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Incontri del Sabato ciclo A-B_C

condotti da Luigi Bracco


 

 

 

Gv 14,21: “Chi accoglie i miei precetti (o meglio le mie parole) e li osserva quegli è che mi ama; e colui che mi ama sarà amato dal Padre mio, ed io l’amerò e mi manifesterò a lui”.

 

 

ciclo A - incontro n°224 casa di preghiera :

 

dal quaderno di Pinuccia B.:

(27.12.1980)

 

                                                                                                                                                 

Eligio: Cristo ci dà la possibilità di misurare l’amore che abbiamo verso di Lui dall’osservazione che facciamo dei suoi precetti, perché possiamo illuderci di amarlo e poi in pratica non abbiamo Dio per Padre, ma siamo motivati dall’io.

Luigi: Certo. Comunque, precisiamo bene quel “Chi osserva i miei precetti”. Siccome il precetto è parola sua, è proposta, si può ritradurre così: “Chi osserva quello che io gli propongo…”. Lui che cosa propone?

Una delle lezioni principali è questa: generalmente noi viviamo per altro da Dio, e Lui ci propone di vivere per Dio. “Tu uomo vivi per mangiare, per vestire, per la figura”. La parola di Dio giunge a noi e ci dice: “Non vivere per questo o per quell’altro, perché quello non ti dà vita. La vita non è questo. Cerca prima di tutto il Regno di Dio. Chi accoglie la mia proposta, quegli mi ama, cioè entra nell’amore.”. Chi accoglie entra. Chi non accoglie resta fuori.

Nino: Prima entra nella conoscenza e la conoscenza si trasforma in amore.

Luigi: Certo, la conoscenza precede sempre l’amore. In quanto la Parola di Dio parla a te e ti dice: “Non vivere per mangiare, per vestire, per guadagnare, per la figura, ma vivi per conoscere Dio”, ti propone una cosa; e in quanto te la propone già te la fa vedere. Quindi tu rifiutando la proposta di Dio, rifiuti la conoscenza che Lui ti ha offerto; perché la Parola di Dio arriva a te con una certa garanzia. In quanto ti propone una cosa, tu la valuti.

Ad esempio ti arriva la parola di uno che ti dice: “Senti, domani non andare a Cuneo, vieni con me a Torino”; è una proposta. La proposta ti è arrivata, adesso tu dentro la valuti: “Mi conviene andare qui o mi conviene andare là?”.

Quando la Parola di Dio arriva a me e mi dice: “Non vivere per mangiare, per vestire, non preoccuparti di questo, occupati invece di conoscere, di cercare Dio prima di tutto”, mi fa una proposta. Ora, quando questa proposta arriva a me, comincio a valutare e valutando la peso. “Se io mi occupo di questo, non posso più occuparmi di quell’altro, ma per quale motivo devo occuparmi di Dio e non occuparmi di questo? Davanti al mondo, che figura ci faccio?”. Se a me sta più a cuore la figura davanti agli altri, quello che dicono gli altri, il mio prestigio, naturalmente non posso accettare quello che Lui mi propone. Io esamino la sua proposta con una certa luce. La proposta che Lui mi fa, mi presenta l’argomento “Dio” e qui è una conoscenza. È una conoscenza che mi viene proposta. Quindi è in conseguenza di questa conoscenza che rispondo; per cui resto responsabile. Se preferisco, rifiuto Dio. Rifiuto di interessarmi di Dio; quindi rifiuto Dio; rifiuto una conoscenza.

Pro.: Non si può più dire: “io non sapevo!”.

Luigi: Già.

Nino: Dentro di me l’ho valutata, l’ho ritenuta valida.

Luigi: Prima che valida, l’hai ritenuta giusta. Dunque se Dio esiste, è giusto che io mi occupi più di Dio che di altro. Ecco perché se mi occupo più di altro che di Dio, faccio un’ingiustizia. Qui il rapporto essenziale è un rapporto di giustizia: “Dai a Dio quello che è di Dio”.

Nino: Dio all’inizio cerca di recuperarci anche solo facendoci vedere i vantaggi umani della scelta di Lui.

Luigi: Si. Dio cerca tutti i modi per recuperarci.

Nino: Magari non hai ancora messo Dio al centro, però Lui ci aggancia con delle verità parziali.

Luigi: No, perché la verità parziale ha sempre come centro Dio, la giustizia verso Dio, messa prima di tutto. Devi metterla prima di tutto, come pensiero. Dio non ti chiede l’azione. Tu continua a pasticciare con le azioni che fai, però riconosci: riconosci che è giusto fare secondo certe verità. Riconoscilo con la mente, poi dopo pasticcia quanto vuoi. Ubriacati tutti i giorni, però riconosci che la giustizia sta in questo.

Dio prima di tutto richiede il pensiero; perché noi a volte facciamo delle azioni oneste, però con il pensiero non siamo giusti verso Dio. Dio ci dice: “No, fa delle azioni disoneste, tutto quello che vuoi, comincia però a pensare, a riconoscere che tu dovresti vivere così”.

Nino: Dicevo questo, perché all’inizio sono stato attratto da quello che credevo fosse una filosofia, che aiutava a vivere meglio. Dio non mi ha cacciato, anzi poco per volta mi ha condotto anche attraverso questa idea a scoprire Lui.

Luigi: Implicitamente, in quanto ti fermi ad ascoltare certi argomenti (tu li chiami filosofia, ma puoi chiamarli come vuoi), sostanzialmente ti fermi all’ascolto, quindi in preghiera, di queste cose. Naturalmente partecipi soltanto col pensiero e la tua vita pratica è magari tutt’altro; però il tuo pensiero già da qualche cosa a Dio. E in quanto da qualcosa a Dio, quel Dio ti gratifica, ti fa riconoscere: “Vedi che è una cosa valida? Vedi che è una cosa vera?”. È nella misura in cui uno dà che riceve.

Noi non ci rendiamo conto, ma in quanto ci fermiamo ad ascoltare, amiamo. Ascoltare è un atto di amore. Quindi quando uno si ferma ad ascoltare argomenti di Dio, questo è già amore per Dio; ha interesse per Dio. Ma chi vi fa venire qui la domenica, passare mezza giornata, se non aveste interesse per Dio?

Va a giocare a football se non hai questo interesse, va al cinema, va in montagna, va dove vuoi. Chi ti fa fare questo? Se lo fai è perché hai una certa disponibilità ed amore per Dio e allora Dio ti ricompensa.

Nino: Fin dall’inizio trovavo però già una gratificazione immediata, pur ancora nella confusione di idee.

Luigi: Ogni piccolo passo che noi facciamo, immediatamente Dio lo ricompensa, proprio per confermarci che il cammino è buono. Quando noi camminiamo male, Dio ci richiama attraverso i semafori rossi, quando facciamo un passo buono, troviamo il semaforo verde: “Oh, Signore, posso correre avanti!”. Ecco, il fatto che posso andare avanti, è già una gratificazione. Quindi come Dio ci sta dietro quando sbagliamo e ci richiama, così quando invece facciamo un passo buono, ci dice: “Bravo, hai fatto un passo buono”; è la gratificazione, c’è il conforto. Lui non è soltanto Uno che sta laggiù in fondo e che aspetta a vedere un po’ come noi ce la togliamo, Lui è Uno che ci accompagna in tutto, e quando sbagliamo strada, ci lancia una pietra per dirci: “Guarda che hai sbagliato strada, ritorna indietro”. Ma quando siamo sulla strada buona, ci conforta e ci dice: “La strada è buona! Vai avanti, sta tranquillo, la strada è buona, continua così”, ad ogni passo.

Piero: All’inizio ciò che conta è proprio l’intensità di quei due o cinque minuti per restare con Lui.

Luigi: Certo, è la fedeltà nel poco.

Piero: Poi quei cinque minuti te li ritrovi lungo la giornata. È come un vulcano, allora ti viene da stare con Lui in macchina, sul lavoro, senza sforzo.

Luigi: L’importante è constatare questo: più pensiamo a Dio, e più Dio ci aiuta. E invece più noi ci diamo da fare e più facciamo dei grandi buchi. Il Signore dice: “Pensa a me ed io penso a te”; è logico, perché tutta la vita sta nell’imparare a vivere pensando a Lui.

 

Eligio: Si, perché Gesù stesso dice che il centro, il primo di tutti i comandamenti (e noi dimentichiamo sempre il primo), è: “Ama il Signore Dio tuo con tutta la tua mente, con tutto il tuo cuore, con tutto te stesso”.

Luigi: Amare vuol dire cercare la Presenza, cioè vuol dire pensare. Chi veramente ama, pensa a-, e desidera essere con-. Ora, Egli dice: “Tutti i comandamenti sono una conseguenza di questo; ma se tu non metti questo, anche se non rubi, anche se non uccidi, anche se non desideri, tutto è una recitazione nella tua vita, perché manca l’anima”.

L’anima è: “Pensa Dio”. Quel tale che diceva: “Signore, io ti ringrazio perché pago le imposte, perché io sono giusto, perché faccio questo e quello”, non è stato giustificato, perché gli mancava il Pensiero di Dio, cioè praticamente non osservava il primo comandamento. Per cui tutto era un fallimento. Quell’altro invece diceva: “Signore, abbi pietà di me, perché io sono un peccatore”, quegli era nel primo comandamento. Non osservava niente: era un peccatore. Peccatore, in quanto non osservava gli altri comandamenti, però lo riconosceva: “Signore, io sono una povera creatura, abbi pietà di me”. Questi era nel primo comandamento! Questi stava pensando a Dio, e questi è andato a casa giustificato, dice il Signore. È questa la meraviglia!

B.: E col tempo riuscirà ad osservare anche gli altri comandamenti.

Luigi: Ma certo, è logico!

 

Margherita: Chi accoglie i miei comandamenti, questo accogliere indica consapevolezza, conoscenza di Dio, e come conseguenza abbiamo che Lui è con noi.

Luigi: Certo, abbiamo l’amore! Perché l’amore è una conseguenza. L’amore diventa una conseguenza del mettere prima di tutto Lui. Entrando nell’amore ci sentiamo amati, e quando uno si sente amato, diventa capace di amare, perché noi da soli non siamo capaci di amare. Noi siamo capaci di amare nella misura in cui riceviamo amore. Il giorno in cui siamo offesi nell’amore, diventiamo degli egoisti nel senso più assoluto.

Non bisogna condannare nessuno di egoismo. Perché molto probabilmente non ha trovato amore, non è stato amato. Noi siamo capaci ad amare solo nella misura in cui riceviamo amore. Quindi non dobbiamo vantarci: “io sono capace di amare”. No, tu sei nella gioia, sei capace di amare, perché hai ricevuto tanto amore. Scopri chi ti ha amato!

Ora, più entriamo nell’amore di Dio, più scopriamo di essere amati da Dio, e più naturalmente l’anima comincia a cantare, comincia a diventare generosa, perché riceve tanto. Chi ha guadagnato duecento milioni, gli è facile regalare, dare via qualcosa. Perché ha ricevuto tanto. Ora, più noi stiamo con Dio, più riceviamo tanto e più riceviamo tanto e più diventiamo capaci di amare. Ma la capacità di amare è una conseguenza! Noi siamo creature! Noi purtroppo ci possiamo sottrarre all’amore. E allora perdiamo questa capacità. Non ci sentiamo più amati e non sentendoci più amati, diventiamo un continuo: “io qui, io là, io là”, cioè incapaci di amare.

 

Margherita: Ad esempio, se non so amare una persona, significa che questa persona non mi ama abbastanza?

Luigi: No!

Margherita: Ma tradotto a livello umano, è difficile allora.

Luigi: Lo so, ma noi non possiamo misurare a livello umano, perché a livello umano sono soltanto dei segni. È logico, più sono amato e più sono capace di amare; però posso anche tradire. Anche Dio per primo ci ama, però non è detto che noi amiamo perché Lui ci ama. Noi possiamo sottrarci al suo amore. Se mettiamo Lui prima di tutto, cioè se siamo giusti verso di Lui, cominciamo a scoprire l’amore, a scoprire di essere amati.

Sia ben chiaro: non basta che l’altra persona mi ami perché io sia capace di amare, perché se desidero altro e quell’altro che mi ama non me lo dà, io non mi “sento” amato. Ecco, bisogna che io mi senta amato. Quindi non basta che Dio ci ami, bisogna che proviamo questo amore, che “sentiamo” amore. Soltanto quando “sentiamo” amore, allora diventiamo capaci di amare.

Magari diciamo: “Signore, fammi guadagnare tanti milioni”. Lui non ci fa guadagnare i milioni, e ci sentiamo soli. Non ci sentiamo amati, non ci sentiamo compresi. Allora diventiamo tristi, feroci, violenti. Unicamente perché abbiamo delle pretese sbagliate. E Dio non soddisfa le nostre pretese sbagliate. Comincia ad essere giusto verso Dio, metti Dio al suo posto; scoprirai allora che Dio ti ama; ti sentirai amato.

 

Amalia: Il fatto di sentirsi amato è una conseguenza dell’osservare i precetti?

Luigi: E’ una conseguenza, certamente.

B.: Così, per far bene la scuola bisogna amare di più gli alunni antipatici e ritardati. Ed è difficile.

Luigi: Bisogna sovrabbondare in amore. Certo, è difficile, perché generalmente sei più portato ad amare il simpatico. Ma bisogna anche dire che per amare tu devi avere già al mattino l’animo carico di amore. Se tu al mattino ti svegli col piede sinistro, hai un bel sentirsi la regola: “io debbo amare il più ignorante, il più antipatico”, ma non ce la fai.

Il vero amore lo otteniamo da Dio. Quindi più noi siamo in sintonia con Dio più diventiamo capaci di amare. Altrimenti amiamo soltanto nella misura in cui siamo riamati. E naturalmente ci rivolgiamo alla persona bella, alla persona simpatica, ma quello è soltanto amore possessivo. Per poter donare amore, noi dobbiamo ricevere amore di Dio. Dio per primo è la Sorgente di questo amore. Restando in sintonia con Dio diventi capace di donare.

 

Silvana: “Sarà amato dal Padre”: non è che il Padre prima non ci ami, ma ne prenderemo consapevolezza.

Luigi: Si, è consapevolezza: noi constatiamo. Qui ci fa un la trafila per arrivare alla consapevolezza dell’amore; cioè alla consapevolezza dello scoprirci amati da Dio. Noi diciamo molte volte: “Dio ci ama”. Ma non basta che uno dica delle parole.

 “Lui mi dice che Dio mi ama, però mi sento solo. E quando desidero una cosa ricevo una scopa”. Quindi non basta sentirselo dire. Bisogna arrivare alla consapevolezza.

Qui Lui ci traccia la strada per farci arrivare alla consapevolezza, a constatare che veramente Dio ci ama. Ci dice: “Vuoi constatare, vuoi sperimentare che veramente Dio ti ama? Ascolta quello che devi fare: metti Dio prima di tutto; comincia a pensare a Dio, ovunque tu sia, comunque tu sia; anche se fossi un ubriacone: fa quello che vuoi, ma comincia a pensare Dio. Più pensi a Dio e più scoprirai che sei amato da Dio”. Bisogna mettere Dio per primo, come pensiero.

 

Pro.: La serenità uno ce l’ha solo quando mette il pensiero di Dio prima di tutto. Nessuno può dire che non è vero: lo possiamo sperimentare tutti.

Luigi: Diciamo così: la serenità è un effetto della sintonia con Dio. L’apparecchio radio per cogliere la stazione deve mettersi in sintonia con quella stazione.

Noi siamo tristi, siamo turbati e inquieti, perché non siamo entrati in sintonia. Dunque la stazione trasmittente trasmette, Dio trasmette, il nostro apparecchio non riceve. Sentiamo i rumori ma non percepiamo l’amore. Se ci mettiamo in sintonia con Dio, dalla sintonia (la sintonia è armonia), abbiamo serenità che è armonia. La serenità è conseguenza della pace. Questo è effetto di sintonia.

Pro.: D’altronde quando noi guadagnassimo cinque milioni, proveremmo cinque milioni di gioia, e poi passerebbe, lasciandoci vuoti, e quindi peggio di prima. Invece basta dedicare cinque minuti col pensiero a Dio e ricevi tanta pace; sei tranquillo. E questo è vero.

Luigi: Ogni persona lo sperimenta.

Pro.: Così quando si dona ai poveri: si riceve molto di più di quello che si dona. Bisogna solo provare.

Luigi: Certo, ciò che si dà è niente rispetto a ciò che si riceve. La vita comincia in noi nella misura in cui noi doniamo. Non in quanto riceviamo, ma in quanto doniamo.

Pro.: E anche questo è una conseguenza.

Luigi: Si capisce.

Pinuccia: Questa esperienza dell’amore di Dio, è a livello di convinzione.

Luigi: E’ a livello di consapevolezza.

Pinuccia: E questa consapevolezza può anche essere priva del sentimento?

Luigi: Può anche essere priva, ma non importa. La consapevolezza è gioia.

Pinuccia: Quindi è anche sentimento.

Luigi: Ma non sentimento come intendiamo noi: è consapevolezza! Consapevolezza è spirito e nello spirito c’è gioia. Lo Spirito dà gioia. La vera gioia è nello Spirito, non è sentimento.

 

Pinuccia: “Io l’amerò e mi manifesterò a lui”: cioè, come conseguenza, noi sperimenteremo l’amore e la rivelazione di Cristo.

Luigi: Certamente. Ma questo andrà ancora approfondito.

 

ciclo A - incontro n°225 casa di preghiera :

 

dal quaderno di Pinuccia B.:

(03.01.1981)

 

Luigi: Sostituiamo il termine “precetti” con “parole”, cioè “chi accoglie le mie parole”. Anche perché Lui lo preciserà dopo quando dirà: “Se qualcuno mi ama osserverà le mie parole. “Parole” per noi è un termine più chiaro, perché i “precetti” li confondiamo con “comandi”, comandamenti. Anche perché dice: “I veri miei discepoli sono coloro che restano nelle mie parole”. Qui si rivela che la parola è un mezzo di comunicazione, un ponte attraverso cui noi passiamo da certe conoscenze, ad altre conoscenze, se noi ci fermiamo su quella parola. Quindi la parola, in quanto arriva a noi, annuncia qualcosa che ancora non capiamo, però se l’accogliamo, per mezzo di essa abbiamo la possibilità di arrivare a capire quello che ancora non capiamo. La Parola è un annuncio. Se noi la seguiamo arriviamo a vedere ciò che ci annuncia. La parola è un segnale stradale. Il segnale stradale è una segnalazione: possiamo osservarla o possiamo non osservarla. Se non la osserviamo, andiamo a finire in un prato; se la osserviamo andiamo nella direzione giusta, evitiamo gli incidenti. Quindi le parole sono delle segnalazioni: ci segnalano la meta verso la quale dobbiamo andare, ci segnalano la strada e, naturalmente tutte le condizioni per poter restare sulla strada per evitare quei guai. Questi sono annunci, segnali. Ecco, la parola arriva, si annuncia: se noi facciamo attenzione, l’ascoltiamo; e ci guida verso la meta. Se invece, come accade il più delle volte, non la osserviamo, non stiamo attenti, naturalmente non arriviamo là dove essa ci dovrebbe condurre. Quindi non arriviamo a vedere e non arrivando a vedere, restiamo in balia degli eventi.

Dicevo prima: se io non osservo un segnale stradale, vado a finire in un prato, se non mi capita di peggio. Ora, siccome le parole di Dio sono segnali stradali, generalmente noi non le ascoltiamo ed è per questo che la nostra vita è sempre un finire in un prato o un finire malamente. Infatti nella nostra vita abbiamo situazioni di tristezza, situazioni di noia, situazioni di confusione, non sappiamo più perché viviamo: sono tutti segni che siamo finiti fuori strada. E non sappiamo più perché viviamo. Come mai è successo questo? Non sei stato attento ai segnali stradali, non sei stato attento a certe parole. E come mai non sono stato attento a certe parole? Hai preferito il pensiero del tuo io al Pensiero di Dio.

Se abbiamo in noi interesse per Dio, allora siamo sempre attenti a tutti i segnali di Dio, che sono le parole di Dio. E allora cominciamo a riflettere: perché Dio ha detto questo? Perché mi ha presentato quell’altro? cosa vuol dire? Che cosa mi segnala? Tutto questo ci mantiene in direzione e ci evita di uscire di strada.

Se invece pensiamo al nostro io, noi guardiamo ai nostri interessi, alle nostre comodità, alla nostra figura davanti agli altri, al nostro prestigio; e tutto questo ci fa deviare, perché ci impedisce di prestare attenzione ai segnali stradali.

 

Pinuccia: Gesù dice: Chi accoglie e chi osserva: accoglierla è la condizione per osservarla, no?

Luigi: Si. Osservare significa prestare attenzione.

Amalia: Nella parabola del seminatore Gesù dice che si può accogliere con gioia subito, ma poi non restare, per cui si perde. Cioè, si può accogliere e non restare. Quindi è per questo che Gesù fa distinzione tra accogliere e osservare?

Luigi: Certo. Si può anche non accogliere, perché il segnale, la parola può arrivare a noi e noi semplicemente vederla, ma non accoglierla; per cui si fa distinzione tra “cosa è che si fa vedere e non viene accolta” e “cosa è che si fa vedere, viene accolta, osservata, seguita, custodita, fino ad arrivare alla meta”. Una volta accolta bisogna osservarla, ma osservarla lungamente, custodirla, fino a portarla a compimento, perché noi possiamo osservarla per un certo tempo e poi dimenticarcene; e allora naturalmente deviamo.

Luisa: Qui invece è tradotto: “Chi ha i miei comandamenti”, cioè chi li possiede; cioè devono diventare miei.

Luigi: Si, devono diventare motivo di vita, devono diventare motivazione del tuo vivere. “Perché tu cammini in questo modo?”, “Perché ho visto quel segnale, mi è stata segnalata la tale cosa, per cui cammino su questa strada così e così”. Per cui la parola udita diventa per noi motivazione di cammino. Camminiamo perché abbiamo ricevuto la segnalazione. La Parola di Dio che arriva a noi è sempre una proposta. Per esempio: “Non preoccuparti del mangiare e del vestire, cerca prima di tutto il Regno di Dio”.

Ecco, è un segnale che arriva a noi: in quanto segnale, lo vedo: la proposta in quanto mi arriva la vedo, però posso tenerne conto o posso non tenerne conto. Il segnale mi dice: “Non preoccuparti del mangiare e del vestire: cerca prima di tutto il Regno di Dio. Tu uomo sei stato creato per conoscere Dio: occupati di Dio, cerca Dio”. Ora, per accoglierla, io debbo cominciare ad applicarmi a fare questa parola.

Luisa: Ci vuole interesse, mi deve piacere.

Luigi: Ci vuole interesse; il piacere no. Qualche volta può anche non piacere. Ci vuole interesse.

 

Luisa: Il trasformarla poi in me stessa è tutto opera di Dio.

Luigi: Tutto è opera di Dio. Anche accogliere la parola è opera di Dio, perché se non teniamo presente Dio, noi abbiamo presente il nostro io; e il pensiero del nostro io ci impedisce di accoglierla, perché ci fa dire: “Se io non penso a me, chi pensa a me?”. Quindi se non teniamo presente il Pensiero di Dio, necessariamente non possiamo fare a meno di preoccuparci del mangiare e del vestire, della figura davanti agli altri, del giudizio, del prestigio, dell’onore. Soltanto se teniamo presente Dio, se crediamo in Dio, possiamo superare il pensiero del nostro io; in caso diverso, non possiamo superarlo.

Noi siamo schiavi del pensiero del nostro io. Non possiamo superarlo da soli. E’ necessario avere il Pensiero di Dio, cioè chiederci prima di tutto: “Ma io credo veramente che Dio esiste? O no?”. Se crediamo, se possiamo rispondere in coscienza: “Si, credo che Dio esista”, allora cominciamo a far conto solo su Dio. Facendo conto su Dio, abbiamo la possibilità di superare, di vincere la paura che viene dal pensiero del nostro io, la paura che viene dal pensiero degli altri, la paura che viene dal dire: “Ma io domani come farò?”. Il pensiero del nostro io ci carica di paure perché il nostro io da solo non sta su; e quindi abbiamo bisogno di proteggerlo e proteggerlo vuol dire avere la mutua, avere il posto di lavoro, vuol dire avere la carriera assicurata, vuol dire avere attorno tanti che ci stimano, vuol dire difendere la figura, vuol dire vestirsi bene, vuol dire avere la macchina lussuosa, avere la villa. Ecco, si ha bisogno di mettergli tante cose attorno; soltanto che per mettergli tante cose attorno, dobbiamo vivere per queste cose: ad un certo momento queste cose ci tradiscono, ci lacerano e noi moriamo.

Amalia: Per cui diventano proprio motivo di vita.

Luigi: E ad un certo momento ci chiediamo: “Ma io sono vissuto per che cosa? Sono vissuto per niente. Sono vissuto per correre dietro ad una cosa che ho perso”.

La vita non ci è stata data per la macchina, non ci è stata data perché cercassimo la figura davanti agli altri o salissimo in cattedra; abbiamo sbagliato strada, non siamo stati attenti ai segnali. C’era la segnalazione: “Uomo, per che cosa sei stato creato? Nessuno ti ha detto che sei stato creato per mangiare, per vestire, per cercare la gloria davanti agli altri, e allora perché l’hai cercata?”. Ecco, i segnali c’erano e non li abbiamo visti o non abbiamo voluto vederli, perché siamo stati dominati dal pensiero di noi stessi. Quindi, è sempre necessario partire da Dio: o uno crede in Dio o non crede in Dio.

Luisa: Noi abbiamo la libertà di decidere il contrario di quello che Dio ci propone.

Luigi: Si, ma questa libertà, questa possibilità di decidere il contrario è possibilità di trascurare le parole di Dio: è un difetto che viene dal nostro io. Perché la possibilità di aderire, di tener conto dei segnali di Dio, viene a noi non dal pensiero dell’io, ma dal Pensiero di Dio.

Abbiamo la possibilità di non tener presente Dio, di pensare a noi stessi. Noi abbiamo la possibilità di aderire a Dio o di trascurare Dio per pensare a noi, di mettere il nostro io al centro anziché mettere Dio. Ma il fatto di mettere il nostro io al centro è già un difetto nostro, non è libertà.

Molte volte chiamiamo libertà ciò che invece è ignoranza. Questa possibilità di rifiutare la Verità noi la chiamiamo libertà! Ma solo colui che conosce la Verità è veramente libero!

Noi chiamiamo libertà la possibilità di scegliere e di sbagliare, ma poi diciamo: “Ah, se avessi saputo!”. Allora non eravamo liberi! Ci siamo lasciati dominare dalle impressioni.

Salvatore: Vorrei capire meglio questo concetto di libertà.

Luigi: Noi ci riteniamo liberi. Ma la nostra libertà è soltanto una sensazione che deriva dal fatto che non conosciamo.

Ad esempio, io sono libero di scegliere questa penna o quella: mi ritengo libero. Ma la mia libertà di scegliere deriva dal fatto che non conosco a fondo i pregi delle due penne. Se conoscessi veramente che differenza c’è tra le due non sarei più libero: sceglierei senz’altro il migliore. Cioè, la capacità di scegliere (la libertà), deriva dal fatto che io ignoro che differenza c’è tra una cosa e l’altra. È una situazione di grossolanità.

Pinuccia: Infatti dopo aver scelto una delle due registratori, mi accorgo che uno aveva un difetto.

Luigi: Apparentemente due cose mi sembrano uguali, per cui mi sento libero. Ma se io conoscessi veramente e profondamente che una cosa vale più dell’altra, non potrei fare a meno di scegliere la migliore. Allora la mia libertà è effetto di ignoranza, è difetto! Ignoranza di valori. Se uno ad esempio mi presenta un biglietto da centomila e un biglietto da cinquemila e io non li conosco, perché moneta straniera, non riesco a rendermi conto che hanno un valore diverso, allora dico: “Per me è indifferente, ne scelgo uno” e dicendo: “Per me è indifferente scegliere l’uno o scegliere l’altro” mi sento libero, mi sento indifferente. Ma se io conosco i valori, quando mi si dice: “Sei libero di scegliere quello che vuoi”, non sono libero, in quanto non posso non scegliere quello che vale di più; sono attratto da quello che vale di più. Allora se io dico: “Sono libero di pensare a Dio o non pensare a Dio” è soltanto effetto di ignoranza. Se io conoscessi Dio, non potrei fare a meno di scegliere Dio.

Pinuccia: Quindi la vera libertà è conoscere il bene e poterlo scegliere.

Luigi: Tant’è vero che quando noi scegliamo senza conoscere i valori, dopo aver scelto ci accorgiamo di aver scelto male. Perché dopo aver scelto ci accorgiamo di aver scelto il biglietto da cinquemila anziché quello da centomila; e ce ne accorgiamo perché spendendolo mi danno soltanto la merce di cinquemila. E allora dico: “Ho sbagliato!”. Dicendo “ho sbagliato!”, dico: “Non ero libero! Perché se avessi saputo!”. Mi sono lasciato dominare dall’apparenza. Ho scelto quello perché mi sembrava più bello, perché era più colorato. E quindi mi ha attratto di più, perché aveva qualcosa di diverso. E invece i valori erano diversi. Quindi la libertà di scegliere è effetto di ignoranza di valori. La nostra libertà è soltanto effetto di ignoranza! Ora, soltanto conoscendo posso scegliere quello che vale di più: non posso non sceglierlo!

Luisa: Allora la Parola di Dio è una presentazione della Verità.

Luigi: La Parola di Dio ci presenta i valori veri. Ritorno al segnale stradale: vedo il segnale stradale, però vedo una scorciatoia e mi sembra di far meglio a scegliere la scorciatoia e dico: “Si, il segnale stradale mi ha dato un’indicazione ma io prendo questa scorciatoia perché mi sembra migliore”. Poi vado a finire in un burrone, non era una scorciatoia. E allora dico: “Ah! Se avessi saputo!”; “Ma il segnale c’era!”. “Si, c’era ma mi è sembrato che la scorciatoia mi rimettesse sulla strada, e invece no, mi ha complicato le cose!”. Questo succede perché ci lasciamo guidare dalle impressioni che vengono a noi. Ci lasciamo guidare da: “Questo mi piace; questo mi fa fare bella figura, in questo ci guadagno”. Ci lasciamo guidare da sentimenti nostri, anziché lasciarci guidare dalla Verità.

Devi sempre aver presente questo: “io devo lasciarmi guidare dalla Verità e non da quello che sento, non da quello che mi sembra”. Non lasciarti guidare da quello che ti sembra, ma cerca presso Dio quello che è vero. Se tu cerchi presso Dio, Dio non ti lascia guidare dalle impressioni. Dio ti libera dalle impressioni.

Vedi una persona è subito dici: “Come è in gamba questa persona” è la prima impressione; poi ad un certo momento dovrai constatare: “Ho sbagliato, invece è un furfante”. Ecco, non lasciarti guidare dalle impressioni, cerca sempre presso Dio, perché le impressioni ti ingannano, è apparenza. Non fermarti all’apparenza.

Se uno ha presente Dio, non si ferma all’impressione, perché le impressioni sono soltanto relazioni col pensiero del nostro io. Dobbiamo andare a fondo, cercare presso Dio. Allora superiamo i sentimenti, le impressioni, superiamo quello che può interessare il nostro io. Allora ci lasciamo guidare dalla parola di Dio, dalla Verità.

 

Tiziana: Si sente tante volte dire che la libertà è il più grande dono che Dio ci ha dato.

Luigi: Si dicono tante cose... Qui abbiamo la Parola del Signore: “La verità vi farà liberi”, quindi vuol dire che non lo siamo ancora. Anche i Farisei dicevano: “Come, noi siamo liberi! Non siamo figli di prostituzione! Noi siamo liberi, noi siamo un popolo libero”. No. “Chi fa il peccato è schiavo del peccato, soltanto la verità vi farà liberi”. Lo dice Gesù.

Se dice: “Conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi”, vuol dire che fintanto che non conosciamo la Verità non siamo liberi. È inutile che noi ci vantiamo di libertà.

Come posso io essere libero se ho fame? Ho fame e sono libero? Necessariamente cerco il pane. E se ho un “bubù” certamente cerco la medicina; e quando sono stanco, cerco il letto. Sono dominato da tutte le cose: altro che essere libero!

Eppure ci vantiamo di essere liberi. È soltanto un impressione nostra.

Chi conosce la Verità è libero e può superare il pensiero di se stesso. Ma chi non conosce la Verità è schiavo. E questa è parola di Gesù! Lo dice Lui: “Sarete veri miei discepoli se resterete nelle mie parole e se resterete nelle mie parole conoscerete la Verità”; conoscerete: futuro. Non adesso: conoscerete! Quando la conoscerete sarete liberi. Vuol dire che fintanto che tu uomo non conosci la Verità sei schiavo. Riconosciti schiavo: schiavo delle tue passioni, schiavo dei tuoi interessi, schiavo delle tue ambizioni, schiavo del pensiero di te stesso; schiavo degli altri, schiavo della figura. Sei schiavo!

Crediamo di essere liberi e invece ci vestiamo come vuole l’altro. Continuamente pensiamo: “Ma gli altri cosa dicono? Come mi giudicano? Cosa pensano?”. Per cui siamo costretti a comportarci in un certo modo. E questa è libertà? No, è schiavitù!

E come mai ci vantiamo di essere liberi? Siamo come un uomo che ha preso una macchina lussuosa e per questo crede di essere superiore; e poi magari ha un animo vile. Ha forse cambiato l’animo perché si è comprato una macchina lussuosa o perché è vestito bene? Che differenza c’è tra uno che è vestito di stracci e l’altro che invece è vestito in modo lussuoso? Magari quello che è vestito di stracci ha un animo più nobile di quello che è vestito lussuosamente. Noi ci vestiamo bene e crediamo di essere diversi. “No, non sei diverso; ti credi diverso solo perché ti sei vestito bene e gli altri ti ammirano; credi di essere qualcuno”. Fintanto che ci comportiamo secondo questi valori, siamo schiavi, schiavi della figura o degli altri, schiavi del pensiero del nostro io: non siamo liberi.

Pinuccia: La libertà è una promessa.

Luigi: E’ una promessa che viene dalla conoscenza della Verità. Fintanto che non arriviamo a conoscere la Verità, non siamo liberi, ma siamo dominati dalle cose che si presentano a noi, che appaiono a noi.

Luisa: La libertà allora è conoscenza.

Luigi: E’ conoscenza.

Luisa: Però devo volerla. Ed io mi sento libera proprio nel punto in cui dico: scelgo di conoscere la verità oppure scelgo di non conoscerla. Se fossi libera non sarei più responsabile dei miei atti, e neppure potrei definirli buoni o cattivi.

Luigi: Si. Se tu tieni presente Dio, tenendo presente Dio, aderisci a Dio e quindi anche a tutte le parole di Dio. Il fatto di aderire a Dio e di poter accogliere le parole di Dio, lo devi attribuire alla grazia di Dio, all’opera di Dio, non a te stessa: “Non sono io che ho scelto; è Dio”. Solo il difetto è opera tua.

Rifiutare, non tener conto di Dio è difetto nostro. Qui è sempre l’eterno problema: in quanto tu puoi amare il Signore, la grazia è del Signore, non è tua. Se invece non ami il Signore, non hai interesse per il Signore, la colpa non è del Signore, ma è tua. E’ il dilemma del medico che si lamenta: “Che cosa ci sto a fare? Perché se il medico guarisce, il malato dice: “E’ la grazia di Dio”; se il malato muore: “E’ colpa del medico”. Sotto sotto ci rivela una cosa molto vera: tutto il bene che facciamo, noi da soli, non possiamo farlo, è tutto grazia di Dio. Il male che facciamo non è opera di Dio; il male che facciamo, cioè il trascurare Dio, il non riferire a Dio, è opera nostra perché non teniamo presente Dio.

Il Signore stesso dice: “Senza di me non potete fare niente”. Se facciamo niente durante tutta la nostra vita, è perché abbiamo tenuto conto di Lui. Lui ci aveva detto: “Senza di me tu non puoi fare niente”. Noi diremo: “Ho sprecato tutta la mia vita in niente”. “Certo, perché non hai tenuto conto di me”. Quindi la colpa è nostra, perché non abbiamo tenuto conto di Dio. Abbiamo la possibilità di non tener conto, cioè di non guardare Dio, ma questa non è libertà.

Luisa: Eppure è una forma di libertà, perché ad un certo momento posso decidere di tener conto di Dio o no.

Luigi: Si, ma la libertà che affermi è la libertà di trascurare Dio, che deriva dal fatto che non conosci ancora Dio. Perché se tu conoscessi Dio, non potresti trascurarlo. Chi conosce Dio assolutamente non può non amarlo, non può trascurarlo. Può trascurarlo colui che non lo conosce. Allora questa libertà, cioè la libertà di non tener conto di Dio, è effetto di ignoranza. Perché non lo conosci, perché se lo conoscessi non lo dimenticheresti assolutamente.

Se noi sapessimo l’importanza che ha per noi il pensare Dio, se conoscessimo il tesoro che abbiamo in noi con la possibilità di pensare Dio, penseremmo a Dio ventiquattr’ore su ventiquattro, non lo trascureremmo mai. Se lo trascuriamo è perché non ci rendiamo conto e quindi non conosciamo il tesoro che abbiamo, perché pensando Dio abbiamo la possibilità in di conoscere la verità, di renderci conto delle cose.

Perché dovresti trascurare questo? Vendi tutto pur di non trascurarlo, perché l’uomo che conosce la Verità, che ha in sé la Verità, è più forte di tutto il mondo.

Quindi se noi abbiamo la possibilità (che noi chiamiamo libertà) di non tener conto di Dio, di non guardare Dio, di non interessarci di Dio, è per effetto dell’ignoranza che abbiamo di Dio, perché non lo conosciamo ancora. Quanto più lo conosciamo, tanto meno possiamo trascurarlo. Chi ama poco Dio, chi cerca poco Dio, è perché lo conosce poco. Chi lo conosce tanto, non può fare a meno di pensare a Lui, di essere sempre con Lui, perché ha trovato una cosa meravigliosa: ha trovato la Verità!

Tu da bambina avrai giocato con le bambole; perché adesso non giochi più con le bambole? Perché capisci che ci sono cose più importanti.

Pinuccia: Quindi non posso dire che sono libera di scegliere questo o quello perché scelgo Dio e l’iniziativa è di Dio: è Dio che si annuncia, che si presenta a me perché io aderisca a Lui. Quindi l’iniziativa nostra sta solo nel rifiutarlo.

Tiziana: Certo, se l’iniziativa fosse nostra, ci sarebbe il momento in cui decidiamo di scegliere questo o quello. Ma siccome l’iniziativa non è nostra, ma è Dio che si annuncia, allora la cosa è diversa, perché una volta annunciato, non possiamo più dire che siamo noi a scegliere.

Luigi: L’iniziativa viene sempre da Dio. Dio è sempre Uno che ci visita, si annuncia a noi.

Tiziana: Quindi io posso solamente prendere l’iniziativa di rifiutarlo.

Luigi: Noi possiamo solo dire di no. Se noi diciamo di si, la grazia è Sua.

Tiziana: Perché è Lui che si è presentato.

Luigi: Io non posso dire di si, se Lui non si presenta. Faccio sovente l’esempio del telefono: tu aspetti una telefonata, se l’altro non ti chiama, il telefono non squilla. Se squilla è perché l’altro ti ha chiamato. Tu aspetti una telefonata; l’altro ti chiama e tu rispondi. La grazia di chi è? E’ di chi ti ha chiamata. Adesso, in quanto l’ha chiamata, puoi rispondere, ma l’iniziativa è stata dell’altro che ha chiamato.

Ora, noi ci troviamo sempre di fronte ad uno che ci chiama. E’ Dio che chiama al telefono. Noi magari aspettiamo, e non sappiamo, abbiamo bisogno che qualcuno ci chiami per nome, ci dica per che cosa dobbiamo vivere; e fintanto che l’altro non ci chiama, tutto il nostro aspettare serve a niente. Poi ad un certo momento Lui ci chiama. Chiamandoci, la grazia è sua. Ora possiamo rispondere o non rispondere. Se rispondiamo la grazia è tutta sua.

Tutto quello che noi facciamo è grazia sua. Se non rispondiamo la colpa è nostra; perché Lui ha chiamato, l’iniziativa l’ha presa, ma non abbiamo alzato il telefono. Però sappiamo di essere stati chiamati e che ci siamo rifiutati. Avevamo altro per la testa, non ci andava a genio, non abbiamo risposto. “La chiamata l’hai ricevuta e come mai non hai risposto?”. Ecco, il segnale stradale: “hai visto, si è presentato a te, perché non ne hai tenuto conto?”. Allora, se invece e teniamo conto diciamo: “Guarda, mi hanno messo questo segnale, meno male che ne ho tenuto conto, perché ho capito a che cosa serviva: il ponte era rotto”. Se dunque abbiamo evitato il ponte rotto, la grazia è di chi mi ha messo il segnale. Se non ne teniamo conto, precipitiamo nel burrone perché il ponte è rotto, e diciamo: “La colpa è mia”. Il segnale c’era, l’abbiamo visto ma non ne abbiamo tenuto conto.

Tieni presente che ogni opera di Dio, ogni parola di Dio, è una telefonata che Lui ci fa per dirci: “Guarda che ti ho creato per questo, guarda che l’essenziale della vita è questo: conoscere Me. Quindi non affannarti, non preoccuparti di altro. Non lasciarti portare via dalle cose perché ci sono Io. Attraverso la telefonata Lui ci chiama e ci propone di interessarci di Lui, che è più importante di tutto. Quindi c’è da parte di Dio l’iniziativa. Adesso possiamo aderire o no.

“Signore, la grazia è stata tutta tua; non sono io che ho scelto. Signore, se Tu non mi chiamavi, io non potevo scegliere niente. Signore, ti ringrazio che mi hai presentato la tua parola, ti ringrazio che mi hai chiamato al telefono, ti ringrazio che mi sei venuto a trovare; venendo, Tu mi hai cambiato, mi hai fatto capire tante cose; ma la grazia è tua, non sono io che ho scelto”. Non siamo noi che ad un certo momento diciamo: “Adesso io parto e vado a trovare il Signore”; perché siamo creature; come creature possiamo sempre soltanto rispondere, non possiamo prendere delle iniziative. Siamo sempre in situazione di risposta. Anche il nostro vivere comune. Per questo dico che siamo schiavi.

Non ci rendiamo conto, ma il nostro vivere comune è sempre soltanto un reagire: io reagisco a delle sollecitazioni, queste sollecitazioni, questi bisogni ci possono venire dal corpo, dalla società, dalla famiglia. Siamo sempre sollecitati: o dagli altri o da Dio.

Se rispondiamo alle sollecitazioni di Dio, passiamo dalla schiavitù delle cose che non conosciamo (“Ho sbagliato perché ho scelto dei padroni indegni”), alla figliolanza di Dio, alla conoscenza di Dio.

 

Pinuccia: “Quegli è che mi ama”: cioè rivela che Lo ama veramente chi accoglie e osserva le parole?

Luigi: Noi il più delle volte diciamo: “Signore, io ti amo con tutto il cuore”, poi però non faccio attenzione alle tue parole. Allora Lui ci dice: “Volete misurare se veramente mi amate? Osservate se meditate sulle mie parole, se le custodite, perché chi custodisce le mie parole, quello mi ama! Non colui che mi dice a parole: Signore, io ti amo, da mattino a sera”. Infatti possiamo trovare una persona che ci dice: “Io ti amo con tutto il cuore”, ma poi il suo pensiero è con un altro. Ecco, noi con Dio a parole diciamo: “Signore, io ti amo”. Però il pensiero dov’è?

Il Signore dice: “Io non guardo le tue labbra, guardo dove hai i tuoi pensieri: a che cosa pensi? Quali sono i tuoi interessi principali? Per che cosa vivi? Lì è il tuo amore!”.

L’amore di ognuno lo si vede in ciò per cui vive; se lui vive per il denaro, il suo amore è lì; non è col Signore, anche se dice da mattino a sera: “Signore, io ti amo”. Pensa a se stesso, non pensa a Dio.

Allora il Signore dice: “Chi è che mi ama? Mi ama non colui che dice a parole: “Signore, io ti amo”, ma è colui che custodisce le mie parole, che le medita, che cerca di capirle. Questi rivela che ha interesse per me”. Se uno ama veramente una persona, sta attento alle cose che dice quella persona, alle cose che fa quella persona, perché cerca di conoscerla, di capire il suo pensiero, il suo carattere.

Gesù dice: “Se uno veramente mi ama, il suo amore non sta in quanto mi dice che mi ama, ma sta nell’interesse che ha per conoscere me”.

Amalia: Infatti Gesù dice: “Non chi dice: Signore, Signore, ma chi fa la volontà del Padre mio”. E a quelli che gli dicono: “Noi abbiamo mangiato con te”, Lui risponde: “Non vi conosco” cioè non fa consistere il fare la volontà del Padre con il fare delle opere apparentemente buone. E’ proprio un fatto di animo, di pensiero.

Luigi: Si capisce, perché amare significa desiderare di conoscere l’essere amato. Chi ama desidera conoscere tutto dell’altro; perché quando si ama, si vive col pensiero nell’altro e vivendo nel pensiero dell’altro, si desidera conoscere tutto dell’altro, si ignora se stessi. Ma chi dice di amare e poi pensa a sé, quello non ama. Questo è amore possessivo, cioè è strumentalizzare l’altro, è far servire l’altro, non è amore. Il vero amore è pensare all’altro: ma quando io penso all’altro, desidero conoscere tutto dell’altro; perché non penso più a me, e quindi vivo per l’altro fino a guardare con gli occhi dell’altro. Ecco, fino a ragionare con la mentalità dell’altro. Allora questo è amore. Ora, chi ama Dio desidera vedere tutte le cose secondo Dio, per cui desidera conoscere i pensieri di Dio, la volontà di Dio, desidera vedere tutte le cose come le vede Dio.

Ora, noi abbiamo questa meravigliosa possibilità: possibilità di amare. Amare vuol dire trasferirci col pensiero, nel pensiero di un altro, è cercare la sua presenza. Per cui chi ama veramente, soffre quando è lontano dall’altro: perché? Soffre perché non sa quello che fa l’altro in questo momento. Soffre perché col pensiero vive nel pensiero dell’altro. Quando si ama si desidera sempre essere insieme, perché si ha la possibilità di vivere con l’altro, di guardare con gli occhi dell’altro. Ora, Dio ci ha dato la possibilità per farci vedere le cose con la sua mente, con il suo Spirito, cioè ci ha dato la possibilità di vedere le cose nella Verità. E questo è amare.

Noi purtroppo cambiamo la faccia a tutte le cose, cambiamo i valori a tutte le cose e diciamo di amare, ma solo a parole: “Signore, io ti amo” e mentre glielo diciamo, abbiamo il pensiero nei nostri interessi, nella nostra figura, nel nostro io. Magari diciamo “io non sono capace di fare niente”, e intanto pensiamo sempre a noi, e siamo delle “lagne”, non siamo delle creature che amano. La creatura che ama si caratterizza in questo: non pensa a sé, pensa all’Altro. Non pensa a sé, né dicendo che vale tanto, mettendosi in vetrina, ma nemmeno dicendo che vale niente, sminuendosi. Non lo dice né in un modo né nell’altro perché pensa all’Altro.

Luisa: E’ difficile, perché naturalmente si è portati a pensare a se stessi.

Luigi: D’accordo, il Signore non dice che amare sia facile. Anzi dice che è difficile. Quando amando si dice: “Questo è troppo difficile”, vuol dire che non si ama. Perché la caratteristica dell’amore è proprio quella di superare ogni difficoltà; direi, quasi di essere contento di dover affrontare la difficoltà. L’amore vero è contento di essere in difficoltà, perché più è nelle difficoltà, più ha la possibilità di dimostrare che veramente ama. Quando uno ama soltanto perché tutte le cose vanno bene, l’amore non è provato. L’amore è provato quando ci sono difficoltà, ma se nella difficoltà si resta fedeli, allora l’amore si rivela veramente. L’amore che è presente soltanto quando si fa baldoria, quando si fa festa e poi quando invece c’è la tribolazione, la sofferenza ti saluta, non è amore.

 

Pinuccia: La seconda parte del versetto dice le conseguenze di questo nostro amore: saremo amati dal Padre e da Lui stesso. Però in realtà siamo amati già prima, perché il nostro amore è già una risposta all’amore di Dio.

Luigi: Certo, Lui ci ama già prima, ma “in quel giorno” lo sperimentiamo. Così anche quando Lui dice: “Io non vi conosco”; sperimentiamo di non essere conosciuti. Noi sperimentiamo di non essere amati, ma Dio in realtà ci ama. Così noi sperimentiamo di essere soli ma Dio è presente.

Dio non ti lascia mai solo, però tu sperimenti di essere solo, perché?

Perché decidi una cosa e poi tutte le cose vanno al rovescio. Non sei accompagnato, non c’è nessuno che ti aiuti. E sperimenti di essere solo. Non è che tu sia solo, perché se conoscessi la Verità, scopriresti che Dio è sempre con te, perché Dio non abbandona nessuno anche nel male. Però in quanto maturi cose, volontà diverse da Dio, vedendoti contrariato, non ti accorgi che in queste contrarietà è Dio che ti pensa. E’ Dio che ti pensa.

Noi crediamo di essere soli, perché non siamo aiutati a conseguire quel fine che vogliamo. Per esempio: desideriamo guadagnare tanti soldi, non riusciamo a guadagnarli e allora diciamo: “Ecco, Dio non mi aiuta, Dio mi lascia solo”. Succede questo perché abbiamo un’intenzione sbagliata, perché confondiamo la vita con la ricchezza e riteniamo che avere tanti soldi fa vivere meglio. E’ sciocco, perché la vita non dipende dalle cose che possediamo, la vita viene da Altro. E Dio ci corregge, ci pensa, ci impedisce, ci ostacola, quindi ci sta pensando. Ci impedisce di fare un errore. Allora si ha la sensazione della solitudine, del non essere pensati, del non essere amati. E’ la conseguenza di una volontà diversa da quella che è la volontà di Dio. Quindi anche quel “sarà amato”, vuol dire: “sperimenterà che è amato”, cioè proverà l’amore di Dio, l’amore del Padre.

Pinuccia: “Ed Io vi amerò”, è lo stesso significato: “Sperimenterete che Io vi amo”, perché in realtà Lui già ci ama.

Luigi: Certo, si capisce.

Pinuccia: “E mi manifesterò a lui”: cioè arriviamo alla conoscenza del Figlio.

Luigi: Si, la conoscenza.

Pinuccia: Ma non si conosce prima il Padre?

Luigi: Si, la conoscenza del Figlio è una conseguenza della conoscenza del Padre. In quanto uno scopre di essere amato dal Padre, scopre anche la presenza del Figlio, la presenza in noi del Verbo di Dio.

Amalia: Però l’amore di Dio lo sperimentiamo anche prima di arrivare a quella meta, no?

Luigi: Si, lo sperimentiamo anche prima. Basta superare un po’ il nostro egoismo. Tutte le volte che noi superiamo un pochino il nostro egoismo, (ad esempio vedo un povero, mi interesso un poco a lui, esco dal mio egoismo, entro nell’amore, faccio un piccolo atto d’amore), sperimento l’amore di Dio. Anche un semplice bicchiere d’acqua dato nel suo nome, mi fa sperimentare l’amore di Dio. L’egoismo mi fa sperimentare l’assenza, ma basta un piccolo atto in cui supero il mio egoismo che già sperimento l’amore. Dio non aspetta laggiù, in fondo. Dio è sempre con noi, e quando facciamo qualche cosa in cui superiamo il pensiero del nostro io, Lui dice subito: “Bravo!” e ci fa sperimentare l’amore. Però indubbiamente è un piccolo passo, e dopo magari chiede altro, e ancora altro… e allora lì possiamo ripiegarci su noi stessi, e sperimentare di nuovo di non essere amati. E’ tutto un cammino! Ogni piccolo atto che noi facciamo, attraverso cui cerchiamo di vincere il pensiero del nostro io, immediatamente sperimentiamo qualcosa dell’amore di Dio. Allora diciamo: “Guarda il Signore come mi ha risposto subito”. Gli ho dato questo, mi ha fatto subito arrivare quell’altro o mi ha aiutato in quell’altro”. Ecco, ci sentiamo conosciuti, diventiamo amati, perché abbiamo dato ascolto ad una sua parola: “Chi accoglie e osserva le mie parole”. Ho ascoltato e Lui subito mi ha risposto; questo per dirmi: “Questa è la strada buona, continua così”.

Luisa: Così non è più difficile.

Luigi: Allora non diventa difficile.

Pinuccia: Quindi l’esperienza dell’amore di Dio è progressiva; però questa manifestazione: “Mi manifesterò a lui”, l’avremo soltanto alla conclusione del cammino, a Pentecoste, oppure già lungo il cammino…?

Luigi: Anche lungo il cammino. Lungo il cammino, abbiamo conoscenze, ma sono sempre conoscenze finite, conoscenze relative; per cui, come dicevo prima: faccio un atto d’amore e subito ricevo qualcos’altro in cui mi trovo aiutato; allora dico: “Com’è buono il Signore, mi ha mandato la caramella”, e lo conosco perché mi ha aiutato! Questa è una conoscenza per quello che mi dà, non è ancora la conoscenza di quello che Lui è. Alla conoscenza in Sé arriveremo con lo Spirito Santo, alla Pentecoste.

Pinuccia: Qui Gesù dice: “Mi manifesterò a lui” parla già della conoscenza di Pentecoste?

Luigi: Lui parla sempre della Pentecoste, perché Lui parla sempre nel fine.

Cina: Gesù per invitarci ad amare ci fa molte promesse.

Luigi: Si, qui direi che più che per invitarci ad amare, è per correggere il nostro amore. Perché noi il più delle volte crediamo di amare, ma non amiamo. Allora Lui dice: “Se tu mi ami, osserva le mie parole, cerca di capire le mie parole, medita sulle mie parole; questo vuol dire che tu hai interesse per me, vuol dire che mi ami”. Infatti Lui dice: “Chi mi ama, osserva le mie parole; chi non osserva le mie parole, vuol dire che non mi ama; anche se da mattina a sera dice di amarmi, non mi ama”. Qui ci aiuta a scoprire il vero amore: ce ne dà i segni.

Conosciamo una persona soltanto attraverso le parole che dice. Perché ogni persona è un mistero, un segreto. Noi non conosciamo nemmeno noi stessi, pensa un po’ conoscere Dio! Dio lo possiamo conoscere soltanto attraverso le parole che Lui dice a noi. Noi non possiamo conoscerlo: Lui è un infinito, noi siamo finiti. C’è un salto di qualità tra noi e Lui. Se Lui non parlasse, non potremmo conoscerlo per niente. Ma non basta che Lui parli a noi, bisogna che noi custodiamo le sue parole, che noi facciamo tesoro di esse, che meditiamo su di Lui, che pensiamo alle cose che Lui dice. Perché generalmente ci riempiamo di parole di uomini: giornali, politica, radio, televisione, tutte parole di uomini. Si, conosciamo il pensiero dell’uno, dell’altro, ma a cosa ci serve?

Ciò che interessa è la Verità. Come diceva Medi: “A me quello che interessa è sapere che 6 x 5 = 30; che poi Tizio dica che fa 24 e quell’altro dica che fa 28 e un altro che fa 29, che io conosca tutti i pensieri degli uomini nulla importa, in quanto sono sempre in difetto. Per cui quando so che c’è un uomo che dice che 6 x 5 fa 25, posso dire: “Io so che quel tale ha detto che fa 25 e ha sbagliato. Conosco il pensiero di quel tale”. Ma a me non interessa quello che dice Tizio, Caio, Sempronio circa il 6x5, mi interessa la verità: 6x5=30. Quindi non mi interessano le parole degli uomini”.

Ora, a noi, se interessa la Verità, interessa la parola di Dio. Non ci interessa quello che dicono gli uomini, perché gli uomini mi parlano di se stessi. Quando noi abbiamo sentito tutte le parole che dicono gli uomini, sappiamo che il tale ha detto questo, il tal altro ha detto quello. Ma che cosa ci serve per la vita?

Quello che serve per la vita è quello che dice Dio, non quello che dicono gli uomini. Allora, se tu hai interesse per Dio, fai molta attenzione e dai molto tempo per cercare di ascoltare, di meditare, di capire quello che dice Dio, perché le parole di Dio non sono le parole degli uomini. Esse sono molto diverse. Basta aprire il Vangelo per accorgersi come sono diverse le parole di Dio dalle parole degli uomini. Le parole degli uomini, perché le parole degli uomini sono sempre in difetto rispetto alla Verità. Infatti come ho detto prima, se un uomo dice che 6x5 fa 24 a me non interessa e non mi interessa nemmeno poter dire: “Quello ha sbagliato”. E’ cultura, non ci dà vita. Ciò che dà la vita è la Verità.

Se noi abbiamo interesse, amore per Dio, abbiamo amore per la Verità, allora a noi sta molto a cuore ascoltare, meditare, custodire le parole di Dio, perché soltanto attraverso le parole di Dio possiamo conoscere la Verità, conoscere Dio. Le parole degli uomini non ci fanno e non possono farci conoscere la Verità.

Cina: E’ la prova.

Luigi: E allora Gesù dice: “Ecco la prova che mi amate non sta nel dirmi che mi amate”. Lui non dice: “Se voi mi amate direte mille volte al giorno: “Signore, io ti amo”, e quella è la prova che voi mi amate”. Anzi, dice: “Se anche tu dicessi centomila volte al giorno: “Signore, io ti amo”, guarda che sei un menzognero, perché io non guardo quello che tu dici con le labbra, guardo a quello a cui pensi, dove hai i tuoi pensieri, a quello di cui ti interessi prima di tutto. Se tu hai tanto interesse per me, questo è il tuo amore”. È lì la prova: “Se tu veramente mi ami, tu hai tanto interesse per le mie parole”.

 

Amalia: Ritornando all’argomento di prima sulla libertà: fintanto che non arriveremo alla Pentecoste, alla conoscenza della Verità, sperimenteremo…

Luigi: …la schiavitù e non ci dobbiamo vantare di essere liberi, perché non siamo liberi.

Amalia: Però nella misura in cui cerchiamo di conoscere Dio si comincia a sperimentare anche già qualcosa della libertà (così come per l’amore e per la conoscenza).

Luigi: Si, più tu ti interessi a Dio, più cominci a sperimentare la libertà dalle cose che dicono gli uomini. Se invece non hai presente Dio, senti la paura e dici: “un uomo mi minaccia la guerra, un altro mi minaccia un disastro, un altro mi fa paura, e allora io vivo con ansia”. Invece più tu cerchi Dio e più cominci a godere di libertà, perché: “L’uomo dice questo ma intanto chi governa tutto è Dio”.

Amalia: E allora non si è più dominati dalla paura.

Luigi: Eh già; e cominci ad avere più tempo per l’essenziale, cominci a trascurare tante cose. E già questo è una liberazione. Uno che deve correre da mattina a sera perché pensa: “Mi manca questo, mi manca quello” è uno incatenato. Più cerchi Dio, più tu tante cose le lasci; scoprendo la verità di tante cose, le lasci correre, le lasci andare.

Dio è il liberatore! Quindi più noi mettiamo nella nostra vita attenzione per Dio e più Dio ci libera. Non è che Dio ci liberi con un atto magico. No, Dio ci libera nella misura in cui noi ci occupiamo di Lui. Più ci occupiamo di Lui, e più Lui ci libera, perché ci fa vedere la vanità di tante cose. Dicendoci: “Questo è una sciocchezza, questo è un errore, questo è una vanità”. E allora diciamo: “Beh, questo lo lascio perdere, quello non mi interessa, perché devo fare quello? Chi me lo fa fare?”. E senza accorgercene ad un certo momento ci sentiamo liberi. Prima mancavamo di tutto, poi cominciamo a fare a meno di tante cose. Ecco, è Dio che ci ha liberato.

Nessuno può dire di essersi liberato da sé. “Signore, sei tu che mi hai liberato, perché più ho ascoltato Te, più ho seguito Te, e più ho lasciato perdere questo, ho lasciato perdere quello, ed ecco, Tu mi hai liberato. E sto sperimentando una vita meravigliosa! Ma è tutto dono tuo!”. Perché, tenendo conto di Lui, dobbiamo fare delle scelte molto diverse dalle scelte che facciamo istintivamente, per la natura, per la figura.

L’importante è non credere che siamo noi che possiamo liberarci. Perché noi generalmente partiamo da questo principio: “io sono un uomo libero”. E’ un errore.

Prima di tutto dobbiamo prendere consapevolezza che siamo delle creature ancora in formazione, in gestazione. Dio ha cominciato a farci, ma non siamo ancora fatti! Quindi continuiamo a lasciarci condurre per mano da chi ha cominciato a farci. Perché Colui che ci ha cominciato a fare, ci porterà al compimento.

Nessuno di noi è fatto, siamo delle creature in formazione. Dio ci sta facendo giorno per giorno, lasciamoci fare. La parola di ogni giorno da dire che è questa: “lasciati fare dal Signore, non sei tu che fai; e non ritenerti libero”.

È Dio che ti libera man mano che ci fa. Lui ci libera se l’ascoltiamo; se lo seguiamo. Non ritenerti libero, perché attualmente sei schiavo di tutto. Hai paura di tutto, sei dominato da tutto. Riconosci la tua schiavitù. Riconoscilo, se non altro perché sei cieco. Ecco, un cieco, quando deve attraversare una strada, non può dire: “io sono libero”, deve stare attento a tutto, perché non vede. Ora, chi è più cieco di noi? Non capiamo niente, tutto è misterioso, non vediamo. Allora, se siamo ciechi come possiamo vantarci di essere liberi?

Tiziana: Infatti nella Genesi, per ogni cosa, Dio disse: “Sia fatto”, ma per l’uomo disse: “Facciamo”.

Luigi: “Facciamo”, appunto perché l’uomo non è fatto. L’uomo è un essere in formazione. Il più delle volte, arriviamo al fine della vita, non fatti, degli aborti, perché non ci siamo lasciati fare dal Signore.

Luisa: Dobbiamo essere come nel seno di Dio.

Luigi: Certamente, siamo in gestazione.

Luisa: Però come il feto respira con la madre, io ho la possibilità di respirare, di mangiare come voglio io.

Luigi: Abbiamo la possibilità di non tener conto di Dio, perché noi crediamo di essere già fatti.

 

Salvatore: Per uno che per tanti anni non si è lasciato fare, per cui si trova in situazione di schiavitù, c’è la possibilità di uscirne fuori? Se il telefono squilla soltanto ogni tanto, c’è una soluzione?

Luigi: Si, anche se ormai è legato a tante cose, dipendente, schiavo, la soluzione c’è perché Dio è Onnipotente.

Salvatore: Devo abbandonare tutto? Uscire da tutto?

Luigi: Il problema non è abbandonare. Intanto non puoi uscire da certe situazioni; anche se fai dei salti mortali, non ne esci. Perché non siamo noi che ci liberiamo, è Lui che ci libera. La cosa importante è cominciare a mettere il pensiero. Continua pure a fare tutto quello che hai fatto fino adesso, continua pure ad essere schiavo, però comincia a dire: “C’è un Altro”. Se non l’hai scoperto prima, dillo ora: “C’è un Altro! Devo tener conto di Lui. Devo cominciare a pensarlo. Le cose non sono io che le faccio, non sono gli uomini che le fanno: è un Altro che le fa”. Comincia ad accettare questa dimensione. O per lo meno comincia a pensare se puoi accettare che esista Dio. Comincia a convincerti se veramente esiste. Se esiste comincerai a dire: “Si, io faccio queste cose perché non sono capace a liberarmene”.

In tutte le situazioni in cui ci troviamo, anche nelle schiavitù più nere, siccome Dio è sempre con noi, è sempre presente, dà a noi la possibilità di pensarlo; non dico di viverlo, perché viverlo è tutta un’altra cosa, ma di pensarlo.

Comincia a dire: “Un momento, posso far conto su Dio, io sono nei pasticci, però c’è un Altro che pensa a me. Lui è Onnipotente, ha la possibilità di aiutarmi”. Lascia fare! Cioè non ragionare come se fossi da solo, comincia a ragionare come se ci fosse un Altro da cui le cose dipendono. E poi cominci a scoprire che effettivamente quest’Altro interviene. Una delle prime cose è proprio questa: bisogna cominciare dal pensiero. Tutto in noi viene dal pensiero, non viene dal fare dei salti mortali, dal far ginnastica.

“Tu che cosa pensi?”. Se rispondi: “penso che tutte le cose dipendano da me”, sei su una strada sbagliata, ti ingolferai sempre di più. Comincia a pensare che le cose non dipendono da te, ma che c’è un altro che pensa a te e pensa anche alle cose che ti stanno attorno. Fidati di Lui. Comincia a fare questo atto di fiducia. Ecco, comincia a fare questo. Comincia a pregare! Ma pregare nel senso di cominciare a far conto che c’è un Altro che fa, e fidarti di Lui. Non far conto su di te, perché il più delle volte cammini nella notte e non vedi la Realtà. Ti lasci spaventare dalle ombre. Qui c’è un furfante, qui c’è un delinquente, cominci a correre e precipiti in un burrone; soltanto perché vedi delle ombre e non vedi la Verità.

Pensando a te stesso, ti lascia guidare dalle ombre, e allora cominci a correre, ad affannarti, ti ingroviglia sempre più. No, stai attento, sono soltanto ombre. Comincia a pensare che c’è un Altro che guida, che pensa a te, fidati di Lui.

Non c’è lontananza che ci impedisca di pensare a Dio. Il pensiero supera tutte le lontananze. Noi fisicamente possiamo essere lontani, con tutte le nostre colpe addosso, però abbiamo sempre la possibilità di pensare a Dio. Abbiamo l’esempio del buon ladrone che in cinque minuti sulla Croce, trova la risposta del Signore: “Oggi tu sarai con me nel tuo regno”. Perché? Ecco, basta questo pensare a Lui: “Signore, ricordati di me”.

Basta questo: “Signore, ricordati di me”. Non è che il Signore si dimentichi di noi, ma siamo noi che abbiamo bisogno di dire, di fidarci del Signore, perché possiamo sperimentare la sua presenza e non più essere dominati dalla paura. Perché dicendo: “Signore, ricordati di me”, cominciamo a respirare, a dire: “C’è un Altro su cui io posso far conto, non sono solo”. Invece quando ci sentiamo soli e crediamo che tutte le cose dipendano da noi, perché abbiamo sempre pensato a noi, pensando a noi diciamo: “Sono io. Tutte le cose dipendono da me, quindi se non mi do da fare qui affogo”, allora ci ingrovigliamo e non ne usciamo più. E’ il Signore che ci fa sperimentare: “Vedi? Tu più pensi a te e più naturalmente affoghi. No, pensa a me, io ti tiro fuori da tutto”.

L’importante è il legame del pensiero, quest’altra dimensione che deve entrare in noi col pensiero; perché Dio è Spirito, quindi non ha bisogno che diciamo certe parole o che facciamo tante cose. Dio comincia a dire: “Pensami”.

 

 

* * *


ciclo B - incontro svolto alla Casa di Preghiera

 

 

Gv 14,21: “Chi accoglie i miei precetti e li osserva quegli è che mi ama; e colui che mi ama sarà amato dal Padre mio, ed io l’amerò e mi manifesterò a lui”.

 

 

Pensieri tratti dalla conversazione con Luigi Bracco:

(31.10.1987)

Franco: Qui parla molto di amore. Amore inteso come desiderio di presenza. E dice che per arrivare alla presenza del Padre è necessario osservare i suoi precetti, restare nelle sue parole.

Luigi: Cosa vuol dire osservare?

Franco: Vuol dire cercare di capire.

Luigi: Certo, non è un fare “esterno”. Osservare vuol dire scrutare, penetrare, cercare di capire, quindi porre mente. Se noi poniamo mente alle sue parole siamo nell’amore. Qui dice “chi mi ama osserva”. Quindi quando si ama molto, si scruta molto ciò che fa l’essere amato. Si osservano le parole, si cerca di capire il suo pensiero in tutte le cose. Chi ama ha molto interesse per tutto ciò che l’essere amato dice e fa, per arrivare a conoscere il pensiero, l’anima, il carattere. Se amiamo veramente Cristo andiamo molto a fondo nelle cose che Lui dice, non escludiamo niente, perché “è parola sua”. Attraverso questo scrutare le parole per cercare di capire, arriviamo alla manifestazione.

Franco: Per Lui amare noi vuol dire manifestare questa presenza.

Luigi: La sua presenza ce la dà dal Padre, perché è attraverso il Padre che ci manda lo Spirito Santo. Ma solo se noi siamo con Lui.

Franco: C’è una differenza di presenza tra la scoperta del Pensiero di Dio oggettivo in noi e la presenza del Consolatore?

Luigi: Certo.

Franco: Però è sempre presenza di Dio in noi?

Luigi: Lo Spirito di Verità procede dal Padre e dal Figlio. Il che vuol dire che prima bisogna conoscere il Padre e il Figlio. E’ dalla conoscenza del Padre e del Figlio che procede. Prima bisogna conoscere, per arrivare a scoprire la Presenza. Perché lo Spirito Santo è spirito di Presenza. Ma lo spirito di Presenza procede dal Padre e dal Figlio. Perché “nessuno conosce il Figlio se non il Padre”. Quindi il Figlio ci conduce al Padre, dal Padre scopriamo il Pensiero di Dio come Figlio di Dio, ma non come presenza oggettiva (quella che scopriamo meditando sulle parole di Gesù), ma come Figlio del Padre. Per cui lo si conosce dal-, come generazione dal Padre. Contemplando il Padre si conosce quello che il Padre opera, conoscendo quello che il Padre opera si scopre quello che è l’opera del Padre, cioè il Figlio. Dal Padre e dal Figlio si giunge allo Spirito di Verità, che è Spirito della Presenza del Padre e del Figlio.

Franco: Non è una presenza non conosciuta. Mentre prima ci può essere una presenza non conosciuta.

Luigi: La presenza non conosciuta è tutto ciò che viene dal campo delle creature. Le creature prima le vediamo presenti, poi le “conosciamo”. Nel campo della Verità, prima conosci e poi trovi le presenze. Sulla nostra terra, tutte le cose sono compatibili con il nostro io; quindi prima incontri le creature e poi poco alla volta cominci a conoscerle.

Franco: Quindi la presenza del Pensiero oggettivo in noi non si può trovare fintanto che non la conosciamo?

Luigi: Infatti si trova il Pensiero oggettivo attraverso le parole di Gesù. Meditando sulle parole di Gesù si è condotti ad individuare la Presenza oggettiva; per cui il Pensiero di Dio non è pensiero nostro. In un primo tempo tu dici “sono io che penso Dio”, se invece tu segui la parola di Dio, sei condotto alla scoperta. Ma è sempre conseguenza di una conoscenza. E’ Lui che conoscendo ti rivela, ti fa capire, ti conduce a constatare.

 

Guido: A questa constatazione di presenza si arriva con la fede.

Luigi: Prima si arriva con la fede. Infatti tu con la fede non puoi negare che Dio sia presente. Dio creatore è presente dappertutto, non lo puoi negare, però non esperimenti.

Guido: Gesù dice: “quando due o tre saranno riuniti nel mio nome io sarò in mezzo a loro”; per fede deve credere che Lui è presente.

Luigi: Anche quando sei solo Lui è presente.

Guido: Allora perché ha quelle parole?

Luigi: Pura avendo detto quello, non esclude che Lui sia presente in tutto e in tutti. Dio non è uno che si sposta. Gesù ha detto quelle parole per confermarci che quando ci troviamo a parlare di Lui, Lui è presente. Non siamo noi a parlare di Lui ma è Lui che ci unisce. Noi possiamo ritrovarci, ma poi i nostri pensieri sono altrove. Se invece ci troviamo a parlare di Dio è Lui che ci unisce, che ci fa stare assieme. Ma questo non esclude che Dio sia presente in ognuno personalmente. Quando tu sei chiuso nella tua stanza e pensi Dio, Dio è con te; altrimenti non avrebbe detto “quando vuoi pregare entra nel silenzio della tua stanza, chiudi l’uscio, e li raccogliti nel Padre. Il Padre ascolta…”. Dio, essendo creatore di tutte le cose, è presente in tutto e in tutti. Dio non abita in certi luoghi e in altri no.

Dio è universale, siamo noi che ci spostiamo da un luogo all’altro. Siamo noi che dobbiamo arrivare a prendere consapevolezza della presenza, che per fede non possiamo negare, però che non esperimentiamo. Dio ci conduce a fare esperienza della presenza di Dio. Ma è Lui che conduce. Quando fai esperienza lo constati. Una cosa è credere e una cosa è constatare. Bisogna arrivare a constatare. Dio vuole essere conosciuto, vuole essere constatato. Dio non ama la notte, non ama le tenebre.

 

Paola: Amare è conoscere.

Luigi: L’amore è effetto di conoscenza.

Paola: “Chi mi ama sarà amato, chi mi conosce sarà conosciuto”. Noi prendiamo consapevolezza di quello che siamo da Dio.

Luigi: Certo. Solo da Dio. Se noi trascuriamo Dio non sappiamo chi siamo. Noi ci conosciamo come mistero, infatti andiamo a cercare una giustificazione, un significato della nostra vita, perché non ci accorgiamo che se non teniamo presente Dio, tutto perde di significato; non sappiamo per che cosa vivere. E’ soltanto in Dio e da Dio che noi ci conosciamo. Dio è principio luce su noi stessi e sulle cose che abbiamo in noi.

 

Luigi: Dove vediamo e tocchiamo non siamo nel campo della verità, le cose sono relative al nostro io. Dobbiamo arrivare a dire che “quella cosa esiste perché Dio esiste, perché Dio è così”. Quindi sono le cose riferite a Dio che sono nel campo della verità. Le cose nel nostro io sono soggette al tempo, al mutamento. Tutte le cose sono come tante parole, le parole passano e rimane il pensiero. Quindi la parola è detta in relazione al luogo in cui uno si trova, quindi al pensiero del nostro io; il pensiero no. Per cui uno parlando conduce l’altro, se lo ascolta, a vedere il pensiero che vuole comunicare. Tutta la creazione è parola di Dio. Dio parlando conduce noi, se lo ascoltiamo, a vedere il suo pensiero, suo pensiero è suo Figlio, il Verbo. E questa è verità che trascende il nostro io. Dio esiste indipendentemente dal nostro io. Invece le parole che lui dice non sono indipendenti dal nostro io, sono adeguate al nostro io, relative al nostro io. Altrimenti non sarebbero parole.

S. Giovanni dice: “Tre rendono testimonianza in terra, l’acqua, il sangue e lo spirito”. E la porta per passare dalle cose del mondo alle cose eterne è lo spirito. L’acqua e il sangue passano, resta la testimonianza dello Spirito, attraverso cui passiamo alle cose di Dio. Tutto è creazione di Dio, ed è finalizzata ad un fine.

Noi creature di Dio abbiamo un fine. Siamo stati creati per una meta ben precisa. Dio non ci ha creato per farci vivere per quello che ci pare. No. Dio ha fatto le cose molto bene, ci ha creato per un fine ben preciso: conoscere Lui. Perché nella conoscenza di Lui c’è la vita vera, la vita eterna.

Quando si da un fine ad una persona consapevole, gli si da la possibilità di organizzarsi per arrivare a quel fine. Quindi sapendo qual è il fine, dobbiamo organizzarci per-. Dio opera per fare in modo che possiamo organizzarci in modo da giungere al fine. Questo perché non si può giungere alla conoscenza senza la dedizione.

Tutte le cose che arrivano a noi senza di noi non sono conoscenza, sono impressioni, sono sentimenti, ma non le conosciamo. Per arrivare a conoscere qualche cosa tu ti devi dedicare. Nella misura in cui tu ti dedichi conosci. Ma ci vuole dedizione. La conoscenza di Dio richiede una dedizione, una veglia infinita. Una cosa finita richiede una dedizione finita. Colui che è infinito richiede una veglia infinita. La dedizione infinita è la dedizione pura, la dedizione verginale, la Madonna.

 

Flavio: Noi possiamo osservare un comando solo se lo vediamo nella finalità.

Luigi: Osservare un comando è approfondire la parola. Tu scruti in quanto hai interesse per la persona. E’ l’interesse che ti rende attento alle parole, ai desideri di quella persona.

Flavio: Attraverso queste parole noi possiamo conoscere qual è l’amore di Dio per noi.

Luigi: Si, ma solo se partecipi della stessa finalità. Se tu avessi un’altra finalità da quella che vuole Dio, non stai attento, anzi le vedi come un intralcio.

Flavio: Attraverso queste parole ci conduce al rapporto tra Padre e Figlio.

Luigi: Certo, per primo Dio si dona a noi. Infatti noi siamo portatori di Dio. Volenti o nolenti tutti gli uomini sono portatori di Dio. Ho detto molte volte che noi siamo persone, proprio perché siamo portatori dell’Assoluto. Presso Dio tutto è persona. Se noi siamo persone è perché portiamo in noi Dio. Siamo portatori dell’Assoluto. L’Assoluto è Unità e l’Unità è Infinito. L’Uno è infinito. Noi portiamo l’Uno in noi. Colui che da a noi la coscienza di essere. Coscienza di essere che è poi coscienza della persona, che è poi coscienza della presenza dell’Essere. Quindi Dio si dona per primo, e questa è la condizione per essere persona. Se non fossimo persone non potremmo arrivare alla conoscenza. Solo le persone conoscono. Quindi è necessario essere coscienti, persona, per poter arrivare a conoscere. Dio ci ha creati per la conoscenza; per questo ha posto in noi la sua presenza. In quanto è la condizione per poter renderci consapevoli, e quindi per conoscerlo. Altrimenti saremmo animali.

Flavio: Uno riceve l’Essere quando capisce qual è la fonte della sua esistenza?

Luigi: L’Essere si riceve soltanto con l’Essere. Tu ricevi l’Infinito soltanto con l’Infinito. Ricevi Dio soltanto per mezzo di Dio. Dio per primo si dona a te affinché tu in Lui lo conosca. Se noi volessimo conoscere Dio partendo dalle creature, dal pensiero del nostro io, certamente falliremmo. Infatti Dio dice “Io sono il Principio e io sono il Fine”. E non te lo dice per donarti cultura. Te lo dice perché tu lo metta come Principio e come Fine. Dunque devi averlo come principio del tuo pensare. Devi partire da Dio, Principio, per arrivare a Dio, Fine. Non si arriva a Dio per mezzo del nostro ragionare. La luce viene dalla luce, la vita viene dalla vita.

Flavio: Quindi l’essere di ogni cosa è l’unità che ha con l’Essere.

Luigi: Certo. E’ Dio che fa essere le cose in quanto le rende partecipi di sé. Dio fa essere noi in quanto ci rende partecipi di quello che Lui è. Per cui noi siamo in quanto partecipiamo di Dio, e più partecipiamo di Dio e più siamo. Naturalmente più trascuriamo Dio e più perdiamo l’essere. Noi andiamo in crisi, abbiamo angosce e depressioni, che sono crisi di essere, diminuzioni di essere; è una parte di noi che non partecipa dell’Essere. Se dedichiamo la nostra parte mentale, spirituale, a Dio, partecipiamo molto di essere, quindi cresciamo in vita. Più conosciamo Dio e più partecipiamo dell’Essere.

Noi esistiamo in quanto partecipiamo dell’Essere. Ma è Dio che ci fa essere, non siamo noi che siamo. Per questo è errato dire “io sono”. Per partecipare dell’Essere dobbiamo sempre poter predicare “tu sei”. E proprio perché possiamo dire “Signore, tu sei!”, che partecipiamo di quello che Dio è. Partecipiamo e quindi siamo.

Più diciamo “io sono” e più ci allontaniamo dalla partecipazione dell’Essere ed esperimentiamo il nulla. Per cui più gridiamo “io sono” e più constatiamo il nostro niente. Più diciamo “Tu sei” e più constatiamo “io sono”.

 

Giovanna: “Colui che mi ama sarà amato dal Padre mio”, l’amore passa attraverso il Figlio.

Luigi: Quello che noi chiamiamo amore è possesso; quindi non è amore. Amare vuol dire dedicarsi all’altro, dedicarsi all’altro. Quando invece diciamo di amare, ma strumentalizziamo l’altro a noi, è possesso. Questo accade anche nei riguardi di Dio. Possiamo anche dire di amare Dio, ma solo se ci manda una caramella. Se tutti i giorni ci manda la caramella diciamo “Signore ti amo con tutto il cuore”. Possiamo anche pregare Dio per farlo servire ai nostri fini. E anche questo è amore possessivo; è amore che strumentalizza, che fa servire. Qui non c’è conoscenza, c’è soltanto il nostro io che tende ad affermarsi come assoluto anche su Dio. Allora qui dobbiamo prepararci alla crisi.

Amare vuol dire dimenticare se stessi per pensare l’altro. Noi possiamo pensare l’altro in quanto l’altro si rende presente a noi. Dio è colui che nessuno può ignorare e si rende amabile in quanto si rende presente, cioè si rende oggetto di attenzione, possiamo pensarlo. Ognuno di noi può pensare Dio. Ecco la meraviglia. Noi possiamo fermare la nostra macchina, la nostra vita, il nostro tempo, e, mentre tutti corrono, pensare Dio. E’ una meraviglia immensa, perché pensando Dio facciamo parte dell’Infinito. E’ qui che si entra nell’amore. Amare vuol dire dedicare il proprio pensiero all’altro. Essere amati vuol dire essere pensati. Amare vuol dire pensare per conoscere l’altro.

L’amore non sta nel dire parole, non sta nel pregare per essere aiutati nei nostri affari o per essere preservati dai mali. Questa è strumentalizzazione. Il vero amore rientra nel campo della fede, ed è interesse per conoscere l’Altro.

Chi dice di amare Dio ma non ha interesse per Dio, ha solo interesse per i doni che Dio gli da. Ma che sia Dio a lui non interessa.

 

Maria Pia: Dio si manifesta in quanto facciamo la sua volontà, ma non come imposizione.

Luigi: Dio si manifesta per primo anche se non facciamo nulla. Infatti un tempo non eravamo e adesso ci siamo. Questo perché Dio per primo si manifesta. Lui manifestandosi ci fa essere, quindi ci rende partecipi. Anche se lo bestemmiamo. Perché anche chi bestemmia partecipa di Dio. Infatti non potrebbe bestemmiare se non avesse presente il pensiero di Dio. Se l'ha presente vuol dire che Dio si è reso presente.

Maria Pia: Nel momento in cui Lui si manifesta e io lo vedo, è il momento in cui la sua volontà è la mia volontà.

Luigi: Certo. Le due volontà devono coincidere. Infatti Lui è presente in te senza di te; quindi non lo constati. Se invece coincide il suo Pensiero con il tuo pensiero c’è la Presenza. Perché la presenza è un punto di incontro di due linee: la linea del Pensiero di Dio e la linea del nostro pensiero; se coincidono c’è il punto di incontro, la constatazione.

 

Margherita: L’uomo nella dedizione a Dio trova vita.

Luigi: La vita sta nella dedizione a Dio. Più tu ti dedichi a Dio e più vivi. Meno pensiamo a Dio e più sperimentiamo la morte.

Margherita: Come mai nonostante questa esperienza che l’uomo non inizia a dedicarsi. E’ la pigrizia? L’uomo cerca la vita…

Luigi: …ma non sa dove sia la vita. Se vai a cercare funghi in un campo di grano non li trovi. Tutti sono assetati di assoluto, di via, di verità, ma sbagliano luogo.

Margherita: Ma se uno fa l’esperienza che Dio è fonte di vita, come mai c’è il rischio che sbagli di nuovo campo?

Luigi: Perché è scemo. Perché la nostra intelligenza è Dio. Noi non siamo intelligenti. La nostra intelligenza viene dalla conoscenza delle cause. La massima causa è Dio e più tu guardi Dio e più Dio ti fa intelligente. Se trascuri Dio incominci a diventare scemo; che vuol dire privazione di-. Se il punto luce è Dio, nel momento in cui ci allontaniamo dal punto luce esperimentiamo la notte, le tenebre. La scemenza è diminuzione di luce. Allora incominciamo ad abbandonarci alle sensazioni, intuizioni, sentimenti, “mi sembra “mi pare”, e andiamo avanti a tentoni.  Se trascuriamo Dio siamo come degli ubriachi. E l’ubriaco si abbandona completamente alle percezioni e ai sentimenti.

Dio, essendo un infinito, richiede molta fatica da parte nostra, richiede un superamento. Noi il più delle volte ci abbandoniamo ai sentimenti e Dio non è scrutabile con i sentimenti. E’ sempre richiesto il superamento per cercare il suo pensiero. Il suo pensiero non si identifica mai con il nostro pensiero. La sua volontà non è mai la nostra volontà. Infatti Gesù dice che la porta è stretta, la strada è difficile. C’è questa difficoltà. Infatti invita a fare bene i conti a tavolino, cioè a renderci conto della difficoltà che richiede la conoscenza di Dio, la Verità. E’ logico: noi non siamo la Verità. Per noi è facile sederci in poltrona e guardare la televisione o sfogliare una rivista; perché questo non richiede superamento. Invece pensare diventa arduo, difficile. Eppure è proprio attraverso il pensiero che si attinge la vita, la luce. Dio abita nel nostro pensiero. Quindi dobbiamo cercarlo, anche se è difficile; prima di tutto per giustizia (tutto è di Dio, tutto va riportato a Dio). E man mano che uno fa questa giustizia, inizia a gustare la Verità e quindi a partecipare della bellezza e della gioia; e subentra l’attrazione. Ma prima cosa la giustizia: è giusto che io non mi fermi alle mie sensazioni, alle mie impressioni, al mio piacere, ma che cerchi il pensiero di Dio. E’ giusto perché Dio è il centro, non sono io il centro. Anche se richiede fatica, perché la fatica di amore.

 

(?): Il Padre in noi ama suo Figlio anche quando noi siamo lontani da Lui…

Luigi: …in quanto noi siamo portatori di suo Figlio. Noi siamo portatori del Pensiero di Dio. E’ per questo Pensiero di Dio che abbiamo in noi, siamo oggetto d’amore da parte di Dio.

 

Amalia: In questo versetto c’è l’essenza dell’amore. L’amore di Dio verso di noi, che è voler manifestare se stesso, e il nostro amore verso di Lui che è ricerca del suo volto.

Luigi: Il nostro amore è dedizione del nostro pensiero per conoscere quello che Lui è. Il vero amore è tendere a conoscere l’altro. Il più delle volte facciamo dell’amore del sentimento, lo facciamo oggetto di parole; ma tutto questo è una proiezione del pensiero del nostro io. Il vero amore è dedizione della nostra mente, non del cuore; della mente a Dio per conoscerlo. Allora, in quanto uno ha tanto interesse per conoscere l’altro, qui c’è amore. La dove invece interessano i doni che può fare l’altro, non c’è amore.

 

Amalia: Cosa vuol dire che portiamo in noi l’unità?

Luigi: E’ l’unità che ci fa persona. Noi abbiamo questa sete di unità perché il nostro io è fatto dalla presenza dell’unità di Dio. Ed è proprio grazie a questa presenza che noi siamo coscienti. Ed è per questo che la molteplicità ci disperde, ci strazia. Noi abbiamo la passione di unificare, di unire. Appunto perché portiamo questa Unità in noi. E’ l’Unità che ci fa dire “io”. Il nostro corpo, in pochi anni, è continuamente trasformato, cambiato, eppure il nostro io permane. Il nostro io è sempre uguale, sia che abbiamo 5 anni, 10 anni, 50 anni. Cos’è questa permanenza? In noi c’è un punto in cui attorno tutto ruoto e tutto muta, ma quel punto rimane. Quel punto che portiamo in noi è dato dalla presenza dell’unità di Dio. Per questa presenza dell’unità di Dio, noi abbiamo la coscienza di essere, siamo persona.

Amalia: L’uno è Dio?

Luigi: l’Uno è Dio. L’Uno è infinito. Due non è più infinito. Più facciamo numeri grossi e più andiamo nel finito.

 

Silvana: In questo versetto ribadisce l’esperienza che faremo “in quel giorno”.

Luigi: Certo, Dio parla per condurci a verificare, quindi a realizzare in presenza, quello di cui Lui ci parla. Realizzare la parola. Lui ci parla in termini futuri, ma il futuro è già presente. Se noi ascoltiamo le sue parole, realizzando le sue parole, noi facciamo il passaggio dal futuro al presente. Il futuro diventa presente, constatiamo ciò di cui parla.

 

(?): L’uomo ha paura del silenzio. Quindi fugge dal silenzio…

Luigi: …e aumenta il suo male. Poco o tanto bisogna superarsi. D'altronde il mondo in cui ci troviamo è la proiezione del caos che portiamo dentro di noi. Il mondo esterno è specchio. Quindi bisogna ristabilire questo ordine soprattutto nei pensieri. Nei pensieri noi siamo disordinati, caotici. Per mettere ordine nei nostri pensieri bisogna soprattutto guardare al fine. E’ il fine che dà ordine alle cose. Se tu devi andare a Cuneo dai ordine alle tue scelte; e ad ogni bivio sai dove andare, perché hai presente il fine. Invece noi siamo disorientati perché non sappiamo per che cosa vivere. Chi vive per il denaro, per la carriera, …tutte cose momentanee. Ora, bisogna avere un fine che regga, che sia valido. Stabilendo il fine, questo diventa il principio dell’ordine dentro di noi. Il problema non è quello di vestirsi in un modo piuttosto che in un altro, ma è quello della meta, di ristabilire l’ordine. Prima c’è il fine e poi i mezzi adeguati per raggiungerlo. Quando c’è ordine c’è fortezza; invece nel disordine si è in balia di tutto: tutte le persone che incontri sono tue, tutte le vetrine sono tue. Quando sai dove andare invece vedi, tocchi, ma sei libero da tutto.

(?): Bisogna desiderare Dio.

Luigi: Il nostro desiderio non basta. “Mi cercherete e non mi troverete”. Non è il nostro desiderio che fa essere. La fame è necessaria. Ma possiamo avere tutta la fame di questo mondo, se non abbiamo il pane, moriamo. Il pane non è creato dalla nostra fame. E’ un Altro che lo crea. Quindi è necessaria la fame per poter mangiare il pane; ancor più necessario è che l’Altro si manifesti come presenza.

(?): Il problema è che non sentiamo il desiderio.

Luigi: Il Signore ci conduce alla morte per trasformarci in desiderio. Se non sentiamo desiderio è per la presenza di troppi desideri. Come chi dice “io non ho amore”. No: “Tu hai troppi amori. Rinuncia agli altri amori e salterà fuori il vero amore”. C’è troppa roba, non c’è mancanza; bisogna semplificare. Anche chi dice di non credere, in realtà ha troppe fedi. Bisogna averne una sola; allora dobbiamo buttare via tutte le altre. “io credo in questo, ma credo anche, ma credo anche…”, ad un certo momento non credi più a niente. La molteplicità degli amori porta via l’amore.

 

Luigi: Amando una persona amo tutto quello che fa la persona, tutto il mondo di quella persona. Se amo veramente Dio amo tutto quello che fa Dio. Tutte le creature sono fatte da Dio, sono opere di Dio. Amo anche i nemici, perché i nemici sono tali in quanto riferiti al mio io, rispetto a Dio no. L’amore per Dio mi porta ad amare anche i nemici. In quanto è Dio che me li presenta, è Dio che li vuole. Non dobbiamo impegnarci ad amare gli altri. La vera nostra preoccupazione dev’essere questa: amiamo Dio, poi l’amore di Dio ci condurrà. L’altro è uno specchio, l’altro è un banco di prova.

 

Luigi: Il più delle volte noi siamo degli illusi. Ci illudiamo di credere, di amare, di essere buoni, di essere giusti. E’ tutta illusione. Ecco perché il Signore ci presenta il test, “verifica qui se sei capace d’amare”. In tal modo ci libera dall’illusione.

 

Franca: E’ come se dicesse “colui che mi ama prenderà consapevolezza di essere amato dal Padre mio”.

Luigi: Si, perché il Padre ama il Figlio. Se noi abbiamo amato il Figlio siamo amati dal Padre.

 

Pinuccia B.: Il futuro è solo per noi. Il Padre e il Figlio già ci amano. Siamo noi che dobbiamo fare il cammino verso questo amore.

Luigi: E’ un processo di maturazione, di consapevolezza. Dio opera perché vuole formare delle convinzioni, la consapevolezza.

                                

* * *


Ciclo C - incontro svolto alla Casa di Preghiera

 

Gv 14,21: “Chi accoglie i miei precetti e li osserva quegli è che mi ama; e colui che mi ama sarà amato dal Padre mio, ed io l’amerò e mi manifesterò a lui”.

 

(29.02.1992)

 

Alcuni pensieri di Luigi tratti dall'audiocassetta:

 

Franca: Perché dice queste cose dopo aver detto “io sono nel Padre e il Padre è in me”?

Luigi: Ti fa vedere la via per poter arrivare a quel “conoscerete io sono nel Padre mio e voi in me ed io in voi”.

 

Delfina: Il Signore si manifesta a chi ha interesse.

Luigi: Qui sta dicendo “chi mi ama è colui che osserva le mie parole”, quindi che accoglie, che ascolta. Amare non è dire “io ti amo”. Gesù dice “mi ama veramente colui che ascolta le mie parole e le osserva” per cercare di arrivare a capire. Se c’è qualcuno che ascolta e osserva sarà amato dal Padre, il Figlio lo amerà e si manifesterà a Lui. Sta dicendo la trafila attraverso cui si arriva alla conoscenza “che io sono nel Padre e voi in me ed io in voi”. Lui parla. Se qualcuno ascolta le sue parole e cerca di capirle, costui ama il Figlio. Quindi esclude tutti gli altri amori.

 

Domenico: “Io lo amerò e mi manifesterò a Lui”. A che cosa corrisponde questa manifestazione? Alla scoperta del Pensiero di Dio oggettivo?

Luigi: Corrisponde al conoscere. L’ha detto prima. Prima ha annunciato che conosceranno “in quel giorno”, qui dice la via per arrivare a quella conoscenza.

Domenico: Ma non è il Figlio che si fa conoscere, è il Padre che si fa conoscere.

Luigi: Si, ma “nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Come conseguenza sarà amato dal Padre. Abbiamo una precedenza, che è: “sarà amato dal Padre mio”; poi una conseguenza: “e io lo amerò”. Sarà amato dal Padre, quindi attratto, quindi convocato; quando si ama si mette una cosa al disopra di tutto, per cui l’elemento dominante è l’attrazione per il Padre.

Se uno ascolta le parole del Figlio, le cerca di capire, viene amato dal Padre; e quando uno è amato è tutto preso da-; e quando è preso da- vuol dire che è liberato da tutte le altre cose. In questa semplicità di pensiero c’è la conoscenza del Padre e del Figlio.

Domenico: Si può dire che questa manifestazione del Figlio avviene nella fede?

Luigi: No. Ha annunciato: “quel giorno voi conoscerete…”. “Quel giorno” è il giorno della Pentecoste. “Il mondo non mi vedrà più”, quindi è un fatto personale, intimo, di conoscenza. Dopo aver annunciato “quel giorno”, ci annuncia i passi per arrivare a questa conoscenza.

 

Giovanna: Quindi chi accoglie la parola di Dio…

Luigi: La parola di Dio arriva in tutti i luoghi. Ai buoni, ai cattivi, a tutti quanti. Perché “Dio fa scendere la sua pioggia sui buoni e sui cattivi”. La salvezza di Dio è offerta a tutti. “Dio vuole che tutti si salvino e giungano a conoscere la Verità”. Poi però c’è la prima differenza: chi accoglie la parola e chi no. Poi c’è chi osserva, chi pone mente. Questi sono coloro che entrano nell’amore, e gli altri non entrano in questo amore. Questi sono amati dal Padre ed entrano nell’influsso del Padre. Essere amato dal Padre vuol dire subire l’azione del Padre, che è un’azione infinita. Per cui si accede alla conoscenza del Padre. Chi ama si rivela. “Il Padre ama il Figlio e manifesta tutto quello che fa al Figlio”. L’amore è caratterizzato dalla trasparenza, in quanto si comunica. Essere amato vuol dire che il Padre comunica, si fa conoscere. Nel regno della verità amore e conoscenza sono la stessa cosa. All’essere amato il Padre rivela il suo volto; allora “anche io lo amerò.

Giovanna: Quindi in quel punto mi sento amata?!

Luigi: L’amore sta nel manifestare se stesso all’altro. Quindi se uno ha interesse, viene amato. Il che vuol dire che il Padre si fa conoscere; facendosi conoscere anche il Figlio si fa conoscere; e si rientra in ciò che ha detto nel versetto precedente.

Giovanna: Ma noi siamo amati, prima ancora dell’osservanza delle sue parole.

Luigi: Certo. Dio per primo ama. In quanto ci dà l’esistenza si fa conoscere come Dio creatore, e questo è già amore. Amare è manifestare se stesso all’altro. C’è già una conoscenza iniziale che Dio per primo dà. Però questa conoscenza iniziale non garantisce che noi ci ricordiamo di Lui. Quindi veramente ama chi ascolta la parola e la custodisce nel desiderio di arrivare al compimento. Compimento vuol dire arrivare nella luce e capire. Quindi dice “se uno ascolta viene amato, cioè il Padre si fa conoscere”. Non è la prima conoscenza, perché la prima conoscenza è imposta, nessuno può ignorare Dio; è la seconda conoscenza che deriva dal fatto che uno ha interesse. In questo interesse, in questo pensare a Dio, abbiamo Dio che si rivela come Soggetto del nostro pensiero. A questa seconda conoscenza non arriva colui che non ha interesse per conoscere. Perché colui che non ha interesse per conoscere non penserà personalmente a Dio; e non pensando personalmente a Dio non troverà mai Dio che lo ama. Anche se tutte le creature gli dicono “Dio ti ama, Dio ti ama”, mentre sta morendo, non serve a niente. Invece colui che pensa Dio ad un certo momento trova Dio che gli dice “questo è mio”, ed è lì che si scopre amato.

 

Pinuccia A.: L’amore da parte di Dio è la manifestazione di sé, l’amore da parte nostra è l’attenzione a Dio.

Luigi: Certo. Abbiamo sempre questi due tempi. Dio parla per primo e la creatura che cerca di capire quello che Dio gli ha manifestato. Il difetto è sempre nel secondo tempo, perché nel secondo tempo può non esserci il ritorno. Colui che ti crea senza di te non ti salva senza di te. Per cui se tu ti appropri della cosa, perdi il secondo tempo. Nel pensiero dell’io noi tendiamo a possedere i doni di Dio. Lì, perdiamo il secondo tempo e non si arriva alla conoscenza.

Pinuccia A.: E noi come possiamo essere consapevoli di questo amore da parte di Dio?

Luigi: La consapevolezza c’è soltanto quando si arriva alla conoscenza.

 

Franco: Nel versetto precedente c’è la promessa dello Spirito Santo, qui c’è la via per raggiungerlo. Questa allora si può vedere come la conoscenza della generazione del Figlio dal Padre, che può solo ricevere chi è in questo rapporto diretto.

Luigi: Ma prima “sarà amato dal Padre mio”; prima bisogna arrivare a quello. “Sarà amato dal Padre mio”: prima c’è la conoscenza del Padre; poi “anche io lo amerò”, la seconda tappa. Abbiamo diverse tappe.

Franco: Questa manifestazione è ancora diversa da quella che coincide con la presenza, che è dono dello Spirito Santo.

Luigi: Questa è per arrivare a quella là. sarà amato”, essere amati vuol dire ricevere il volto dell’altro, ricevere la presenza dell’altro (presenza come conoscenza). Tu ricevi l’altro perché l’altro amandoti toglie il velo, si rivela.

Franco: E’ come quando dice “questo è mio”?

Luigi: E’ il “questo è mio”. Ama veramente colui che ascolta; ascoltando cerca di capire; cercando di capire pensa a Dio; pensando a Dio trova Dio che dice “questo è mio” ecco il “sarà amato”. Si rivela come Soggetto. Ti senti amato in quanto ti scopri pensato da Lui.

 

Rita: La conoscenza è una questione di amore.

Luigi: Non pasticciamo. Precisiamo che cosa è l’amore. La conoscenza è una conseguenza dell’amore o l’amore è una conseguenza della conoscenza? Certamente noi siamo nell’impossibilità di amare ciò che non conosciamo.

Rita: Nel momento in cui io mi interesso di Dio lo amo.

Luigi: Ma tu ti interessi di Dio perché l’hai visto in vetrina; quindi in qualche modo conosci già qualcosa di Lui. L’amore è una conseguenza della conoscenza e non si arriva alla conoscenza con l’amore.

Rita: L’ascolto della parola di Dio è amore.

Luigi: Per ascoltare ho bisogno di uno che mi parli; e quest’uno che mi parla mi si deve presentare in qualche modo. Se non si presenta io non posso amarlo.

 

Franca: Ma l’ascolto è un atto di amore.

Luigi: Certo, ed è conseguenza di una conoscenza.

 

Pinuccia B.: “Chi accoglie i miei precetti e li osserva questi mi ama e colui che mi ama sarà amato dal Padre mio”. Qui ci spiega come fare per arrivare alla realizzazione del versetto precedente. Poi “ed io l’amerò e mi manifesterò a lui”, ci dice con altre parole quello che ha detto prima.

Luigi: Prima ha detto “voi conoscerete che io sono nel Padre voi in me ed io in voi”, qui non dice la stessa cosa. Qui sta dicendo le tappe per arrivare a quel giorno.

Pinuccia B.: Che tappa è questa “sarò amato dal Padre mio”?

Luigi: Sei amata dal Padre suo in quanto Dio rivela a te il suo volto; cioè dice a te che stai pensando a Lui, appunto perché hai interesse per conoscere Lui, su questo pensiero ti dice “questo è mio”. E’ lì che si rivela come principio del tuo pensare.

Pinuccia B.: Ma c’è ancora un’altra tappa “io mi manifesterò a Lui”.

Luigi: Si capisce, perché prima c’è la conoscenza del Padre e poi c’è la conoscenza del Figlio.

Pinuccia B.: “io l’amerò”.

Luigi: Amare vuol dire rivelarsi. Abbiamo la fase della conoscenza del Padre, la fase della conoscenza del Figlio e la fase della Presenza del Padre e del Figlio. Come ha detto prima “voi conoscerete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi”, che è lo Spirito Santo.

Pinuccia B.: E la conoscenza del Figlio deriva dal Padre?!

Luigi: Si. Però è sempre tutto dono di Dio.  

 

N.B.: Il testo, tratto da registrazione

(integrato con appunti anche di altri incontri sullo stesso argomento),

non è stato riveduto dall'autore e mantiene lo stile discorsivo.

 

 


 


 

 

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