantuma, ci disperde. Senza Dio non si forma l'ordine, non si forma l'unità, non si forma la pace: si forma il caos, dentro e fuori di noi.

 

Ma quando l'uomo avrà capito che senza cielo anche la terra gli diventa inabitabile e nemica; quando avrà capito che tutte le cose dette nelle parabole erano vere ed erano dette proprio per lui: non invano Cristo sarà morto, poiché una creatura nuova che piange, invoca e prega incomincerà a nascere sulla terra e ad avviarsi sulla via della redenzione.


 

 

Parabola del servo spietato

 

Nasciamo in un mondo che è già prima di noi.  Entriamo ad abitare in una casa che non abbiamo fatta noi.  Siamo in casa d'altri e un Altro ha disposto e ordinato tutte le cose che noi vediamo o incontriamo nel mondo, e quanto dovrebbe essere il nostro rispetto, la nostra attenzione, la nostra delicatezza verso tutto e verso tutti! Tutto è di Dio.  Suoi sono i cieli e sua è la terra. Nasciamo, cresciamo e ci muoviamo ogni giorno in un Suo Pensato. Anche tutto ciò che abbiamo è di Dio: la nostra mente, il nostro cuore, la nostra volontà, il tempo a disposizione, la vita. Non ce lo ripeteremo mai abbastanza.

 

Ecco il primo problema: se tutto è di Dio, è lecito usare le cose, la mente, il tempo, la vita, il denaro, in modo autonomo, senza farci la domanda se tale sia la volontà di Dio? Se tutto è di Dio, tutto va considerato secondo la mente e lo spirito di Dio, secondo la sua Volontà e secondo le sue Parole. Tutto va riportato a Dio. E' questione di giustizia, quella vera. Giustizia infatti è dare ad ognuno il suo, e fondamento di ogni giustizia nell'uomo è dare a Dio  ciò che è di Dio, massimamente la nostra mente, poiché tutto poi viene a dipendere dalla mentalità con cui osserviamo le cose e dal nostro modo di pensare e giudicare.

 

Dare a Dio la propria mente è occuparci di Lui, è pensare a Lui per conoscerlo e per conoscere la sua volontà.  E' mettere in noi, nella nostra giornata, il tempo, e il tempo principale, per conoscere Dio. Egli infatti vuole essere conosciuto, e «nel conoscere Dio sta il compimento della giustizia» dice a noi il Libro della Sapienza.

 

L'errore maggiore del mondo di oggi non sta nel rifiuto dell'autorità o della tradizione o delle convenzioni che hanno retto fino ad oggi da lontani secoli; non sta nella contestazione di tutta una civiltà che si avvia al tramonto o di una società, di una mentalità o di un certo modo di vivere; non sta nella sessualità dilagante o nel trionfo dell'istintivo e dell'irrazionale, ultime fiammate di un fuoco che non ha più combustibile; non sta nel culto della macchina, ma sta nel disinteresse degli uomini per la ricerca di Dio: è l’ingiustizia maggiore. Il vero peccato dell'uomo sta nel fatto che vivendo in casa di Dio, ignora Dio e non si preoccupa di conoscerlo. Di qui l'egoismo, l'ambizione, la vanità, l'idolatria del benessere materiale, la paura, l'intolleranza ed ogni male.

 

Non si pensi di poter formare anche un solo uomo senza mettere nel suo animo l'interesse per la ricerca di Dio che forma l’uomo e non è già l’uomo che possa formare se stesso o i suoi simili.

 

* * *

 

Tutte le opere di Dio ci invitano continuamente a dare a Dio ciò che è di Dio.

 

Il parlare di Dio ci invita e ci ammonisce a compiere tale giustizia. Attraverso tutte le cose e i fatti, Egli ci dice: "Cercate Dio con tutta la vostra mente, con tutto il vostro cuore, con tutte le vostre forze, con tutto voi stessi". Questo è ciò che viene detto a tutti gli uomini, in qualunque tempo e luogo vivano, in qualunque condizione siano.

 

Ma gli uomini sono molto lontani da questa giustizia verso Dio.

 

«Il mio popolo ha il cuore di pietra» dice il Signore. Ha un cuore che non riceve, poiché la pietra non riceve, non intende e non sa custodire. Corre dietro a tutti gli idoli che vede sulla strada; beve a tutte le acque malsane; le sue città sono senza mura, senza protezione; i suoi vigneti sono senza siepi e il suo cuore è una porta aperta a tutti gli uomini, ma non a Dio.

 

Il parlare di Dio ci richiama continuamente ad un rendiconto davanti a Lui. Per cui, come dice Gesù in questa sua parabola, «il Regno di Dio è simile ad un re che volle fare i conti con i suoi servi». 

 

Se la presenza di Dio tra noi e l'incontro con le sue parole continuamente ci richiamano a questa giustizia principale, a dare a Dio ciò che è di Dio, ogni giorno è vocazione ad essa, ed è scelta, ed è giudizio.

 

Le parole di Dio sono sempre una proposta e noi di fronte ad esse dobbiamo comunque fare una scelta. E la facciamo, comunque sia.

 

Ogni parola di Dio è un giorno di rendiconto di fronte alla volontà di Dio che ci chiede di non sottomettere lo Spirito alla materia, la ragione al piacere, la nostra vita alla mentalità del mondo. Continuamente noi dobbiamo sostenere una lotta con un mondo che tende a sottomettersi ogni cosa ed a dominare in tutto, anche in noi e sulla nostra vita.

 

Ma il mondo ha anche in questo la sua fun­zione, e la lotta è una cosa buona, perché l'uomo vero si forma attraverso le difficoltà e il suo spirito si fortifica. La lotta però fortifica quando è sostenuta, non quando è sfuggita, abbandonata, perché allora l'uomo rinuncia alle cose promesse da Dio e ritiene un niente il suo Regno. Non bisogna quindi aver tanta paura né di ciò che impegna, né di ciò che può recare sofferenza: sono per fortificarci a ricevere doni maggiori.

 

Quel re della parabola che volle fare i conti con i suoi servi, è il fatto di ogni giorno.

«Ora, avendo cominciato il resoconto, gli fu condotto innanzi un tale che gli doveva diecimila talenti».

 

Il debito di quell'uomo verso il suo re era enorme.

 

Cos'è questo debito enorme? Cosa rappresenta per noi?

 

I debiti sorgono da ciò che è dovuto e che ancora non è stato soddisfatto. Ciò che è dovuto è ciò che è stato comandato fin dal principio: cercare Dio. L'ordine essenziale, che sta quindi alla base di tutto, è che ci occupiamo di Dio in primo luogo. E, abbiamo visto, è semplice giustizia.

 

E' questa la pietra fondamentale per l'edificio della nostra vita. Se non capiamo questo, non possiamo dare un senso, un orientamento valido, alla nostra vita.

 

Se il dovere della giustizia verso Dio ci impegna a riportare tutto a Lui, a raccogliere tutto in Lui per considerare e guardare ogni cosa nel Suo Spirito, evidente si presenta allora l'immenso lavoro non fatto da noi: il debito enorme.

 

Quel servo che doveva al suo re un debito enorme, rappresenta ogni uomo nei rapporti con Dio.

 

«Badate di non dimenticarvi l'alleanza del Signore vostro Dio, poiché il Signore vostro Dio è un fuoco che consuma, un Dio geloso» - ammoniscono gli insegnamenti di Dio agli uomini fin dall'Antico.

 

* * *

 

Debiti enormi ci legano a Dio e noi non possiamo trovare la Verità e la libertà fino a che non avremo pagato l'ultimo spicciolo di ciò che dobbiamo a Dio, perché fino a tanto che c'è un debito tra noi e Dio, una pendenza non risolta, non ci può essere conoscenza della Verità, né, libertà. «Chi fa il peccato resta schiavo di esso» dice il Signore.

 

La conoscenza e la libertà sono legate, da un legame di dipendenza, alla giustizia, al compimento di tutta la giustizia. Questi sono i legami che passano tra la nostra anima e Dio: giustizia, verità, libertà. E questi tre formano una cosa sola: l'uomo.

Ma non può esserci libertà senza verità.

 

E non può esserci verità senza giustizia. Quanto più il debito dell'uomo verso Dio cresce, tanto più egli si trova lontano dalla sua luce e dalla sua libertà, cioè dalla sua vita.  Di qui la tristezza di fon­do, esistenziale, l'angoscia, il senso di vuoto ed il nulla.

 

E' soltanto quando cerchiamo anzitutto il Re­gno di Dio e la sua giustizia, questa che abbiamo visto, che tutto in noi si ordina verso la felicità e la gioia e tutto in noi prende il suo posto nella luce.

 

* * *

 

Oggi in cui gli uomini sono molto presi dal pensiero di se stessi e delle cose proprie, l'uomo è molto in pericolo di morire come spirito. Ciò che maggiormente preme non è la contestazione dei giovani, non è il problema economico, non è la ri­cerca o il rifiuto del benessere, del tempo libero, del progresso tecnico, non è il problema dell'avvelena­mento dell'aria o dell'acqua, ma è la sopravvivenza spirituale dell'uomo. Ed è molto tardi per questo. Il debito è cresciuto enormemente e le difficoltà per pagarlo sono immense.

 

Quel servo della parabola «non aveva di che pagare». Anche noi.  Ecco, ci crediamo ricchi e siamo poveri, miseri. Ci crediamo liberi e siamo carichi di catene. Tutte le nostre ricchezze sono un niente davanti a Dio. Anche noi non abbiamo di che pagare il nostro debito. Non siamo liberi di dare a Dio ciò che è di Dio. Chi ce lo impedisce? Chi ci ha legati? Chi ci ha posto questa camicia di forza nella quale ci dibattiamo senza poter fare un passo verso Dio, verso la Verità? E' il pensiero del nostro io che ci lega alla nostra figura nel mondo e ci carica di paura: qui sta l'officina che fabbrica tutte le pesanti catene che portiamo addosso e che di giorno in giorno aumentano sempre più; perché questa officina non conosce soste nella sua produ­zione, né ferie, né giorni di riposo, né festività civili e religiose. Di qui sorge il pensiero dei nostri diritti che ci porta via l'amore e la capacità di rice­vere i suoi doni; di qui sorgono le ambizioni, che ci impediscono di ascoltare gli argomenti di Dio; di qui nasce la preoccupazione del giudizio, non di Dio, ma del mondo, degli altri. «Che cosa diranno gli altri?». E in questo pensiero noi precipitiamo nell'abisso che ci impedisce di vedere il cielo dello spirito.

 

«Non avendo costui di che pagare, il padrone comandò che fosse venduto lui con la moglie e quanto aveva per compensarsi».

 

Oggi non si vuol sentire parlare di «padrone» e ci si scandalizza se in qualche parabola Dio prende il nome di «signore»,  «padrone». Intanto abbiamo moltiplicato i nostri signori ed i nostri padroni non si contano. Soprattutto abbiamo fatto nostro signore il denaro: questo padrone che ci conduce dove vuole e ci fa correre senza sosta e ci umilia nelle forme più abominevoli.

 

Cosa non facciamo per questo padrone? Can­tiamo, balliamo, urliamo, ci vestiamo da pagliacci, facciamo i pagliacci, approviamo quello che dentro di noi disprezziamo e vendiamo il nostro pensiero, la nostra libertà, la nostra coscienza e il nostro sangue dal mattino alla sera.

 

Dio è il Signore, Dio è il Padrone; è l'unico vero Signore, l'unico vero padrone. Se noi avessimo riconosciuto questo, quanti signori, che sono tut­t'altro che signori, e quanti padroni avremmo evidentemente. Evitato nella nostra vita!

 

Chi infatti guarda a Dio, si mantiene libero da tutte le passioni del mondo. I figli di Dio sono liberi. Per questo il mondo li odia, perché non si lasciano condurre in schiavitù, non servono alle pas­sioni ed ai desideri, né alle ambizioni del mondo. Hanno un loro signore, hanno un loro amore: e non ascoltano altro.

 

* * *

 

Ma qual è questo prezzo che il padrone «esige» per «compensarsi» vendendo il servo, con la moglie e i figli e quanto aveva?

 

«D'ora innanzi non potrai più amministrare perché la fattoria ti sarà tolta» disse un altro padrone ad un altro servo.

 

Ecco il prezzo che il padrone esige. Quel suo fattore disonesto nella amministrazione è lo stesso servo di questa parabola, è il figliuol prodigo.

«E se ne andò in lontano paese dove sperperò tutto il suo vivendo dissolutamente».

È la fuga dalla casa del Padre.

 

Ecco, il padrone per compensarsi abbandona l'uomo ai desideri del suo cuore; gli toglie la siepe di protezione sì che tutti possano venire e prendere quello che vogliono; gli lascia seguire le sue strade nel mondo, affinché tocchi con mano il vivere con altri signori, con altri padroni, e capisca che signi­fichi essere senza Dio, senza amore, senza padre, senza casa.

 

«Io qui muoio di fame, mentre là anche i servi hanno sovrabbondanza di pane», concludeva il figliuol prodigo verso la fine della sua avventura sulle vie del mondo. Ecco la compensazione con la quale Dio tende a salvare le sue creature anche quando esse l’hanno rifiutato e forse disprezzato.

 

* * *

 

« Ma il servo gettatoglisi ai piedi, lo scongiurò dicendo: abbi pazienza con me e ti restituirò tutto».

 

Quel servo si trovava in una ingenua illusione se sinceramente pensava di poter restituire tutto, poiché quando l'ingiustizia è fatta, all'uomo è impossibile cancellarla, ché egli stesso diventa schiavo di essa, figlio delle sue opere. Solo Dio può cancellare l'ingiustizia fatta dalla creatura e riportarla nell’innocenza e nell'amore, come il padre della parabola del figliuol prodigo che reinserisce il figlio nella sua casa e fa festa per il suo ritorno; come questo padrone che condona tutto il debito con grande sorpresa del servo.

 

«E il padrone, impietositosi di quel servo, lo mandò libero e gli condonò il debito».

 

Questo re sapeva l'impossibilità del suo servo a pagare il debito e, dal cuore grande, volle perdonargli tutto.

 

Il Signore non ha lasciato senza amore e senza compassione i rapporti di giustizia con le sue creature, e non appena quel servo supplicò per ottenere una proroga ad un pagamento ormai impossibile, si vide, con sorpresa, non prorogare, ma perdonare ogni cosa. Di tanto l'amore di Dio ci sopravanza!

 

Qui ritroviamo il cuore del padre nella parabola del figliuol prodigo; ritroviamo il padrone di quel fattore che ha più a cuore l'intelligenza di un uomo che i suoi beni.  Ritroviamo il padre di famiglia che guarda più all'amore dei suoi operai nella vigna che al lavoro compiuto. Ritroviamo il pastore che va alla ricerca della sua pecora smarrita.  Ritroviamo Dio che manda il suo Figlio nel mondo per salvare gli uomini.

 

* * *

 

Bisogna tenere ben presente che non appena ci impegniamo con serietà in un amore e ne riceviamo un suo dono, subito ci viene dietro la prova, che è tentazione alla infedeltà, a dimenticare il dono ricevuto, a tradire la scelta fatta. Anche questo è un momento del nostro dialogo con Dio e della nostra formazione spirituale. Tutto ciò che ci viene donato, ha bisogno di passare attraverso la prova per diventare veramente nostro.

 

Fu così che non appena quel servo della parabola uscì dalla casa del re in cui aveva ricevuto la sorpresa di vedersi cancellare tutto l'enorme debito che gravava sulle sue spalle, si incontrò con un altro servo, un suo compagno, che a sua volta gli doveva poca roba: qualche centinaio di lire.

 

«Ma uscendo, quel servo incontrò uno dei suoi compagni che doveva a lui cento denari».

 

Quest'incontro era il banco di prova della capacità del suo animo a trattenere il dono che aveva ricevuto, affinché egli potesse fare definiti­vamente suo quello che gli era stato dato con tanta generosità; perché non basta ricevere una cosa per possederla, bisogna avere l'animo capace di posse­derla, altrimenti fatalmente la si perde. Così accade anche nell'amore: non basta ricevere amore per possedere l'amore, bisogna avere l'animo capace di portarlo.

 

Ecco le ragioni di quest'incontro. Ma tutto questo egli non lo sapeva. Non sapeva che in questo incontro con questo suo compagno, con questo suo prossimo, egli si giocava i suoi rapporti con il re, si giocava lo stesso perdono che già aveva ricevuto e forse dimenticato.

 

Il Dio che lo aveva perdonato con tanta ma­gnanimità, si presentava adesso a lui sotto le vesti di un povero debitore per essere a sua volta da lui perdonato.

 

* * *

 

«E afferratolo lo strozzava dicendo: Rendimi quel che mi devi». 

 

La prova falliva. Avendo ricevuto amore, que­sto servo non si manteneva sulla linea dell'amore. Il pensiero di sé e dei suoi interessi già gli aveva portato via il ricordo della grazia ricevuta, già lo faceva deviare dalla strada sulla quale il Signore lo aveva avviato colmandolo di gioia.

 

«Quel servo, prostrato ai suoi piedi, lo sup­plicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti renderò tutto quel che ti devo».

 

Questo servo gli ripeteva adesso le stesse paro­le con le quali egli prima aveva supplicato il suo padrone per ottenere una proroga al pagamento del suo enorme debito. Tutto questo avveniva con le stesse parole per fargli prendere coscienza che in esse vi era lo stesso invito a fare come egli aveva ricevuto.

 

* * *

 

« Ma egli non volle saperne, e andò e lo fece gettare in   prigione fino a che non avesse pagato il suo debito».

 

La prova era decisamente fallita: avendo ricevuto amore non aveva saputo dare amore; essendo stato perdonato, non aveva saputo perdonare; aven­do ricevuto tanta gioia, non aveva saputo dare altrettanta gioia. Come mai?  Non aveva saputo liberarsi dal pensiero dei suoi diritti, della sua figura, della sua ambizione, del suo orgoglio anche se ammantato di giustizia, poiché la legge gli dava diritto di essere pagato. Aveva fatto ciò che non era sulla stessa linea di misericordia tracciatagli da Dio. Era l'iniquità.

 

Dio ha stabilito una eguaglianza di rapporti tra sé e noi e tra noi e gli altri, perché in tutto Egli è presente e vivo: è Lui che opera in tutto. Dio sta a noi come noi stiamo agli altri: è la proporzione divina in cui siamo stati creati e nella quale dob­biamo restare se vogliamo entrare nel regno della Verità.

 

La proporzione: «come, cosi», come ti è stato dato, così devi dare, non fu mantenuta da quel servo e l'armonia con Dio e con gli uomini, in lui, fu rotta. Il giorno della sua gioia era tramontato presto.

 

«Vedendo l'accaduto, gli altri compagni ne furono grandemente rattristati e vennero e riferi­rono al loro padrone quanto era avvenuto».

 

Tutte le creature piangono sulla nostra iniquità, questo nostro fare in modo difforme dal fare di Dio, questa non corrispondenza al suo amore, e se ne vanno lontano da noi.

 

Il mondo non si conquista, e neppure il cielo, e neppure la pace, né la gioia, né l'amore, né la vita, col vantare dei diritti o col farli valere, anche se la legge è dalla nostra parte; ma con l'imparare a perdonare.

 

«Dai a chiunque ti chiede... e se qualcuno ha mancato verso di te e viene e ti dice: perdonami! Tu perdonalo!» Questa è la vera ricchezza che fa grande e nobile un uomo e lo rende degno di verità e di libertà. Nessun uomo è veramente libero se non colui che sa perdonare. Ed è per farci giungere a questa grandezza d'animo ed a questa libertà interiore che Dio per primo ci ha parlato in termini di misericordia e di amore, e non solo ha parlato, ma ha anche operato. Ma forse noi abbiamo rite­nuto il suo amore una debolezza, ed il suo abbassa­mento, un avvilimento di vita, perché il nostro amore è diverso dall'amore di Dio. Noi per amare abbiamo bisogno di vedere la grandezza, la gloria, la stima degli altri e l'esaltazione nel mondo. E quando la stima del mondo viene meno, anche in noi l'amore cade.

 

Dio invece ama la sua creatura anche (e so­prattutto) quando essa è un niente che tutti disprezzano, quando è povera ed umiliata; l'ama anche quando è colpevole, anche quando è un abisso di morte con tutte le sue facoltà distrutte e disperse.

 

Dio ama la sua creatura quando è debole, quando la vergogna le fa nascondere il volto davanti a chiunque, quando il male l'afferra e la porta via.

 

Dio l'ama e la cerca, su tutte le strade, per riabbracciarla (oh! non ha paura di sporcarsi né di macchiarsi Lui!) e dirle il suo perdono e ricondurla nella luce e nella pace.

 

Così Dio ama; così Dio ha amato ognuno di noi. Egli si è vestito delle nostre debolezze affinché anche noi emigrassimo dalle tenebre alla luce e fossimo luce anche noi. Ecco la sua grazia ed il suo amore. Ed ha aggiunto: amatevi come io vi ho amati.  E ci ha fatti incontrare con un nostro fratello che avesse bisogno di un atto d'amore, di compassione, per mantenere in noi la presenza operante del suo Spirito e della sua Grazia.

 

* * *

 

«Allora il padrone lo fece richiamare a sé e gli disse: servo malvagio. Io ti ho condonato tutto il tuo debito perché me ne pregasti; non dovevi anche tu avere compassione del tuo compagno come io l'avevo avuta di te?»

 

Il Regno di Dio è vocazione, chiamata, ma è anche rendiconto.

 

Ogni giorno Dio è tra noi a chiedere ragione dei nostri pensieri, dei nostri giudizi, delle nostre scelte, delle nostre parole, dei nostri fatti ed a metterci di fronte all'unica cosa necessaria.

 

Siamo tenuti a mantenere un'eguaglianza: come, così.  Come hai ricevuto, cosi devi dare. Come vuoi essere trattato, così devi trattare. Come vuoi essere amato, così devi amare. Il parlare di Dio tra noi è un continuo esame dei cuori, un invito a mantenerci sulla linea della Verità e dell'Amore. La sua Parola ci ammonisce a riconoscere la Verità, a cercarla, ad amarla, a viverla. Per questo, ai pensieri del nostro io, del nostro interesse, della nostra ambizione, del nostro mondo, dobbiamo opporre i pensieri della fede e della parola del Signore.

 

* * *

 

«Non dovevi anche tu?»

Chi non si ricorda dei doni ricevuti, non è degno di trattenerli. E gli vengono portati via. Talvolta malamente.

Per possedere l'amore non basta riceverlo, bisogna anche donarlo.

Non basta ottenere fedeltà, bisogna offrire fedeltà. La Verità va fatta se si vuole giungere alla luce. E' questa la legge del possesso: chi riceve amore deve donare amore se vuole possedere l'amore.

 

Il nostro amore verso i fratelli è dunque la misura della nostra fedeltà a Dio, e quindi della stima e dell'amore che abbiamo verso di Lui. «Vi riconosceranno dall'amore che avrete tra di voi».

 

«Non dovevi anche tu?»

La Verità non basta ascoltarla: va fatta, dentro e fuori di noi; va ricreata dentro e fuori di noi, in ogni cosa, in ogni pensiero, in ogni avvenimento, in ogni tentazione, in ogni scelta, in ogni prova.  Non basta ascoltarla.

Se la Verità che si è ascoltata e anche riconosciuta, non è fatta da noi, se ne va e noi dobbiamo confessare: non sento più nulla. C'è una frattura, la frattura di ciò che non abbiamo fatto, tra noi e la Verità, tra noi e quello che sarebbe dovuto essere il nostro amore.

 

Ciò che non facciamo: la testimonianza che non diamo, l'amore su cui non vegliamo, la fedeltà che non manteniamo, hanno il potere di portare via da noi il sentimento della presenza viva, la gioia di amare, di pregare, di vivere.

 

E ci vogliono poi lunghi anni di pena e tante lacrime per ritrovare, se pur lo ritroviamo, il bene perduto.

 

«E pieno di sdegno, il padrone lo consegnò nelle mani dei carnefici fino a che non avesse pagato tutto il suo debito».

Avendo respinto l'amore, l'uomo rimane solo con ciò che non è più amore né luce; resta con le paure, i dubbi, le incertezze, i compromessi, le difficoltà insormontabili, le delusioni, gli opportunismi, le contraddizioni: questi carnefici che straziano l'animo umano fino a tanto che non abbia pagato tutto il suo debito. Ad ognuno viene dato ciò che ha in effetti voluto avere, affinché tocchi con mano il volto di quel mondo ch’egli ha preferito.

 

E' necessario quindi mantenerci molto fedeli alle cose che valgono di più, quelle che restano per sempre e che non si possono ottenere né con il denaro, né con le nostre pretese, né con la bellezza, ma soltanto con la ricerca personale e con la fedeltà dell'amore, con l'umiltà, con la bontà e la sincerità. E' necessario mantenerci in questi valori, perché viene il tempo nella vita di ognuno di noi in cui si rimane con ciò che effettivamente abbiamo voluto avere. E può essere un grande guaio.

 

* * *

 

«Così farà con voi il Padre mio celeste se non perdonerete di cuore ciascuno al proprio fratello», concludeva Gesù questa sua parabola.

Chi dunque possederà lo spirito di Dio? Solo colui che ama i fratelli più del pensiero di sé e dei propri interessi, della propria figura nel mondo e di quelli ch'egli ritiene i suoi diritti, tanto da essere disposto a perdonare sempre.

 

Può veramente perdonare solo chi ha vinto la battaglia contro l'egoismo e il pensiero di sé, contro l'ambizione e la sua gloria. Senza questo superamento, nessuna vita spirituale è possibile, nessun dono di Dio può essere trattenuto. La creatura nuova non nasce. Ed è schermo, facciata o vernice, tutta la religiosità che crediamo di avere.

 

Dio è carità e vuole che anche noi siamo carità.

 

Dio è amore e vuole che anche noi siamo amore.

 

E' solo seminando amore che raccogliamo amore.

 

I doni di Dio ci rendono capaci di fare ciò che abbiamo ricevuto; ce ne danno la possibilità, per darcene il possesso.  Ci danno la possibilità, donandoli con lo stesso amore con cui li abbiamo avuti, di realizzare la nostra vita in Dio, perché la Verità si possiede realmente solo quando la si fa.  La contemplazione è dunque il presupposto di una vera azione, come anche di una vera parola, ma l'azione è la condizione indispensabile per restare nella contemplazione di Dio.

 


 

 

Parabola di un albero senza frutti

 

« Disse loro anche questa parabola: un tale aveva un fico piantato nella sua vigna. E venne a cercare i frutti e non ne trovò».

 

Tristezza di una sera: tutto può finire in un niente.

 

Dio ci ha dato la vita per cercarlo; ci ha dato un'anima per pensarlo ed averlo presente; ci ha dato una volontà per raccogliere tutto in Lui e illuminare ogni cosa con la sua Luce e rendere testimonianza in noi alla sua Verità. Poi è venuto tra noi, ed ha sopportato tutti i mali che gli derivavano dalla durezza del nostro cuore, dalla nostra instabilità, dalla nostra vanità, dalla nostra superbia. Si è sottoposto alle nostre analisi ed ai nostri giudizi; si è lasciato giudicare e condannare, per insegnarci e per testimoniarci che dobbiamo cercare Dio e che la nostra vita ha valore, senso, finalità, solo per questa, ed in questa, ricerca. Ed ha aspettato da noi un frutto di conoscenza, di intelligenza, di amore, perché questo albero piantato nella «sua» vigna, siamo noi. Siamo stati creati per imparare ogni giorno qualcosa di Dio e custodirlo con cura e compiere ogni giorno un passo nella ricerca e nell'amore di Dio. Il giorno in cui questo non avviene, non sarà annoverato tra i giorni della nostra vita, ma si perderà nel vuoto delle cose vane: un giorno non vissuto.

 

Chi non cerca Dio, non può recare frutti di vita eterna né alla propria anima, né all'altrui. Farà del rumore, accumulerà delle ricchezze in terra, si farà battere le mani da molti, ma alla fine della festa non gli resterà che un po' di fumo al di fuori ed il vuoto nell'anima: un albero con tante foglie, ma nessun frutto.

 

L'uomo è come un albero. E' paragonato, dalla parabola del Signore, ad un fico piantato in una vigna.

 

* * *

 

« E venne a cercare frutti e non ne trovò».

Venne tra i suoi ed i suoi non lo conobbero. Il frutto chiesto all'uomo è la conoscenza di Dio. Dio infatti vuole che l'uomo lo conosca. Ma l'uomo può non fare la volontà di Dio e non preoccuparsi di cercarlo e di conoscerlo. La sua vita può diventare una vita inutile.

 

Gesù dice: «Cercate prima di tutto il Regno di Dio». E' un prima di tutto che non ammette eccezioni, né scuse, né giustificazioni secondo quanto insegna il Maestro divino: né la famiglia, né il lavoro, né la casa, né i campi, né i buoi, possono giustificare la nostra vita. Non c'è nulla al mondo che valga il prezzo della vita dell'uomo. Quindi essa per recare frutti, deve assumersi questo impegno della ricerca di Dio. Tale frutto è essenzialmente prodotto da un lavoro interiore di ascolto, di preghiera, di pensiero e di amore verso Dio, un raccoglimento sulle sue parole, un'attenzione continua a Lui, un pensare paziente e fedele alle cose dette da Dio, fino alla luce.

 

E' questo il terreno buono e profondo che produce frutti.

 

Gesù dice: «Chi raccoglie, riceve una mercede di vita eterna », la quale è «conoscenza di Dio come vero Dio».

 

Nella conoscenza della Verità l'uomo diventa libero e trova la sua pace. «Conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi», promette Gesù a quanti Lo ascoltano.

 

Non c'è benessere, né lavoro, né macchine, né viaggi, né scienza, né politica, né gloria, né amori, che possano supplire alla mancanza di questa vita interiore.

 

Ma il pensare è sempre accompagnato dalla sofferenza: ed è per questo che così pochi pensano.

 

Non sapete che la Verità di Dio, in cui è tutta la nostra vita, e la nostra salvezza, si perfeziona in noi attraverso la meditazione e la ricerca paziente e costante nella Parola di Dio, sopportando con fedeltà ogni prova, perché tutto avviene per farci crescere nella conoscenza e nell'amore?

 

«E' con la pazienza che guadagnerete le anime vostre», dice il Signore.

 

I frutti maturano attraverso la ricerca, il pensare e il soffrire: tutto ciò forma l'amore. Iniziano con l'attenzione alle parole di Dio; maturano con il pensiero; terminano con l'adorazione.

 

Tutto si dà convegno in noi per giungere con noi a questa meta.

 

* * *

 

«Allora disse al vigniauolo: sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico e non ne trovo. Taglialo: a che scopo sfrutta la terra?».

 

In questi tre anni è significato tutto l'arco della vita dell'uomo. Dio viene ogni giorno a cercare frutti.

 

Come viene?

 

Avendo parlato di sé, Dio viene a cercare quello che abbiamo capito delle sue lezioni. Avendo seminato amore, viene a cercare quanto amore portiamo in noi. Avendo posto in noi il desiderio della Sua Verità, viene a cercare da noi interesse per la Sua Verità. Avendoci dato l'esistenza, viene a cercare da noi i figli. Chi sono i figli della Verità? Sono coloro che, attratti da essa, la cercano. Chi sono i figli di Dio? Sono coloro che amano Dio e quindi riconoscono le sue Parole e le accolgono. Le riconoscono perché hanno interesse per esse, perché le portano nel cuore. La Sapienza è riconosciuta da tutti i suoi figli. Ma quanti non hanno attenzione per Dio, né tempo, né disponibilità, non sono figli e non riconoscono le sue parole. Un figlio che non abbia più tempo per suo padre, non è più un figlio.

 

Se le cose di Dio non sono la nostra passione, siamo molto lontani dal suo Regno.

 

Dio viene in ogni ora del nostro giorno a cercare frutti in noi, perché ogni ora è una scelta che ci viene proposta, una testimonianza che ci viene chiesta, una prova di fedeltà all'amore di Dio.

 

Nei riguardi di Dio, non è l'uomo a fissare i tempi e le stagioni, o l'ora del suo rendiconto; l'uomo non deve attendere un suo tempo per rispondere a Dio, ma dev'essere attento ad intendere il tempo di Dio, dev'essere quindi sempre disponibile, in piedi.

 

La risposta dell'uomo è giusta e vera solo quando nasce da un costante ascolto del Verbo di Dio, sapendo che continuamente Egli parla a lui in tutto. L'amore non fissa i tempi, né mette condizioni, ma è disponibile sempre, poiché l'amore è offerta di sé, messa di sé a disposizione di un altro.

 

Solo a questa condizione, vi è vero amore.

 

Dio ha diritto alla disponibilità dell’uomo: ha quindi diritto di trovare frutti nell'uomo, in qualunque tempo, in qualunque stagione, anche quando l'uomo crede che non sia ancora giunto il suo tempo. Dio ha diritto di trovare l'uomo sempre disponibile, perché l'ha creato nell'amore e per l'amore. Se l’uomo non è disponibile all'ascolto, all'attenzione nel raccogliere ciò che si dice di Dio, nel custodire e nel meditare ogni sua Parola, non è ciò che deve essere, non è autentico: la sua fede è solo apparenza, il suo amore non è vero, i suoi interessi sono altrove. Egli ha seminato nella sua vita l'apparenza, non l'essere. E' come un albero che ha solo foglie, ma nessun frutto.

 

Siamo tutti nell'aula in cui Dio tiene le sue lezioni.  Tutto è lezione di Dio e noi dobbiamo essere sempre attenti a Lui, che è in tutto.

 

* * *

 

Dio viene a cercare frutti su questo albero e non ne trova.

 

Gli uomini accumulano ricchezze e calcolano con queste i frutti, i risultati della loro vita. Ogni giorno per loro vale quanto hanno guadagnato in denaro: se hanno perso in fedeltà, in amore, in libertà, in speranza, questo conta poco per loro. Ma se hanno perso in denaro, quanta tristezza!

 

Ma quale frutto si ottiene accumulando ricchezze?

 

Più si possiede di mondo e più si perde in capacità di amare, più si perde del desiderio di cercare e di conoscere Dio, più si perde di anima. «Guai a voi che avete trovato la vostra soddisfazione» dice il Signore. Allarghiamo granai, costruiamo case, aggiungiamo somme a som­me e non ci accorgiamo della vita che sprofonda sotto di noi e del gran vuoto che si forma nella nostra anima. Più si possiede e più si è posseduti. A che vale possedere anche tutto il mondo se viene meno in noi il desiderio della Verità, il desiderio di conoscere Dio, questa passione pura che è stata posta in noi ed in cui è la sorgente di tutta la nostra vita, ma che può mutarsi in inferno? La nostri anima può restare soffocata dalle troppe cose del mondo.

 

«A quale scopo sfrutta la terra?».

 

Possiamo essere accusati di essere degli sfrut­tatori.  Siamo in una terra che è di Dio: tutto è sacro attorno a noi.  Siamo in una casa che non è nostra e viviamo di cose che non sono nostre.  Chiunque non si preoccupa di osservare la volontà di Colui che è il Signore della casa, né di intendere lo scopo di tutte le cose disposte da Lui, né di conoscere il senso della vita che gli è data, sfrutta inutilmente la terra.

 

L'universo intero con tutte le sue creature e le sue leggi meravigliose ed i suoi infiniti mondi di stelle, gira per sostenere in piedi l'uomo affinché questi apra il suo pensiero al suo Creatore, Lo cerchi e Lo conosca. Ma chi non si apre a cercare il Signore e non si preoccupa di questo, rende inutile tutta l'opera dell'universo, tutta l'opera di Dio: sfrutta la terra. Non solo, ma rifiuta lo Spirito di Dio che in lui vuole conoscere tutte le cose, anche i segreti di Dio, perché è Amore.

 

L'amore rifiuta ciò che è superficiale, vuole la profondità del cuore e la lealtà del pensiero, perché l'amore vuole essere duraturo e quindi vuole costruire sulla roccia del pensiero: non sulle parole soltanto, non sui sentimenti, non sulla gloria o sulla ricchezza. Tutto ciò che è senza pensiero, non è valido per l'amore; è terreno di riporto, terreno alluvionale, franoso, che non serve per costruirci su; è sabbia su cui non si può edificare niente.  Dio si rifiuta di costruire sulla sabbia. Egli vuole che il nostro terreno diventi solido, poi costruirà per noi l'edificio, magari con un miracolo. Anche l'amore vero guarda dove sono i pensieri e si fida solo di questi; tutto ciò che è senza pensiero, senza interiorità, lo chiama falsità, negazione di vita. «Questo popolo mi onora con le labbra, dice il Signore, ma il suo cuore è lontano da Me».

 

Questo è il Dio che visita l'uomo e per il quale l'uomo deve maturare i suoi frutti.

 

Se l'uomo non ascolta lo Spirito di Dio, se non si sveglia e non si apre all'interesse delle cose eterne, che ci sta a fare? Se si accontenta solo delle apparenze, della figura, del benessere materiale, se misura la vita dall'esteriorità e non guarda all'interiorità, che ci sta a fare? «A quale scopo sfrutta la terra? Taglialo!».

 

«Già la scure è posta ai piedi degli alberi » annunciava Giovanni Battista; «ogni albero che non porti buon frutto, verrà tagliato».

 

Gli esseri inutili non possono restare vivi nel Regno di Dio. E tutti coloro che dicono cose inutili, non possono restare vivi nel Regno di Dio. Può restare in piedi solo ciò che è piantato da Dio e solo ciò che porta frutti in Dio.

 

«Taglialo!» Quand'è che Dio dice di tagliare? Quando ci porta a toccare con mano quello che gli dobbiamo; quando ci presenta tutta la menzogna di cui abbiamo intessuto la nostra vita e la nostra incapacità ad essere veri.

 

* * *

 

Ma, prosegue la parabola: «il vignaiuolo gli rispose: Padrone, lascialo ancora quest'anno, per darmi il tempo di scavare tutt'attorno e mettervi del concime: e se darà frutto, bene, Altrimenti lo taglierai».

 

Chi rappresenta questo vignaiuolo della parabola e cosa significa questo tempo di prova, questo rinvio?

 

Dio è il padrone e Dio è il vignaiuolo nella vita di ogni uomo.

 

L'opera di Dio verso ogni uomo si svolge in due tempi: dapprima annuncia, parla, chiama, invita; poi si dona. Le sue parole diventano realtà viva, diventano persona.

 

Se la creatura ascolta, quando Dio si annuncia con la parola, l'invito, ed incomincia ad occuparsi di ciò che Egli parla, Egli le dà la possibilità di entrare nel suo spirito e di partecipare con tutta se stessa e con il suo mondo alla sua opera d'amore: che Dio vuole la gioia della sua creatura.

 

Ma se la creatura non ascolta, Dio che è fedele da parte sua, porta a compimento la sua opera indipendentemente dalla creatura e dal risultato negativo della vita di questa: le offre tutta la sua Presenza pur di colmarla d'amore. Opera così concedendo sempre di più, fino al dono totale di Se stesso e della sua Verità, fino alla sua morte. E' il tempo del silenzio di Dio davanti a chi lo accusa e lo provoca. E' il tempo in cui Dio donando se stesso, tace, non chiede più. E' qui che la creatura sente dire «lascialo ancora».

 

E' qui che l'uomo scopre l'amore e la misericordia di Dio, perché egli sa della inutilità del suo vivere, sa di quante vanità e falsità è pieno il suo animo ed il suo pensiero, sa di sfruttare inutilmente la terra.

 

Per cui sa che dovrebbe essere tagliato.

 

Come mai ancora rimane? Qualcuno deduce che Dio non attua ciò che dice a parole, non mantiene le sue minacce, e si lamenta come Giona a Ninive quando si sdegnò perché Dio non aveva mantenuto i castighi con cui aveva minacciato la città: «So che tu sei un Dio clemente e misericordioso e paziente e molto compassionevole e che perdoni il mal fatto: per questo non volevo compiere la missione che mi mandavi a fare».

 

Qualcuno, non comprendendo il disegno di Dio, vedendo che il suo Regno non si rivela e ch'Egli non interviene, interpreta il suo silenzio come una assenza, una morte: la morte di Dio. Vedete che Dio non esiste? Bastano le nostre scienze a spiegare il mondo e la vita; bastano le industrie, il nostro lavoro, la ricchezza, ad assicurarci il benessere. Non abbiamo più bisogno di Dio.

 

Non capiscono la grandezza dell'Amore di Dio. e Non vedono di quanto amore saturo il silenzio di Dio sulla terra.

 


 

Pensieri di riassunto

delle parabole della sera

 

Il rendiconto

 

Ciò che è annunciato a parole e che, attraverso tutte le cose e i fatti, ci invita e chiama, diventa presto realtà viva.  La Parola di Dio diventa Essere, diventa Persona. «Ecco, Colui che parlava con te, è presente».

 

La vita è un giorno che volge al tramonto, ma è anche una notte che volge all'alba di un giorno nuovo.

 

La realtà presentandosi a noi, ci impone un rendiconto, poiché essa diventa per noi indiscutibile: diventa realtà. Di fronte ad essa tutta la nostra mentalità subisce una revisione, una critica, le nostre parole ed i nostri giudizi sono rimisurati sul suo metro. Vi è una strada di Damasco nella vita di ogni uomo.

 

A base di questo giorno nuovo, di questa rivelazione, vi è un dono di Dio: se stesso; dono che per gli uni è compimento di un sogno d’amore; per gli altri un'offesa ed un'ingiustizia perché non risponde alla loro attesa. Ognuno viene a trovarsi a tu per tu con il frutto di ciò che ha seminato e coltivato. Chi ha dato generosità ed amore, ottiene amore; chi ha dato con calcolo, ottiene il suo calcolo.  E' il rendiconto secondo la parabola degli operai chiamati a lavorare in una vigna.

 

Ma presso Dio non vi è ingiustizia, né preferenza di persone; anzi vi è perfetta giustizia e pienezza di misericordia, vi è la Verità. Però Egli guarda ai cuori, premia la generosità, l'amore.  E qui non lo capiamo più noi che siamo abituati a giudicare in base a quantità ed a considerare l'uomo non per quel che è e pensa, ma per quel che ha o guadagna. Per Dio valgono di più le due monetine di una povera vedova che tutte le offerte cospicue di molta gente. Per Dio vale di più un pensiero dell'uomo, quando è vero e sincero, che tutti i regni e tutto il mondo; vale di più un atto di intelligenza di un uomo che tutti i beni della terra e tutte le ricchezze.

 

Per Dio vale quanto ognuno sa donare con amore, vale la dedizione personale. Chi ha paura di perdere, perde veramente; chi cerca di salvare la sua figura, non è nell'amore e non può appartenere al regno della Verità.

 

E' questo il pensiero conclusivo delle parabole dei talenti e delle mine.

 

* * *

 

 Comunque, il rendiconto si impone su ogni uomo: non si può arrestare il sorgere di un'alba. Il rifiuto di riconoscere la verità di Dio e la sua giustizia non impedisce a questa di diventare realtà. Il rifiuto di rispondere al nostro destino che ci chiama a cercare Dio prima di tutto ed a conoscerlo, non ci libera e non ci dà il possesso del mondo e di noi stessi, ma ci distrugge davanti a Dio, perché è un rifiuto di partecipare all'Essere, un rifiuto di vivere. Dio non ci impone la vita; ce la offre.

 

E' la conclusione della parabola dei coloni ai quali fu affidata una vigna.

 

* * *

 

Il debito dell'uomo verso Dio è enorme, poiché ogni giorno l'uomo è in difetto rispetto all'opera di raccolta che gli viene chiesta dalla Verità di Dio. Ma tutto può essergli perdonato se l'uomo a sua volta cerca di superare se stesso, il suo egoismo verso gli altri e perdona come vorrebbe essere perdonato. Il perdono di Dio è dunque un perdono condizionato all'amore verso i fratelli: condizionato non da parte di Dio, ma da parte nostra, perché solo «facendo» il perdono diventiamo capaci di possedere il perdono.

 

E' quanto ci rivela la parabola del servo che avendo ottenuto condonato il suo debito enorme non fu in grado di condonare a sua volta il poco che un suo compagno gli doveva.

 

* * *

 

Verrà il giorno in cui vorremmo avere un capitale disponibile di amore e di intelligenza per comperare il tesoro che finalmente troveremo sulla nostra strada e che si offrirà a noi; ma allora constateremo con angoscia di non avere più niente nelle nostre mani da offrire per comperarlo; constateremo di aver sciupato tutto e di essere del tutto incapaci di amare.

 

E' la conclusione della parabola di un albero senza frutti.

 

* * *

 

Le Parole di Dio diventano Realtà e la Realtà ci impegna a questi rendiconti, poiché di fronte alla realtà cadono tutte le nostre ragioni con cui volevamo giustificare il nostro atteggiamento di vita, la nostra mentalità, scusare le nostre assenze dall'impegno con Dio quando Dio non aveva ancora per noi tutto il suo valore e tutto il suo peso.  Ma è proprio qui, in questa preparazione, che prende forma e si decide il nostro incontro con Dio.

 


 


 

 

(la sesta parte verrà proposta il 20.06.2019 -

Madonna della Consolata)

 


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