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Incontri del Sabato ciclo A-B-C

Condotti da Luigi Bracco

 

Gv 15,8: “In questo è glorificato il Padre mio, che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”

 

ciclo A - presso Casa di Preghiera:

 

Pensieri tratti dalla conversazione:

 (4.4.1981)

 

Pinuccia B.:Il Padre mio sarà glorificato in voi, che voi portiate grande frutto”, cioè se noi diventiamo suoi discepoli e portiamo grande frutto, il Padre sarà glorificato in noi.

Luigi: Si.

 

Tiziana: Il frutto è la conoscenza.

Luigi: Si, è la vita eterna. Comunque quanto più conosciamo il Signore, tanto più siamo capaci di dimorare con il Signore; perché non possiamo dimorare là dove non conosciamo. Quindi la possibilità di capire qualche cosa di Dio e del suo regno, dà a noi la possibilità di dimorare con Dio. Siccome nella sua casa c'è gioia, tanto più dimoriamo con Dio, tanto più siamo nella gioia, nella pace. Ora, dimorare in questa casa ci riempie talmente di vita, che si ha la possibilità di fare tutte le cose del mondo nello spirito di Dio, e non più dominati dalle nostre paure, oppure secondo le esigenze o la figura davanti agli altri. Si opera come figli liberi, perché nella casa di Dio, i figli sono a casa loro e quindi si sentono liberi; non sono schiavi che devono vivere nella paura di essere castigati. In Dio c'è perfetta libertà, si è come figli nella casa del Padre. Però si entra nella casa di Dio attraverso i frutti di conoscenza.

Ogni giorno arriva a noi come proposta di conoscenza da parte di Dio, perché ogni giorno è una parola di Dio che arriva a noi. E Dio parla per farsi conoscere. Ogni giorno arriva a noi per darci la possibilità di conoscere qualche cosa di Dio. Però non basta che arrivi a noi per conoscere, bisogna che trovi in noi l’animo disponibile. Da parte di Dio c'è la comunicazione, però si richiede da parte della creatura la ricezione della comunicazione, la dedizione a questa comunicazione, fino ad arrivare con pazienza ad intenderla, cioè a capire quello che Dio vuole significare di Sé attraverso gli avvenimenti del giorno. Quindi ogni giorno arriva a noi come una promessa di conoscenza di Dio; ogni giorno arriva per sollecitarci ad entrare nella vita eterna. Infatti conoscere Dio è vita eterna, è dimorare con Dio. Però noi non possiamo dimorare se non nella misura in cui capiamo.

Chi ci fa capire è sempre Dio. Quindi Dio parla, annuncia; e l’annuncio è una proposta, è un invito, è un messaggio che Dio fa arrivare a noi. Come l’annuncio che è arrivato ai pastori: “Vi annuncio una grande gioia: a Betlemme è nato il Salvatore”. Adesso, avendo ricevuto l’annuncio, bisogna che noi partiamo, che andiamo a vedere quello che ci è stato annunciato. Se non andiamo a vedere non vediamo; per cui restiamo con l’annuncio, ma l’annuncio è soltanto una proposta. “Avevamo altro da fare”. Siccome non siamo andati a vedere, l’annuncio è perduto.

La maggior parte delle nostre giornate sono perdute, perché in ogni giornata c'è un annuncio: “Ti annuncio una grande cosa!”.

Tiziana: Tante volte voglio andare a vedere delle cose che hanno ricevuto altri.

Luigi: Il Signore in quanto ci parla, ha sempre dei doni per ognuno di noi ogni giorno; e i doni sono proporzionati alla nostra capacità di ricevere. Quindi Dio non chiede a noi di farci una cultura basata sul sentito dire dagli altri, anche su Dio. Lui vuole parlare personalmente con ognuno di noi e proporziona i suoi doni alle nostre capacità di mangiare; per cui Lui ha sempre dei doni per la nostra capacità. L’importante è che noi ci mettiamo in sintonia con Lui ogni giorno, per attendere da Lui la luce, la conoscenza su quello che ci fa arrivare. Quindi non è tanto andare a cercare quello che hanno detto gli altri, ma quanto ci dice Lui. Certo, è richiesto del silenzio, del raccoglimento; e questo silenzio, questo raccoglimento può anche esserci facendo altro. Per cui tutte le cose che uno ha da fare, le faccia. Perché può essere che uno sia costretto a fare delle cose in quanto si trova in un certo ingranaggio: fa quello che l’ingranaggio gli fa fare; l’importante è cercare sempre presso Dio, avere sempre la mente occupata al di sopra dell’ingranaggio.

Poco per volta il Signore ti libererà. Adesso non ti puoi liberare dall’ingranaggio perché ormai ci sei dentro, però col pensiero puoi ascoltare il Signore; perché Dio parla in tutto. Per cui non c'è nessun ingranaggio che ci possa impedire il contatto con Dio, che ci possa impedire di pensarlo.

Allora il Signore ci fa arrivare la proposta, l’annuncio: “Tutto è opera tua, Signore! Ma io non capisco niente di quello che mi dici; aspetto da Te”; ecco, bisogna avere questa attenzione, questo sguardo rivolto a Lui. Mentre peliamo le patate, mentre facciamo l’orto: “È niente tutto quello che faccio, perché io aspetto da Te un altro cibo!”. E’ importante avere questa consapevolezza, questa attenzione.

Man mano che Dio fa scendere la sua luce, questa ci libererà da tante cose. Ma è Lui che libera e ad un certo momento ci troveremo liberi. Dio cambia gli avvenimenti a seconda della luce che si forma nella nostra anima. Perché la liberazione è data dal rapporto che uno ha con Dio: quanto più si modifica questo rapporto, tanto più si sperimenta la liberazione. Ma quanto più noi siamo lontani da questo rapporto, tanto più noi sperimentiamo la schiavitù.

La schiavitù è essere fuori casa. Man mano che si entra in casa si è liberati. Ma è attraverso la luce che si entra nella casa di Dio, capendo le cose di Dio. In qualunque strada noi siamo di schiavitù, Dio manda i suoi annunci, i suoi richiami; perché Dio si fa sentire dappertutto, anche nel male, perché Dio non vuole perdere nessuno.

Quindi Dio manda i suoi messaggi, i suoi annunci, i suoi angeli su tutte le strade del mondo e ci chiama ad entrare. Se noi stiamo attenti, cominciamo a prestare orecchio, a fare attenzione. Perché è Dio stesso che ci spiega le sue parole, è Dio che ci fa vedere i suoi annunci, non sono gli altri. Allora, se ci manteniamo attenti a Lui chiediamo: “Signore, spiegami questa parabola che mi hai fatto arrivare; questo annuncio, questo segno, questo messaggio che mi hai fatto arrivare, perché io non capisco!”. E Lui ce lo spiega perché non ci abbandona, è sempre con noi, scende al nostro livello, è Lui il Maestro, è Lui il Padre. Noi dobbiamo far conto su questo Maestro, su questo Padre. Lui ci farà crescere.

Man mano che cresciamo diventiamo sempre più capaci di intendere; perché l’intelligenza nella cose di Dio è effetto di statura. “Io sono il cibo per gli uomini adulti; cresci e mi mangerai”. Man mano che mangiamo, cresciamo. Si cresce mangiando; e si cresce fino ad avere la capacità di vederlo in tutto. Cioè si diventa capaci di vedere la sua Presenza, di intendere il suo linguaggio in tutte le cose.

Invece adesso intendiamo il suo linguaggio una volta su diecimila; ma siamo chiamati ad intenderlo in tutte le cose. Perché lo Spirito di Dio è presente in tutte le cose, parla in tutte le cose e ci aiuta a capirlo in tutte le cose. L’importante è avere l’animo attento a Dio, perché è Dio che parla e che illumina, che spiega a noi le sue parole. Quindi si richiede l’attenzione continua verso di Lui, in qualunque situazione noi siamo.

 

Marco: “In questo è glorificato il Padre mio che diventiate miei discepoli e portiamo molto frutto”, vuol dire che il Padre è glorificato se lo facciamo conoscere agli altri?

Luigi: Non siamo noi che lo portiamo, ma è Dio che, riempiendo la nostra anima, qualunque cosa facciamo o non facciamo, comunichiamo Dio. Invece più siamo lontani da Dio e più comunichiamo noi stessi, parliamo di noi, glorifichiamo noi stessi. Tutt’al più rendiamo testimonianza della nostra vanità, del nostro nulla. A tutto il mondo diamo spettacolo del nostro niente agli altri. Ma se siamo con Dio, non siamo più noi a operare, ma qualunque cosa facciamo, non facciamo altro che manifestare Dio, perché è Dio che opera.

Pinuccia B.: Ma la persona è cosciente di manifestare Dio?

Luigi: No, la persona questo non lo sa; perché si deve solo preoccupare di restare in sintonia con Dio. Quello che la persona comunica di Dio, è Dio che lo sa. Il capire da parte degli altri è dato dalla sintonia, perché tutto è messaggio. Noi siamo, a nostra volta, spettatori e attori; per cui: in quanto spettatori dobbiamo preoccuparci di intendere che tutto è opera di Dio, in quanto attori, quello che facciamo noi, dobbiamo stare attenti che venga da Dio, che sia in sintonia con Dio.

Pinuccia B.: Anche se non intendiamo il significato di quello che facciamo?

Luigi: Se tu sei in sintonia con Dio intendi; se non intendi è perché non sei in sintonia con Dio. Comunque che intendi o che non intendi, qualunque cosa tu faccia, in quanto lo fai è Dio che lo fa, è Dio che opera.

Pinuccia B.: Ma in tutti, anche in quelli che non sono in sintonia con Dio?

Luigi: In tutto perché tutto è opera di Dio. Ora, se uno è in sintonia con Dio, lo capta e si accorge che è opera di Dio, e quindi parla di Dio consapevolmente. Mentre se non è in sintonia con Dio, parla di se stesso. Il fatto è che anche se parla di sé, Dio dà lo stesso le sue lezioni; per cui non c'è niente che sia in balia delle creature, non c'è nessuna creatura che sia in balia dell’altra. Dio evoca Sé a tutta la creazione, perché Dio parla in tutto. Anche il demonio è costretto, nolente, a fare la volontà di Dio; e Dio lo adopera per i suoi scopi. Soltanto che se uno è in sintonia con Dio, c'è la gioia, c'è la pace. Se uno non è in sintonia con Dio, deve fare la volontà di Dio, nolente. E allora c'è una conflittualità interiore. Però esteriormente è Dio che glielo fa fare.

E’ Uno solo Colui che regna in tutto. Per cui la nostra preoccupazione non deve essere quella di fare esternamente; la nostra preoccupazione, perché è lì che noi manchiamo, è quella di essere in sintonia con Dio, di essere attenti a Dio, di guardare Dio, di essere motivati da Dio.

Non lasciarti mai da solo, non lasciare che i tuoi pensieri camminino in modo autonomo, ma rapportali sempre a Dio, glorifica Dio in tutto, sii giusto verso Dio, “dai a Dio quello che è di Dio”; ma questo avviene dentro di te.

Marco: Non essendo in sintonia con Dio, come facciamo a sintonizzarci sulla sua onda?

Luigi: Per essere in sintonia con Dio basta pensarlo, perché Dio dà a noi la possibilità di pensarlo. Ecco perché è necessario metterci in silenzio, fare il vuoto di tutte le altre cose per pensare Dio. La sintonia si ritrova nel silenzio, nel silenzio con Dio.

Marco: A volte mi capita di essere in sintonia con Dio e tutte le cose vanno bene, ma se non lo sono tutte le cose mi vanno male.

Luigi: Intanto è il Signore che determina i tempi nella nostra vita. Per cui non dobbiamo basarci sul fatto: “Ieri, Signore, ti ho dato un quarto d’ora e anche oggi ti do un quarto d’ora”, perché il Signore può dirti: “Adesso io ti faccio aspettare mezz’ora e tu devi essere disponibile per mezz’ora”. Quindi ti fa aspettare questa sintonia fintanto che non sei pronto a ricevere la sua comunicazione, perché le sue comunicazioni sono profonde per cui richiedono molto raccoglimento. Ecco, noi non dobbiamo contrattare con Dio i momenti di sintonia con Lui; e non dobbiamo nemmeno confondere la sintonia con Dio con il provare dei momenti di pace. Non dobbiamo basarci sul nostro sentimento. Dio non è sentimento. Purtroppo noi molte volte confondiamo il rapporto con Dio con il sentimentalismo, per cui su quel punto c'è sempre un superamento da fare; soprattutto il superamento dei nostri sentimenti. Per cui non basta che sentirsi bene e lasciarsi portare dal sentimento. Perché il rapporto con Dio è sempre un rapporto di luce.

        Per cui cerca sempre di capire; il rapporto con Dio si basta su questo fondamento: se c'è lo Spirito di Dio in te, senti il desiderio di capire le cose di Dio. Allora se in te, quando ti raccogli, senti il desiderio di capire le cose di Dio, sei mosso dallo Spirito, c'è lo Spirito di Dio. Il rapporto con Dio, è un rapporto di luce. L’anima resta invasa dalla luce, è una luce che arriva. “E adesso cammina!”.

Marco: Se per pregare sono legato ad un determinato posto fisico, una cappella…

Luigi: …vuol dire che c'è un rapporto sentimentale che va superato. Dio stesso ci ammonisce, perché tutto è mezzo, tutto è aiuto. E’ logico che se c’è la possibilità di raccogliersi in un luogo di silenzio, non scegliamo la piazza. Però dobbiamo trascendere anche il luogo di silenzio. Perché non è grazie al luogo in cui si è, che si trova la pace! Così fosse il nostro rapporto sarebbe con il luogo.

        Il luogo è il mezzo, ed è Dio che lo manda per aiutarci, ma non dobbiamo farne il fine. Per cui approfittiamo del luogo, perché è un mezzo che Dio ci dà, però trascendiamo il luogo, non accontentiamoci del luogo; Dio ce lo offre per raccogliere la nostra anima nella sua luce.

        Bisogna avere ben chiaro davanti a noi la meta alla quale Dio ci chiama; il frutto al quale noi dobbiamo tendere, che è sempre un frutto di luce, di conoscenza di Dio, di qualche cosa di Dio che si vuole rivelare a noi attraverso una sua parola, un segno. Per cui dobbiamo sempre appoggiarci al mezzo che Dio ci manda, e avere sempre ben presente la meta che è la conoscenza di Dio. E dobbiamo anche sempre avere presente il mezzo, sarà una sua parola, una sua preghiera, un avvenimento che mi ha fatto arrivare per farci arrivare alla meta. Per cui due sono i termini: bisogna avere presente il fine, ma bisogna anche avere presente il mezzo che Dio ci dà per avanzare verso questo fine.

        Il fine è la conoscenza di Dio, che si manifesta in questa Presenza del suo Spirito sempre più evidente in noi e nelle cose. Quanto più si forma questa conoscenza, tanto più scopriamo la presenza di Dio. Però per farci arrivare a questa conoscenza, Dio spezza il suo pane, ci fa arrivare dei segni, dei messaggi, degli annunci, delle parole. Questi sono semi di conoscenza che vanno raccolti, portati nel silenzio. “Signore, Tu mi hai mandato questo seme, ma io non so come fare per arrivare al frutto. Adesso mi raccolgo; so che Tu mi vuoi svelare qualcosa di Te; però Tu sei là ed io sono qui con questo seme; come fare?”.

        Dio ci manda la sua parola, la parabola, l’avvenimento, affinché noi poggiandoci su di esso, possiamo avanzare verso la meta. Dobbiamo avere presente la meta, perché la meta è quella che ci dà energia, che ci sollecita a camminare. Per cui andiamo alla ricerca di tutti quegli aiuti per avvicinarmi alla meta.

        La meta va tenuta sempre molto presente, altrimenti ci accontentiamo e ci fermiamo al rapporto sentimentale.

 

Piero: Se in tutta la giornata cerco di restare unito a Dio col pensiero, quando mi raccolgo in casa in silenzio, riesco di più a restare in contatto con Dio, che se in tutta la giornata mi sono lasciato distrarre dalle cose del mondo.

Luigi: Certo, bisogna avvertire la dipendenza di tutto quello che accade, di tutto di noi, da Dio: “Dio è il Creatore di tutto, Dio è Colui che mi sta parlando in tutto; non capisco niente, però riconosco che sei Tu”. Quindi non vivere come se Dio non ci fosse: “Dopo mi raccoglierò con Dio, ma adesso devo occuparmi delle mie cose!”. Anche se attualmente siamo in un mondo di pasticci, bisogna sapere che tutto è opera di Dio. Anche se non capiamo niente, riconosciamo che tutto è opera di Dio; capiremo dopo.

Piero: Una volta pensavo che per avere la fede bisognasse fare delle grandi scelte, invece poi ho capito che quello era niente, che Dio vuole che superiamo anche quello e che stiamo in collegamento con Lui.

Luigi: Certo, mantieniti in collegamento con ciò che è al di sopra di tutto; a poco per volta Lui ti trasformerà e ad un certo momento non farai più “niente”. Attualmente tu fai niente perché è necessario che tu constati che fai niente; però un giorno ti accorgerai che quello non era fare niente. Ma è Dio che te lo farà constatare. Perché è Dio che libera e che opera e che fa operare. Ma deve essere Lui. Non devi essere tu; sarà una conseguenza. Tu assisti a ciò che Dio ti sta facendo; ma è Dio. Allora incominci a vivere, a dimorare nella casa di Dio, dove Dio dispone tutte le cose. Allora ti vedi pensato da Dio, non sei più tu a fare, a decidere, a fare delle scelte.

        Noi siamo delle creature, siamo figli che assistono a ciò che Dio sta facendo e facendo ci fa vivere.

Marco: Non capisco questo fatto: adesso mi metto a pensare Dio; mi sembra sbagliato ragionare così.

Luigi: Si, perché non siamo noi che pensiamo Dio ma è Dio che si fa pensare da noi; è Dio che ci convoca alla sua presenza, è Dio che ci chiama. Siccome siamo abituati a dire sempre: “io”, diciamo: “Sono io che decido di fare un’ora di silenzio”. No, non decidiamo di fare un’ora di silenzio, ma è Dio che ci chiama a fare un’ora di silenzio. Possiamo dire “si” o possiamo dire “no”. Se ci viene il pensiero, questo pensiero viene dai sei giorni della creazione; i pensieri in noi sono come i fiori a primavera. Noi sappiamo come nascono i fiori? I fiori nascono da millenni di anni luce; ti arrivano addosso in questo momento, ma nascono dall’eternità, attraverso un processo lunghissimo di creazione; …e arriva il fiore adesso! Il pensiero è ancora più di un fiore. Noi diciamo: “Mi è sbocciato un pensiero! Sono io che ho pensato!”. No. Questo pensiero arriva da millenni di anni luce e ad un certo momento sbotta nel nostro giardino: ecco, un pensiero! È Dio che ce lo fa arrivare, quindi è una proposta. Adesso possiamo aderire, oppure fermarlo alle nostre impressioni, ai nostri sentimenti, e dire: “io”. Allora quello ci blocca tutto, perché il nostro io è un posto di blocco a cui arrivano tutte le opere di Dio. Però le opere di Dio dicono: “Non fermarmi al tuo io, conducimi oltre perché devo ritornare al Signore: arrivo da Dio e ritorno a Dio”. Noi dobbiamo riconoscere che è tutta opera di Dio, perché se in noi nasce un pensiero, se nasce un desiderio, la prima cosa che dobbiamo dire è: “È il Signore che me la presenta; non sono io che penso; aderisco o non aderisco? Lo porto a Dio o lo fermo al mio io?”. Per cui se ci fermiamo in un prato, è il Signore che ci ha condotto in questo prato affinché pensassimo a Lui. Non siamo noi che decidiamo di fermarci; non siamo noi che pensiamo il Signore, ma è il Signore che si fa pensare da noi: “Signore, ti ringrazio che ti fai pensare da me”.

Marco: Si, però c'è una differenza tra il dire: “Signore, quanto sei grande”, e dire: “Sono io che penso Dio”.

Luigi: Si, perché non devo dire: “Sono io che penso Dio”; ma devo dire: “Grazie Signore, perché mi dai l’occasione per pensarti”. Perché dire: “Signore, come sei grande”, è una deduzione; perché constato qualche cosa di Dio. Ma se posso constatarlo, è perché sono già inserito. Se dico: “Sono io che penso Dio”, non posso nello stesso tempo dire: “Signore, quanto sei grande”, perché se dico che sono io che penso Dio, l’azione parte da me, per cui penso me, e se penso me non sono in sintonia con Dio.

La sintonia con Dio nasce da: Dio è il principio, Dio è Colui che parla con me, Dio è l’iniziatore, Dio è il Creatore e io sono la creatura che ascolta. Se dico “sono io che penso Dio”, la sintonia è rotta.

Noi con tutto il nostro darci da fare, con tutto il nostro pensare, con tutta la nostra buona volontà, non possiamo mettere un mattone sull’altro per costruire la casa di Dio; è Dio il costruttore della sua casa, è Dio che ci fa abitare nella sua casa. Allora per essere in sintonia con Dio, dobbiamo partire da Dio, perché è Dio l’iniziatore e noi le creatura. Basta mettere a posto questo rapporto: “Signore, sei tu il Creatore, io sono la creatura; Tu sei tutto ed io sono niente”; e si stabilisce la sintonia.

Adesso vai avanti così, vedrai che tutto avviene in sintonia. Ma devi partire da Dio. “In principio era il Verbo”; quello che era in principio, mantienilo come principio. Dio dice: “Io sono il principio, mettimi come principio”. Vedrai che tutte le cose vanno in sintonia. Allora non puoi più dire: “io penso” perché il principio è Dio e tu sei un pensato.

Dio è Colui che pensa, Dio è Colui che ti fa pensare, Dio è il Creatore. Allora: “Signore, quanto sei grande”. Ma questo come conseguenza in quanto c'è stato l’atto di giustizia. Metti Dio al suo posto, allora ti accorgerai della grandezza di Dio.

Marco: Allora le cose dovrebbero venire istintivamente.

Luigi: No, le cose si devono fare consapevolmente non istintivamente. Perché se uno assiste all’iniziativa di Dio che opera, viene naturale ringraziare Dio per la sua opera. Quando si assiste ad un bello spettacolo si battono le mani. Ora, noi non siamo capaci a battere le mani a Dio, perché non assistiamo alle sue opere; perché ci riteniamo noi gli attori, noi i promotori, noi a fare.

        Tu sei spettatore, tu sei chiamato ad assistere a quello che Dio ti sta facendo. È Dio che ti sta convogliando, è Dio che ti sta parlando. E ad un certo momento dici: “Oh, Signore, come sei buono!”. Ma questo avviene come conseguenza, perché assisti ad uno spettacolo, in quanto constati. Ma è Lui che ti fa constatare. Se invece pensi a te, non arrivi a constatare, perché sei in opposizione, le cose partono dal tuo io. Allora c'è tutto un lavoro di artificio per cui ti devo sforzare di pensare al Signore.

 

(?): Anche Marta pensava di fare le cose per il Signore e invece Gesù la rimprovera.

Luigi: Perché più pensiamo a noi stessi, più riteniamo che fare l’opera di Dio sia darsi da fare: ma questo è effetto del tanto pensiero del nostro io. Perché più pensiamo al nostro io, più riteniamo che anche il servire Dio sia un darci da fare, sia un nostro agire, un nostro operare.

(?): Ma non può essere un esempio per noi il comportamento di queste due sorelle?

Luigi: Ma è Gesù stesso che commenta l’episodio, per cui la cosa è chiarissima. Gesù dice: “Maria ha scelto la parte migliore”. Quindi Gesù fa capire che non è Maria che deve essere distaccata ad aiutare Marta, perché Marta fa meno di Maria. Maria fa più di Marta. È Marta che deve essere distaccata ad aiutare Maria, perché chi fa il vero lavoro non è Marta, è Maria. Gesù dice che chi fa l’opera più grande è chi si ferma ad ascoltare Dio e non è chi opera, chi agisce. Gesù fa capire che: “Una cosa sola è necessaria; Maria ha scelto la parte migliore”. Ora, evidentemente Marta, riteneva di aver tanto da fare, per cui era nel pensiero del suo io. Gesù la smentisce dicendo che chi ha tanto da fare è Maria. Dunque è Maria che deve essere servita, non è Marta. Gesù non autorizza Maria a smettere quello che stava facendo, per servire Marta, perché avrebbe fatto meno; piuttosto invita Marta a fare quello che fa Maria, perché è Maria quella che fa di più. Questo ci fa capire che il vero lavoro richiesto a noi è quello dell’ascolto, cioè quello di essere spettatori seduti ai piedi di Gesù ad osservare quello che Lui ci comunica. Perché è tutto Lui che fa.

Quindi mettersi in silenzio per ascoltare Dio, richiede tutto un superamento. Perché il pensiero del nostro io ci porta all’azione: “Adesso faccio io; adesso io metto a posto le cose; adesso io cambio il mondo!”. E magari invochiamo Dio che ci dia l’energia per cambiare il mondo. Ma tutto questo è sbagliato. Infatti il Signore dice: “Quand’anche avessi fatto tutto quello che dovete fare dite sempre: siamo servi inutili!”, perché abbiamo fatto niente. Chi opera tutto è Dio. La vera opera che è richiesta all’uomo è questa: fermati e riconosci chi è il tuo Signore. Dobbiamo fermarci, perché è Lui che fa tutto; Lui non ha difficoltà a cambiare il mondo.

 

(?): Qui dice: “Rimanete nel mio amore”, non dice di amarlo.

Luigi: Certo, perché non si può rimanere se non si è in ascolto; non si può rimanere se non si riceve.

Nino: Io ritornerei sul versetto 7: “Se rimaniamo in Lui e se le sue parole rimangono in noi, noi possiamo chiedere quello che vogliamo”, e quello che vogliamo è la conoscenza di Dio: questa è la gloria di Dio che viene a noi.

 

Marco: Continuo a non capire dove sta la mia funzione; se ad esempio ho del tempo per leggere la parola di Dio e la leggo, è opera di Dio; se non la leggo è sempre Lui che mi fa capire che avrei dovuto leggerla.

Luigi: La nostra funzione è quella di mantenere la tazza vuota in modo che si possa riempire. E’ il compito essenziale della creatura. Partendo dall’esempio di Marta e Maria, Gesù chiarisce che il vero compito della creatura è quello di Maria, che è quello dell’ascolto. Maria cosa faceva? Stava ai piedi di Gesù ad ascoltare quello che Lui diceva.

Marco: Ma è stata una sua scelta.

Luigi: Certo, e qual è questa scelta? È quella di sedersi ai piedi di Gesù ad ascoltare quello che Lui dice. Lei non avrebbe potuto mettersi ai piedi di Gesù ad ascoltarlo se Gesù non fosse entrato in casa; non solo, non avrebbe potuto ascoltarlo se Gesù non si fosse messo a parlare. Quindi l’iniziativa è di Gesù.

Noi possiamo sognare che Lui venga, ma se Lui non viene, necessariamente siamo portati via da tutte le altre cose. Quindi la sua presenza è essenzialmente dono suo, e dono libero. L’iniziativa è sua.

Marco: Ma noi lo sappiamo che Lui viene sempre.

Luigi: Se lo sappiamo è dono suo. Se abbiamo questa consapevolezza che Lui viene sempre è dono suo. E ringraziamo il Signore che l’abbiamo capito. Ma il dono è stato suo, non siamo noi. Quindi se Lui entra nella nostra vita per cinque minuti, o per cinque ore, o per cinque anni, o per l’eternità, è Lui che viene. Lui viene e parla con noi; noi possiamo restare o essere distratti; se siamo distratti la colpa è nostra, se restiamo il dono è tutto suo. Quindi ogni opera portata a compimento nella luce è tutta opera di Dio, e la creatura non farà altro che dire: “Signore, è stata tutta opera tua”. Perché non si entra nel regno di Dio, non si abita nella casa di Dio se non confessando, testimoniando, riconoscendo con consapevolezza che tutto è dono di Dio; che tutto è stato dono gratuito di Dio. Per cui è Lui che ci ha fatti, è Lui che ci ha edificato la casa, è Lui che ci ha fatto entrare nella sua casa, è Lui che ha condotto, è tutto opera sua.

Se restiamo fuori non possiamo dire: “Signore, Tu mi hai fatto fuori!”. Ma diremo: “Signore, è stata opera mia”. Quindi ogni difetto riguardo all’opera di Dio è opera della creatura. Ogni opera portata a compimento è tutto opera di Dio, è pura luce di Dio, è costruzione della luce. Dove c'è l’ombra c'è il nostro io.

Tiziana: E’ così perché il portare a compimento è volontà di Dio, mentre l’interrompere il compimento non è volontà di Dio?

Luigi: Si, perché nel non portare a compimento c'è la distrazione nostra, ci fermiamo all’io, al sentimento, all’impressione; per cui ci lasciamo guidare dal pensiero di noi stessi. In tal caso l’opera nostra è l’interruzione nel disegno di Dio. Noi possiamo soltanto interrompere, possiamo soltanto fare degli aborti. L’aborto è nostro. Mentre la vita è di Dio.

        La funzione che abbiamo noi è la disponibilità, che però non è opera nosta; perché senza Dio non possiamo essere disponibili. Non possiamo essere disponibile verso uno che è assente, che non parla con noi. Per cui se uno viene e parla con noi, il dono è suo. “Signore, sei Tu che mi hai chiamato!”. Nella sua chiamata possiamo distrarci; ma se restiamo il dono è suo.

La creatura può fermarsi a metà strada perché non è disponibile, non ha tempo per-, non ha pazienza. È la parabola del seminatore, dei vari terreni; i terreni sono diversi, il seme è unico. Il seme che cade in diversi terreni vuole portare frutto; però ci sono dei terreni che sono aperti al passaggio di tutti e allora non custodiscono niente, perché lasciano passare il Signore, ma lasciano passare anche tutti gli altri, si distraggono con tutti. Allora lì non matura niente. Oppure possono essere terreni con delle spine; per cui ricevono, partono in quarta, si entusiasmano, ma poi alle prime difficoltà si arrendono.

Il terreno che porta veramente frutto è il terreno profondo, che ama la profondità con Dio, che è attento, che custodisce il seme, gli lavora attorno e con la pazienza giunge al frutto, che è la conoscenza, e giunge a capire. Però sempre per opera del Sole, per opera di Dio.

(?): Questo rispondere da parte dell’uomo può essere anche misterioso.

Luigi: Il rispondere della creatura è tutta grazia di Dio, è solo per grazia di Dio; è il non rispondere che è della creatura.

(?): Cioè noi non possiamo dire che uno ha risposto di più e l’altro ha risposto di meno, bisogna valutare situazione per situazione?!

Luigi: Non interessa quello che fanno gli altri, interessa quello che Dio chiede ad ognuno di noi. Tu cerca di rispondere più che ti sia possibile alla parola di Dio, alla voce di Dio, e impegnati con Lui, non preoccuparti degli altri. Noi dobbiamo ricevere lo spettacolo da parte di tutti, perché Dio parla in tutti, però non dobbiamo confrontarci con gli altri; perché chi si confronta è l’io. Se noi incominciamo a ragionare con l’io, siamo finiti; noi dobbiamo imparare a ragionare con Dio. È Dio il Creatore, è Lui che fa esistere noi, non siamo noi che facciamo esistere Dio. Il termine fisso di confronto è Dio, non è il pensiero del nostro io.

        Se mettiamo come punto fisso di riferimento il pensiero del nostro io, Dio diventa il termine mobile; di conseguenza: “Sono io che penso Dio”, e andiamo all’Inferno.

 

Piero: Il punto di partenza è credere che tutto viene da Dio. E’ l’atto di fede di partenza.

Luigi: Certo, dobbiamo convincerci che Dio è il Creatore di tutto, che non lo pensiamo quando lo vogliamo noi, ma quando lo vuole Lui. Dio ci sorprende sempre. Proprio per farci capire che è Lui il Creatore dei nostri pensieri.

 

Ida: Tante volte uno desidera pensare a Dio, ma non ci riesce

Luigi: Si, è il Signore che ci fa toccare con mano che le cose non sono in mano nostra, non arrivano quando vorremmo noi; perché tutto è dono di Dio. Ma anche in questa nostra povertà c'è tanta grazia di Dio.

Ida: So che devo fermarmi con Dio ma poi non lo faccio.

Luigi: È anche una questione di tanto allenamento nelle cose di Dio; per poter vivere nel modo giusto man mano che le cose avvengono. Per cui l’importante è raccogliere le cose in Dio man mano che ci arrivano; perché noi possiamo essere raccolti in Dio, nella misura in cui abbiamo raccolto in Dio. Cioè, più raccogliamo e più percepiamo la presenza dello spirito di Dio in tutte le cose. Ma questo è effetto di lunga pazienza. Per cui se il Signore ci dà un’ora di silenzio al giorno, cerchiamo di raccogliere in quell’ora, più che sia possibile.

Se tu in quell’ora raccogli in Dio argomenti di Dio, parole di Dio, cerchi di approfondire, ti accorgerai che quello ti aiuterà anche nelle cose che dopo accadranno. Lo sentirai dentro, e ad un certo momento ti farà capire la presenza, i doni dello spirito di Dio in tutte le cose. È un cammino crescente. Più si approfondisce in noi la conoscenza di Dio e più la visione di Dio si estende in tutte le cose.

Pinuccia B.: Però anche quando sperimentiamo la nostra povertà è una lezione di Dio che ci dice che nella mattinata non abbiamo raccolto.

Luigi: Comunque la lezione principale è questa: le conflittualità sorgono sempre nell’ambito del rapporto fondamentale. Per cui il rapporto fondamentale è questo: tutto è opera di Dio, Dio è il Creatore, noi siamo creature. Noi siamo fatti spettatori delle opere di Dio. Quindi la lezione fondamentale che noi dobbiamo sempre cogliere in tutto è questa: ritorna sempre al principio, perché se in questo rapporto c'è confusione, tutte le altre lezioni vanno a farsi benedire. Dobbiamo avere sempre davanti a noi la pietra fondamentale: Dio è il Creatore, tu sei creatura. Quindi se Dio è il Creatore, è Lui che opera tutto. Ti sei fatto spettatore delle opere di Dio, adesso costruisci lì sopra; sempre con Dio, perché senza Dio non si fa niente.

(?): “Rimanete nel mio amore” è questo l’importante.

Luigi: Si, però bisogna stare molto attenti a non cadere nel sentimento. Si rimane se si vive per-. Perché noi possiamo dire: “Signore, io ti amo” e poi interessarci di altro. Dobbiamo arrivare alla convinzione che è Lui che ci vuole; il vero amore è conoscenza di verità, la conoscenza coincide con l’amore. “Rimanete nel mio amore” vuol dire “Rimanete in questo rapporto fondamentale, riconoscete che sono Io che vi voglio”. Perché noi con molta facilità cadiamo nel sentimentalismo; soprattutto quando diciamo: “Signore, io ti amo”.

        La constatazione del “Signore, Tu mi ami”, la constatazione dell’amore è una conseguenza della visione che siamo voluti da Dio, cioè che siamo spettatori delle opere di Dio.

 

Luigi: Si parte da Dio per arrivare a Dio; quindi Dio è il principio e Dio è il fine. Si parte da Dio perché se non si mette Dio come principio, tutto il nostro cammino è sfasato. Però dobbiamo avere anche ben presente che dobbiamo tendere a Dio; tendere a Dio vuol dire arrivare alla consapevolezza di ciò che Lui è. Allora quando si parte da Dio, da Dio Creatore, si fa un atto di fede; perché tutte le cose dicono a noi: “Noi non ci siamo fatte da sole”. Noi diciamo a noi stessi: “Non ti sei fatto tu”. Quindi la lezione grande che Dio dà a noi in tutto è questa: “Sono io il Creatore e voi siete creature”.

Ora, la lezione di Dio attraverso le cose, le creature, non è conoscenza di Dio; questa è conoscenza di Dio attraverso il mondo, cioè si comprende che Dio esiste perché c'è il mondo. Ma questa non è conoscenza di Dio. Ora, questo è l’inizio, perché è la conoscenza attraverso il messaggio, gli annunci che Dio ci fa arrivare. Qui Dio ci crea e ci fa abitare nella sua casa come servi, come ospiti.

Noi siamo ospiti nella casa di Dio, per cui non possiamo restare perché l’ospite non resta per sempre nella casa di Dio; il servo non resta per sempre. E questo è il rapporto di creazione.

Dio creandoci ci dà la grazia di ospitarci in casa sua. Però mentre siamo ospiti ci dice: “Affrettati a diventare figlio”; cioè ci offre la possibilità di passare dall’essere servo, dall’essere ospite, di diventare amico suo.  “Amico mio”, in modo da abitare nella sua casa come figlio del Padre; in modo che diventiamo padroni della casa, liberi in questa casa. Si diventa figli attraverso la conoscenza del Padre.

Dio, ospitandoci nella sua casa, parla a noi per farci diventare suoi figli. E’ Lui che ci fa figli, che ci fa passare dalla situazione di servitù alla situazione di figliolanza, se permaniamo nel suo ascolto, perché non si diventa figli senza di noi. E’ Dio che ci fa figli, ma è richiesta la disponibilità. Qui Dio diventa fine.

Gesù dice nell’ultima preghiera: “Signore, glorifica tuo Figlio con quella gloria che Egli ebbe prima che il mondo fosse”. Ora noi conosciamo Dio perché c'è il mondo; il Figlio non conosce Dio perché c'è il mondo, ma conosce Dio per quello che Egli è in Sé. Quindi noi partiamo dall’informazione “mondo”, e conosciamo Dio perché c'è il mondo; per cui Dio è il Creatore. Quando diciamo “Creatore”, supponiamo che ci sia la creazione, “mondo”. Però Dio ci chiama a conoscerlo per quello che Lui è in Sé prima che il mondo fosse in noi. E allora abbiamo la meta, e abbiamo la vera gloria. La vera gloria è in Dio, non è nella creazione.

Dio non ha bisogno della creazione per la sua gloria. La gloria, cioè la vera conoscenza, è ciò che Dio è in Sé. E il figlio è Colui che partecipa di questa gloria, è Colui che conosce Dio in Sé, non per quello che c'è del mondo. Il figlio è Colui che conosce il Padre per rapporto intimo, per ciò che è il Padre, non per la creazione che viene dal Padre.

 

Pinuccia B.: Quando poi avrà conosciuto Dio, il figlio vedrà anche la creazione dal punto di vista di Dio.

Luigi: Certo, però è un soprappiù. Si vede la creazione dal punto di vista del Padre; lì si diventa liberi, appunto perché Dio è libero nella sua creazione. Dio non è obbligato a creare. Dio è libero e i figli di Dio sono altrettanto liberi nella creazione.

Pinuccia B.: Il frutto della conoscenza è voler conoscere Dio per ciò che è non per ciò che fa.

Luigi: Certo, perché ciò che Dio fa, ciò che Dio opera, è solo messaggio, sono le orme che ci dicono che Lui è passato; per cui le orme sono necessarie perché altrimenti non intuiremmo nemmeno la sua presenza. Però dice San Giovanni della Croce: “Cessami di mandarmi delle creature che non mi dicono quello che Tu sei”.

Solo Dio ci può dire veramente ciò che Egli è, soltanto la presenza della Persona.

 

* * *


ciclo B - incontro svolto alla Casa di Preghiera

 

Gv 15,8: “In questo è glorificato il Padre mio, che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”

 

(05.12.1987)

(1 h 15min 43sec)

 

 

Pensieri tratti dalla conversazione:

 

Luigi: Il frutto è la conoscenza. Il seme è la parola.

Nino: Possiamo portare frutto solo se siamo discepoli di Cristo. E per essere suoi discepoli dobbiamo aver accettato Dio come Creatore.

Luigi: Dobbiamo essere attratti dal Padre, attratti dalla conoscenza. “Nessuno può venire a me se non è attratto dal Padre”: “nessuno può essere mio discepoli, allievo, scolaro, se non è attratto dalla conoscenza di Dio”.

 

Paola: Si è discepoli se si resta nelle parole.

Luigi: Si è discepoli se si ha interesse per-. Tu vai a scuola di-, in quanto hai interesse per-. Avendo un certo interesse vai a cercare ciò che corrisponde al tuo interesse. Ora, l’interesse che ti conduce alla scuola del Cristo è l’interesse per conoscere Dio, per capire qualche cosa di Dio. Tu sai che Dio esiste però non capisci niente, allora sei presa dal desiderio di capire. “Nessuno può venire a me se non è attratto dal Padre”. Bisogna essere attratti dal desiderio di conoscere qualche cosa di Dio.

        Noi possiamo andare al Cristo per tanti motivi: per la società, per la famiglia, per la figura, per imparare una certa morale; ma tutti questi motivi ci fanno deviare. Si va al Cristo solo se si ha desiderio di conosce Dio. La vita eterna sta nella conoscenza. Se tu segui Gesù per altri motivi, succede che ti interessi delle cose che Lui dice in merito ai quei motivi, ma quando parla della conoscenza del Padre, dello Spirito Santo, lo trascuri; trascurando così l’anima di tutto.

 

Franca: ?

Luigi: Si glorifica in quanto si riconosce per quello che vale. Dio vale più di tutto, tu lo glorifichi in quanto lo metti al di sopra di tutto. Se tu preferisci altro a Lui, non lo glorifichi. Se noi preferiamo il pensiero del nostro io a Dio, noi non glorifichiamo Dio. Glorificare uno vuol dire riconoscere il valore che ha quell’uno. Dio ha il massimo valore perché è Lui il principio di tutto, ed è Lui il fine di tutto. Glorificarlo vuol dire metterlo al suo posto, al centro di tutto.

Franca: Quindi si è suoi discepoli…

Luigi: …se si ha l’interesse per Dio. L’essere discepolo è una conseguenza dell’interesse.

 

Teresa: Si glorifica Dio quando si porta a compimento la sua opera.

Luigi: Si glorifica quando lo si riconosce per quello che è. Dio è al centro di tutto, se non lo mettiamo al centro di tutto, ma preferiamo la creatura al Creatore, non lo glorifichiamo. Mettere Dio al centro vuol dire riferire tutto a Lui, quindi cercare di essere attratti dalla conoscenza di Lui. La nostra vita deve essere in Lui. Ma quand’è che la nostra vita è in Lui? Quando l’anima di tutto il nostro giorno è pensare a Lui, conoscere il suo Pensiero, conoscere quello che Lui è, che Lui opera, conoscere il significato di quello che Lui fa. E’ tutto questo interesse per Lui che ci conduce alla glorificazione. La glorificazione finale sarà la visione di quello che Lui è nel suo Pensiero e in tutte le sue opere.

 

(?): Diventare discepoli di Gesù vuol dire capire che in tutte le cose Lui ci parla del Padre.

Luigi: Certo.

 

Giovanna: L’interesse mi porta alla sua scuola, però per andare a scuola devo già avere un po’ di conoscenza.

Luigi: Devi sapere che quella scuola risponde al tuo interesse. Avendo interesse per la matematica, vai a cercarti una scuola in cui si parla di matematica. Se hai interesse per Dio, cerchi una scuola in cui si parla di Dio.

Giovanna: Ma questo interesse per Dio bisogna già averlo.

Luigi: Certo. L’interesse viene dalla giustizia. L’interesse viene dal rispetto dei valori. Dio è Colui che vale più di tutto. E’ Lui il Creatore, quindi è Lui il fine di tutte le cose. E’ Lui che vale più di tutto, perché tutto viene da Lui e tutto ritorna a Lui. Sapendo questo dobbiamo riconoscere che Dio è il massimo valore. Dal valore scatta l’interesse. Perché il nostro interesse scatta per la cosa che vale di più. Se vediamo un biglietto da cento e uno da mille, il nostro interesse scatta per quella cosa che vale di più. Una cosa molto importante suscita in noi tanto interesse. Può succedere che noi ci fermiamo al pensiero del nostro io e ritenere che le cose che riguardano il nostro io siano le cose più importanti di tutto il resto. In tal caso preferiamo il biglietto da cento anziché quello da mille, preferiamo la creatura al creatore. E naturalmente avviene tutto un capovolgimento. E questa è un’ingiustizia, è un non rispetto dei valori. Ogni cosa ha un suo valore. Il massimo dei valori è Dio Creatore. Se rispettiamo i valori abbiamo rispetto per Dio al di sopra di tutto. E questo interesse per Dio al di sopra di tutto ci porta alla scuola del Cristo, appunto per conoscere Dio.

 

(?): Glorificarlo vuol dire rispondere al suo disegno. Si risponde al suo disegno se si cerca di conoscerlo.

Luigi: Sì, perché essendo Lu il fine, tutte le cose le fa per sé, le fa comunicare se stesso, per farsi conoscere. Anche noi apparteniamo all’opera di Dio, anche noi siamo creature; essendo creature apparteniamo a questo fine. Il fine è conoscere Dio. Quindi il nostro fine è conoscere Dio. Non siamo stati creati per il mondo, non siamo stati creati per la società, non siamo stati creati per il prossimo, non siamo stati creati per costruire. Siamo stati creati per conoscere Dio. “Questo è il tuo fine, questo è il tuo destino: vivi per questo”, è l’atto di giustizia, questo è glorificare Dio.

(?): Non ho capito bene in che rapporto stanno la conoscenza e l’interesse.

Luigi: Se io ho interesse per la matematica, vado a scegliere quella scuola che mi insegna la matematica. A scuola vado per imparare. Ma quello che mi determina è l’interesse. In quanto in me c’è l’interesse per la matematica, in me ho già glorificato la matematica. Se ho messo la matematica al di sopra di tutto ho riconosciuto il valore. Perché metti Dio al di sopra di tutto? Perché hai riconosciuto il valore di Dio. Questo interesse ti conduce a interrogare tutte le creature: “tu cosa mi dici di Dio?”. Chi ti parla di politica, chi di società, chi di scienza, chi di progresso; e tu scarti tutto, finché arriva Cristo e ti dice “io ti parlo di Dio”. Ecco la scuola. Avviene tutto un processo di selezione attraverso cui arrivi ad individuare quella scuola che risponde al tuo interesse. Tu vai in quella scuola in quanto trovi un rapporto con ciò che porti dentro di te. Ma se dentro di te hai altro, puoi anche andare a scuola, ma dura quel che dura. Ad un certo momento te ne vai perché non risponde all’interesse principale.

 

Maria Pia: Il Padre è il principio e il fine.

Luigi: Se non lo vedi come principio non lo puoi riconoscere come massimo valore e quindi come fine.

Maria Pia: Nella misura in cui rimaniamo in Lui portiamo frutto e Lui è glorificato.

Luigi: Certo, e partecipiamo. Perché noi partecipiamo di Dio conoscendolo. Quanto più tu Lo consoci tanto più sei fatta partecipe. Nelle cose del mondo si partecipa per altri motivi, che possono essere sentimenti, o per il mangiare, ecc.; con Dio invece si partecipa attraverso la conoscenza. Più lo conosci più partecipi, più partecipi e più vivi. Quindi la conoscenza diventa vita.

 

(?): Nessuno ha un amore più grande di questo.

Luigi: Sì, l’amore vero è l’interesse per conoscere. Ecco per cui il termine amare è un termine ambiguo. La parola amore è da noi portata sul piano sentimentale. Per cui il più delle volte noi chiamiamo amore quello che è proiezione del nostro io. “Io amo l’altro perché nell’altro trovo soddisfazione nel mio io”. Il possesso lo chiamiamo amore, ma quello non è amore. Il vero amore, nel campo dello spirito, che è il campo essenziale, è interesse per conoscere l’altro. Per cui non ci si ferma al piano sentimentale, al piano corporeo, ma si cerca il pensiero dell’altro, si ha interesse per il pensiero dell’altro. Questo fa arrivare all’anima.

        Se uno ama Dio si interessa di conoscere. Allora, il vero interesse è quello di conoscere Dio.

La dove non c’è il vero amore, la conoscenza, si tende ad avere un rapporto con l’altro soltanto per i doni che può dare l’altro; che poi l’altro possa avere mal di pancia non interessa.

 

Silvana: Evidenzia come il Figlio faccia tutto in funzione della gloria del Padre. Tutto quello che opera intorno a noi è in funzione della gloria del Padre.

Luigi: Il Padre inizia l’opera. Possiamo dire che tutta l’opera del Padre si conclude nel suscitare in noi interesse, attrazione per Lui. Ma una volta che ha suscitato interesse, c’è tutta l’opera da portare a compimento.  Tu puoi avere l’interesse per andare sulla cima del Monviso, ma ciò non vuol dire che sei andata sulla cima del Monviso. Dall’interesse ad arrivare sulla cima, c’è tutto un tratto. L’opera del Padre è l’inizio di questo tratto: l’interesse. L’opera del Figlio è portare a compimento questo interesse. Lui viene a portare, a concludere l’opera che il padre ha iniziato. La conclude raccogliendo l’interesse seminato dal Padre e portandolo al compimento, cioè alla conoscenza.

Silvana: Evidenzia bene come l’essere suoi discepoli e portare frutto consista nel glorificare il Padre.

 

Fabiola: Si può essere discepoli di Cristo solo se si è maturato questo interesse.

Luigi: Tu porti a compimento una cosa quando hai tanto interesse. E’ il tanto interesse che ti mantiene sulla strada. Questo vale per tutte le cose. Anche nell’andare in montagna. Se hai tanto interesse arrivi sulla cima, altrimenti quando inizia a mancare il fiato o a faticare inizi a dire “chi me lo fa fare?”, e rinunci.

Fabiola: Questo vale anche per Mosè, che prima di trovare Dio ha dovuto fare molte esperienze. Ha dovuto superare anche l’educazione ricevuta…

Luigi: Certo, c’è tutto un mondo da superare. Anche noi nasciamo in un certo mondo e poi bisogna partire. Infatti l’interesse suscita in noi un distacco da un campo per rivolgerci ad un altro campo. L’interesse è un movimento, e il movimento presuppone una partire da- per arrivare a-. E partire da vuol dire lasciare. Quindi c’è tutto un campo in cui ci si trova inseriti e che si deve lasciare per arrivare là dove l’interesse vuole essere soddisfatto. La persona umana si forma proprio attraverso la maturazione dell’interesse. Succede che però pur avendo un certo interesse non vogliamo staccarci da-; per cui tutto fallisce. E’ la vocazione di Abramo: “parti dalla tua terra per andare nel luogo che io ti indicherò”, luogo che la parola di Dio gli segnalerà. C’è sempre questa meta che deve diventare una meta personale. Dio ci crea impersonali e poi ci forma persone attraverso la scelta personale. Per cui la persona in noi non si forma senza di noi, senza questa dedizione.

 

Rita: La glorificazione del Padre è anche la nostra.

Luigi: Certo. Lui non ha bisogna di noi che gli diciamo “Signore, tu sei quello”. Lui è. Lui vuole questo per rendere noi partecipi. E’ per la nostra vita e per la nostra gloria.

 

Pinuccia B.: Glorificare Lui è vita nostra. Dicendo “Tu sei”, noi siamo.

Luigi: Certo. Ed è quello che stentiamo molto a capire. Noi crediamo che soltanto dicendo “io sono”, noi siamo. Invece noi veramente siamo soltanto in quanto diciamo “Tu sei!”. E più diciamo “Tu sei” e lo sosteniamo davanti a tutto e a tutti, davanti a tutte le nostre prove, alle nostre paure, e più noi siamo.

Pinuccia B.: Più noi ci dimentichiamo e più diciamo “Tu sei”; però la consapevolezza di vivere ci fa prendere consapevolezza di essere.

Luigi: Non è tanto il dimenticarci ma è predicare il “Tu sei”; perché predicare “Tu sei” è affermare Dio come Colui che è in tutto, in tutta la creazione, in noi. E’ la sua Presenza in tutto. Questo predicare l’Essere, questo poter pensare Dio, poter riconoscere Dio, poter in tutto dire “Signore, tu sei”, questo ci fa essere. Ci fa essere in quanto siamo pensiero di Dio.

Rita: Quando si predica il “Tu sei”, ci si dimentica.

Luigi: Tutte le nostre tristezze sono dovute al fatto che non possiamo dimenticarci. Uno beve, l’altro si droga, l’altro deve viaggiare a destra e a sinistra, per cercare di dimenticarsi un po’; perché il nostro io è ossessivo. Noi siamo ossessionati. Se non riusciamo a dormire è perché non riusciamo a dimenticarci.

Pinuccia B.: Intendevo la coscienza di vivere.

Luigi: La coscienza ci viene dall’Altro. Guardando l’Altro è l’Altro che mi fa essere. Ci deriva dall’Altro. Non siamo noi che diciamo “io sono”, ma è Lui che dice a noi “ti faccio, ti voglio, tu sei”. Il nostro essere lo vediamo come opera dell’Altro, non come affermazione nostra.                                                     

 

* * *


ciclo C - incontro svolto alla Casa di Preghiera

 

Gv 15,8: “In questo è glorificato il Padre mio, che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”

 

 (04.04.1992)

(1 h 39 min 40 sec)

 

Pensieri tratti dalla conversazione:

 

Franca: Portiamo frutto se abbiamo interesse.

Luigi: L’interesse è attrazione. Se non sei attratta non puoi essere discepola.

 

Delfina: Essere discepoli del Signore significa vivere nel suo insegnamento.

Luigi: Discepolo vuol dire allievo, scolaro.

 

Giovanna: Tutto rende gloria a Dio…

Luigi: …eccetto l’uomo. “Come potete credere voi che elemosinate la vostra gloria gli uni dagli altri”. Siamo lì che ci lustriamo uno con l’altro: “Fammi Cavaliere e io ti faccio Commentatore”. Andiamo a cercare la gloria: “Se vinco la gara…”, “Se riesco andare su quella montagna…”, “Se divento primo ministro…”. L’uomo cerca la gloria dagli uomini. Prima delle elezioni tutti che dicono “votate me che mi metto al vostro servizio”; che meraviglia, abbiamo tutti a disposizione. Poi il giorno dopo le elezioni vediamo cosa succede…

 

Nino: Ciò che ci fa discepoli è il tanto interesse.

Luigi: Certo. “Nessuno può venire a me se non è attratto dal Padre”. Eppure si può fare l’errore di dire “io sono suo discepolo perché mi vesto di bianco”.

 

Amalia: Cosa vuol dire glorificare?

Luigi: Riconoscere quello che uno è. Glorificare il Padre vuol dire riconoscere quello che Egli è. Soltanto da Dio si può conoscere veramente quello che uno è. Tutto il resto sono gonfiature.

 

Sandra: La gloria è una cosa importante. La gloria ha avvinto tanti uomini.     

Luigi: L’uomo è una passione di gloria perché è una passione di unità. Però se pensa a se stesso deve alterare tutto per mettersi al centro, per mettersi in vetrina, per poter dire “guardate me”.

 

Marisa: Questo frutto è legato al “rimanere”.

Luigi: Se hai veramente interesse per la Verità anche il verbo “rimanere” lo approfondisci, e non ti fermi fintanto che non arrivi a capire cosa voglia dire per te, come si realizza questo verbo.

 

Silvana: Il frutto è la gloria del Padre.

Luigi: E’ l’interesse per questa gloria, cioè per conoscere quello che Dio è. Quindi guardare tutto dal punto di vista del Padre. Tu partecipi del Padre in quanto guardi dal suo punto di vista. Dio ha dato a noi la possibilità di guardare dal suo punto di vista perché ha dato a noi suo figlio. Ecco Lui ha dato a noi suo Figlio, perché soltanto il Figlio vede le cose dal punto di vista del Padre.

 

Pinuccia A.: Prima dice “Chiedete quello che volete e vi sarà fatto”; perché “fatto”?

Luigi: Fare vuol dire realizzare. Come la parola “rimanere” è una parola non realizzata; soltanto contemplandola dal Padre, da Dio, si realizza. Noi ci troviamo con delle parole che sono soltanto parole, perché non sono realizzate. Bisogna realizzare le parole, cioè bisogna trovare la realtà che corrisponde a queste parole. Ora, la realtà che corrisponde a quelle parole la troviamo soltanto quando vediamo la cosa da Dio. Altrimenti le parole restano irrealizzate. Noi le realizziamo sensibilmente; diciamo “casa” e pensiamo all’edificio; diciamo “albero” e guardiamo, tocchiamo la pianta, ecc.; ma questo non è realizzare perché anche l’edificio, la pianta sono ancora parole. Soltanto da Dio si realizza.

 

Franco: Qui ci rivela l’intenzione di Dio: che portiamo molto frutto. Si è detto che questo frutto è l’interesse per conoscere Dio. Nella parabola del seminatore si è detto che il frutto è portare a compimento il seme, che è la conoscenza. Questo vuol dire che là dove c’è interesse per conoscere è assicurata la conoscenza.

Luigi: Certo. E’ data dal porre mente.

 

Pinuccia B.: La gloria del Padre coincide con il frutto

Luigi: Coincide con l’interesse. Perché l’interesse diventa pensiero, il pensiero diventa Figlio di Dio, e il Figlio di Dio è Pensiero del Padre.

Pinuccia B.: Quindi diventare suoi discepoli vuol diventare una cosa sola col Figlio.

Luigi: Certo, diventiamo tutto pensiero del Padre. Perché soltanto quando c’è questo tutto pensiero del Padre, lì senti il Padre che ti dice “tu sei mio figlio oggi ti ho generato”.

Pinuccia B.: E lì il Padre è glorificato perché manifesta quello che è.

Luigi: Si.  

 

N.B.: Il testo, tratto da registrazione

(integrato con appunti anche di altri incontri sullo stesso argomento),

non è stato riveduto dall'autore e mantiene lo stile discorsivo.

 

 

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